Care amiche e cari amici, vorrei ringraziarvi per un numero che è apparso tra le statistiche, ossia che i commenti sono più di 10.000. È un numero un po’ farlocco perché da esso dovrei togliere il circa un terzo di risposte mie alle vostre considerazioni. Non lo faccio anche perché senza le vostre considerazioni sarei rimasto al mio testo e invece, sempre, mi avete portato un po’ più avanti di esso. Il fatto di saper bene di poter al più esprimere un punto di vista, mi rende prezioso il vedere degli altri. Tutto questo mi spinge a ringraziarvi di più e anche se non ho sempre risposto (il rapporto non è 50-50) comunque avete continuato a suggerire, dire, comunicare.
Appartengo ad una cultura in cui il comunicare ha sempre qualcosa di chi comunica, per questo anche non conoscendo quasi nessuno di voi, personalmente, non riesco a sentirvi virtuali e ogni volta che ci si incontra con le parole, mi piacerebbe proseguire, capire di più, prendere un caffè assieme. Questo vi fa essere importanti per me e se anche borbotto per mio conto, il fatto che ci siate mi rende importante.
A volte penso che in questo luogo, ho attese. Non è lo stesso ovunque, anzi, solo qui il discorso si approfondisce, scava, cerca. Non sempre ciò che per me è importante, lo è anche per voi. Questo mi fa pensare e pormi domande: a chi sto parlando? chissà chi ascolta? e se scuote la testa ha ragione oppure no? Vi sembrerà strano ma queste domande non mi lasciano indifferente, anche se scrivo quello che penso e parlo con me stesso anzitutto. Significa che ci siete anche silenti.
Bene. Grazie a tutte e tutti, si continua, sperando di non perdere troppe presenze lungo il cammino.
Oggi la giornata è particolarmente uggiosa, cielo grigio su, foglie gialle giù. E non sogno California.
Ma cos’è l’uggia che è uscita dalle parole usate e dalle possibilità reali delle vite di corsa? È una condizione umorale del flâneur, del rentier, del fannullone che oggi si chiama neet, oppure essa è scomparsa con l’età ed è stata riservata ai bambini, che corrucciano il labbro, diventano insofferenti e gridano : mi annoio!
Di cosa, di che?
Oblomov frequentava l’accidia, che è anch’essa scomparsa dai vizi, ma era comunque più attiva dell’uggia. Perché l’uggia è l’ombra degli alberi che ammalora le piante sottostanti. Cioè toglie loro la luce e la possibilità di crescere appieno, di godere della propria natura. Se poi l’uggia la portiamo nel sentire, essa diventa la noia che si accompagna ad una leggera inquietudine. Un non saper che fare accompagnato da un senso di incompiutezza. E quindi, forse, colpa. Ma è tutto leggero, può mutare se qualche sole si accende e ciò che non è concesso alle piante, il muoversi, a noi è dato, quindi per uscire dall’uggia è necessaria una luce. Quale essa sia ciascuno può scegliere. Un piacere momentaneo, un’attenzione improvvisa, un cercare nel sensibile oltre l’apparenza.
Non avendo ricette, mi tengo la parola e la scavo per coglierne l’essenza, vedo che essa mi riguarda quando il tempo dell’impegno si sospende, quando esso s’associa al mettere da parte e al tempo stesso attendere una soluzione che mi illumini. Devo mettere argine prima che questo sentire diventi molesto, cerchi colpe dove non ci sono. Abbandono le cose che non attraggono, non devo stare qui, esco e qui l’uggia aumenta. Sono le luci di natale che ormai invadono ovunque. Non è la luce che cerco, sento odore d’affari, di festa fasulla. Il kitsch è così sparso da suscitare repulsione. Capisco che l’uggia si dissolve e sta mutando in rivolta, non sopporto, ma neppure mi rintano. Sono costretto a cercare più a fondo. M’innamoro di un libro, lo apro tra l’odore di carta delle piccole librerie, e trovo :
se un giorno, all’improvviso,
un’anima ordinaria- per ragioni
imperscrutabili- si inceppa,
il canto di lode verso
il mondo più non sale.
Un malessere molle
e penetrante la invade –
corpo e sensi, una nausea
indefinibile l’assale.
…
(VIII- Franco Marcoaldi, Il mondo sia lodato )
Alloranon sentendomi più solo, leggero, cerco il senso, non dell’andare, dell’essere, del fine, ma quello semplice dell’essere insieme purché anche in silenzio ci si parli. E per miracolo, l’uggia scompare e resta solo la parola.
…quanto piace il nido di malinconia… Dicevi proprio così e hai toccato una corda che conosco bene: il piacere della malinconia. Quella lieve che mette assieme la mancanza e il piacere, nella piccola sofferenza che essa procura. Credo che la malinconia contenga una forma di eroticità, basta considerare quanto essa porti a sé, allo scendere dentro. Dovessi dare qualità alla malinconia direi che è calda, ma appena oltre il tiepido, che è sensibile al tatto, setosa, e ha il colore degli acquerelli che sfumano verso l’orizzonte. Ti parlo di una malinconia che non pesa, che è sera e nostalgia di calore che protegge, non estenua, e il lasciarsi andare è vigile, col pensiero che vaga, riallaccia cose apparentemente dimenticate. È mancanza senza dolore, qualcosa si è perduto ma si può ritrovare. Non è lo spleen, la fatica del vivere, il peso che accascia, la ricerca dei succedanei del dimenticare. Non è lo spasmo del piacere che subito dimentica e cerca di nuovo l’annullamento del soffrire. Non è questo di cui parlo. È ancora un dialogo che parla di possibilità ma è cosciente che il nuovo non sarà ciò che si è perduto. Penso alle banchine delle stazioni che vedono in continuazione treni e destini transitare. Le cose hanno la memoria che noi depositiamo in esse, un bosco è un bosco, i miei libri sono un colore e un contenuto, quella foto che guardo con insistenza per cogliere un pensiero, è avvenuta ed era indifferente al soggetto. Così se le banchine dei posti da cui si parte hanno il significato del lasciare, contengono anche la possibilità del ritorno. Solo che tutti sappiamo che non sarà la stessa cosa ed è giusto sia così, non ci ripetiamo, i treni perduti si potranno sostituire con altri che porteranno ad altro, ma non sarà lo stesso e se sarà meglio o peggio, nessuno lo potrà dire. In realtà ci provano i mondi paralleli e la meccanica quantistica, ma devo dirti che la cosa, così come mi viene proposta, è una possibilità che provoca una leggera allegria priva di alternative concrete.
Parlo di malinconie e non di una in particolare. Di quelle leggere che si associano al piacere d’essere. Una tra esse, mi colpisce e tengo a bada, è quella del non conoscere a sufficienza. Quando si ha la sensazione di non sapere si perde la nozione del controllo della complessità e questo genera l’insicurezza che si associa alla consapevolezza. È la malinconia che diventa melancolia se non la si confina nei propri limiti. Nel calore della mia casa ci sono molti libri che attendono di essere letti, molta musica che attende di essere ascoltata, molte parole che attendono di essere scritte. Ho fatto un patto con loro, ad essi spetta la possibilità di esistere appieno, a me il leggero senso di assenza malinconica del tempo che scorre e del fare limitato.
La malinconia leggera è anche terapeutica, misericordiosa verso sé, se riconcilia il ricordo col presente. Adesso direbbero che è resiliente, brutta parola per dire che aiuta a rimettere in sesto ciò che è stato percosso. In noi il passato sembra un sinonimo di ricordo, sappiamo tutti che non è così, il passato è stabile, fissato, il ricordo è vivo, si modifica, si conforma e agisce su di noi. La malinconia l’associo al ricordo e al presente, e sapessi quante cose utili escono dal guardare il soffitto, nel sospendere il pensiero dagli impicci che sembrano importanti e non lo sono. Non a caso il buon Freud ascoltava qualcuno che, steso, guardava il soffitto. Come dire che da stesi non si ride con facilità e che la quiete, e il pensiero che nuota all’interno dei ricordi e li collega al presente, ha qualcosa a che fare con la malinconia di cui parlo e con il ritornare a sé. In fondo quando si torna a casa si torna a sé, ai propri bisogni essenziali, al conosciuto che rassicura. E anche alla leggera colpa del non fatto. Mi sono chiesto se quel senso incompiuto del dovere si colleghi con la malinconia, probabilmente sì, anche se non ne è l’unico motivo. Forse è l’incompiutezza del desiderio d’essere amati quando si è amati, il non basta mai che ci si dice tra amanti. Forse è l’insicurezza che ci portiamo dietro perché l’andare e il fare non sono collegati al pensiero ma alla necessità imposta. Forse è perché semplicemente la vita si compie quando finisce e tutto quello che ci sta prima è ricerca di un equilibrio, di una gioia che metta assieme tranquillità e velocità del sentire, del pensare, dell’agire. Forse è la coscienza di quanto ci trascuriamo perché non ci esploriamo abbastanza. Forse, ma a che serve sapere la proporzione del cocktail, se esso è piacevole?
Ti parlo delle malinconie piacevoli, quelle che non escludono la gioia discreta, il sorridere e il riso e non delle malinconie violente. Delle prime abbiamo nozione e compagnia a vario titolo, tutti. Sono quelle che fanno desiderare la casa, il calore, i rumori noti, ma anche l’andar via, l’essere altrove. La saudade assomiglia molto a queste malinconie, ed è uno star bene moderato che desidera anche altro. La malinconia leggera non s’accontenta, ma apprezza ciò che ha, ciò che è stato ed ha uno sguardo ironico su ciò che sarà. Avendo viaggiato parecchio anche solo, questa sensazione l’ho sperimentata spesso, cioè il pensiero che ciò che conoscevo e avevo a casa non era dissimile da quello che sperimentavo, ma solo in fondo, forse per questo si desidera esplorare e poi tornare. È una sensazione che fa desiderare la casa, il calore, i rumori noti.
Per concludere questo girovagare di parole che parlano di qualcosa che credo tutti conosciamo, ti regalo un ricordo che si associa a un luogo che forse conosci. C’è una provinciale che scende da Teti verso Ollolai, quella che costeggia il lago di Cucchinadorza e poi si inoltra tra rocce e boschi, una strada dove le auto sono rade e le poche spesso ferme al bordo della strada, vuote. I proprietari o sono a caccia oppure sono persi nelle proprietà impervie del Madrolisai. In quei luoghi, per uno straniero, è stato facile sperimentare la sensazione che l’equilibrio esterno e la precarietà che ci portiamo dentro, fanno fatica a dialogare. Quando percorrevo da solo, a sera, quei luoghi, pensavo che c’è qualcosa che ci spinge ad osservare e sentire, col rispetto, a volte col timore, che viene dalla solitudine e dalla estraneità/vicinanza della natura all’imbrunire. Ed era una sensazione che faceva desiderare la casa e il calore. Mi piaceva molto essere dov’ero e al tempo stesso avevo bisogno di raccogliere questa sensazione in un luogo protetto. Credo che questa sia l’altra faccia della meraviglia e dell’avventura, ossia il bisogno di portarla dentro, di trasformarla in vissuto elaborato. Si torna per partire. Si ricorda per viaggiare nel presente, per capire cos’è la realtà. E siccome essa ci sfugge, ed è quanto mai discutibile e al tempo stesso efficace nel condizionarci, ci si raccoglie in quel piccolo spazio sicuro d’insufficienza, ma anche di piacere d’esserci perché siamo stati.
del rapporto si conserva il giusto, apparentemente nulla, a volte. ad un certo punto le braccia si sono fatte dure, stecchi rivolti a un cielo che non preannuncia. La ginnastica del cuore riabilita la morbidezza. Ne tiene in giusto conto, il limite. Non s’arrovella sul passato che giace, orologio rotto, ai nostri piedi. Abbiamo, non abbiamo, fatto il necessario? C’è una teologia del fare e del possibile speculare a quella dell’attendere un fato.
Scrivere mantra è sempre un utile esercizio per dare un senso alle spirali che percorriamo. Qual è il loro senso, verso l’esterno infinito oppure nel profondo, all’indietro, verso l’origine?
Lì un giorno sono stato, eppure di quel giorno è rimasto non il luogo, ma la presenza. Come i viaggiatori dovremmo davvero innamorarci dei luoghi e delle persone, non lesinare gli addii della voce, se questo era già scritto. Tenere il molto che riceviamo invece, nel cuore, con la cura degli oggetti che prefigurano divinità. E lasciare ch’ esse agiscano nel profondo. Ma non possediamo la sublime modestia del viandante, il suo acume quieto. Così quando leggo di un disagio che prende alla gola, che le persone si allontanano, e si preannunciano stanchezze interiori, foriere di giorni grigi e inconosciuti, vorrei dire che ci sono sempre braccia attente, che ciò che è in pericolo, di fatto se n’è già da tempo andato, che tenere è un’arte difficile perché non trattiene ma custodisce.
La domanda forse era: perché tutto ciò accade? Perché è la vita ed essa impone, quasi sempre, il suo tempo al nostro. Perché non sappiamo davvero nulla che ci ponga al riparo dal disamore, non abbiamo ricette e le soluzioni sono sempre parziali, ma l’esserne consapevoli fornisce qualche strumento in più. Di qualcuno ho ammirato svisceratamente il coraggio, di altri sento, nelle parole, la paura che precede l’ignavia, in altri ancora una consapevolezza dolorosa che getta dentro un vortice da cui certo si esce mutati nel profondo. Volevo dirlo, con parole di vicinanza e non ci sono riuscito. Ho tenuto cari pochi amici, di loro posso dire che non cessa il confronto sul presente e sul futuro. Altro non so, ma chi non ho trattenuto dialoga con me e se non penso sia una questione di reciproche responsabilità e colpe, so che potrà accompagnare il ricordo d’aver vissuto. Non altro, ma è già davvero molto.
Ho cotto il pane, impastato 24 ore fa. La casa ha un profumo di buono che si aggiunge a quello del legno e della carta. Annuso. Chiudo gli occhi e annuso. La radio trasmette notizie e riflessioni. Si può annusare il silenzio? Spengo. E leggo. La poltrona è accogliente, la luce dietro, mi scalda un po’ il collo, sembra una carezza inaspettata e desiderata, che si fonde con il testo.
Viviamo di ossimori e l’attesa è l’ossimoro più grande. Il possibile e l’avverarsi contenute nella stessa parola. Quasi un fenomeno quantistico: ci sarà un gatto nella scatola oppure no? e soprattutto verrà a cambiarci la vita?
La notte viene incontro tranquilla, pensieri, qualche ricordo e i conti in sospeso che s’allontanano in punta di piedi.
Oggi avevo voglia di tornare a casa.
Accade dopo molte giornate di ripetute, banali e intense cose diverse. Quando hai ascoltato per troppo tempo persone che parlano solo di sé. Quando serviva un confine e invece l’hai superato. Quando i giorni si sono ammonticchiati gli uni sugli altri. E hai lasciato fare. È allora che al posto della stanchezza ti fermeresti e basta, senza un che fare alternativo. Nel lavoro, gli impegni gestiscono il tempo, ed esso gestisce le cose, fissa priorità. Quando invece, come oggi, di urgente non c’è nulla, la giornata presenta il conto e il tempo sembra infinito, diventa evidente la composta pochezza delle priorità fittizie.
E’ una sensazione che conosco bene e me ne sono andato.
In ottobre, tornando per la pedemontana, trovavo le prealpi che facevano da sfondo e dietro c’erano le dolomiti friulane già innevate. I colori mi prendevano e quasi commuovevano. Pensavo alle cose che avevo attorno, desiderando soste per guardare meglio. Avevo voglia di tinte forti e dense.
Poi, con novembre, lunghi giorni di nebbia e di grigio. Ma non stasera, così i pensieri potevano correvano con l’auto.
Sono partito che c’era luce, poi è sceso lo scuro di colpo. L’autostrada si è riempita di luci rosse, gialle, lampeggianti e fari bianchi. C’erano i frettolosi, i riflessivi e i lenti, ma non si vedevano le persone. C’erano macchine piene di ombre e luci forti che passavano.
La strada è lunga, e silenziosa, la fatica leggera del guidare si interrompe ai caselli, poi riprende. Fino alla città. Poi le solite lunghe file di auto che escono da qualcosa ed entrano in qualcos’altro. Telefonini accesi che illuminano i visi in attesa. Le ombre che si definiscono: si vede che parlano a persone invisibili, ma intanto acquistano il genere, la presenza. C’è un brusio di messaggi nell’aria che si mescola agli scarichi, immaginavo i piccoli suoni dell’elettronica ormai familiari che generano pensieri immediati: qualcuno mi ha pensato, ha scritto. Siamo sempre connessi dalla dimostrazione di esserci, tra insicurezze che crescono, bisogno di calore, storie che s’ intrecciavano.
Mi veniva in mente, stasera, a come le vite s’assomiglino differenziandosi nell’esperienza, mentre l’attesa resta la stessa, ovvero quella dell’essere amati. Pensavo a me e a loro, che erano specchio di qualcosa che accade a tutti. Guardavo e al tempo stesso avevo un bisogno di calma per assaporare le cose, per il senso che solo gli amori lunghi e le passioni intense, hanno. Posare, fermarsi, essere avvolti e avvolgere.
Il cielo scuro aveva i toni gialli del riflesso della città. Alberi neri e quasi spogli lungo la strada, un tappeto di foglie attendevano la gioia degli spazzini. Facendo le solite strade mi accorgevo che attorno sparivano nuovamente le persone. La mia mente fotografava ma non vedeva visi, storie nascoste, sapevo che in realtà c’erano, ma non mi veniva di metterle nel contesto dei pensieri. Così ascoltavo musica e parole dalla radio, aggiungevo le mie parole, il cantare a bassa voce.
Pensavo che di tutto conosco poco, ma ascoltavo e l’ascoltare era una piccola qualità che possedevo. Pensavo anche che questa sera era molto simile ad altre vissute in certe città dell’est, della Moravia, che era un bel pezzo che non andavo in Cecoslovacchia. Che quello era un vecchio nome, per un paese che si era diviso in due e che Moravia mi piaceva di più.
Così sono arrivato al mio piazzale, agli alberi gialli di luce e di poche foglie, ai grandi cedri. Le scale, la porta, i gesti usuali. Come ci fosse un codice personale e rassicurante di azioni. La cena, i gesti della cura, infornare il pane. C’era un bel silenzio. Sono innamorato del silenzio che ho attorno, ho la possibilità di lasciarlo tale o riempirlo con ciò che mi piace. Ho anche pensato che le cose che penso e leggo, riguardano me, che io mi specchio in esse e che se non si riesce a raccontare per bene è perché noi siamo complessi ed essenziali allo stesso tempo e usiamo l’essenzialità per comunicare. Dobbiamo semplificare perché nessuno ascolterebbe tutte le finezze che abbiamo, e allora bisogna lasciare spazio all’intuizione, al sentire, all’avvertire in silenzio, se qualcuno ha voglia di ascoltare.
Siccome tutto questo era nella mia testa e si mescolava, ho pensato che forse l’avrei raccontato, come sto facendo, ma che nulla avrebbe reso la sensazione che danno certe ore del giorno e che questa era una di queste. Quieta e riempita di tutto quello che c’è e di quello che non c’è. Ma per dirlo avrei dovuto esemplificare e raccontare un’insegna di farmacia vista in piena notte. Non c’era nessuno e la farmacia era chiusa, ma lei imperterrita, accendeva i led che correvano dall’ interno verso l’esterno e poi viceversa, formava figure, mostrava l’ora a nessuno, e le indicava in una sua malinconia inutile. Così prima pensavo che viene di amare la malinconia lieve dei propri limiti, quella incapace di reagire alla propria diversità, all’ignoranza di ciò che non si sa, mentre combina misteriosamente quello che si conosce e che sembra generare sensazioni e pensieri unici.
In quella insegna che pulsava, fatta in Cina, dove neppure sanno cosa significhi farmacia, eppure collocata qui, nella notte che non pensava al giorno, c’era l’inutile del non poter comunicare.
Pensavo anche che queste cose sono i motivi per cui si torna a casa, per cui si desidera un abbraccio silenzioso, la certezza di un amore, di farlo bene quando è il momento, il pensiero che la vita è molte cose assieme.
A volte mi chiedi cosa cerco. Credo non avrò mai una risposta, perché quello che cerco è mettere in relazione il dentro e il fuori e spesso il fuori è insufficiente o eccessivo e allora respinge. E’ come capire la propria diversità e pensare che questa sarà una ricchezza che si potrà condividere con pochi altri, mentre la vita porta a occultare, tacere, muoversi secondo canoni prefissati. Forse per questo mi lascio prendere dalle cose che vedo, le trasformo e le rendo mie. E spesso mi basta, ma non mi esaurisce. C’è sempre molto che potrà arrivare ancora.
Tutto questo, nella notte e nel profumo di pane si mescola e confluisce in pensieri quieti. Non c’è ansia, neppure certezze, ma la pace non si nutre di certezze bensì di equilibri e di possibilità. Come il gatto nella scatola quantistica che non si sa se sia vivo o morto, ma c’è e noi vogliamo sia vivo. E vogliamo che questo continui ad accadere perché vivere è meglio di qualsiasi alternativa, magari volendo bene ed essendo amati.
Così superando il confine dell’utile in ciò che faccio, penso che vorrei dormissi bene e facessi bei sogni.
a. Ma allora è solo un rapporto di dare e avere, di generosità e avarizia. E quel rischiare fa parte dell’animo generoso che osa, forse non ha meriti perché è portato ad essere così, mentre invece è assente in chi ha paura di perdere ciò che non ha, e crede di avere. Ma anch’egli è così …
b. Non so dove finisca l’indole, la predisposizione. Di certo ciò che facciamo è una risposta a una richiesta profonda. Le cose sono tangibili, tenerle strette è uno specchio dell’intangibile, cioè quello che muove i nostri pensieri, le nostre azioni. Non è un ragionamento binario, nei sentimenti, nell’amore c’è tutto: la paura, l’entusiasmo, l’insicurezza, la gelosia, la certezza, il coraggio e la codardia. Poi, come in una carta geografica, si tracciano confini, si mettono colori differenti per distinguere le pulsioni, i desideri, le condizioni. Vengono stabilite le connessioni, le strade. Si fissa la loro importanza. Ti ricordi quel verso? Metterò un oceano tra noi e non basterà. Le mappe servono per capire, per stabilire ciò che si vuole davvero possedere, non sono il catalogo delle cose, ma dei desideri che potranno essere oppure non essere.
a. Quindi tu dici che tutto si riporta a noi. Che è necessario coprire quel primo tradimento, quell’interruzione di protezione che ci viene dalla nascita e che tutta la vita ulteriore è una ricerca di fissare un confine che ci permetta di comunicare. In fondo l’avarizia, ossia la paura di non avere il necessario dagli altri, l’amore che ci rende liberi dal possesso, è una carenza di fiducia. Ogni rottura nasce da una mancata risposta di qualcosa che è sentito come necessario. Le cose finiscono ben prima tra le persone di quando diventano evidenti. C’è qualcosa di essenziale che non basta e non viene dato. Forse per questo subentra la paura di lasciarsi andare, c’è il ricordo di infinite sconfitte e insieme il bisogno di vincere. Almeno una volta vincere. Però al tuo discorso sulle mappe manca una dimensione, il tempo. Il tempo agisce su di noi, sulla nostra capacità di speranza, sulla possibilità di condividere la verità profonda che conteniamo. In fondo restare alla superficie consente di muoversi, di trovare equilibri, di vivere insomma, mentre cercando dentro e in profondità, si trovano le contraddizioni, la nostra stessa difficoltà di vivere con noi. Noi vorremmo qualcuno che ci accudisse, e più che fare i conquistatori, essere conquistati.
b. Il tempo quando si tenta di costruire una comunicazione profonda semplicemente, non c’è. È un per sempre finché dura la comunicazione, finché c’è volontà di accorciare le strade, di mettere in comune i propri territori. Attorno vedo spesso silenzi camuffati da dialogo, solitudini spacciate per compagnia, ma i conti li facciamo con noi, non con chi ci vede. È vero che il tempo agisce su di noi, ma agisce diversamente se abbiamo qualcosa da mettere in comune, se prosegue il lavoro su noi stessi. Restare alla superficie consente il tradimento senza consapevolezza, senza mutamento. Essere accuditi e accudire in fondo coincidono.
a. Sai che ti dico, che è tutto in superficie, che anche quando conosciamo le meccaniche e le cause poi continuiamo a compiere gli stessi percorsi appena modificati. Che educarsi alla geografia e all’esplorare deve superare un’indole e questo è fatica. Siamo così imperfetti che usiamo la ricerca della perfezione come un mezzo per non accettarci, per non riconoscere d’essere contraddittori. Noi perseguiamo il culto dell’immagine, dell’apparenza perché la profondità e la solitudine da attraversare sono fonte di paura assoluta. Perché ci si accontenta raccontando il mito della perfezione. E questo fa rimanere alla superficie, al tangibile, alle cose, ben più facili da amare e tenere rispetto al profondo che è rischio di perdere tutto. Che amare è apertura illimitata di credito alla fiducia dopo essersi sentiti traditi. Hillman ci racconta il tradimento della fiducia come percorso di crescita, come affrancamento e libertà, ma non è una condizione felice e dopo il tradimento non si sarà più gli stessi di prima.
b. Hillman racconta una relazione che diventa comunque più profonda, che diventa reale perché passa attraverso il disincanto. Ha ragione eppure non lo sento in contraddizione con le mie mappe. In fondo abbiamo bisogno di capire chi siamo e solo i sentimenti e l’amore definiscono il nostro perimetro. Poi potremo decidere se vogliamo esplorare o meno, ma serve un segno, una freccia che dica: io sono qui. Abbiamo cominciato con la metafora del navigare, ma andare verso qualcosa è una conseguenza, come la voglia di fuggire. Dovremmo chiederci cosa ci sta dietro. C’è una rivoluzione in atto nel comunicare (che significa andare verso qualcosa, verso un altro, il mostrare per scoprire), ed è lo smartphone come porta di accesso al virtuale che cessa di essere tale, ma diventa luogo del non rischio, del mostrare più identità. Non so cosa significhi nel profondo, se sia uno stare alla superficie o rivelare pezzi di sé che qualcun altro dovrebbe ricomporre, quello che è certo è che sta disgiungendo l’affettività iniziale dalla scoperta. Potrà venire dopo l’amore o il semplice affetto, ma si comincia dalla curiosità e dalla superficie. Però io penso che se si vuole un senso bisogna cercare con determinazione una risposta vera e la domanda è molto semplice e difficile: ma io voglio davvero affrontare il rischio di mutare la mia vita per dare risposta ai miei bisogni, oppure mi accontento?
Stasera ero indeciso se parlarti della memoria o della nebbia. Così pensavo in auto mentre mi sorbivo quei 125 km che mi separavano da casa e fuori non si vedeva che qualche luce rossa degli stop in mezzo al bianco che cresceva a ondate appena dopo la città.
Ti parlerò della nebbia, per la memoria c’è tempo. Ti parlerò di quello che sembra contenere la nebbia e invece non contiene. Nella nebbia ci si nasconde, il geloso la scruta, non vede nulla ma intuisce. Nella nebbia ci sono due emozioni pure: la sfrontatezza e la paura, ed entrambe, essendo l’una la negazione dell’altra, hanno la stessa radice: parlano di sé (o di te se preferisci, o di me o di chiunque altro). C’è chi si butta nella nebbia e chi la percorre con felpata circospezione, entrambi hanno paura di trovare chi non vorrebbero mai incontrare. Guccini che di queste cose se ne intende, diceva: lasciammo tutti e due un qualcuno, che non ne fece un dramma o non lo so. Quel non lo so era la paura dell’altro che non c’era, ma era meglio non incontrare. E cosa c’era meglio della nebbia per non incontrare? Nella nebbia si nasconde e muta il presente, il futuro. Persino il passato. E poi sparisce con il giorno, con la luce.
Un tempo la nebbia entrava trionfante in città (ecco la memoria, ma non è di questa di cui voglio parlare), prima invadeva le grandi piazze, poi si infilava nelle strade, diligente le riempiva e infine finiva nei vicoli fino a qualche alto muro di giardino. Si vedeva man mano sfumare ciò che era solido, umano, e restava l’inconsistente. Quante mani allora, hanno cercato l’altra mano timidamente nascosta in tasca. Quante spalle e quanti fianchi si sono toccati prima di sfociare nell’abbraccio stretto. Come mutavano i contorni delle cose, si aprivano desideri e speranze. Credo sia ancora così, anche se la nebbia si trattiene ai margini della città, invade i prati e i giardini, accarezza appena, l’acqua e l’erba. Ci saranno certamente altri usi, forse altri mezzi, ma le attese saranno le stesse. Penso sia così.
Adesso la nebbia protegge poco gli innamorati, si tiene lontana dalle case, esce ed invade le strade. Colpisce la velocità, cioè quello che gli innamorati non amano e che invece sembra contare assai in questo mondo, infarcito di cose che si sovrappongono, come quei tostoni che ammanniscono i bar nei pranzi veloci di mezzogiorno e che mescolano un po’ tutto. Verdure e formaggio, carne e salsine finché, alla fine, la scelta è tra mangiare o lasciar perdere perché se si mangia quello che resterà sarà un mescolarsi in cui trionfa solo i salato e il sapido. ma senza identità, né riconoscibilità. Così la nebbia attacca i gusti mescolati dalla velocità e impone alternative secche: piano o veloce. E la domanda che si annida dietro a veloce, è perché?
Con la nebbia, le luci della rotatoria facevano un bellissimo effetto di magia: coni di luce si allargavano e poi si fermavano su un letto bianco che non riuscivano a penetrare. E questo prendeva consistenza, inghiottiva cartelli e riferimenti abituali. Tutto sparito. Anche il navigatore si gettava nel dubbio: davvero c’era una strada in cui svoltare? e dopo quanti metri?
E finché l’auto si muove circospetta nelle ondate bianche, si pensa alla mano che stringe la mano, alle spalle e ai fianchi che si toccano, all’abbraccio stretto, al bacio. È tutto così distante nella nebbia, eppure vicino. Come solo il desiderio sa fare. Ed è tutto così senza tempo e luogo, nella nebbia, come solo l’amore sa fare. Forse per questo la nebbia vorrebbe tempi lenti e innamorati da avvolgere, cose da far sparire e amori da nascondere. Forse per questo, stanotte, la nebbia assomiglia all’amore e non sembra un pretesto.
Il cibo era appena tiepido. Non la conversazione e il dibattere, ma la besciamella del pasticcio, rappresa in uno strato apparentemente solido e laccoso, pattinava i discorsi, li rendeva perplessi e instabili. Così nell’affondare il coltello, nell’inghiottire rapido, c’era la ricerca del caldo delle viscere del cibo. Esso doveva pur fare da coibente ed aver conservato uno strato di calore interiore. Come un scendere nella terra alla radice delle cose che si vedono, oppure nel profondo dell’animo.
Caldo era il sapore atteso prima del gusto, il contrappunto al dire che, parlando di sinistra, di cambiamento, doveva essere caldo, e invece…
Caldo è il suono interiore della rivoluzione che porta all’uomo. Quindi quell’abbraccio di piacere e parola doveva esserci, e invece l’incipiente freddo, negava l’abbraccio. Rendeva ostico l’umore, il sapore, il senso e la ragione del mangiare. Più greve il discorso e frequente il vino. Un cercare calore per armonizzare la vita e il fare che muta.
Caldo e freddo come metafore della politica. Parlavamo di sinistra e di presente, la realtà era fredda e priva di sapore, il futuro caldo e coinvolgente. Bisognava cambiare ristorante, andare oltre la precarietà delle minestre riscaldate.
Il 4 novembre del 1918 di quel corpo non restava nulla. Neppure la certezza del corpo.
Non il luogo della morte, perché nei bollettini di reggimento s’indicavano le doline anonime con ciò che si vedeva, senza poi traccia sulle carte. Non il luogo preciso del giacere ultimo perché quel giorno ne morirono più di mille e vennero seppelliti in fretta. Assieme.
Neppure una certezza.
Di Lui non restava nulla oltre a un rotolino col nome, scritto su carta spessa e portato al collo in un cilindretto. Era la piastrina di allora che la pioggia spesso cancellava, ed era per quello i dispersi superavano sempre i morti nei ruolini delle compagnie. Una crudeltà che teneva accese impossibili speranze: meglio disertore o prigioniero che morto, pensavano a casa. Ma per Lui non ci furono dubbi, fu fortunato: morto in agosto con le pietre arroventate attorno, l’aria di mare che veniva dal golfo e il profumo delle piante aromatiche di notte. Magari l’avrà desiderata un po’ di acqua nei giorni in cui erano fermi col sole a picco, ma non ci fu pioggia e così non fu un disperso. Morto definitivo.
Strano ornamento portavi al collo, in quel Carso racchiuso in sé e stento d’ombra e piante. Un’ostrica di arbusti, quercioli, doline, sassi bianchi e rovi, che in quegl’ anni era ancor più inospitale e si difendeva dalle tempeste d’obici, dagli scoppi che la sconvolgevano, dai reticolati piantati a rotoli per essere tagliati, restando una petraia bianca, aspra. Immacolata. Macchiata di cose, di rosso, di verde.
Di Te non restava nulla oltre al nome. Quel nome c’è ancora assieme ad altri, in decine di migliaia. Tutti schierati in ordine alfabetico con davanti i generali nelle arche. Quelli stessi che di certo non amavi, neppure forse conoscevi per nome, quelli delle decimazioni, che ordinavano gli attacchi suicidi e nessuno di loro era alla testa. Nessuno morto in battaglia e sono adesso, lì davanti: hanno scelto di comandare anche da morti. Facile morire nel proprio letto e dire: voglio essere sepolto con i miei soldati. Ma lo ro ti volevano, ti vogliono? Gliel’hai mai chiesto?
Mi piace immaginare che nelle notti di luna vi troviate su quelle doline. Adesso che siete così tanti quanti mai allora vi eravate visti assieme. E che da colle sant’Elia verso il san Michele, verso san Martino del Carso, tutti quelli delle XI battaglie e di quelle dopo, nella notte ora possiate dire quello che pensate. Ai generali, ai colonnelli ai capitani che vi spingevano fuori dalle trincee e sui vostri reticolati appena posati, a quelli che facevano la conta la sera e voi non c’eravate. Mi piace immaginare che chiediate conto di tutto. Del cibo marcio, degli assalti inutili, delle battaglie ripetute in una petraia che non aveva mai un vincitore, solo sangue che spariva nella terra. Mi piacerebbe fosse così, ogni notte di luna, per l’eternità, ma nella tua fotografia vedo gli occhi buoni, il volto sereno e bello, la traccia di un sorriso che magari ci hai trasmesso e allora penso che il silenzio e il sorriso di voi tutti sia più greve di un improperio, più pesante di una maledizione e che quegli uomini che vi comandavano passino in coda. Nelle retrovie dove sono sempre stati. Il Vostro cimitero si dovrebbe leggere a rovescio, con Voi che salite con alla testa quelli senza nome, e loro indietro.
Di Te non resta nulla oltre al nome sul bronzo e così è rimasto il possibile. Tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Tutto quello che hai vissuto e pensato prima di quel giorno d’agosto e che ti sembrava dare frutto. Che ha dato frutto. Se sono qui a ricordarti, non s’è perso proprio tutto. Non è solo una questione familiare, un essere vicino per dna, o sangue come mi avresti detto, coccolandomi da piccolo. Sei rimasto, Tu e tutti quelli che ti stanno accanto. Tu e tutti gli altri che sono dispersi ovunque.