c’è un’ora ma potrebbe essere di più

C’è un’ora della malinconia. Coincide con la fine annunciata della luce. E così c’è un mese che, senza farlo intendere, ha in sé la malinconia della sua fine. È settembre quando svuota le spiagge, quando smonta  le cabanes colorate di righe pastello. È settembre quando accompagna i pensieri lungo le spiagge bagnate. È settembre che vuota i luoghi della vacanza e lascia tutto lo spazio agli spaesati abitanti.  È settembre che un tempo annunciava il passaggio dall’infinito spazio dei giochi a quello rigoroso della scuola. È settembre che la sera, aggiunge cotoni sui corpi ancora scoperti. È la luce che affievolisce tra i tavolini, che cambia il tono delle voci, che sorridendo dell’estate ha già fatto ricordo e guarda alla nuova stagione sospendendo l’attesa. È settembre che rende più solo chi non ha compromessi, chi è timido, chi ha smarrito speranza d’esser capito.

Sono quei 23° di inclinazione dell’asse di rotazione terrestre che contengono umore e stagioni, e hanno molte ragioni dello sciogliersi, del suo rimpiangere, di ciò che verrà e di ciò che si smarrisce.

cannelle

Associare un’insalata greca ricca di feta con degli spaghetti al pesto, non è una buona idea. Provoca una sete che non è sete di conoscenza o verità, ma quella sete bambina che induce a bere direttamente in bocca da una cannella. Cosa che contraddice ogni norma di buona creanza ma da una soddisfazione che accresce il potere dissetante dell’acqua. L’acqua è un archetipo con cui facciamo subito i conti nelle nostre vite. Evolviamo i rapporti col bere, ma l’acqua fresca resta una base su cui si costruisce la sensazione di benessere. E l’acqua direttamente in gola è un sottrarsi alla misura, un oltrepassare la soddisfazione in un dilagare di senso.

Ci fu un’estate in cui la ricerca di lavoretti, mi portò a frequentare una azienda che imbottigliava bibite gassate e acqua minerale. Le bottiglie, allora di vetro, correvano su un nastro, si fermavano a blocchi sotto le cannelle che le riempivano, prima d’essere tappate. Noi toglievamo le bottiglie e le mettevamo in casse di legno. Avevamo una pausa ogni tre ore e il lavoro fisico faceva sudare abbondantemente e ci si poteva dissetare. Nel reparto chinotto avveniva una sindrome singolare, che mi fu confermata dall’infermiere a cui ricorsi per un gonfiore intestinale notevole, tutti i nuovi bevevano dalla cannella nell’intervallo e l’associazione dolce/amaro/frizzante anziché togliere la sete l’aumentava, e spingeva a bere ancora fino a generare quel gonfiore associato ad altri disturbi immaginabili. Passava tutto in un giorno, anche la voglia di bere dalle cannelle per cui la direzione non si preoccupava più di tanto e lasciava che il corpo facesse il suo lavoro pedagogico.

Quell’esperienza, che durò poche settimane, mi fece riscoprire il potere dissetante dell’acqua. Meglio se era un po’ gassata, magari con le polverine di allora: Idrolitina e Alberani. Preferivo l’Alberani, che mi pareva avesse più gas e che assomigliasse appena all’acqua di seltz. Questa era un’altra cannella presente nei banconi dei bar del centro, da cui veniva estratta con maestria dal barista che aggiungeva un tumulto di bolle alla bibita confezionata per gli adulti. Li invidiavo tantissimo, come invidiavo i bottiglioni variopinti dei bar di periferia, anch’essi contenenti seltz che sognavo come una ricchezza per l’estate casalinga. I bottiglioni erano allegri, per gli esercizi meno tecnologici e alla buona, li vedevo usati con parsimonia, su sollecitazione di chi ci accompagnava, a volte, allungavano la spremuta che doveva farci bene. Erano quasi una cannella, col loro becco ricurvo e il rubinetto a leva, ed evocavano un erotismo da gole assetate. Tra noi, nei pomeriggi ricchi di polvere e di sudore, si favoleggiava l’effetto di quel getto da cui attingere a piena bocca. Fantasie. In realtà ci restavano le cannelle delle fontane e se si diceva uno schizzo di seltz per sottolinearne la preziosità e il diluire accurato, una ragione ci doveva essere.

Bere a cannella e a garganella, bere lasciando che l’acqua invadesse il viso, impastasse e togliesse la polvere. Bere lasciando che la bocca si riempisse, che l’eccesso corresse giù per la guancia e poi si perdesse bagnando di gocce tutt’attorno. Bere per dire al corpo che poteva essere dissetato finché voleva, che avrebbe avuto ciò che desiderava. E se i grandi ci dissuadevano dall’acqua troppo fredda d’estate, non erano le cannelle a darla quell’acqua ed era lui, il corpo, che stabiliva la misura della violenza. È andata bene, mai una congestione, ma in tempi in cui tutto faceva paura, anche l’eccesso aveva un limite: la soddisfazione. Ancor oggi se vedo una cannella mi viene da piegare la testa e bere, magari solo un sorso, ma libero. Credo sia rimasto quel piacere intatto e connesso all’acqua che sgorga e scorre con dolcezza. Quasi un atto d’amore.

confessione

Ho capito di non aver compreso,
molte volte ho travisato,
sono stato distratto, superficiale: molto d’altro m’attraeva
così scorrevano le verità di un bacio, s’affievoliva una promessa,
scappavano parole che avrebbero mutato una traiettoria, cambiato strade usate.

Non è così la storia piccola che ci riguarda,
che poteva essere altro e non è stata,
una somma di distratte miopie,
che pur s’è fatta?

Ho capito di non aver compreso,
e non si trattava di sentire, non era solo questo,
era una vita che scivolava accanto
e poi spariva, a volte salutando, spesso corrucciata,
che non se ne andava poi davvero,
e forse per amore, oppure per dispetto, ancora torna
e si fa comprendere, ora, nella sua possibilità lasciata.
Ho capito di non aver compreso,
teoremi e leggi che regolano l’universo,
ne sono stato indifferente,
a volte m’hanno castigato, più spesso, benevoli, hanno scosso il capo.
Mi sono perso per volontà leggera,
per rifiuto di fatica,
che pur pareva ma non c’era,
e metter via il capire era dominare il tempo.
Posticipare è la virtù del resistente e dell’eterno,
ma non era la mia,
semplicemente ero preso d’altro inconsistente essere,
che si faceva,
per suo conto, era la mia storia e si faceva.

e tu come stai?

Accade, anche troppo spesso, e forse non può essere altrimenti, che i nostri bisogni, le piccole contrarietà offuschino tutto ciò con cui ci rapportiamo. Non siamo oche giulive. E tu sorridevi di questo dire, nella stagione in cui tutto dura poco e sembra eterno. Sorridevi e già proponevi un’attesa maliziosa e felice. La leggerezza con cui si tratta l’alba o il primo canto dell’allodola è conseguenza d’una curiosità appagata, delle lenzuola spiegazzate, della patina di profumato sudore di cui la pelle s’è cosparsa. Ma anche dell’età, se questa parola ha senso per chi la pronuncia e sempre si riferisce a qualcosa che non c’è, ma si osserva in altri. Eppure una costante serpeggia nelle nostre vite ed è il non aver misura della gioia, oggi in special modo che rarefa il noi ed è lancinante l’io. Colgo e partecipo la tua pena, amica mia, e la diluisco nella mia. Che di certo non è più importante. La sento in te, che rende pesanti le parole, afoni i silenzi, eppure ancora penso che altro ci potrebbe essere e che ti ho conosciuta triste o felice ma sempre leggera. C’è una frase che si pronuncia distrattamente, spesso in fondo a un discorso in cui uno solo ha parlato e l’altro ha consolato come ha potuto: e tu come stai? E in quello stare s’aprirebbe un mondo che fino a quel momento è rimasto serrato, e sarebbe un insieme di desideri sconclusionati, piccoli fallimenti, racconti dell’oscurità più che della luce. Spesso si tace e si dice: bene, sto bene, perché non si confrontano i malesseri, ma nel silenzio, amica mia, le cose ingigantiscono e la solitudine, quella dell’assenza del poter dire e poi del mutarsi assieme, diventa un cerchio di gesso da cui sembra impossibile uscire. Se qualcuno non gioca con noi e ci libera, com’è nel tempo delle corse e dei baci cercati, si resta prigionieri della disattenzione.
Di questo sapere di te e di me che vola leggero ed è consapevole della presenza reciproca spesso c’è bisogno e però ce ne dimentichiamo, immemori che le felicità condivise si ricordano ma soprattutto si creano. Abbiamo bisogno di tracce che ci facciano camminare assieme, di un sentire che contenga la pazienza amorosa che dia il senso a quella frase: e tu come stai?

il peso dell’anima

Tutto il peso dell’anima è nel nome,
l’essenza invece è sparsa ovunque,
a volte luccica di pioggia e arcobaleni,
altre è corazza che impedisce,
o è legno che cresce e accetta nodi.
Più spesso è aria che s’incontra in un bacio, altre volte è solo carne che s’incontra ed esulta,oppure tace.

E il peso del silenzio dell’anima qual è?
Infinito, così si sente,
come la colpa che non si merita, la decisione malpresa,
o la delusione incipiente.
Allora l’anima avrebbe bisogno di parole che non pronuncia e vorrebbe sentir dire,
d’un soffio che la convinca
che non lei,
ma la parte inutile del mondo le pesa addosso..
Tutto il peso dell’anima è nel nome
in quel soffio che vola
ed è organza, seta, trama di colore
che vola e avvolge e riscalda
e parla.
E, a chi l’ascolta, amando, parla.

piccole passioni

Dicono che una passione possa far crollare un muro, rendere inutile un’abitudine, togliere significato al tempo. Così dicono quelli che le passioni ancora le cercano, dentro di sé oppure negli altri che ascoltano a bocca aperta. Dicono che non gliene importa nulla, a chi ha una passione, che non si sente solo. Anzi. Sostengono che la solitudine non può esserci in una passione. Concludono che non basta mai a chi la prova, la passione, che è come un amore, solo che non manca, che la si porta con sé e la si può condividere. Ma solo con chi la sente allo stesso modo, sennò è inutile e si spreca, la si annega in due occhi divertiti, e il cuore si mortifica e poi la notte ripete: ma come ho fatto a fidarmi, perché l’ho detto così come lo sentivo e chi ascoltava non capiva, anzi mi compativa per quello slancio di assoluto. Eh sì, la passione è un arco di assoluto che non scompare nel proprio cielo e solo chi la prova, e pochi, forse uno o una che può condividerla davvero vede quell’arco. Lo sente come il segno disvelato del senso di un vivere. Non di tutto il vivere, ma di quella parte che ciascuno può scegliere ed è propria. Solo sua e di chi amorevolmente condivide. 

Mi chiese quanti amici avevo. Gli risposi che ormai non c’era più nessuno a cui potessi davvero dire tutto. Che la noia e i tentativi ci avevano condotti nell’abitudine. Ci conoscevamo a memoria e la memoria sapeva ogni modo di dire che si ripeteva, ogni birignao. Vedeva l’insofferenza e sapeva quando era ora di andare. Ma le passioni no, non le raccontavo e pian piano costruivo, anche nelle amicizie, piccoli muri di convenzione. Che sì, forse solo le donne, una donna, poteva essere davvero amica, perché le donne hanno quella capacità di sentirsi riempire l’anima e di attendere che questa non sia una condizione transitoria. Le donne non frequentano il cinismo, gli dissi, perché hanno i figli o gli amori che le trascinano e le fanno volare. E a così a volte capiscono quello che non si può spiegare, sentire come proprio ciò che ancora non comprendono bene ma si può abbracciare.

Lui voleva sapere di più, seguire nel racconto un pezzo di quella vita che era mia e non si disvelava, per questo gli dissi che ormai le amicizie le avevo messe da parte e mi erano rimaste le passioni. Piccole passioni, inesprimibili ai più, che avevano due facce, come le monete, una evidente per le curiosità transitorie, per i commenti affrettati che si dimenticavano subito. E l’altra invece, portava un segno, una specie di cifra o ideogramma, che non spiegavo perché lì c’era il motivo della passione. La sua radice che affondava in me e portava lontano dalla superficie. Così la moneta si lanciava per aria e qualsiasi cosa venisse, pareva ma non era per davvero se non per me o per chi poteva capire. Ma chi aveva la pazienza di capire per davvero? 

E la passione è inutile ai molti e totalizzante per chi la prova. Questo dimostra che solo ciò che non si comunica, per amore o indegnità di chi ascolta, rende vivo ciò che altrimenti verrebbe lasciato, lo trasmette a chi è in grado di accoglierlo, lascia dei segni indelebili e piega le vite verso il senso. Un senso che diverso si ripete e rende diversi, ma bisogna avere passioni per essere davvero diversi.

 

quasi una certezza, adesso

Averne il sospetto e non poter dargli la giusta dimensione, ovvero lasciarlo crescere come un palloncino e farlo diventare certezza. Una certezza che può volare per aria, tanta è la sua leggerezza e la sua libertà dal bisogno d’essere ricordata. Una certezza che si collega alla passione e al tempo e ne stabilisce il legame comune, che è quello d’essere privi di limite.

Mia nonna si sedeva vicino alla finestra su una sedia di legno curvato. Il sedile aveva dei disegni floreali a rilievo su cui mi divertivo a passare le dita per leggerne delle storie. Lei preferiva quella sedia, in tutto ce n’erano sei, alle altre. Lungo la parete, vicino al secchiaio, c’erano due sedie impagliate che quasi sempre avevano sopra qualcosa. Erano abbastanza rozze, rispetto alle altre, comprate al mercato di piazza dei frutti e tagliate da qualcuno in campagna, d’inverno, quando oltre alle uova e le verze, c’era poco da vendere al mercato. Per ultime, due Thonet, stavano ai lati di un mobile che faceva da madia e canterano, con la loro aria di ragazze alla moda d’un tempo e la fragilità della paglia di Vienna, venivano usate quando c’era necessità per accogliere qualche ospite non troppo corpulento. Ma ho l’impressione che in quegli anni ci fossero pochi grassi tra i parenti. Mia nonna, dicevo, sedeva vicino la finestra e si prendeva qualche lavoro da fare tra le mani, ma non lavorava. Guardava fuori e pensava. Di certo aveva molto a cui pensare, una vita densa, ma alle mie domande non rispondeva se non con frasi brevi, modi di dire che venivano da un dialetto arcaico. Guardava il sole che illuminava la casa vicina, poi un terrazzo tra due case e infine il palazzo dell’università. Tra la nostra casa e quel luogo del sapere così famoso, c’era un ramo del fiume che entrava in città, ma più che vederlo, se ne sentiva l’odore d’acqua che d’estate, diventava più acuto per i resti di pesce delle pescherie gettati nel canale.

Gli occhi di mia nonna erano belli, scuri e acuti, scrutavano dentro di sé e fuori, avevano un’aria ironica che toglieva domande anziché aggiungerne. Avevano un senso del tempo, quegli occhi, e vedevano e guardavano. Quando era vicina alla finestra vedeva mentre il pensiero ripassava la vita, forse, oppure si concentrava su cose sue che attendevano da tempo una soluzione. Con me, invece, guardava. Mi mostrava le cose, raccontandole più che additandole, con una discrezione particolare perché non si evidenziano gli interessi, mi diceva. Gli interessi mostrano le nostre debolezze, quello che vorremmo e non abbiamo, quello che non sappiamo e vorremmo sapere e ci rendono più deboli a chi possiede e a chi sa. Qui non capivo bene, ma mi adattavo a meravigliarmi senza sguaiatezze, e imparavo a indirizzare lo sguardo, riservando lo stupore a ciò che davvero lo meritava. Mia nonna aveva scelto di vivere qui e ora e il suo senso del tempo era infinito. Avrebbe potuto scegliere di avere passioni che la assorbivano totalmente e ancora il suo tempo sarebbe stato infinito, ma non le era stato concesso, per cui con un atto di libertà grande aveva diviso i suoi interessi tra gli affetti e la necessità. Ogni necessità aveva il suo tempo e la sua ripetitività e lì si esauriva. Ogni tempo si chiudeva con un fatto e al tempo stesso si apriva su qualcosa di nuovo che sarebbe potuto essere. Quando eravamo assieme si dedicava totalmente a me, non pensava ad altro; quando si metteva a fianco della finestra si dedicava ai suoi pensieri. 

Non lo capisco ancora bene, segno che devo fare strada, andare più in profondità, ma il senso del tempo e della sua durata, mia nonna l’aveva risolto. Non si lamentava della vita, non raccontava stanchezze, stava in silenzio se la conversazione non la riguardava, però su ciò che la appassionava, diceva. Prendeva iniziative, era libera, partecipava, andava. Aveva trovato il modo di vivere qui e ora e al tempo stesso di curare le piccole cose che potevano crescere. Segmenti di necessità e libertà messi assieme e in sequenza, senza che la necessità diventasse un limite alle passioni. Piccole cose che potevano crescere e che chiedevano armonia, equilibrio. Lei aveva trovato un modo che permetteva di vivere in armonia e questo dava al tempo il suo senso, ovvero che era uno strumento, a disposizione e inesauribile. Capisco ora che non mi additava questa meraviglia, ma me la mostrava con il suo modo di vivere, m’invitava a guardare e poi a trarre le mie conclusioni. In libertà, e non subito, il tempo sarebbe stato quello delle domande, quando la necessità avrebbe trovato il suo limite e le passioni sarebbero state più forti.

 

dei molti inizi e indizi

Anche a pensarci con accuratezza, buttando via il banale (e già questo è lavoro non da poco), l’inizio di una storia è in realtà fatto di molti inizi. Prendiamo il caso più semplice, una nascita, c’è un momento preciso, ci sono persone attorno in grado di certificare, persino il minuto e il segno astrale, c’è una confusione ordinata, un evolvere di sentimenti, ci sono gradualità di sentire e un bambino che inizia a piangere. Ora respira in modo autonomo, è spaesato e ha pure sofferto, adesso ha esperienza del dolore e dell’aria, ma l’inizio della sua storia è prima, molto prima. Potrebbe raccontare dei nove mesi precedenti, se non lo fa è perché la sua memoria aveva altre esperienze, ora totalmente contraddette, se ha pensato, se ha sentito e di certo lo ha fatto, era in un contesto talmente differente che di questo resta solo la sensazione. Ciò che è certo è che l’inizio risale a prima. Per restare vicini nel tempo, è stato quando i suoi genitori hanno fatto l’amore oppure quando si sono conosciuti, o ancora quando un bisogno e una conoscenza progressiva li ha messi assieme; oppure le cose sono state molto meno romantiche e più violente. Comunque sia, l’inizio è certificato molto più da un’esistenza e da un’evoluzione, da rapporti intervenuti dopo e che sono a loro volta inizi, piuttosto che da una data o da un fatto meccanico. Quello che mi pare evidente è che l’inizio è più nella prosecuzione della storia, nel suo farsi e nelle scelte che racchiuso in un momento particolare. Siamo quello che diventiamo e se volessimo investigare avremmo a disposizione molti indizi che partono -e portano- alla conclusione parziale del momento che si vive. E questi indizi sembrano coesistere ed essere fortemente radicati in noi, per cui ci sarà sempre un po’ dello sconcerto del bimbo, della meraviglia del bambino unita alle sue paure, delle timidezze dell’adolescenza, della responsabilità poca o tanta dell’adulto, e così via, nelle nostre scelte e nei nostri atti.

Nei momenti di solitudine o compagnia, ci saranno sempre antiche malinconie e gioie irraccontabili, ci saranno atti gratuiti e cose che non si vorrebbero aver mai fatto, errori, fallimenti palesi ed occultati, glorie vere o farlocche, insomma un mescolarsi di colori, tracce, striature che conterranno ragioni vere o presunte, ma solo investigando in esse ci si accorgerebbe che ogni singolo filo finisce in altri fili e che la nascita non è davvero un inizio, anzi che esiste una indeterminatezza dell’inizio se appena si gratta la superficie.  Siamo quelli che siamo e non è finita, ed è questo non finire che moltiplica gli inizi; siamo nuovi e somma di ciò che è accaduto, a noi e intorno a noi, in fondo legati a una sola verifica: siamo felici di esistere oppure siamo scontenti?

Attorno al letto c’erano le donne, la levatrice, una vicina, mia nonna. Mio padre fumava nella stanza vicina e ogni tanto veniva a vedere come andava. Pentole d’acqua calda percorrevano il corridoio e un lenzuolo di lino era stato suddiviso in lunghe strisce bianchissime. Era notte fonda, le finestre erano aperte sulla via ed entrava un po’ d’aria. Di giugno fa spesso caldo da queste parti, a mia madre non piaceva il caldo e sudava, mia nonna le bagnava la fronte e la incoraggiava. La vicina parlava con la levatrice ed entrambe avevano quella fretta che lascia al tempo il suo corso ma un po’ lo spinge. La levatrice spiegava cosa stava avvenendo, ma mia madre già lo sapeva. Mio fratello dormiva nel suo lettino e non si accorgeva di nulla o quasi. Poi, erano passate da poco le tre, tutto si risolse in un tuffo nell’aria, un detergere il sangue e i liquidi, un pacca sulla schiena e un primo grido mentre i polmoni aspiravano quella cosa nuova che era aria umida e calda della stanza e della città. Mio fratello si svegliò e si mise in piedi sul letto e guardando assonnato, chiese chi ero. Mia nonna tirò un’imprecazione perché non ero una bambina e poi mi volle ancora più bene. Mia madre, disfatta, sorrideva e appena fui pulito e asciugato mi ebbe a fianco. Mio padre guardava ed era felice, pensieroso e forte di volontà. Si rivolse a mio fratello e gli disse: te ghé un fradeo, dormi (hai un fratello). E lui, rassicurato, si stese e riprese a dormire. C’era parecchia euforia attorno, ma la levatrice aveva un’altra chiamata e la vicina il giusto sonno, così dopo un bicchiere di marsala con i savoiardi, se ne andarono, restammo noi. Ognuno con i suoi pensieri, diversi e loro modo belli, Qualcuno avrebbe potuto concludere che era un inizio, ma in realtà l’infinita ruota degli inizi era già in moto e con leggerezza mi prendeva in considerazione.

la vita è eterna

Lo sappiamo che la vita è eterna, anche la nostra vita. Lo vediamo in ogni bellezza che ci colpisce, in ogni attenzione che rivolgiamo al nostro corpo quando lo riconosciamo. Lo vediamo in ogni cosa lasciata in disparte per essere centellinata con la giusta attenzione, lo cogliamo in un colore che non ha un nome ma vibra splendente della sua lunghezza d’onda, lo sentiamo nel sole che preme sui vetri e che orienta i girasoli che s’affollano nei vasi. Lo possiamo intuire nella penombra che, perfetta, disegna ogni arco di portico e si ripete mai uguale, ogni giorno, la possiamo sentire nelle battute scambiate tra un venditore di verdure, una vecchia cliente e un ragazzo sui pattini che distribuisce assaggi di coca cola light. Lo sappiamo senza che nessuno ce l’abbia detto ed è dentro di noi che la sentiamo questa eternità che quando si accoccola serena, ci rincuora e ci dice che tutto è nuovo non che tutto passa.

Un’amica mi manda fotografie da Lisbona, ha il tempo giusto del viaggiatore, guarda, gode del sole e della musica di strada, beve birra e caffè, si muove curiosa. Il suo pensiero solleva il desiderio di andare, di seguire l’istinto che non consuma ma si sofferma, che si perde, si stanca e si ritrova. Ogni sera e ogni mattina, nuovo. 

E allora di che lamentarsi? Del tempo che passa? Della noia? Della complicazione e del modo di vivere, oppure di noi, dell’insoddisfazione che si racchiude nelle parole: non ho tempo. Mai abbastanza sembra, mai conforme a un dovere che deve dare un senso, una utilità indimostrabile e lontana. Persino del dire si accavallano le parole. Mai come adesso le parole sono state tante e divorano la curva del tempo, lo allontanano da noi, lo nutrono di imperativi mentre la comunicazione mette assieme ed è fluida. Non usa il devo ma il sono. Allora dire poco allunga il tempo e lo rende uno scialle in cui avvolgere se stessi e il senso, ci fa guardare benevoli alle parole che si accumulate e fa scoprire che troppe sono fruste, usate senza attenzione, mentre altre giacciono nuove e meravigliose nella nostra mente. Così il passato si stende davanti, si apre e diventa futuro, non sale sulle spalle e diventa piombo. Noi siamo il nostro tempo, noi con i nostri immensi ricordi, noi con il crogiolare dei piccoli fallimenti, noi con le pagine che attendono pazienti, noi con la certezza che si può andare, sempre, da qualche parte, e sarà nuova se sapremo sentirla nostra. Non d’altri, nostra come il nostro tempo.

27 maggio 2018

Molte cose accadono di maggio in Italia, sembra un mese in cui il destino comune svolta, e ci ricorderemo di questa data, delle parole del Presidente della Repubblica che dicevano cose inusuali nei discorsi pubblici. Parlavano di spread, di risparmi degli italiani, di mutui, di trattati da rispettare, di onorabilità del Paese. Si sa le parole sono parole e in politica non è considerato un peccato mentire, dire una cosa e pensarne un’altra. È nel sentire comune attribuire alla politica, non ai suoi frutti, una sorta di recita in cui le offese non sono mai così gravi, gli apprezzamenti sono di maniera, i patti si rispettano se conviene. Ma ieri sera c’era qualcos’altro che rimandava a momenti recenti e passati, c’era ad esempio il referendum sulle modifiche alla Costituzione che non era passato e che rivendicava agli attori della Carta una dignità e un ruolo ben definito, c’era l’eco di una legge elettorale che sembrava più contro qualcuno che per qualcosa e stranamente l’aveva approvata gran parte del Parlamento, c’era il ricordo di altri momenti tragici della Repubblica quando il Presidente si era rivolto alla nazione per superare fatti irreparabili. Tale era stato il momento della uccisione della scorta di Aldo Moro e poi la morte dello stesso Statista. C’era l’impressione forte che il gioco che coinvolgeva tutti si fosse trasformato in una cosa seria e che le parole del Presidente dicessero la verità, la realtà dopo tanta narrazione.

L’Italia ha un debito di 2400 miliardi di euro, è il terzo Paese più indebitato al mondo, ma gli altri si chiamano Stati Uniti, Giappone, Cina, Francia, Regno Unito, Germania, cioè Stati che hanno tassi di crescita spesso il doppio del nostro e soprattutto meno segnati da disfunzioni strutturali che si chiamano lentezze burocratiche, illegalità diffusa, evasione contributiva e fiscale, precarietà lavorativa, sociale, geografica. In queste condizioni ci si trova come una famiglia che ha bisogno di un mutuo per pagare la casa in cui abita e la banca accende un’ipoteca sul bene, finché si è solvibili e si paga la casa che si considera propria, resta tale, ma quando non si paga più, si perde tutto perché in realtà quella casa era del creditore. Per questo le parole che hanno un significato assoluto poi non si possono esercitare fino in fondo se non si è credibili. Sovranità ad esempio, è una parola reale e forte solo quando si è realmente liberi, ovvero non si dipende da altri per la nostra modalità di vita. Io credo molto alla libertà e alla sovranità e so che queste parole hanno un prezzo, come credo molto alla Costituzione e so che non si può difendere quando fa comodo e metterla sotto i piedi quando è fastidiosa. So anche che l’equilibrio dei poteri è una garanzia per tutti e non solo per alcuni, che il Presidente della Repubblica non può essere di parte ma sopra le parti. Questo accade in particolare nei momenti di crisi, Mattarella viene da un’area politica precisa eppure quell’area è quella più in crisi in base alle sue decisioni di ieri sera. Non ha fatto il conto becero, del lasciamoli governare, si schianteranno da soli. Neppure si è messo in attesa a guardare come fosse una farsa da gustare assieme ai pop corn. Anche perché sa bene che un governo che fallisce lo paga l’ intero Paese e di più, le parti deboli di esso. Ha cercato di assecondare, ha esplorato, ha atteso che due partiti fermassero una sua decisione e che cercassero il loro tentativo di accordo. Poteva fare altre cose? Certo, ad esempio dare un incarico pieno a Di Maio o a Salvini e attendere che fosse il parlamento a bocciare, poteva farlo, ma credo avrebbe incluso il trasformismo dei parlamentari nell’incarico visto che nessuno aveva i numeri necessari. Quindi ha seguito la strada tracciata dalla legge elettorale per tre quarti proporzionale e di necessità coalizionale se non si raggiunge il premio di maggioranza.

Però una cosa non poteva farla, ovvero far finta di niente e firmare tutto quello che gli veniva proposto, ha ribadito che ci sono prerogative di controllo del Presidente che non possono essere toccate e che assicurano che chiunque vinca avrà delle regole da rispettare: il patto costituzionale nel suo insieme e i trattati firmati, perché essi sono garanzie interne ed esterne per l’intera nazione e non per una sola parte. Di questo dovremmo essere consci, ovvero che se un capo partito può agire per interesse politico, il capo dello Stato deve agire per interesse della Nazione. È opinabile il suo agire? Certo perché le leggi hanno una interpretazione, ma non per questo si abrogano e io sto con la Costituzione e il Presidente, sapendo che è questa la garanzia di un terreno comune per la politica. Gli altri possono alzare la voce, mentire, guardare a piccoli interessi, ma chi rappresenta l’Italia è solo con se stesso e la Costituzione e finché la difende e la applica, anche quando posso avere opinioni diverse, io sto con lui. A difesa della Costituzione.