Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa. Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.
Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli. Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi. Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.
Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.
Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi. Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.
Si alzava all’alba. A nord il sole, già a settembre faceva fatica a svegliarsi e i monti attorno ne custodivano la luce a lungo prima di lasciarlo sorgere. Un caffè, del pane e burro, le poche parole possibili da scambiare con il marito, il saluto e poi scendeva verso il lago. Qui il racconto si interrompeva, forse rivedendo i luoghi, ascoltando il ricordo di quelle parole nella lingua sconosciuta, ripensando al tempo e a ciò che ne era venuto. La sollecitavo. Ancora. Sorrideva e mi guardava, riprendendo la narrazione da una umidità che si sovrapponeva sui vestiti e che veniva tenuta a bada dal mantello e dallo scialle. Camminava in fretta fino al piccolo molo. Acqua e nebbia. La barca lunga, di legno, su cui saliva e se trovava posto sedeva, ma più spesso restava in piedi. Lo preferiva per vedere quello che accadeva e come le sponde si riempivano di colore quando la nebbia si alzava.
Iniziava la traversata e la barca scivolava in un’acqua scura, densa di profondità e di umori, era raro che vi fosse troppo vento, ma la pioggia era frequente e gli scialli si alzavano sulle teste mentre i mantelli assorbivano l’acqua. Una sera le mostrai una illustrazione dei promessi sposi dove c’era la barca su cui salgono Lucia ed Agnese, e lei la guardò con attenzione. Si, assomigliava. C’era una sorta di copertura su parte della barca, ma la sua barca era molto più lunga e grande. Tra sedute e in piedi, c’erano almeno una ventina di donne e due uomini al remo. Uno davanti che spingeva e uno dietro, che indirizzava la prua con il remo. Non si stupiva più di tanto, a Venezia si remava così. La traversata durava quasi un’ora e poi scendevano parlando e ridendo nel sole di settembre. Sarebbero tornate nel tardo pomeriggio con la stessa barca, contente di avere una casa che le attendeva. Lavoravano tutte nella stessa fabbrica e alle sette erano già al lavoro. Prima c’era la vestizione, accurata, con grandi camici bianchi da indossare. Lavavano le mani, più volte e poi indossavano guanti di filo, i capelli venivano raccolti in una cuffia che lasciava solo il viso scoperto. Poi avrebbero messo una mascherina di garza fitta su bocca e naso. Restavano fuori gli occhi. Non si parlava e gli occhi sorridevano solo nelle pause. Era una fabbrica di medicinali, esigente per la pulizia, che controllava salute e modo di lavorare, la precisione e la costanza nei gesti. Alla precisione e alla sua costanza nelle mani, era abituata da quando aveva lavorato a dipingere ceramiche fin da ragazzina. La pazienza di fare cose complicate e l’abitudine al nuovo erano venute col tempo. Credo abbia lavorato per almeno tre anni in quella fabbrica, prima di passare dalla Svizzera alla Germania. Ricordava quegli anni con il piacere di aver fatto un lavoro inusuale e bello. Si capiva dal sorriso che emergeva riandando a quando era ragazza e aveva un marito che la amava. Attraverso il suo narrare parco e legato ai sentimenti vedevo il mondo di famiglia dell’inizio secolo che si dipanava davanti a me. Ed era semplice come le sue parole che descrivevano con dolcezza cose grandi e piccole. Attraversare un lago all’alba per andare a lavorare e poi tornare la sera era un gioco e un’avventura, mentre era una certezza l’amore che l’attendeva e la casa calda.
Era mia nonna e l’amo come allora. Nella sera mi sembra di sentirla narrare e guardo il buio che si cala, ascoltando la sua voce.
Mi prende, a sera dopo molto fare senza costrutto, la tentazione di tornare ai libri miei che tappezzano le pareti attorno. Guardo la musica che paziente attende d’essere ascoltata. Penso alle piccole abitudini della scrittura senza fretta, agli inchiostri, ai pennini e alla carta buona. Vorrei tutto il tempo possibile, lo stare in silenzio, il lasciare che il dentro e il fuori si parlino, e tutto s’allacci, si ingarbugli per la soddisfazione che prova ogni gorgo prima di scorrere verso le rive e il mare.
E’ la necessità di tirare il fiato, di spostare l’aria che entra e riempie le stanze, far posto al buon sapore degli odori, ai rumori di ciò che sta attorno. Così scorro con gli occhi i luoghi che conosco eppure hanno accenti nuovi. Una sedia per il sole, un bicchiere che attende una bocca, richiami tra terrazze e stanze. Penso che le compagnie delle cose si semplificano e sono pazienti, come le aromatiche sul terrazzo, qualche fiore che procede per suo conto, il cibo semplice che è stanchezza del complicato strombazzare di gusti alla moda. E gli occhi tornano sui libri, tanti libri, più di quanti mai leggerò, e servono per tenere aperta la vita e il futuro e il passato intrecciati. Ho la fortuna (e a volte è vincolo a capire) d’ una buona memoria che ricorda ciò che la rete della vita ha tenuto e messo assieme, ciò che è stato e quello che poteva ma non ha avuto coraggio.
E in questa piccola pace sento l’equilibrio di quello che si raccoglie attorno e dentro con rinnovato ordine: la passione, il tumulto, il rifiuto, l’amore. Il futuro e il tedio che con i piccoli dispetti si confrontano. E penso allora che è tempo di tornare, ma non è ancora tempo di chiudere le porte al mondo.
Al profumo dei tigli corrisponde una serenità inespressa, una luce verde che si fa strada tra le foglie, la necessità lieve del camminare lento e del guardar vedendo. Dentro e fuori.
Non esiste un’ essenza di tiglio che conservi tutto ciò, è necessario viverla questa stagione e ricordarla poi, se si vorrà, con qualche tisana d’inverno.
O, ancora, conservarne il ritmo vitale nell’andare lento sotto altri alberi che raccontino, evochino, ciò che è stato e ciò che si ripeterà.
C’è un passato che non muta nei lunghi viali di città. Le forme geometriche nelle vite acquietano. Il sapere che domani le cose saranno ancora al loro posto aiuta ad affrontare la notte.
E’ un senso del trascorrere che sta tra la nostalgia e la sicurezza d’un futuro.
C’è circolarità nel tempo. Accadrà di nuovo, troveremo tracce di noi nelle cose, ci sarà qualcosa che manca e qualcosa di possibile.
Un estate arriva, padrona del suo caldo, reca nuovi profumi e suoni, notte, umori, finestre spalancate. E voglia di lasciarsi andare perché il nuovo sia buono e ci trovi accoglienti.
Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. Lui e’ un uomo giovane per noi ma già maturo nella sua epoca. Ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ha parecchia vita sulle spalle. Lui e i suoi fratelli sono emigrati, pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a casa, sui colli, a gestire la locanda, l’appalto dei tabacchi, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, animali da cortile, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, e soprattutto dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati. Di Sarajevo, di quello che è accaduto la mattina, non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino che ne avrà parlato con la nonna la sera dopo, accennando senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città, con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Bosnia Erzegovina è già difficile da pronunciare, chissà dov’è. Sono paesi oltre il mare, agricoli, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina d’Italia. Tutto è lontano dal Baden. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può venirne di male a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta. Loro hanno lavorato senza risparmiarsi, vengono da anni prosperi e felici, sono persone normali e un po’ speciali, hanno coraggio: il futuro sarà positivo.
Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata di Germania e Austria ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, credo, che se fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Chiudendo casa con i mobili, le cose della vita costruita con fatica e dicendo ai vicini che sarebbero ritornati. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare un’ attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina sul Carso, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto. Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava poco, ma le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, era con grande tenerezza. Lei che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.
E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia ma il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, non lo sanno. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola grande felicità, in una domenica di giugno di centoundici anni fa.
Chissà cosa significa oggi l’esame di maturità per i ragazzi che lo stanno facendo. E cosa sia oggi questo esame, che pur sempre è un giudizio su chi lo sostiene. Oggi si tende a giudicare l’esaminatore più che l’esaminato e allora cosa è rimasto delle antiche paure che facevano perdere il sonno ai diciottenni?
Mi chiedo anche quanto distante sia la percezione dei ragazzi da quella dei genitori, che rivivono qualcosa che li ha colpiti allora. Certo è che l’esame di maturità è mutato molto negli ultimi 30 anni. Quando l’esame di maturità nacque, nel 1923, pochi anni prima, a 17 anni, i ragazzi avevano fatto la guerra e comunque, anche in tempo di pace, a quell’età la giovinezza si avviava alla fine. L’università, per i pochi che la facevano, era l’anticamera del lavoro che avrebbe garantito uno status sociale, non di rado professioni liberali o comunque di responsabilità. Per gli altri maturandi il lavoro iniziava subito, ed erano stati privilegiati rispetto ai coetanei che avevano iniziato a lavorare 6-7 anni prima. Gli uomini a 18 anni facevano il militare, che veniva considerato un altro passaggio verso la maturità, ma comunque tutti erano convinti di essere grandi e autosufficienti.
La maturità non rappresentava forse questo, sia pure camuffata da esame? Ovvero l’inizio della capacità di disporre del proprio presente, del costruire un futuro, avendo un posto proprio nella società. Era proprio questo lo snodo: il posto nella società, il ruolo, l’essere titolare di famiglia, generare figli, ecc. ecc. Oggi questo non c’è più, ovvero non è garantito e infatti l’essere maturi non certifica nulla se non il superamento di un esame scolastico e al più fa cambiare scuola. E allora, forse adesso, il solo significato della maturità è che in essa c’è la prima vera prova in un mondo iper protetto apparentemente ma che non assicura nulla e tantomeno protegge con l’istruzione. Ci si dovrebbe anche chiedere se la maturità aiuti davvero a crescere, se l’esame sia sufficientemente severo da proiettare sugli anni precedenti la sua ombra e quindi essere formativo anche in tal senso. Come un rito di passaggio avrebbe bisogno di preparazione, attesa, senso. Se si guardano i reclutamenti che avvengono in Ucraina o in altri Paesi dove la leva militare è porta dell’inferno, diritto di uccidere, probabilità di essere feriti, mutilati, uccisi si capisce che la società bara nelle regole, non dice nulla di ciò che avverrà se si vuole, ma impone e getta in un calderone le vite che devono essere mature. Era così anche nella descrizione di “Niente di nuovo nel fronte occidentale”, nella corsa all’arruolamento, ma nello studio era diverso. C’era un percorso che metteva assieme conoscenza e ruolo. Nel ’69, durante le occupazioni, si studiava come funzionava l’università altrove, secondo il buon principio sul colore dell’erba del vicino e un esempio che mi piacque fu quello francese di allora, dove tutto avveniva alla fine con l’esame di accesso alla professione, dopo la tesi. Una sorta di esamone di maturità, che faceva di uno studente un laureato vero, cioè una somma di nozioni che diventavano competenze. Non credo sia ancora così in Francia, ma in Italia l’impressione che si ha, è che in questi anni gli ostacoli della corsa si siano abbassati e che si corra più veloci, ma verso dove nessuno lo sa.
p.s. non è che mi piaccia il brivido nefando dell’esame di maturità, tra l’altro l’ho fatto quando si portavano tutte le materie e la commissione, tranne un insegnante era fatta tutta di esterni. Neppure vorrei che si restaurasse qualcosa che non ha più senso. Quello che mi chiedo è proprio questo: il senso. Se la maturità è la prima vera prova allora come tale dovrebbe essere vissuta, ma mi piacerebbe che non fosse una finzione, perché allora servirebbe a poco e soprattutto nasconderebbe altro, ovvero la volontà sociale di non dare un ruolo alle persone estraendo invece tutto dall’individuo. Competitivo, forte, spietato, senza regole. L’atro versante scolastico di completamento di un ciclo formativo è il suo convergere verso l’iperprotettività, quella che insomma non aiuta a crescere e neppure ad apprendere.
Dubbi di un attempato che talvolta ancora sogna di rifare l’esame di maturità e di acquisire altre competenze, perché la vita si riscrive da tanti punti di partenza, ma bisogna sapere che questi esistono e che c’è un percorso dignitoso per tutti che sarà possibile fare.
Hai vissuto in lungo e in largo e la prendi un po’ distante. Per questo la fai lunga che non si capisce dove finirai. E ti pare di considerare tutto, comprese le ragioni che non son tue, ma a vivere di rabbie non si capisce nulla. E allora capisci e allarghi il braccio per comprendere in un abbraccio. C’è spazio e tempo al mondo, ma non ci credi che lasciato far da solo il tempo sia galantuomo, nel tuo gesto largo c’è bisogno di un cuore che ti raccolga. E in quel battere forte quand’è l’ ora c’è quello che vorresti subito: un po’ più dei desideri, un poco meno della pazienza. Poi nel ritmare lento, trovi il guardare senza fretta, lo spazio per ascoltare e poi capire.
C’è tutto quel che serve: gli amici, le ore che si fan dolci, il vino e il cibo buono, le chiacchiere, le voci sovrapposte, le risate. Ti vien da sorridere perché 6/6, è un pieno di vita che ti porti addosso e non sapevi d’avere tanto affetto fuori che aspettava, anche se è voglia di baldoria che si mescola agli affetti, ma in questo groppo di giorni che abbiamo condiviso, è rimasto quello a cui non si dà nome, e tiene e lascia, filo che ci cuce le vite addosso.
Che povero il tempo che non può fare a meno di noi per la bellezza, di lui ci sarebbe solo traccia di disfacimento e invece in questa notte balla per cerchi larghi. Con noi. Anche se manca sempre qualcuno che vorresti e che l’innocenza tiene legato al cuore, lo metti in un sorriso come un tango in una piazza vuota. Il brindisi è all’aria, al cuore, a noi e a ciò che non si consuma.
Poi si capisce che non si sa molto, e quel poco, ha avuto importanza un tempo, quel che è rimasto consente di continuare perché la notte è appena fuori e chiede senza mai dar risposte.
Lo ascoltavo parlare e le parole erano precise, scelte, naturali nel suo discorso. Quelle, e solo quelle, andavano bene. Tutto si sistemava in percorsi senza inutili sospensioni, il silenzio era parte del discorso, serviva a rapprendere le suggestioni, ma era la pulizia delle frasi che rendeva bello il capire.
Come in una recita dove l’attore diviene il personaggio interpretato, si vedeva nel gesto, distante dalla sguaiataggine dell’insicurezza o del mostrarsi, che l’armonia era parte di un ragionare acquisito e profondo. Sono cose che conformano il corpo e il viso, rendono gli occhi luminosi, come accade ad ogni bellezza, meritata o meno.
C’era nel raccontare, nella persona, la fusione di quella cultura ordinata dalle letture, dallo studio come mestiere e piacere. Era il buon profumo del sapere che è legno, cuoio, inchiostro, carta. E quel leggero sentore d’aria che viene dalla finestra appena aperta che si posa sugli abiti e rende morbide le lane.
Ed è già tempo e già sole col suo sentire, tostato di luce.
Pensavo in questo piacere che ascoltavo e che anch’io avevo desiderato, ma confusamente, e poi praticato con passioni poco educate e collocate nel disordine. Le mie carenze erano un vissuto mescolarsi di colpe, sudore, piacere, ricordi, fatiche abborracciate nella scarsa soddisfazione di allora. Avevo disseminato il mio tempo senza risparmio, trattenuto con rabbia il poco e perduto altrove il molto ricevuto. E se questo m’indicava che un’altra vita sarebbe stata possibile, non me ne spiacevo, perché altrimenti avevo vissuto. E potevo ascoltare, e capire quel ragionare. Potevo goderne. E pensavo che, in fondo, la vita non poteva essere tutte le proprie possibilità, o avere tutto, ma poter godere del bello che c’era intorno a noi.
Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano nelle grandi città, con minoranze rumorose, la gran parte del Paese era contraria a una guerra. Lavorava, faceva fatica ad arrivare a fine settimana senza fare debiti, cercava di crescere i figli sfamandoli e tantissimi neppure sapevano di che si parlava. Così a molti sembrava che le voci di guerra fossero cose distanti. Quel vociare, quei proclami e articoli infuocati, non avrebbero cambiato le vite. Nei giornali si scriveva che erano state confermate amicizie con Austria e Germania, ma l’Italia restava neutrale. In segreto si stipulavano nuovi patti segreti, ma questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava ancora qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto si spera che ci girerà attorno. C’era timore perché sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava, ma si sperava che il parere contrario dei molti sarebbe stato ascoltato, e non era evidente che era meglio la pace?
Poi qualcuno decise perché pochi interessi grandi contano più di tante piccole speranze e vite, perché pochi rumorosi contano più di tanti silenti.
Così cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.
Forse questa era la prima violenza.
Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.
Poi ci furono tantissime giornate senza pericolo e tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.
E allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte, non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto la speranza.
Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.
I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.
Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si spera passi presto, che le cose tornino come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine.
Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare il simbolo, il sacrario delle speranze infrante.
Il luogo, il tempo, l’amore in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio fu l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.
La palla volò altissima. Le teste dei piccoletti sollevarono il naso e la videro ben oltre le cime degli alberi. Ventidue piedi confusi, furono disattivati dagli occhi. E che occhi! Prevalentemente neri, grandi, intenti a parlare con i pensieri bambini e con qualche preoccupazione saettante. Logica della palla e previsioni senza scotto d’errore. Cadrà? E dove?
Devo tornare a casa, ha pensato qualcuno, improvvisamente sommerso dai divieti infranti.
Che bel sole ed è quasi sera, ha pensato un altro, innamorato del tempo per giocare, per stare assieme.
Entrambi e chissà quanti altri, volevano vivere come sanno fare i bambini quando il tempo non conta e gli occhi vedono tutto.
Verde e gialla, la collina retrostante, era velluto d’erba ed alberi pieni d’ombra.
La videro anche i due vecchi, e si allungarono sulla panchina al bordo del campo, scambiandosi un silenzio. Tra chi aveva già detto molto, succedeva, ed era solo la noia del sentirsi dire.
La palla infine cadde (solo il tempo era sospeso), con uno sbuffo di polvere, due rimbalzi stanchi e si fermò in attesa. Allora tutto si rimise in moto: piedi, voci, sudore nuovo di zecca e tra pedate e speranze il pallone s’ avvicinò all’unica chiazza d’erba, vicino al corner di sinistra.
Lì, per qualche oscuro disegno del creato, la vita e l’acqua avevano trovato un accordo e il campo da gioco assomigliava a se stesso con l’erba fresca e rasata.
Pensieri di un perditempo ai bordi di uno sperduto campo da calcio mentre mira l’anestesia del particolare, e dilaga ricordi la sera.