my way

Mi ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Allora il tempo non bastava mai e mi sembrava che essere coincidesse con esserci. E sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava un correre senza fine, tanto che, a volte, mi trovavo stremato da continue sensazioni. Il tempo era una creatura che vivera libera in me e non trovava soddisfazione, suggeriva che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto.

Qui ci si può aspettare una conclusione che arriva a una nuova consapevolezza, svolta e continua in altro modo la vita cambiando tutto ciò. In realtà questo sentire è mutato per suo conto e quando non lo so dire perché non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio percorso. Non sono particolarmente stanco di una vita che desidera e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità. Quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo e non poteva essere diversamente nella spinta a fare che non esauriva i desideri ed era incapace di escludere ciò che non era possibile in quel momento, però era un aver tempo ansioso mentre ora c’è calma e il tempo è cosa mia. Se mi guardo attorno, la mia vita è così, con le persone che hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, con l’interesse per il profondo che fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere a cui regalano molto alcune persone, altre in misura minore, con una graduatoria, non del sentire, ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sento è una costante della mia vita. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa.

il poco, quasi niente, che per me è molto


Sai, volevo fare altro, usare il mio tempo per costruirmi piano. Divagare. Stendermi sulla spiaggia nel tardo pomeriggio, quando la sabbia non è più così calda e la sera viene in fretta. Dopo l’acqua genera una luce fioca e ancora si vedono i pesciolini guizzare. Se entri nell’acqua ti girano attorno alle gambe, fiduciosi. Mi sarebbe piaciuto scalare più montagne, leggere molti libri che erano utili solo a me. Perdere tempo senza sentir colpa e amare di più le persone che m’hanno riempito d’amore. Mi sarebbe piaciuta l’inutilità operosa, quella che porta fuori la stranezza e la fa restare al passo come i cani addestrati bene. A Caccioppoli venne l’idea di portare a spasso un gallo e lo fece, perché il regime fascista considerava poco virili gli uomini che uscivano con un cane. Ma lui, il grande matematico, la stranezza l’aveva sempre con sé, solo che era come una ferita che non rimarginava e gli toglieva qualcosa che forse nemmeno lui sapeva.

A me fa aggio la memoria, le sensazioni, gli errori che hanno più evidenza delle cose buone fatte, la stessa melancholia che s’acquieta nel ricordo dei luoghi, nei sentimenti suscitati, negli amori.
Può essere strano chi è silente anche quando parla, chi ha familiarità con i luoghi che per lui riacquistano evidenza, per i sensi che rammentano, per chi ricorda e il passato torna ad essere il preparatore del futuro, una caldaia che ribolle molecole alla ricerca della loro combinazione e quindi del senso delle cose, dell’attenzione, dell’attrarre le proprie passioni a riva come in una pesca fortunata.


Da molto scrivo, ancora da più tempo leggo e cammino. Mi piacerebbe, ma solo un poco, esser letto fino alla comprensione però è più importante guardarsi attorno, attuare, toccare ciò che è scabroso e con pazienza diventa liscio. È più importante trovare ciò che è migliore di quello che si pensato e scritto, esercitare i sensi per dar forma alle cose, ai fatti che accadono. Tener nel giusto conto l’esperienza sino al limite del nuovo e come negli origami dar forma a ciò che pare altro e che per molti è solo carta.

Così si sono accumulate miriadi di rappresentazioni in forma di parola, sulla carta, in questi metaluoghi, su ciò che s’è poi disperso allegramente in onde elettromagnetiche e quanti di luce. Ma era solo voce e ogni parola, col tempo, cercava di precisare significato. C’è da esser contenti se con fatica ci si assomiglia. Almeno in parte, a volte piccola, a volte grande, perché ogni raccontare porta con sé un approssimarsi e un’attesa e trova un gemello, solo se si è oltremodo fortunati . Ma in fondo basta e avanza il comprendere e l’interlocuzione che prosegue un discorso.

Alcuni animali parlano alla luna oppure borbottano alle cose, per loro, i fatti sono narrati nel compiersi. Un delfino non racconta il nuoto e mentre vive l’esperienza la muta in emozione, nel timore del predatore oppure nel piacere di sentire l’acqua che gli scivola sul corpo e accelera la velocità sino a un balzo di gioia nell’aria. Quel balzo è la sua gioia e la nostra meraviglia, per noi resta un’emozione della singolarità, per lui un piacere senza tempo che si ripeterà secondo voglia. È più immerso il delfino nell’universo e nel suo scorrere, di noi che mettiamo un tempo alle cose. Cose che nulla sono se non un insieme probabilistico che si può scegliere se vivere e nutrire di sentimento oppure far solo accadere.


Uno degli scrittori di rete che sempre leggo volentieri, narra l’esperienza mescolando volontà, ricordo e presente, con un linguaggio che dà vita alle cose e mette in scena scogli, reti, vino e ciò che a tutti accade, ma filtrato nella sua sensibilità che aggiunge senso mutando i tempi e i significati comuni. La sua poesia è fatta di ricordo e di presente che premono sulla porta del futuro. E non è una semplice porta ma una barriera di legno spesso, scavato dalle intemperie che hanno scritto le loro storie da decifrare. Una porta rafforzata da borchie di ferro rugginoso, chiusa da grosse serrature, inventate da fabbri sapienti, allora aprire il varco significa scivolare nel nuovo che ha il sapore dell’antico vissuto e del pesce fresco appena cotto.
E il pesce e il vino portano a barche tirate a secco, dove la prua ha un antico colore che non si vergogna di mostrare a quello nuovo, così com’è, scrostato dal vento, dalle piogge, dal mare solcato, e tutto diviene protagonista e conosce la battuta e il tempo, allora la rappresentazione e il ricordo possono compiersi.


M’avvenne, durante l’ascolto d’un concerto, che la bravura del solista superasse la mia capacità di gioia interiore. Non sapevo come farla uscire costretto dall’immobilità del sedere, come si conviene nei concerti dove al più s’accarezza il mento o si stringono le mani. Eravamo distanti dalla conclusione del pezzo e volevo continuasse all’infinito ma anche che finisse perché la bellezza aveva bisogno di occupare tutto lo spazio sensibile. In questi casi, come nell’amore bisogna allargare l’anima, accogliere e non mettere difese e così ho lasciato entrare la musica come mai l’avevo sentita e lasciare che andasse dove voleva sino ad essere io stesso musica.
Lo stesso accade quando si vede un dipinto che ci illumina o si legge chi riesce a leggere il nostro animo senza conoscerci o, ancora, quando si mettono nel giusto ordine i significati e nasce ciò che assomiglia al sentire.
Questo fa pensare che la percezione profonda, la bellezza, siano un evento che raramente si può condividere, ma che è qualcosa che appartiene a chi la comprende e non oppone resistenza alla sua natura. O poco o tanto ci sarà ciò che viene generato e sarà dalla disponibilità ad accogliere che il tempo perderà significato e l’uno diverrà parte d’una continuità.

ritorno all’Etna, o quasi

La mattina portò con sé la luce, così forte che gonfiava le tende. Sotto casa c’erano voci che contrattavano verdura fresca da un carretto, poco oltre la spiaggia e già gli strilli dei bimbi per la voglia di fare il bagno. A noi portò la colazione, la consapevolezza di dover recuperare la Flavia, e l’assoluta ignoranza di dove fosse. Avevamo perduto un ‘auto in allegria e in allegria l’avremmo ritrovata insieme a quel votaBianco scritto sul muro. L’auto era lì che ci aspettava, bastava partire. Ne venne una contrattazione a bocca piena di pane e burro e caffelatte: noi saremmo andati a recuperare l’auto perché eravamo i detentori della memoria e le ragazze con i bimbi sarebbero andate al mare. Non ci aspettassero per pranzo perché oltre a trovarla la si sarebbe dovuta riparare: saremmo stati insieme a cena. Devo dire che forse la logica, forse l’autorevolezza nel porre le argomentazioni, forse la giornata bellissima e il mare blu, insomma non ci fu resistenza, sia le ragazze che i bimbi sembravano felici della proposta. Così partimmo verso Catania, in due navigatori, la peggiore combinazione per trovare qualcosa che esista dal tempo delle esplorazioni. I navigatori possono essere due, ma non assieme, il secondo deve trovare il primo e dirgli la frase magica: Mr. Livingstone I suppose… E così l’universo si ricompone. No, noi partimmo in due ed eravamo ricchi di ricordi e certezze. Mr. Livingstone se era per noi starebbe ancora aspettando. Superata Catania puntammo su Mascalucia, il nome suonava bene e ci avevamo pure cantato una canzone, la sera prima.

Quello che di notte era certo, di giorno diventava incerto, l’unica costante era quel VotaBianco che era dipinto ovunque ci fosse un muro. Qui ci assalì un dubbio, ovvero che quel riferimento era fallace e mentre puntavamo verso Nicolosi, ci tornò a mente la corsa ciclistica. Quella era stata l’origine dei nostri labirintici percorsi e dovevamo trovare tracce di quella gara. Qualche manifesto c’era e indicava un circuito che passava per Nicolosi. Riconoscemmo il punto di deviazione, non eravamo entrati in Nicolosi, ma eravamo stati deviati, ci eravamo persi fino a che un signore ci aveva indicato la provinciale e l’indicazione per Trecastagni. Questa era la nostra meta perché di là eravamo andati in due auto e tornati con una.

Continuammo discutendo a ogni incrocio e a ogni VotaBianco scritto in caratteri adeguati, trovando le giuste mediazioni, arrivammo a Monterosso. Non so quanto grande sia ora Monterosso, ma allora era un paese che all’apparenza sembrava allungarsi su due strade parallele, noi percorremmo una via Roma, girammo in fondo al paese e ci trovammo sulla parallela, forse una via Garibaldi. Posso ricordare i nomi perché tutta Italia, eccettuata la Val D’Aosta e l’Alto Adige, ha una via centrale che si chiama via Roma e una strada o una piazza parallela che è intitolata a Garibaldi. Arrivati in fondo a via Garibaldi svoltammo a destra e ci ritrovammo in via Roma. Praticamente avevamo fatto un giro di pista che potevamo ripetere quante volte volevamo senza trovare nulla. Anche in questo caso ci soccorse un samaritano siciliano. Una delle cose che raramente fanno gli uomini che hanno una meta, è chiedere informazioni. Forse è un poca di presunzione (un uomo vero non si perde mai), forse è timidezza, comunque il nostro benefattore seduto fuori di un bar, ci fece un cenno e noi ci fermammo. Sembra una scena manzoniana, la sventurata rispose e si risolve la cosa, no, in questo caso la narrazione che era complicata quanto la domanda, non c’era un Egidio che proponeva un piacevole intermezzo e una Geltrude che poteva accettare o meno, qui c’erano due giovani padri di famiglia che erano riusciti a perdere un auto sull’Etna e la cosa sembrava così assurda che chiedere se aveva visto una Flavia berlina abbandonata sembrava da allocchi.

Spiegammo, chiedemmo, e il samaritano disse sì, proprio come Geltrude. L’auto era appena fuori paese e già dalla mattina al bar ci si era chiesto di chi fosse un’auto targata con una città del Veneto, abbandonata. Sorrisi, sospiri di sollievo, possiamo offrire un caffè, una limonata, un cannolo? Il samaritano offrì lui ristoro e così iniziammo a parlare, la narrazione del guasto, l’abbandono dell’auto, il ritorno a Brucoli, le famiglie al mare, insomma un breve riassunto delle due giornate. E ora come fare a riparare il guasto? Caso volle che il nostro benefattore fosse un elettrauto e che si sarebbe incaricato lui della riparazione, ma prima bisognava capire il danno.

Era mezzogiorno passato e ci invitò a pranzo. Le solite ritrosie, non deve, non può, ci basta un panino, eccetera. Resistemmo tre, forse quattro minuti e poi ci avviammo insieme verso casa sua. La mia auto venne parcheggiata in cortile e facendo conoscenza con moglie e figli, mangiammo la pasta con le melanzane più buona che ricordi, seguita da secondo e contorni che sembrava fossero per il dì di festa. Una ospitalità memorabile per noi, usuale per il padrone di casa. Dopo pranzo andammo a ritrovare la Flavia che era appena fuori paese, davanti al muro con il votaBianco ( ma poi questo Bianco, l’hanno eletto?) e appena visto il motore e ascoltato l’avviamento, il nostro samaritano elettrauto fece la diagnosi: qualcuno aveva manomesso il collegamento tra spinterogeno e candele e forse anche la batteria non era indenne. Due ore ed era a posto. Portò l’auto in officina sotto casa e noi seguivamo. A questo punto ci disse che potevamo passare l’indomani mattina, lui andava a riposare perché il giorno precedente aveva diretto una gara ciclistica, era il presidente del comitato organizzatore, e si era stancato un po’. A pranzo avevamo parlato delle deviazioni subite, ma avevamo anche lodato l’organizzazione, quella che era carente era la segnaletica verticale e su questo eravamo tutti d’accordo, ma spettava alla provincia e quindi chissà quando mai si sarebbe adeguata. Criticare le colpe altrui induce alla fratellanza e con grandi assensi si era passati ad altro. Il nord, il lavoro, cosa facevamo, quanti bimbi, le notizie che fanno conversazione e affratellano. Poi il mio amico lavorava in Sicilia, Ah sì e dove? Allo stabilimento Anic, chissà quante richieste di assunzione. Eh sì, molte, le ultime le aveva selezionate la settimana prima ma non aveva assunto tutti. Chissà come ci sono rimasti male quelli scartati, disse la signora. Già, ma non erano proprio adatti, e lì era subentrato un silenzio prima di passare ad altro.

Siamo rimasti al riposino del samaritano elettrauto, noi ci offrimmo di attendere al bar, ma anche quello chiudeva per le prime ore del pomeriggio, ci venne offerto di stare il divano e in poltrona, ma ci pareva troppo. Così, accertato che per sera l’auto sarebbe stata pronta, ci dividemmo, il mio amico restava ad attendere la riparazione e io tornavo a Brucoli e mi occupavo della cena (ultimo pensiero dopo quello che avevamo mangiato).

Con questo accordo, dopo molti ringraziamenti e con una gratitudine evidente, cominciai il ritorno. Dopo Trecastagni trovai un albero che faceva onore al nome del paese e parcheggiai all’ombra, dormii un paio d’ore e rinfrancato potevo tornare. La sera ci riunimmo tutti, la riparazione era costata pochissimo, i racconti affascinavano i bimbi che volevano tutte le cose buone che avevamo mangiato, se non quella sera, di sicuro l’indomani. Dalle finestre aperte veniva una corrente d’aria tiepida che odorava di salso, di erbe aromatiche e di cespugli che cedevano alla notte essenze per profumarla. Voci nella strada e in spiaggia, risate e qualche accordo di chitarra. Mi sembrava ci fosse una pace fatta di tranquille avventure, del profumo della pelle che aveva preso molto sole, dei giochi da tavolo in cui tutti vincevano, ma i bimbi di più. Si era conclusa un’avventura che il caso aveva resa bella e memorabile, la si sarebbe potuta raccontare insieme, dabbenaggine compresa, per sorridere d’inverno con altri amici. Quello che non si sarebbe potuto rendere era la sensazione che ciascuno aveva provato sull’Etna o meglio sul Mongibello, dal Gebel arabo che significa monte, ripetuto due volte, ad attestarne la primazia e l’unicità. A me era rimasto il mistero e la forza della terra che ignorava gli uomini, eppure parlava con loro e se non capivo, mi insegnava a rimettere a posto le dimensioni. Bastava e avanzava per guardare diversamente il mondo.

tra le pieghe del vero

Dai propri errori si impara, a volte, quelli degli altri si subiscono, sempre.
Eppure c’è la presunzione di chi ha un’ autorità, anche piccola, di non sbagliare. Mentre la moltitudine che si chiama pubblica opinione pensa che ripetendo opinioni altrui, di non causare danno con i piccoli assensi, con i silenzi che oscurano la realtà, che velano e la manipolano fino a non percepirne più il gusto, il profumo, la forma.
L’errore è la naturale ignoranza che possediamo, l’impossibilità di tenere nel giusto conto tutti gli elementi che compongono la realtà e ciò che si dovrebbe capire.
Quando studiavo chimica quantitativa, la teoria dell’errore veniva in soccorso, in qualche modo svelava il vero perché evidenziava la sistematicità insita negli strumenti e nelle procedure ma anche il compensarsi delle forze opposte che agivano sulle cose e proprio quel compensarsi, distinto e scrostato dalla superficie diveniva un indizio forte di ciò che agiva e mascherava il vero. Il risultato era lo stesso ma le dinamiche differenti e l’errore appariva.
In quel modo analitico di tener conto prima di emettere un giudizio, prima di una consapevolezza era contenuta una lentezza che metteva da parte l’azzardo ed era, nel suo essere vicina alla realtà, sostenibile in sé.
Se tutto questo lo si applicasse ai sentimenti, alla natura della comunicazione (anche amorosa) che conforma i rapporti e genera le cose si avrebbe, forse, una serie di mezzi silenzi, inframmezzati da parole pesate che esprimerebbero il dubbio e darebbero fiducia all’agire, perché se nulla nasce da nulla, il vero è fatica e comprensione profonda della realtà.
Ma il dubbio non è gradito, si vuole la certezza immediata e allora con il conforto di dati, di interpretazioni e autorevolezze costruite sugli errori occultati, sulle verità dette a mezzo, ciò che verrà detto sarà inconfutabile. Nei rapporti umani, nella politica, ma anche nell’ informazione che sceglie i fatti e li interpreta anziché mostrarli, abbiamo resuscitato il vaticinio e una pletora di pizie conformi che alla fine ci convinceranno che, non il loro affermare ma il nostro capire, è l’errore e così terranno intatta la ragione.
In fondo Guglielmo di Occam ci aveva insegnato a discernere e anche al chiedere se mi ami o no emergeva che non c’era via di mezzo, con la conseguenza che ogni spiegazione era superflua.
La risposta più semplice contiene più verità e se non ho la risposta che vorresti raccontami i tuoi dubbi, ciò che ti trattiene, ciò che è impossibile ma vero. Questo basterà e non sarà necessario che ci siano altre domande ma solo conseguenze, silenzi e rade risposte.

sette anni selvaggi

Sette anni selvaggi in cui la vita si è rollata come una sigaretta con tabacchi strani e quei sette anni l’hanno preparata per sottrazione, deviazione, fraintendimento, bisogno. Tutto questo mescolato nel bidone dello scorrere dei giorni, con tutti i loro luoghi comuni acquisiti e in formazione.

La regola aurea dell’umano sentire l’ho appresa così, aggiungendo, perché solo questa operazione contiene tutto, l’aritmetica, la fisica, lo spirituale, le cose. Ho aggiunto esperienze, fatto cose banali, alcune singolari, molte inutili e scavato la terra per creare trappole mentali in cui inciampare, ma ho imparato molto. Quello che s’impara resta a modo suo, cambia natura, diventa altro da ciò che è accaduto, da ciò che si è letto, scritto, visto. E ciò che resta si aggiunge con delicatezza inusitata, rispetta l’esistente anche quando questo lo accompagna alla porta del pregiudizio. Lo rassicura che resterà una traccia, un ricordo, e nel frattempo ci muta.

Sette anni di cui posso dire che ogni errore era necessario, ma non sufficiente, che esso si è sommato in silenzio, chiudendo strade per costringermi ad aprirne altre. Quanto pesa il caso rispetto alle scelte e alla necessità? Credo parecchio, anche se la controprova non possiamo averla. Quando penso a una sintesi, la sento sferica, morbida, globulare di piccole offese e di slanci improvvisi, ora ad ardua disposizione mentre guardo il soffitto.

Brani di immagini, il sole che filtra tra le imposte, un ricordo scacciato per l’umiliazione subita, per il prezzo eccessivo pagato che si somma ad altre umiliazioni. Brucia ancora anche se ora che ne vedo le motivazioni, sono poca cosa, i fatti spesso banali, le scuse superflue eppure pretese. Come imparare quando vengono aggiunte ingiustizie grandi a corpi piccoli, eppure sono cose che restano e flettono un cammino, una realtà che poteva essere differente.

Ognuno di noi contiene molte vite autogenerate, alcune di esse continuano parallele nel presente e nel ricordo. Ciò che le separa è la relazione che esse conservano con l’idea che abbiamo di noi stessi, che maturiamo nel profondo e che hanno la necessità vitale dell’omeostasi. Ciò che esce alla comunicazione è la capacità di suscitare emozioni in noi stessi e negli altri, i pensieri e gli atti conseguenti, espliciti o meno, che generano.

C’era una forma nella sintesi che quegli anni donavano, una sfera che ora si apre, il coraggio accanto alla paura, la difficoltà di crescere perché si deve perdere molto, l’innocenza e il nuovo che è bisogno prima d’essere fascino. Non è vero che a ogni domanda c’è una risposta , ci sono molte risposte e molti pezzi di realtà che vivono dentro e si ricombinano. Non serve più cercare ciò che viene da solo, basta mettere quiete, lasciare che la distanza renda piccole le ferite, le cose, quello che poteva essere e non è stato.

Dopo notte, atra e funesta,

splende in Ciel più vago il sole,

e di gioia empie la terra;

il tempo, le mattonelle, un tubo e molto d’altro

scena prima

Un tubo dell’acqua, quello principale che collega il contatore alla casa, decide che la resilienza non è una virtù e si fessura. Un ruscello invisibile si fa strada sotto al pavimento del garage, trova la sua via verso un chiusino e lì scroscia allegramente. Chissà che avranno detto gli animali del sottosuolo di fronte a questa nuova meraviglia. Una cascata, finalmente ci hanno portato l’acqua corrente, è da molto che avevo fatto domanda ma nessuno mi dava ascolto. Un brulicare di certo si è spostato mentre, vorticosa, la rotellina del contatore girava giorno e notte. Se l’acqua va altrove, la casa ne è priva, o quasi, la logica porta all’ascolto, al pensiero che qualcosa sta accadendo nel sottosuolo. Che fare? Non è una domanda politica, anche se in parte potrebbe portare a considerazioni sull’economia e sulla rispondenza alle urgenze: si cerca un idraulico. Possibilmente un musicista dotato dell’orecchio assoluto, in grado di trovare dove la perdita si è originata. Tralascio le telefonate e le segreterie telefoniche, alla fine un amico mosso a pietà accetta di venire. E qui nasce la prima domanda filosofica a cui bisogna rispondere: dove si trova il punto di attacco della condotta principale con l’impianto della casa ed esiste una chiave d’arresto che possa isolarla dal flusso che sta deliziando gli animaletti del sottosuolo?

Il tempo passa e l’acqua scorre, le indagini diventano convulse, disperate, sconsolate. Infine la pratica prevale sull’idea platonica di attacco generale. Con il mio desolato consenso, viene autorizzata la ricerca seguendo i tubi. Voi non sapete quante mattonelle si possono rompere per seguire un tubo, come si può scarnificare una parete, cosa sia l’autopsia di un impianto che di certo ha i suoi anni ma poteva vivere allegramente ancora per molto. Esistono degli attrezzi che facilitano il lavoro e pur nella responsabilità etica dell’esecutore sono efficacissimi nel seguire le tracce. Veri segugi i martelli demolitori, non hanno questo nome a caso. Incapace di sostenere questa nuova forma di scultura in negativo, il proprietario si allontana e si raccomanda al buon cuore dell’idraulico.

Dopo un giorno di ricerche l’araba fenice viene trovata e naturalmente era nel posto più impensabile che potesse essere immaginato: a mezza parete sopra un termosifone. Nel frattempo due carriole di mattonelle e detriti assortiti sono stati portati fuori casa. Il loro trattamento meriterà un discorso a parte. Trovata l’origine della vita, il resto prosegue in fretta e in meno di una giornata l’impianto è ripristinato, l’idraulico e il suo assistente, salutano, il proprietario ringrazia, immagina che si portino via i detriti accumulati nel giardinetto, ma ciò non è possibile perché bisogna consegnarli in una discarica particolare e lo farà il muratore che metterà a posto.

Scena seconda

Abbiamo l’acqua, le cascate sotterranee sono arrestate, gli animali ctoni saranno insoddisfatti ma protesteranno per loro conto al loro acquedotto oppure, indignati, cambieranno di casa. Oltre all’acqua, abbiamo due cumoli di detriti vari, Scilla e Cariddi, alcuni tubi a pezzi, manicotti vari, stoppa in notevole quantità, potrebbe uscirne una parrucca bionda, una verga di tubo da 3/4 di pollice di circa quattro metri, mezzo sacco di cemento idraulico e coperture varie per tubi in poliuretano (sulla natura del polimero mi affido alla mia vecchia scienza). Tutto questo se non assomigliasse a un deposito di detriti in una strada secondaria potrebbe essere un magnifico esempio di arte povera che ingloba parte del tronco del ciliegio. Un pezzo da collezione difficilmente riproducibile che se portato in Biennale potrebbe facilmente occupare un angolo di un padiglione come opera prima.

Questa è la mia visione, ma non quella dei coabitanti che premono perché dentro e fuori si passi dall’arte povera alla normalità delle pareti senza sculture alla Giacometti, alle mattonelle nei pavimenti e nella doccia, alla otturazione di alcuni artistici fori frastagliati che attraversano le pareti. Inizia la ricerca del muratore piastrellista. Questa specializzazione, ovvero quella del manutentore di muri, pavimenti, tetti, è diventata rara come quella dei filatelici o dei numismatici. Ognuna di queste persone, spesso non giovani, hanno una lista lunghissima di appuntamenti, minuti contati e devono trovare ciò che necessita al loro lavoro a disposizione. L’arte di chi ricostruisce è una rarità e ho avuto la fortuna di cercare la persona giusta solo per un paio di mesi. Ha fatto il sopralluogo, ha esaminato con occhio critico la vivisezione dei muri e dei pavimenti, mi ha fatto alcune domande a cui ho risposto con parole vaghe e comunque non soddisfacenti. C’erano mattonelle avanzate 20 anni prima del pavimento, e quelle per la doccia esistevano ancora? Poi altre piccole notizie su cui ero assolutamente impreparato, ovvero se e dove erano le prese d’aria del locale caldaia, anch’esso toccato dal martello demolitore, se esistevano altre linee acqua, ecc.ecc. Ha scosso la testa, chiesto una matita e su un pezzo di cartone mi ha scritto cosa dovevo procurare, la quantità e la pezzatura. Ha osservato qualcosa sulla possibilità di realizzare un mosaico con i pezzi di mattonella e sul fatto che gli idraulici dovrebbero fare gli idraulici e lasciare ai muratori il compito di demolire con il minor danno possibile. Insomma mi ha fatto capire che dovevano intervenire contestualmente e alle mie deboli considerazioni sull’urgenza, ha nuovamente scosso la testa dicendo quello che avrei risentito. Quando si fa così si può anche demolire la casa. Andandosene si è portata via l’opera di arte povera e questo mi è sembrato di buon auspicio.

Scena terza

Con il mio pezzo di cartone e alcuni campioni di mattonelle mi sono messo alla ricerca di qualcosa che assomigliasse ai desiderata del muratore piastrellista. Qui la vicenda prende un verso, nel senso di strada, imprevisto. Primo. Non sapevo che la vista di mattonelle datate e del racconto dei fatti accaduti nonché del probabile futuro, potessero suscitare sentimenti ed emozioni così diverse nei miei interlocutori. Secondo. Non avevo nozione che la logistica delle mattonelle fosse una branca della topologia e avesse a che fare con la teoria delle probabilità. Andiamo per ordine.

Il primo magazzino di mattonelle era sfavillante di luci e colori, affollato da giovani coppie che volevano cambiare bagni e pavimenti o addirittura pareti con il meglio della produzione di Sassuolo e dintorni. Naturalmente la commessa e il proprietario del negozio seguivano questi clienti avvolti dal dubbio e proponevano soluzioni diverse su campionari pesantissimi. Sistemati tutti in circa un’ora, ovvero lasciati alle difficili scelte per la vita, il proprietario è venuto da me e alla vista delle mattonelle e alle mia domanda se era possibile trovare qualcosa di simile, ha dapprima scosso la testa, poi ha chiamato dal magazzino, un paio di persone che potevano avere la mia età e ha cominciato a discutere con loro sull’età delle mattonelle, sul produttore (fallito), sullo spessore e qualità ottica del rivestimento. Mi sono sentito come un archeologo che porta un frammento del mosaico di epoca imperiale scoperto e che vorrebbe ricostruirne un pezzo. La discussione proseguiva tra loro, e sembrava interessante perché ogni tanto uno dei tre mi prendeva la mattonella dalle mani e disquisiva con gli altri. Alla fine mi hanno dato una serie di conclusioni interessanti, ovvero che almeno due delle mattonelle erano già introvabili all’epoca in cui erano state posate: un residuo di magazzino. La terza mattonella semplicemente non esisteva più nel formato, nel senso che quella misura era stata dichiarata fuori da ogni mercato possibile e nessuno, sottolineo nessuno, neppure in Cina, la faceva più. Il proprietario mi ha poi detto che il loro lotto minimo era di dieci scatole, mentre a me ne serviva meno di mezza. Sono stati gentili, i due più anziani continuavano il discorso rammentando la gioventù, il proprietario mi ha sorriso e mi ha dato la mano, come si fa adesso mettendo le nocche e non i palmi. Sono uscito contento, era ormai notte e attorno la zona industriale era piena delle luci rosse degli stop, aleggiava un vento fresco che mischiava l’odore del luppolo fermentato della birreria, con gli scarichi dei camion dell’est. Il camino dell’inceneritore fumava allegramente in fondo al viale. Però avevo un altro indirizzo, dall’altra parte della città e mi sono avviato.

Scena quarta

Trovare un magazzino in quella che era stata una zona industriale abusiva, sorta dopo un bombardamento lungo una ferrovia e ormai semi abbandonata, era un’impresa, ma alla fine il navigatore ha vinto. La porta del magazzino era semichiusa e il tutto era avvolto in un flebile chiarore che veniva da un ufficio a lato dell’ingresso. Sono entrato con le mie mattonelle e il pezzo di cartone. Forse ero al buio e non mi vedevano ma per un tempo non breve nessuno mi ha badato e un signore con il cappotto e il cappello, discuteva ad alta voce con una signora, forse l’impiegata, seduta vicino a una stufa elettrica e che ogni tanto batteva qualcosa su una bellissima Divisumma Olivetti, strappava il pezzo di carta e lo mostrava indicando le sue ragioni. La scena era appassionante, mi sembrava di essere finito in un film neorealista. Alla fine, battendo sui vetri, mi hanno visto e il signore con il cappello mi ha fatto segno di attendere. La discussione è proseguita fino a un momento in cui è sembrato che avessero trovato un accordo e mentre l’impiegata ha iniziato una lunga serie di operazioni, il signore con il cappello è uscito. L’esperienza precedente nel negozio sfavillante, mi ha fatto cambiare approccio e ho cominciato raccontando la storia del tubo.

Qui forse è meglio che riferisca il dialogo.

io. Si è rotto il tubo principale dell’acqua in casa e per trovare l’attacco hanno rotto quattro pavimenti diversi, sto cercando le mattonelle per riparare al danno.

Signore con il cappello (Scc). E non ha venduto la casa? Doveva vendere la casa, sua moglie adesso avrà il terrore che si rompano tubi da altre parti. Venda la casa.

io. Non posso vendere la casa, anche se volessi adesso assomiglia a un campo di battaglia.

Scc. Faccia uno sconto al compratore, ma venda ne guadagnerà in salute. Non dica che non l’ho avvisata. Meglio vendere.

io. Ma queste mattonelle (mostro quelle che ormai mi sembrano lacerti di una miseria antica) proprio non si trovano o almeno qualcosa che assomigli.

Scc. (prende le mattonelle) Queste hanno almeno 35 anni e almeno da 30 anni non le fabbrica più nessuno. Se io le do qualcosa che non assomiglierà mai a questi colori, sua moglie ogni volta che le vedrà si lamenterà. Venda la casa, ascolti me, la venda ed eviterà il divorzio. Il divorzio costa, sa…

io. Non posso vendere la casa (mi viene da ridere, la situazione è diventata allegra, mi sembra di vivere dentro una commedia dell’arte), non può proprio aiutarmi con qualcosa che assomigli a queste mattonelle?

Scc. (guarda con sguardo critico le mie mattonelle, ne estrae alcune dalle scatole che si sovrappongono ovunque, me le mostra) Lei di quante mattonelle ha bisogno? (sente le misure scritte sul cartone, sorride) Cerchi di seguirmi nel ragionamento, io devo ordinare a Sassuolo, quattro scatole di mattonelle diverse che assomiglino alle sue. L’ordine viene evaso in un mese. Le sue mattonelle vengono caricate su un pancale, insieme ad altre che ho ordinato io, o altri di questa città. Il pancale viene caricato su un bilico da 16 metri perché le mattonelle pesano e si deve riempire un camion per diminuire i costi. Il camion viene guidato da un camionista dell’est, perché non si trovano più autisti in Italia. Questo autista che conosce un po’ di strade, fa sempre lo stesso giro. Parte, si ferma, scarica, riparte, va nella città successiva e ricomincia. Tutto di corsa perché deve finire in giornata, non gli pagano la notte fuori. Gli ordini piccoli come il suo, una volta su due vanno a finire nel posto sbagliato. E secondo lei, io dovrei cercare dove sono finite le sue mattonelle? Ma non ci penso neppure e così le ordino di nuovo e spero arrivino dopo un altro mese. Lei le pagherà il doppio, sua moglie non sarà contenta. Venda la casa.

io. Non posso vendere la casa, non posso tornare senza mattonelle, mi aiuti con qualcosa che ha in magazzino.

Scc. Va bene (estrae alcune mattonelle che assomigliano alle mie, cinque hanno una misura enorme che giustifica dicendo che più grande è la macchia meno si vede. Il tutto lo mette in una scatola e me la infila sotto braccio) gliele regalo, mi pagherà un caffè quando vende la casa. Perché, vedrà, prima o poi la vende.

Sorrido, saluto il signore con il cappello, lo ringrazio ripetutamente. Torno a casa felice e allegro.

Conclusione.

Il muratore dopo un paio di settimane, ha rimesso a posto muri e pavimenti, ha brontolato in silenzio e la casa ora ha un fascino nuovo che mia moglie non condivide appieno. Forse ha ragione il signore con il cappello, meglio vendere la casa che aggiustare un altro tubo.

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l’oppio dei popoli è la disperazione del cambiare davvero

Li conosco i soddisfatti, i lavevodettoio, gli acidosi da maalox, che con il sorriso dell’ovvietà bieca percorreranno circonferenze di chiacchiere per tornar da capo. Chi aveva capito (cosa? come?) si vanta: il populismo ha fatto cadere i potenti, ne ha visto per tempo i piedi di sabbia, ed è stato pronto per essere scelto. Nulla aveva fatto prima, nulla farà poi, una scelta perfetta. La conservazione sceglierà i suoi. Il resto, l’opposizione, poco abituata ad esserlo è confusa, ricorda un passato furbo in cui non occorreva il consenso per avere il potere, ma ora? Nell’ombra si muovono appena i pupari, basta poco perché le cose vadano secondo quello che si aspettano. Neppure liscia o il pelo al gatto di turno, non ne hanno bisogno : chi non vuol cambiare punterà su di loro perché nulla cambi e la mediocrità eccella in ciò che è insostituibile, ovvero convincersi di interpretare ciò che davvero ciò che pensa la gente.

Nel Pd, moti browniani, la fisica e la politica sono ricche di similitudini, un po’ di altezzosità e gestione di ciò che si può. Ciò che si deve da tempo non esiste più e chi dovrebbe capirlo si lamenta di non essere capito. Dove andremo se non in braccio ai negromanti che leggono passato e futuro allo stesso tempo, quelli che vivono in torri di qualunquismo e si informano, leggono più giornali, parlano tra loro e si convincono. Professionisti dell’esegesi, non camminano (scendono) tra le persone di cui parlano, si informano se il popolo ha fame, se è inappetente, se è satollo.  Hanno contratto quella malattia che nel Pd è nella sinistra, si conosce bene ed è afasia strutturale del capire politico, ovvero  il problema è altro, non capite e comunque l’avevo detto.

Quando cadrà la destra ex missina? Difficile dirlo, forse l’economia che cede, oppure l’inflazione e il lavoro sempre più povero, o ancora gli avvenimenti europei. Spero cada sulla riforma costituzionale in fieri, ma vorrebbe dire che gli italiani amano questa libertà ricevuta gratis dai nonni, temo le trappole del centro perché strizzano l’ occhio ai poteri esecutivi rafforzati e ai presidenzialismo, scordando che è l*equilibrio dei poteri che difende la democrazia e i suoi diritti dagli autocrati. Sanno i professionisti dei poteri forti che in un paese determinato a risolvere i suoi problemi, cadranno tutti, perché si reggono sul contrasto e non sulle idee di futuro e sulla proposta vincente di un cambiamento che affronti la diseguaglianza crescente.

Forse per questo il conservatorismo dei privilegi ancora reggerà, perché genera un sistema vuoto di proposte e pieno di problemi, dove il lavoro povero non permette che le persone abbiano speranza di crescita sociale. Qualcuno si ricorda dopo Berlinguer, Moro, Occhetto e Prodi, qual’è stata una proposta politica riformista complessiva che sia durata più di due anni? La più recente idea è di 15 anni fa. Ecco, il male è dentro questa assenza di risposte che diano un motivo alla sofferenza, perché se c’è da soffrire, un motivo, una prospettiva futura ci deve pur essere. E non mi piacciono quelli che avevano sempre saputo, e guardavano. Guardavano e basta.

fratture

Bisogna rendersi conto che esiste la frattura. Nelle cose è facile ammetterla, persino porvi rimedio, più complessa è la sua gestione nei rapporti tra persone perché dolorosa nel sentire e perché traccia un prima e un dopo, senza ponti. Resta il ricordo. Dovrebbe essere ripulito dalle nostre scorie, riportato a fatto, essenza pura. È più facile ricoprirlo di indifferenza, di rancore, togliere lo smalto a ciò che è stato perché ora non è più. Questa mancata persistenza, ferisce, questo genera il rancore. Sapere di essere sbiaditi, non più importanti, cancellati, tocca nella considerazione di sé, ma c’è altro su cui si fonda la ferita. Nella rottura, qualunque essa sia, l’uno scriveva ancora una pagina e immaginava ce ne fossero altre, l’altro, sia esso umano o oggetto, ha già chiuso il rapporto. È una tazza che cade e si frantuma, un libro perduto, un treno di cui si vede l’ultimo vagone, comunque sia accaduto: è finita una storia. E chi usa lo scrivere dovrebbe sapere quando è tempo di concludere perché ogni ulteriore passo è nel nulla.

Chiudere porta con sé un silenzio, differente per ogni caso. È quello della scopa che raccoglie i cocci, rumoroso e costernato. È quello della banchina svuotata della stazione ricca di voci estranee, o, nella consuetudine, quello della mano che si ferma e non cerca più il contatto. La mente è divenuta consapevole, ha capito che è finita la storia e ora c’è il momentaneo vuoto che porta ad altro. Questo altro non esiste ancora, ma esisterà e non sarà uguale, non rimpiazzerà nulla di ciò che si è frantumato, sarà altro e nuovo.
Per questo, forse, neppure un saluto è necessario, per sancire dentro che quanto ha avuto una sua bellezza non è recuperabile. Deve restare solo il bello nel ricordo.

dov’è finito c’eravamo tanto amati?

Ogni anno, con le feste tornava C’eravamo tanto amati di Ettore Scola. Quest’anno, ma anche l’anno scorso, non si è visto. Quando lo vedevo tra i film in programma, pensavo che da qualche parte ci fosse un programmista RAI, sfuggito ai vari governi di centro e di destra, che aveva più o meno la mia età. Un “comunista” cinefilo, di quelli diffusi fino agli anni ’80, che erano attenti a ciò che accadeva nella realtà ed erano così audaci da proporre una soluzione alle sue storture. Alcuni scomparvero travolti da improvviso successo, mentre altri furono colti da stanchezza immane, ma non il nostro programmatore cinefilo, che nascosto nel suo lavoro e lo usava subdolamente e cosi tra mille porcheriole  continuava a mandare questo film. Credo si siano accorti di lui, ma forse l’ostracismo è più grave perché ormai non si vede più il cinema “civile” dei registi “comunisti” che rafforza vano uno sguardo sulla realtà. Per tv vediamo produzioni americane, tedesche, danesi, francesi che sono o sdolcinate oppure splatter, con sequenze incredibili di morti ammazzati. Alla fine, se questi sono i modelli, diventa tutto relativo: significato, recitazione, messaggio e si crea quella meta realtà che per chi può, diventa il modo di vivere.

Il mio programmatore preferito deve essere andato in pensione, così è svanito il suo memento e la vendetta lanciata contro chi ha sotterrato gioventù, passioni e voglia di cambiare.

Credo si sarà capito che C’eravamo tanto amati è un film che mi piace ancora, e non è l’unico, con un soggetto che ricordava come una generazione conquistò, costruì, sperò, e infine si conformò. Ci fu un convergere di intelligenze, alimentate dall’utopia e della concretezza, che produsse letteratura, film, saggi, quadri, statue, musica e che parlava di speranze perdute.

Però questo film che ho visto tante volte, non riesco più a vederlo in dvd da solo: mi fa male.

Mi fa male perché racconta delle speranze deluse, delle lotte apparentemente inutili, dei compromessi pagati con il potere, degli abbagli, della buona fede e di quella cattiva, del fallimento e del successo, insomma della vita e dell’amore che sembrano certezze e spesso non sono tali. Vita e amore, sono cose molto concrete quando si mischiano nel costruire le scelte personali e le passioni collettive, fanno volare ma anche molto sanguinare.

Mi fa male perché mi sembra abbiano vinto gli altri, quelli che sono arrivati dove solo l’io conta e il noi l’hanno perso per strada.

Era davvero tutto finto, tutta illusione? Davvero non c’era differenza tra una parte e l’altra?

Non so se il potere sia triste, so che ha la capacità di rendere tristi, so che la povertà non è mai felice, so che chi crede in qualcosa di più grande e lotta per darla a sé e agli altri, è felice. Spegnere le speranze è una colpa contro natura, ma è quello che è accaduto per quelle più grandi. Ora restano le piccole speranze rintanate in un io che fatica a diventare noi.

Mi pare che quello che non mi piace, sia il prodotto di quelle disillusioni, che la mia generazione abbia trasmesso la propria sconfitta e che così oltre a far vincere i furbi intelligenti abbia reso più difficile l’amore. Ma tutto questo è preistoria, contatto fisico, speranze comuni, attese, lotte, che nel virtuale si chiudono con un mi piace, oppure con uno scontro che si cancella con il successivo. Non so come sarà  il noi al tempo del virtuale e dell’adesso, non so piu che dimensione abbia il futuro che si racconta con i tweet e la metà realtà. Non lo so e anche se tutto questo non c’era quando il film fu girato, anche allora si chiudeva con una disillusione triste. Un sentire che conosco ed è forse per questo che non riesco a vedere più il film per intero.

P.s. La canzone partigiana del film era davvero bella e pure la cantammo spesso, solo che non era partigiana ed era nata molto dopo in occasione del film, ma si poteva credere ci fosse continuità e che non fosse davvero finita un’epoca.

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parole friabili come biscotti

Nei sentimenti pare funzioni così: Se mi do a te per amore, tu devi preservarmi come ciò che è più prezioso per te, accettare la mia diversità, far sì che essa diventi, con la tua, elemento unico e comune.

Qual è la natura dell’amore che entra dove non sai di esserci, che imbeve ogni impermeabile ricordo, che rompe il tempo e si trasforma in friabile pietra di sogno. Come agisce l’amore che cambia ciò che si vede, si tocca, si sente e mentre si sparpaglia attorno diventa punta acuminata che scrive e sanguina o lenisce il cuore. Sapere di cos’è fatto e poterlo un po’ per volta raccontare, come fanno i poeti che ad ogni ultima parola aprono una porta anziché chiuderla.

Sapere per intuito la dolcezza che tiene assieme l’attesa del bacio e il suo abbraccio alle labbra. essere consci che ci sono tanti abbracci e altrettanti baci, infinite attese e felicità sconosciute e ognuna è differente, ognuna ha una persona, un momento, genera un ricordo che riassume una vita nel suo amare.

Lasciare che i pensieri volino, incertezze nell’aria, assieme alle foglie in questo autunno che non finisce, che non sbocca in un gelo che stringe assieme i corpi. Guardarsi attorno e vedere che nessun passo va ancora di fretta e sentire che le parole sono lente, il pulsare è fatto di sguardi, di mani strette che cercano la punta delle dita, di cappotti troppo gonfi di piuma, di voli d’uccelli sconosciuti che cercano altrove rifugio.

Depositare nel cuore le attese, lasciare che ogni dolcezza maturi e affidare a ciò che cancella se stesso, ma non noi, non la pazienza e la passione, non la richiesta, il bisbiglio della cura e del desiderio. Trasporre tutto questo in parole friabili come biscotti e disseminarle in luoghi fatti di distrazione e inconsistenza, dove solo gli uccelli prestano attenzione.

la sublime inutilità di questo luogo lo rende poetico:
è un mandala costruito con la pazienza dei giorni,
le intemperanze e il ribollire dello sdegno,
nessuno t’obbliga, è vero,
ma forse tutti siamo gatti curiosi,
e le vite altrui sono meraviglia, banalità, carezza leggera.
Un soffio che si spande
e fa girare il capo,
come qualcosa che ci riguarda
ed è già sfuggito.