mantra del limite

Nella battaglia non pensare a me, ma salvati. <non importa se vincerai, combatti per ciò che ritieni giusto e non pensare che finisca la luce con la notte.

Se la prenderanno con chi combatte per la propria idea, non con chi vince.

Fai il giusto, allora, sapendo che è parziale.

Rifletti e preparati, pensa a come sei tra gli altri, metti sempre nei pensieri quello che hai trovato in fondo alla tua anima. Non è la verità e neppure l’assoluto, ma qualcosa che è difficile, che costringe a cambiare, che sembra rendere il pezzo di mondo che ti è vicino, più equo.

Combatti e usa bene le forze, conosci il tuo limite, chi ti è amico, quanti hanno condiviso la tua vita. È non attendersi nulla, la gratuità del tuo gesto, il tuo impegno non ti toglierà dalla ferocia della critica ingiusta, ma servirà a capire chi ti è vicino e chi non lo sarà mai.

Nella battaglia non pensare a me, salva il buono che porti dentro e con umiltà tienilo stretto nel tuo cuore. Sarà la tua forza e corazza.

Nella battaglia non pensare a me, ma a ciò che è giusto sia.

tempo che attende

Una sola vita non ci basta, forse per questo che la inzeppiamo di sensazioni, di parole, di gesti, di cose. Non ci basta per correggere le svolte che ci hanno portato nei vicoli chiusi da cui è stato doloroso uscire, ma una vita diritta non ci piacerebbe.

Non ci basta una vita per respirare tutta l’aria che vorremmo, per vedere tutto ciò che desideriamo, per sentire tutto quello che pare meraviglia e a volte lo è davvero. Sembra non basti il tempo, l’unica cosa che c’è sempre a sufficienza, invece ciò che spesso manca è la voglia di viverlo.

Quanta noia ho usato per consumarlo? Eppure anche la noia aveva molto da dirmi, l’ho negletta solo perché era priva di fare, perché generava sensi di colpa per ciò che trascuravo, perché riportava a quel punto in cui si guarda davvero ciò che sta attorno e non se ne vede il senso. Così pensando di non avere tempo ho eliminato dal sentire positivo la noia, l’ho confusa con l’accidia e ho pensato fossero peccati contro me. Non era vero, ma questo dipendeva dal fatto che avevo una sola vita e le cose da fare, da sentire e da vedere sembravano davvero infinite. E ho voluto pure tenermi i ricordi, ciò che mi ha scaldato, colpito, cambiato, ho voluto tenerli per riconoscermi ogni giorno, per ricordarmi che ho vissuto, per capire che era un unico flusso la vita, che ciò che avrei provato non sarebbe assomigliato a nulla che già conoscevo, ma non c’era fretta, c’era tempo, lo dimostravano le tante cose fatte e vissute e gli anni di cui non si ricordava nulla, le lunghe teorie di false ricorrenze, tutto ciò che era stato senza apparentemente lasciar traccia. Così ora vorrei che le vite si moltiplicassero, e intanto vivo quella che ho a disposizione come se ci fosse sempre tempo per fare ciò che desidero.

Ogni mattina vedo la giornata che si apre, annuso il primo caffè, il tempo, paziente, mi attende, mi lascio prendere da ciò che mi sollecita e se un pensiero m’ intenerisce lo accolgo con piccola felicità in cui mi perdo.

il corpo e le sue storie

Del corpo si sa poco, spesso nulla e lo si rispetta meno. Ci si dimentica che ha una sua intelligenza o forse non lo si è mai saputo. Perché è paziente, perché ci perdona: è un amante talmente accogliente a cui non serve confessare le trasgressioni, le conosce e non sarebbero capite. Così le parole si moltiplicherebbero all’infinito per spiegare qualcosa che è semplice, l’onnimpotenza presunta di vivere come pensiamo e non come possiamo. Condizione che ha un difetto: è la somma di ciò che siamo in relazione a qualcosa, cioè un insieme di speranze, ricordi, emozioni, sensazioni incomplete, desideri incombusti, attese e corse a perdifiato. E poi ancora ha tutti i sensi attivi e quindi un odore, un colore, una goccia che non voleva cadere e intanto c’era un pensiero che si agitava e riguardava altro. Da tutto questo è nato quel qualcosa che è sembrato onnipotente e c’era pure molto altro a sostenerlo, che dire allora ? Meglio restare sulle generali anche con noi, esprimere l’emozione e aiutarla con il sorriso degli occhi. Gli occhi mentono con difficoltà ma ancor più contengono quella parte di storia che non si dice e s’ intravvede agitarsi, interagire, scurire e illuminarsi di colore.

Domani, forse già stanotte pioverà, questo potrebbe essere il contenitore della storia. Mi addormenterò sentendo sul tetto la pioggia e lo scirocco flagellerà le piante sul terrazzo, scuoterà la tenda con schiocchi successivi tentando di strapparla e agitarla come una conquista al cielo. Ci sarà qualcosa che fuori sbatte, una finestra, un barattolo che corre da un muro a quello opposto, qualche parola preoccupata che esce da una finestra aperta, il tuono che s’avvicina. Tornerà il ricordo di una notte in un campeggio della costa istriana, la tenda schiacciata dalla pioggia e dal vento sino a incollarla sul corpo, l’attesa che finisse e la fatalità in agguato: che albero avrebbe scelto il fulmine? Sarei stato un trafiletto di cronaca oppure mi sarei letto bevendo un caffè al bar con una pessima briosce e un sole che cancellava il disastro notturno?

Qual era la storia, il ricordo o la giornata che sarebbe seguita? Si sa poco del corpo, anche della mente e nulla di chi ci sta attorno, di cosa pensa, perché alcuni hanno i capelli scuri e altri rossi, le motivazioni di perché ci piacciono gli uni o gli altri. Cosa racconta la storia di un pensiero fugace, che poteva cadere come quasi tutti i pensieri in quella poltiglia di immaginazioni su cui tutti camminiamo per strada, nelle stanze, nelle stazioni, ovunque passino persone e animali, e invece non è caduto, il pensiero, è diventato domanda, poi sorriso, poi colloquio, poi cappuccino, poi difficoltà a lasciarsi e saluto, sera, senso di vuoto, notte e attesa a occhi aperti nel buio. Com’è nata una storia e cosa la differenzia dall’impressione? Il fatto che tutto il corpo, non solo il desiderio, il pensiero, i sogni convergessero, ma che fin dentro il sangue scorreva veloce, che c’era voglia di muovere le gambe e una strana euforia che modellava il viso, faceva gesticolare le mani nel silenzio di sguardi stupiti, che pure sembravano aver capito tutto? Almeno così pareva, mentre era il corpo che scriveva la storia e ne parlava con sé e con un altro corpo.

E quando la storia diventava assenza, privazione, non era forse il corpo a scrivere pagine su pagine di addii che poi bruciava nella notte, nella paura della solitudine che segue l’infrangersi delle speranze. Non era ancora il corpo che si piegava e rattrappiva in sé aspettando passasse la bufera e desiderava la luce, proprio mentre la rifiutava. E non era anche quella una storia declinata all’infinito, arricchita di particolari, di luoghi dove i piedi si erano posati, di sorrisi che avevano alleggerito il cuore dalle paure che ognuno porta insieme alle felicità? Era anche quella una storia in cui il definitivo poteva diventare parentesi, l’attesa sospendersi nel cielo e verificarsi e poi accadere di nuovo, come succede negli appuntamenti. Sì era così e il corpo non era abituato al definitivo e allora si rizzava, si muoveva, faceva altro e pur senza entusiasmo, da qualche parte attendeva che semplicemente finisse e si ricominciare a vivere.

Era così che funzionavano le storie e i corpi, usando la vista per cogliere le verità e le mani per sentire le stagioni. O anche i piedi se era estate e l’acqua era fredda per la tempesta appena passata, per sentire la sabbia nuova portata da onde ora quiete. Usavano la schiena, che avvertiva la prima folata d’autunno, là sulla nuca dove il colletto non arrivava e intanto ascoltava il rumore delle foglie secche calpestate, il vento mutevole e il fumo di legna che misteriosamente arrivava da una casa calda dove di certo avveniva qualcosa: persone che pensavano, sentivano, si amavano forse, e i bimbi giocavano oppure c’erano indifferenze e domande senza risposta, precarietà. Il corpo non è precario, c’è,e sente le storie. Si atteggia per riceverle, rannicchia e distende, borbotta e ci parla, procede per analogie, ricorda, come quella volta che qualcuno piangeva e tu volevi strapparle un sorriso e non riuscivi perché il corpo voleva piangere e allora anche tu ti sei messo a piangere disperatamente e non sapevi perché. E come per gran parte delle storie, ancora oggi non sai perché esse accadano e come parli di esse il tuo corpo, ma se ti viene da ridere o piangere, fallo, lui sa perché.

primo ottobre: l’anima e la cocoina

Con pazienza e cocoina, la maestra ci insegnava a costruire scatole di cartoncino bianco. Contenitori di cose preziose, quelle che tu davi a me in cambio di figurine, e qualche monetina arraffata. 

Mi piaceva l’odore di mandorle della cocoina, il barattolo di alluminio, con il cilindro centrale che conteneva il pennello di setola dura, anch’esso d’alluminio, tondo e perfetto nella sua funzione. Nella classe eravamo in tanti e tutti maschi; a due a due nei banchi di legno: gli stessi in cui era seduto mio padre, con grembiuli neri e colletti bianchi, ben inamidati. Gli stessi calamai, i canotti porta pennini. Solo i libri erano diversi: era cambiato regime, ma i quaderni erano pieni della stessa didattica, aste e poi parole difficili da tenere tra le righe larghe. Cielo era una di una difficoltà terribile per quella i che non c’era nel cervello e neppure nel cielo azzurro che vedevo dalle finestre, così come per aiuola, la gomma da inchiostro cancella e ricancellava fino al buco nella pagina e alle lacrime. Per fortuna c’era la cocoina e il suo odore da sniffare, la sua capacità di mettere assieme e costruire cose che prima non c’erano e non avevano nome e poi semplicemente erano quello che gli occhi vedevano. Opere d’arte infantile, grandi, immense, nuove.

È ottobre, ora di fare la cartella, non lo zainetto come s’usa adesso. La cartella di cuoio era anch’essa ricca di odore di concia e pronto ad ospitare altri profumi. Cartelle da poveri in cuoio senza tasche esterne e cartelle da ricchi con la pelle lucida e grandi tasconi pieni di pastelli di legno colorato, marca Giotto. Eravamo tutti artisti come in quella scatola dove c’era un Giotto bambino accoccolato a disegnare su una pietra, con una pecora in primo piano e un Cimabue che osservava appoggiando un braccio ad una colonna mozza. Già sapeva che sarebbe finito al Purgatorio ma non si tirava indietro di fronte al talento:  Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, /  sì che la fama di colui è scura. Ma noi mica lo sapevamo e combinavamo disegni temperando e colorando, con quel magnifico odore di cedro e cera ancora senza nome. E si mescolava con l’odore della carta, dei fogli bianchi e rugosi o con quello dei quaderni, con copertina nera, il frontespizio su cui scrivere il nome e l’ultima pagina con le tabelline. Cartiere Pigna, generatrici di sogni e di spazi per la fantasia, raccoglitrici di macchie e lacrime, di disegni copiati con carta velina, coacervi di parole semplici, poche, per pensieri che erano inferiori al tumultuare del cervello in cerca di capire cosa diceva il mondo, ma necessari per imparare quest’arte dello scrivere in bella calligrafia con aste diritte e riccioli per le opulente lettere, valutate poi in pagella e foriere di un ordine interiore dove la forma si staccava già dalla sostanza. Chissà se Pigna o Fabriano sono ancora italiani oppure sono solo un nome nelle mani di qualche fondo pensione britannico o americano che non conosce l’odore bellissimo della carta. E chi conosce oggi, l’odore dell’astuccio di legno con il coperchio a scorrere, scrigno prezioso e macchiato ben presto di macchie d’inchiostro dal sentore di tannino che si fondeva con il legno piallato. Finché l’astuccio era nuovo aggiungeva l’odore del legno agli altri profumi degli oggetti custoditi e lo scorrere del coperchio li sprigionava mescolandoli al nostro profumo di sudorin. Poi sarebbe rimasto solo un odore informe e quello acuto del sudore, retaggio dei maglioni fatti in casa, imprigionati nei grembiuli, eccitato dalle furiose grattate alla pelle irritata, perché in fondo non eravamo pecore, dal caldo che si alimentava nelle corse d’intervallo, dal perpetuum mobile delle gambe sotto il banco, ma anche del gorgoglìo dei grossi termosifoni del silurificio di Napoli che emanavano ondate di calore polveroso quando la caldaia funzionava. Chissà perché un silurificio faceva termosifoni di ghisa con le zampette e grossi costoni decorati con tralci di fiori sconosciuti, anziché dedicarsi ai sommergibili. Non l’ho mai saputo e non era importante allora, come adesso, ma solo una frase curiosa e due parole nuove che nessuno avrebbe mai ripetuto più di una volta nei discorsi in casa, ottenendone sguardi stupiti che tradivano la preoccupazione su cosa facevamo fuori casa.

Età dell’oro, delle passioni senza nome, dei desideri semplici, del panino custodito nella cartella per la merenda, delle cose preziose come i pezzi di spago, un coltellino piccolo, le cartoline colorate a mano e la stagnola iridescente che avvolgeva i sassi che ti regalavo. I traslochi disperdono le cose non i ricordi, in quella scatola c’era la mia anima e lì dentro c’eri tu. Adesso che c’è solo un ricordo: a che serve l’anima?

l’età dell’oro

Ogni epoca ha avuto un’età dell’oro, qualcosa che c’era prima e in cui tutto era più facile e poi sono nati i tempi di piombo. Alchimisti alla rovescia, è l’insicurezza che ci rende tali e così il presente diventa l’unica realtà tangibile a cui aggrapparsi. Adesso non ci sono più le ideologie che fornivano speranze collettive, e mancando il futuro, il presente erode I sentimenti, li sostituisce con i desideri componendo puzzle dove non importa molto ciò che si compone ma piuttosto che comunque un’immagine ci sia e ci ricomprenda.
Di noi, in quell’immagine c’è la sostanza calda che fa vivere, il piacere o il sentire l’emozione che interagisce con il mondo interiore. Ci basta quando siamo svegli, occupati, senza troppi conti da pagare. Questo fa attribuire al presente una dote salvifica, fa presagire che il buono venga alterando la realtà, eliminando il non sopportabile. Così il presente senza futuro, diviene il coacervo e concentrato d’ogni sentire. E poco importa se è un vivere a cui nessuno specchio riesce a dare forma. Anche nei rapporti con il nostro corpo, oltre le palestre, le tecniche che modellano la superficie, servirebbe ricordare che esso è membrana osmotica, recettore, offerta e richiesta ad altro corpo che ha corrispondenza, che condivide oltre, che ancora ci parlerà se ha futuro. La comunicazione è questo, anche questo. E le domande possono restare senza risposte ma annebbiano il sentire e si accumulano in antri oscuri che ospitiamo e attendono le nostre solitudini, le stanchezza, i momenti in cui non riusciamo a immaginare che cosa abbiamo fatto e faremo per azzannare. In fondo la domanda che ci si pone nei momenti di agitata quiete; è questa la vita che sognavo dovrebbe essere sostituita con è questo il presente che ho sognato?

Ma c’è ancora spazio per una risposta se sappiamo sognare, c’è ancora un futuro in cui il piombo si trasforma in oro.

vocazione

Si può dire solo come si vive, senza confronto, e si può solo ascoltare. Se esiste un obbligo di giudizio per appartenere a qualcosa, questo riguarda noi, la nostra sicurezza di essere come siamo. Così quello che ci attornia, la profondità di un rapporto, la stessa libertà del darsi fa parte della conformità a noi stessi.

C’è un daimon che attende di essere compreso, che determina le vite. La nostra anzitutto. E genera insoddisfazione finché non è nella strada giusta, quando ricerca di qualcosa nel posto sbagliato, oppure anche nel rapporto giusto. Sempre ci chiede di essere noi. Di mostrarci a noi stessi e di vederci.

Non è da tutti amare la ricerca di ciò che si è; meglio il conformismo, la leggerezza del posarsi appena, l’approvazione scambiata per amore nel come tu mi vuoi. Meglio conservare il certo e poco che indagare l’incerto. Non è questione d’età, ma di difficoltà. Scendere nel profondo di noi stessi, genera dubbi, mostra i limiti, ma anche la vera natura che dev’essere assecondata, sviluppata, dominata. Così il daimon diviene vocazione, determinazione a raggiungere la propria coincidenza, e ci si libera, per quanto possibile, della sovrastruttura di ciò che ci è stato insegnato come modalità di stare assieme, ma che corrisponde solo a soggezione a un senso comune privo di ragione e autore. E che costringe a piegare la felicità che è in noi, al caso.

Sapere che questa è la continuità sociale non basta per far emergere quella identità profonda che può rendere sereni e a volte felici, ma che è anche la condizione per dare un contributo vero agli altri, a chi si ama, ai nostri principi, a quella briciola di mondo che noi possiamo rendere differente. Per questo seguire la propria vocazione è importante e spesso controcorrente. E genera apparente solitudine per la difficoltà di trovare ascolto. Noi siamo forma e sostanza. Entrambe le cose, quando ci corrispondono, non generano colpa bensì vita che tenta, prova ad assomigliarsi, a sorridere fin nel profondo, a lasciarsi andare con fiducia a se stessi e a essere coscienti di ogni ricordo, ogni ruga, come un tentativo di vedere oltre l’apparenza.

Rileggendo cose scritte negli anni, alcune le raccolgo in cafeoulivre.wordpress.com, ritrovo un percorso fatto di tentativi, sconfitte, approssimazioni e importanze che si sono distillate in poche, essenziali certezze. Eppure posso dire due cose che mi riguardano, vedo il mio passato come un’acquisizione difficile di vita e sento che la ricerca non è conclusa. Ciò che ha occupato molta parte del mio tempo si è dissolto e ne sono uno dei pochi testimoni, ma questo non è importante in sé, lo è invece l’accorgersi e il capire quante delle presunte identità pubbliche sia stata forma e come esse siano esondate nel privato, dettando vincoli e comportamenti.

la via

Il sole, ormai sbieco, illumina la stanza. Rovista indiscreto, impudico rivela e mostra. Insegna e di tanto groviglio dipana, semplificando come usa il taglio netto, la svolta. Esserci senza impegno di fare, agire costretti, eppure esserci. Giungere alle parole per significare, con quella limpidezza che incute rispetto ed esaurisce le domande. Risulta chiaro dove si è, a cosa si dà importanza, a che serve l’impegno senz’interesse personale e che solo questo è un partito definito e libero che può dire o tacere, studiare e cercare vie nuove senz’ansia del giudicare. Sommessamente ma distintamente, dire:appartengo a me stesso e a ciò che amo. Con i miei errori e la mia voglia di giustizia, di vita e d’infinito.

la saggezza non mi interessa

Non vorrei prepararmi ad essere vecchio e saggio,
un signore che abita i suoi pensieri,
e guarda con nostalgia il piacere,
sentendo il dileggio di chi non condivide ciò in cui crede.
Non la vorrei un’età che ha il nome del bisogno,
ma vorrei vivere appieno ciò che ho lasciato in disparte,
riparare alla noncuranza e alla superficialità
delle altre età veloci.
Avere la passione delle meccaniche del cielo e della terra, gli orologi come oggetti e il tempo come amico. 0
Sapere che ogni giornata è ancora nuova,
che ogni anno è un pezzo dell’eternita
consegnata con l’accendersi del pensiero.
Lasciare una traccia in me,
nell’ironia che si riguarda e sente il bello che l’attornia,
godere del tempo, del bene, delle cose e non sentirne colpa.

una giornata di molti anni fa

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. C’era anche una ragazza con loro. Guardò i mobili, pensava al futuro, disse ch’era contenta. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Avevano portato anche delle uova e un pollo. Mia Madre li ringraziò, sapeva il valore del dono e della gentilezza.

Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne, disse mio Padre, forti lo stesso: come il legno massello. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Poi mio Padre andò a prendere la nuova camera, che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era contenta e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

muta la calda stagione

Oggi è piovuto due volte. Fa fresco e si annuncia il ripensare che ha sempre con sé l’autunno. Credo che le stagioni abbiano una memoria, un lento divenire che si sfrange e poi si sminuzza piano piano partendo dalle evidenze, da quelle che si considerano le caratteristiche di una parte dell’anno, sino al loro essere profondo di mutazione, di noi, della terra, delle specie che ci attorniano. La continuità porta con sé una memoria che feconda, che rende dolci i passaggi e logiche le variazioni. Ci aspettiamo tempeste e giorni di quiete, freddo impetuoso che sfumerà nel sole, magari debole ma rassicurante di vita. Ci attendiamo passioni e un procedere sicuro come fa la prima nave del convoglio quando rompe la banchisa e traccia una via d’uscita. Una rotta, un futuro che si alimenta di presente, che tiene da conto il passato e scorge la continuità d’un cammino, d’un infinito succedersi di pensieri che s’annodano, di vite che si toccano e si tengono per mano. Per un tratto, per un tempo che continua e non finisce.