quasi una certezza, adesso

quasi una certezza, adesso

Averne il sospetto e non poter dargli la giusta dimensione, ovvero lasciarlo crescere come un palloncino e farlo diventare certezza. Una certezza che può volare per aria, tanta è la sua leggerezza e la sua libertà dal bisogno d’essere ricordata. Una certezza che si collega alla passione e al tempo e ne stabilisce il legame comune, che è quello d’essere privi di limite.

Mia nonna si sedeva vicino alla finestra su una sedia di legno curvato. Il sedile aveva dei disegni floreali a rilievo su cui mi divertivo a passare le dita per leggerne delle storie. Lei preferiva quella sedia, in tutto ce n’erano sei, alle altre. Lungo la parete, vicino al secchiaio, c’erano due sedie impagliate che quasi sempre avevano sopra qualcosa. Erano abbastanza rozze, rispetto alle altre, comprate al mercato di piazza dei frutti e tagliate da qualcuno in campagna, d’inverno, quando oltre alle uova e le verze, c’era poco da vendere al mercato. Per ultime, due Thonet, stavano ai lati di un mobile che faceva da madia e canterano, con la loro aria di ragazze alla moda d’un tempo e la fragilità della paglia di Vienna, venivano usate quando c’era necessità per accogliere qualche ospite non troppo corpulento. Ma ho l’impressione che in quegli anni ci fossero pochi grassi tra i parenti. Mia nonna, dicevo, sedeva vicino la finestra e si prendeva qualche lavoro da fare tra le mani, ma non lavorava. Guardava fuori e pensava. Di certo aveva molto a cui pensare, una vita densa, ma alle mie domande non rispondeva se non con frasi brevi, modi di dire che venivano da un dialetto arcaico. Guardava il sole che illuminava la casa vicina, poi un terrazzo tra due case e infine il palazzo dell’università. Tra la nostra casa e quel luogo del sapere così famoso, c’era un ramo del fiume che entrava in città, ma più che vederlo, se ne sentiva l’odore d’acqua che d’estate, diventava più acuto per i resti di pesce delle pescherie gettati nel canale.

Gli occhi di mia nonna erano belli, scuri e acuti, scrutavano dentro di sé e fuori, avevano un’aria ironica che toglieva domande anziché aggiungerne. Avevano un senso del tempo, quegli occhi, e vedevano e guardavano. Quando era vicina alla finestra vedeva mentre il pensiero ripassava la vita, forse, oppure si concentrava su cose sue che attendevano da tempo una soluzione. Con me, invece, guardava. Mi mostrava le cose, raccontandole più che additandole, con una discrezione particolare perché non si evidenziano gli interessi, mi diceva. Gli interessi mostrano le nostre debolezze, quello che vorremmo e non abbiamo, quello che non sappiamo e vorremmo sapere e ci rendono più deboli a chi possiede e a chi sa. Qui non capivo bene, ma mi adattavo a meravigliarmi senza sguaiatezze, e imparavo a indirizzare lo sguardo, riservando lo stupore a ciò che davvero lo meritava. Mia nonna aveva scelto di vivere qui e ora e il suo senso del tempo era infinito. Avrebbe potuto scegliere di avere passioni che la assorbivano totalmente e ancora il suo tempo sarebbe stato infinito, ma non le era stato concesso, per cui con un atto di libertà grande aveva diviso i suoi interessi tra gli affetti e la necessità. Ogni necessità aveva il suo tempo e la sua ripetitività e lì si esauriva. Ogni tempo si chiudeva con un fatto e al tempo stesso si apriva su qualcosa di nuovo che sarebbe potuto essere. Quando eravamo assieme si dedicava totalmente a me, non pensava ad altro; quando si metteva a fianco della finestra si dedicava ai suoi pensieri. 

Non lo capisco ancora bene, segno che devo fare strada, andare più in profondità, ma il senso del tempo e della sua durata, mia nonna l’aveva risolto. Non si lamentava della vita, non raccontava stanchezze, stava in silenzio se la conversazione non la riguardava, però su ciò che la appassionava, diceva. Prendeva iniziative, era libera, partecipava, andava. Aveva trovato il modo di vivere qui e ora e al tempo stesso di curare le piccole cose che potevano crescere. Segmenti di necessità e libertà messi assieme e in sequenza, senza che la necessità diventasse un limite alle passioni. Piccole cose che potevano crescere e che chiedevano armonia, equilibrio. Lei aveva trovato un modo che permetteva di vivere in armonia e questo dava al tempo il suo senso, ovvero che era uno strumento, a disposizione e inesauribile. Capisco ora che non mi additava questa meraviglia, ma me la mostrava con il suo modo di vivere, m’invitava a guardare e poi a trarre le mie conclusioni. In libertà, e non subito, il tempo sarebbe stato quello delle domande, quando la necessità avrebbe trovato il suo limite e le passioni sarebbero state più forti.

 

2 pensieri su “quasi una certezza, adesso

  1. Bello questo tuo pensiero e condivisibile. Anch’io conservo il vissuto, esternato simile, della mia. Pel nostro patrimonio di sentimenti, che si crederà da dover salvare, chi riesce a donare con continuità, senza chiedere, è chi ha raggiunto uno stato di cosciente ottimale
    che può rimanere come faro nella nebbia del tempo.

  2. Ciò che tocca il nostro cuore modifica il nostro tempo. Sempre insegna se vogliamo cogliere le connessioni. Hai ragione che nel donare con continuità c’è uno stato di grazia in cui quella persona, per suoi misteriosi percorsi, è giunta e cammina.

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