100 db d’infinito

 

Tra il rosa e l’azzurro corrono le rondini,

il cielo non si decide,

e il loro gridare conquista l’attimo

e lo fonde nel colore: 

è tra le case il concerto Imperatore,

e loro vanno a tempo come seguissero le mani di Abbado,

le dita morbide di Pollini.

Mentre il suono esce dalle finestre,

e un fiume di note l’aria accoglie,

ora il cielo beve la notte,

le dita parlano coi tasti

e sono gloria e senso, domanda e certezza,

perché sempre il genio legge l’anima,

e di questo trionfo, l’ infinito s’avvolge su chi ascolta,

e sente tale l’umano andare.

tutto dovuto?

Sbriciolo pochi ricordi tra le dita,

passeri e colombi si gettano voraci:

mangiare non è condividere.

Resta l’essenza,  il rosso nastro, 

sottile di ciò che non è,

non bisogna dolersi, è la vita,

quella che fa capire che avanti e oltre

son differenti percorsi,

righe di luce e di tenebra,

divenute diffrazioni per palpitare la retina,

di fantasie e realtà.

Piano emergono indizi,

un puzzle si compone in una traccia,

dove scorre la luce.

I ricordi sono merce scomoda,

da maneggiare con l’accuratezza delle rose,

profumo, gambo, colore, smorzando le spine,

e dovrei dire che quel pulviscolo

che ora m’attornia,

è quel ch’è rimasto.

No, non è tutto dovuto.

la maleducazione

Ci hanno insegnato a trattenere, a sfumare le opinioni, a eliminare le manifestazioni senza controllo.

Una serie di convenzioni che ci definiscono per bene, rendono non solo lecito ma spesso obbligano l’omettere, il non dire intera la verità e soprattutto quello che pensiamo. Il risultato è che si lascia all’evidenza e all’intuizione il compito di spiegare i comportamenti. Sembra non ci sia via d’uscita se non si è eccentrici, artisti o moderatamente folli. Siamo condannati a non dire perché le persone si offendono, restano ferite, non vogliono sapere se non a piccole dosi.

Si potrebbe tentare di non avere giudizi, cosa davvero complicata perché anche quando si pensa di non averli, questi da qualche parte ci sono e discriminano, presumono e quindi alla fine un loro effetto ce l’hanno. Ho capito che per essere maleducati, ovvero molto vicini a dire ciò che si pensa e al perché si fa qualcosa, bisogna essere molto intimi, per gli altri resterà una rete di compromessi e qualche scoppio d’ira accompagnata da sincerità incontrollata. Bisogna anche aggiungere per relativizzare quello che potrebbe essere un insieme di assoluti, che il dire ciò che si pensa non è di per sé la verità, che si può cambiare opinione, che nel dirsi le cose le relazioni diventano più profonde e che su queste si può costruire oppure distruggere. 

Mi è capitato, ma credo sia una cosa frequente con i telefoni, di sentire la continuazione di una conversazione che mi riguardava dopo che la comunicazione era stata chiusa, e non riuscivo a interromperla finché non ho spento il telefono. Nulla di particolarmente grave, ma un telo che avvolgeva i rapporti si è squarciato perché la persona di cui si parlava con altri ero io, il mio modo di vivere, i miei interessi. Non era un gossip, ma il pensiero in diretta di una persona che mi conosceva pure poco e che però esprimeva giudizi. Avviene in continuazione e non lo sappiamo. Facciamo finta non accada, vorremmo che gli altri parlassero bene di noi, ma non accade se non nei casi in cui ci sono conoscenze profonde. Quindi la maleducazione non solo esiste, ma viene praticata intensamente e l’unica cosa che sembra renderla meno maleducata è il fatto che non sia diretta. Potendo scegliere preferisco la maleducazione diretta, il pensiero libero che può essere oggetto di contraddizione, di riflessione, di rottura, ma almeno quello che era importante è stato scambiato.

Viviamo in acquari di gossip e possiamo dire che non ci interessa ma in realtà un malessere ci accompagna. Credo bisognerebbe agire di più sull’educazione ai sentimenti, al rispetto, alla dignità dell’altro. Bisognerebbe non tanto tacere per proteggerci, perché questo era il fine della buona educazione, ma pesare meglio il pensiero. Venire educati a pensar bene e a distinguere solo i pericoli veri. Vivere in un chiacchiericcio infinito rende tutti un po’ ipocriti, parecchio furbi e propensi a disconoscere la verità. Quella che ci riguarda almeno.

il tempo della morbidezza

Le mani hanno preso prima le spalle, poi i fianchi e infine le gambe. Hanno lavato con delicatezza, poi dopo il primo sorso d’aria e il primo pianto mi hanno posato dentro un panno morbido e mostrato a mia madre. Già quelli attorno mi avevano visto. Ci saranno stati commenti, espressi e silenti. Chissà quanto dei pensieri sarà stato detto e quanto taciuto. Poi le mani sono state usate ancora con delicatezza, ed erano quelle di mia madre, per rimettere in ordine una ciocca, sorreggere la testa.

Credo fossero morbide quelle mani. Erano mani di donna sostituite poi da altre mani di donna. Hanno parlato in silenzio dicendo cose che nulla avevano a che fare con i rumori attorno. Hanno protetto, rassicurato e dato forma alle carezze incavando leggermente il palmo a sfiorare la pelle. Morbidezza come parola ancora non esisteva ma c’era già il suo linguaggio del contenere dolce, del mettere a contatto la pelle. E subito si sono parlati i gangli nervosi con qualche algoritmo che non aveva bisogno d’essere scritto, eppure già conteneva risposte a sentimenti grandi: paura, caldo, protezione, dolcezza, cura.

Le mani comunicano molto sia quando toccano e accarezzano o quando interrogano, sollecitano, dicono per loro conto rispetto alle parole. Si nasce e le mani ci parlano, poi verrà il resto. Questo pensavo. 

L’altra sera c’era quasi luna piena. Gli amici erano seduti in tavole staccate, si erano aggregati come gli veniva e i discorsi navigavano liberi nella notte. Il cielo era clemente e profumava di cereali pronti a essere mietuti. Al limite dell’aia, c’erano le piante aromatiche di un piccolo orto botanico che aggiungevano profumi ai refoli d’aria fresca. Su tutte primeggiava la lavanda.

Aguzzando gli occhi si leggeva, sull’architrave di quello che un tempo era stato l’edificio principale, che un Varoto, da Volta del barocio aveva fatto quella casa, nel 1708.  E poi l’aveva abitata, ci aveva fatti nascere e cresciuto figli e nipoti, aveva depositato vite a far da legante per quelle pietre. Aveva, il Varoto, coltivato i campi attorno, superato guerre di cui non conosceva la ragione e stabilito una discendenza, compiendo un opera, la vita, che gli pareva naturale. Ma questo non l’aveva scritto, però volendo lasciar traccia del suo fare aveva stabilito un tempo e un luogo da cui era partito verso qualcosa di nuovo. 

Eravamo là assieme e c’era anche chi non c’era. I discorsi che si sperdevano nella notte, le risate che si accendevano, come forse molte volte era stato fatto in quell’aia, in uno stare quieto tra amici che festeggiavano qualcosa.

Abbiamo necessità, pensavo, di tirare linee e riassumere progetti. Abbiamo necessità, fin da quando nasciamo, di essere in compagnia con qualcuno. Nasciamo immaturi e questa necessità d’essere insieme, con una rete di relazioni e di cura, ce la portiamo dietro per sempre. Dopo molti percorsi circolari, dopo essere spesso tornato, mi chiedevo cosa nasceva da quella pace e da quello star bene assieme che c’era attorno.

Erano pensieri slegati, quietati della vista e dal sentire d’essere tra amici, quindi solo per il vizio che ho di dar nome ai percorsi che vorrò fare, ne è uscita una parola che non era stata pronunciata molti anni addietro, ma era la prima. Morbidezza. Ecco, con quegli amici, e con chissà chi altro, si potrà parlare del noi che possediamo, si potrà dar senso a qualcosa che era iniziato molto prima: il tempo della morbidezza. 

 

nuvole

Nuvole grandi e gonfie ieri, si sono rincorse, sovrapposte, fino allo scoppio del temporale.

Violento, ha schiaffeggiato alberi, uomini, cose. Si sentiva sul tetto, si vedeva dalle finestre e porte. Poi la luce ha sfrangiato le nubi esauste, ha colpito la facciata d’ una chiesa, la strada, le case attorno e la vita ha ripreso i suoi sorridenti traffici.

Così la memoria, è uno scroscio che rinfresca e fa vivere. E si nutre di presente, gli parla, a volte lo convince. E getta sguardi sul futuro, contornandolo di sogni e di previsioni sempre sballate.

Volendo vite precise ci si negherebbero i ricordi di ciò che è stato  perché non rientrava nei canoni del previsto, e così tutto si perderebbe, Anche i temporali furiosi, o le giornate di sole vivo, il sedersi all’ombra in quel tavolino godendo la compagnia e le parole, l’ incontro atteso e l’altro inatteso, tutto finirebbe in un grigio prevedere che semplicemente accade.

Solo ai pusillanimi fa paura mettere assieme il passato con il presente e immaginare il nuovo che rompe le abitudini.

la realtà è una giusta maestra

Consapevolmente o meno, è sempre stato così: il rapporto dell’uomo che subisce il potere, prima o poi attraversa una fase di stanchezza che lascia ad altri il compito di regolare i conti.
Ci sono i cinici, i distratti, gli indifferenti e pure gli apocalittici che tutti assieme delegano alla realtà il compito di rimettere in ordine le cose.  Spesso sono quelli che la sanno lunga, che incassano la testa tra le spalle e aspettano finisca, perché alla fine finisce e i conti in qualche modo tornano.

Mi piace però pensare che accanto a tutti questi, e pur sapendo che la realtà alla fine a suo modo paga, ci siano quelli che non si arrendono. Che ogni volta sono più stanchi, ma non accettano di nuotare in un verso solo perché conviene. E a questi, liberi naviganti, apparentemente sconfitti, mi iscrivo volentieri. In loro c’è forza, e non so da dove venga, ma continua ad alimentarsi in qualche oscuro recondito d’anima. Forza che crede ci sarà del nuovo e così facendo influenza la realtà. La loro almeno. Sarà perché amano le passioni ma non gli manca mai il tempo per capire e indignarsi, almeno una volta in più dell’avversario o del conformismo. E sorridono, scrollando le spalle, quando dicono che il tempo è galantuomo, perché ne hanno capito il senso.

le chimiche verità

Si diceva alla fine di un ragionamento sui sentimenti, che le donne vogliono dolcezza eppoi ci si chiedeva cosa vogliono gli uomini dalle donne.

Io ho risposto la verità, ma non ne ero certo. Mi pareva la cosa più importante e semplice o forse era una risposta etica. In realtà, pensandoci ora, penso che sia uomini che donne, vogliano verità e cura, non solo l’una o l’altra. Ma non è una risposta di genere, forse diamo nomi uguali a intensità differenti. Chi ha mai definito appieno la scala del bisogno d’amore? Chi riesce a tracciare i colori che vanno dal nero al rosso acceso e a collocarsi nella sfumatura che gli appartiene e al tempo stesso definire quella che desidera? C’è uno iato che fa la fortuna dei venditori di tranquillanti, di psicologi e preti ed è costituito dal tentativo di trovare una ragione per lo squilibrio, nonché del tentativo di colmarlo.

La mia insegnante di chimica analitica mi ripeteva che si trova quello che si cerca, poco o tanto, anche niente ma funzionava così.

Aveva ragione, anche se quasi mai nella vita si procede sapendo davvero ciò che si cerca e sorprendendoci di ciò che si trova. Invece, al contrario dell’analisi chimica, non di rado ci si accontenta, pensando che siamo noi ad essere poco in sintonia con i nostri desideri.

Ma qui c’è la notizia che tutti conosciamo: chi si accontenta non gode, s’accontenta e basta.

Quindi forse la prima asserzione non è distante da ciò che si vorrebbe: verità e cura sono un buon misuratore di ciò che si cerca davvero.

 

l’equilibrio non ama l’amore

Di questa specie d’amore, che si camuffa di bene,

che nel dirsi, teme

e rafforza la corazza costruita con cura.

Di questo usare ciò che consente al vivere d’abitudine, 

che trova un accordo con la notte.

Di tutto questo dirsi, bisbigliarsi, nel silenzio dei pensieri,

cosa resta agli equilibristi del cuore

che, stesa la fune,

tirata sino a farla suonare d’aria e di luce,

ne assaggiano la consistenza col passo che avvolge,

ma poi ristanno pensosi,

immobili al proprio desiderio d’infinito,

e al timore d’imparare

d’essere mutati dal sapersi

di poter tenere il cielo con le dita.

 

geometria

Nel perimetro esatto delle cose,

che solo il cerchio approssima,

c’è una infinitesima area dove tutto si confonde

e la linea, la superficie evapora

e diventa aria,

ascolta il profumo che ne viene:

è li che nascono le scelte

e la vita continuamente di rinnova.

 

 

le donne

Le donne sono diverse dagli uomini, spesso parlano di loro stesse riconoscendo peculiarità che agli uomini sfuggono. Usano il genere per riconoscersi vicine oltre l’apparenza. Manifestano solidarietà impensabili e piangono quando sono ferite. In non pochi casi riescono a sciogliere grumi di solitudine in nuova vicinanza, se scelgono di essere sole è dopo aver attraversato un deserto, un mare, una foresta.
Le donne usano una parola che non descrive nulla oltre la biologia: il genere e con essa elevano un vetro oltre al quale gli uomini guardano, vedono, cercano di capire e a volte capiscono: la loro diversità e differenza. E come accade davanti a una vetrina che espone i desideri e non si hanno i mezzi per renderli un po’ propri, resta, agli uomini, una sconfinata ammirazione e tristezza. Solo quando riescono a mettere assieme una complementarietà, che qualcuno chiama amore, la meraviglia degli uomini e la loro insufficienza nel sentire si scioglie in un abbraccio. Non importa quando esso è fisico e quando resta nel pensiero, è un abbraccio che continua e tiene assieme. E lì, finalmente, il genere prende significato e scompare.