Non mi piacciono i black blok e neppure la folla che s’ inferocisce, non mi piace la politica urlata, le frasi truculente che magari non avranno seguito, ma intanto generano un modo di vedere gli altri come nemici. Comunque, anche se non mi piace, c’è una ragione a tutto questo, e se non si cerca risposta alla ragione sottostante, allora si arma la polizia e l’esercito, e si tolgono le regole della convivenza per applicare quella della violenza. Se si segue questa strada qualche motivo c’è, ad esempio è più facile il picchiare duro mentre la ragione della protesta scompare, è più facile non ascoltare le ragioni, è più facile se l’obbiettivo è far tacere e dare l’esempio. Il fatto è che il mandante di tutto ciò, violenza compresa, è la presunta maggioranza, che è spesso assente o indifferente e quasi sempre ben lontana dai fatti. Cosa volete che contino un traforo in valle Susa, oppure la riunione di 10 capi di stato per decidere i destini di povertà e ricchezza, non contano nulla se si è in una casa protetta, se si ha un relativo benessere, se si è bianchi negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi veniva osservato che una parte importante del mondo che conta, che scrive, che fa opinione si è identificata con i morti di Charlie Ebdo, magari per un poco e senza esagerare e sopratutto senza farsi domande sul perché francesi uccidevano francesi, però il fenomeno c’è stato. Je suis Charlie è nato subito come logo e ha spopolato, nelle piazze e nel web. Tutti Charlie, però subito dopo un po’ meno Bardo, quasi niente Kenia o Damasco o Aleppo o Sana’a. Non è nato neanche un simbolo nuovo e decente che aiutasse a pensare a cosa accade in questi luoghi; perché ? Mi torna alla mente la poesia di Levi su chi sta nelle proprie case calde e non si chiede, non ricorda. E assieme al non vedere, o al non sentire, scivola via non poca speranza della ragione. Ci resta la volontà della speranza, per capire, dare risposta, esserci, ma per chi vuole e non per scaricarci di responsabilità, solo per essere umani. Magari poi tornerà anche la ragione.
L’aereo, nella notte, sorvola la penisola arabica. Sotto i deserti, le sabbie fino al mare e poi l’acqua, anch’essa nera. Notte nella notte, nero nel nero, sopra c’è un’immensità di stelle, sotto la dimensione spaurita dell’uomo che cerca il sonno per ritrovare al mattino la luce.
Dopo il Cairo e prima di Abu Dhabi c’è solo il buio. E di nuovo buio sino a Sana’a. Le imperscrutabili ragioni economiche della compagnia aerea tagliano due volte il deserto e il buio che avvolge tutto. Nella sosta forzata all’aeroporto, restare a bordo sarebbe il massimo del confort, ma si deve scendere. C’è un’espressione che mi torna in mente: gli occhi feriti dalla luce, ed è così. Il buio era primordiale, ma dolce e ovattato, induceva la vista di cose senza distanza o il sonno, secondo la stanchezza, fuori la luce violenta lo sguardo con la plastica dei duty free, degli arredi pieni di arabismi fatti in Cina, ferisce la quiete e il buon gusto. Tornare a bordo, dopo aver capito il proprio nome detto da un altoparlante pieno di consonanti, è una conquista e una liberazione. Ancora buio. Per ore di volo.
Anche la costa è buia. Penso al mare sottostante, incessante di moto, ai pirati di cui non si parla più. Chi si muove nel buio sa cosa deve fare, ha almeno due sensi in più, il primo è la capacità di coordinare ciò che i cinque sensi avvertono, il secondo è leggere il buio come spazio, dargli misura per potersi muovere. Chissà cosa vede e sente un animale notturno, noi, figli della luce, abbiamo abusato della nostra madre, scordandoci che la notte era anch’essa madre di vita e non solo di riposo e così per noi il buio non ha misura e ciò che non ha limite impaurisce.
Il buio sotto l’aereo dice che qualcosa è accaduto sulla costa, che lo Stato che sorvoliamo ha deciso cose che riguardavano le luci e quindi gli uomini. Mi raccontavano che Massaua era una sorta di territorio libero, divertimenti poco compatibili con un regime di povertà diffusa, poi c’è stato il taglio netto, via i giovani, via le attività, via tutto ciò che può nuocere ad una dittatura. Anche il divertimento e il turismo nuoce se fa parlare troppo liberamente.
Il nero della pianura continua verso l’altopiano, si vedono luci troppo piccole, anche se l’aereo non è alto, siamo su Asmara. Dopo le luci di Abu Dhabi, quello che c’è sotto è piccolissima cosa, sembra una strada di paese quella che taglia il centro, luci di lampione rade, si intuiscono le case, ma non ci sono palazzi alti, mancano le luci rosse di segnalazione. Eppure è una capitale. Scoprirò poi che quella dimensione di case che si estendono senza alterare le dimensioni, induce una quiete, come ci fosse una presa del territorio da parte dell’uomo, ma senza fretta. Intanto è notte fonda, l’aeroporto è illuminato di luci giallo brune, ma sembrano lampade notturne che non devono disturbare il sonno, e fuori, dopo il piazzale dei taxi improbabili, dilaga nuovamente il buio. Nelle notti seguenti ho spesso alzato gli occhi e li ho immersi in uno strepito di stelle. La Rift valley non è distante, e ho pensato: ecco ciò che vedevano gli uomini che ancora non sapevano d’essere tali.
Spesso accade che scompaia l’azzurro, ingrigisca la luce e il cielo diventi bianco latte per poi piovere a dirotto. E il verde nuovo, gli alberi ancora spogli, le siepi di biancospino, di bosso, di lauro, i narcisi già così fioriti e serrati sui clivi di canale, diventino ancora più precisi di colore e di forma. E accade che la forza d’acqua, cadendo, strappi petali di mandorlo e di pesco, che ci siano macchie di fiori nuovi che debbano opporsi alla violenza dolce, ma accade per un poco e l’albero, l’arbusto, attorno alle radici, prima insignificanti di colore, abbia poi un tappeto lieve, ancora intatto di bellezza, come se la vita attendesse prima d’essere altro mantenendo altrove sostanza e forma. Accade anche l’improvviso freddo, il sollevar di bavero e lo stringersi nei cappottini e nelle giacche, già fiduciose di calore nuovo. Accade che gli uomini e le piante si raccolgano in sé, attendendo arrivi il bello, che poi coincide con il buono. Ecco, l’attesa di qualcosa che invariabilmente mantiene le promesse, è vita che nasce. Non altra da noi, ma vita da cogliere ancora, da tenere tra le dita con dolcezza, da godere nel suo svolgere veloce. E poi lasciar volare, perché nell’aria di marzo, in fondo, nulla cade mai davvero.
E se fosse tutto un maledetto imbroglio questo mutare impercettibile d’opinioni? Non una dietrologia, un burattinaio che orchestra la rappresentazione, ma la semplice deriva degli interessi, cioè fare quello che conviene quel poco o tanto da lasciare uno spazio per la coscienza che si conservi una via d’uscita. Capire le ragioni del potere per trovare la convenienza, insomma, si sa che la coerenza non è solo ardua, ma faticosa e con prezzi da pagare. Pensiamo ai quotidiani, ovvero a chi fornisce le notizie e la loro interpretazione. Repubblica naviga in mare renziano, non basta la prolissa domenicale prosa di Scalfari per un giornale che ai tempi di Berlusconi, aveva fatto delle 10 domande al premier il controcanto del potere e ora di domande non se ne fa più nessuna. Che fosse tutta una questione tra imprenditori? Di inimicizie d’affari? Questa è dietrologia deteriore, ma lo smottamento, dapprima piccolo e lento, poi più forte e consolidato, c’è stato e ora la parte politica del giornale è chiaramente orientata, hanno sposato questa visione della società renziana. Capisco che al Pd la sparizione dell’Unità non faccia poi così danno, a poco serviva anche prima, ed Europa non è mai stato davvero importante. Ma cosa leggere allora? Il Fatto? Le acidosi di Travaglio? Può servire la continua denuncia e l’acquisto di dosi massicce di Maalox, per chi si sente impotente di fronte alla continua violazione di principi e regole? Poi se si pensa alle carriere costruite sulle denunce senza effetto qualche dubbio viene. In questa analisi della realtà, pur smaccatamente di parte e verbosa, la vecchia Unità funzionava bene perché aveva voglia di formare un Paese nuovo e c’era un partito che orientava una visione diversa della società e del futuro, ma dalla narrazione dello “sfacelo” quotidiano, che speranza può emergere? Capisco allora che in sostanza mi manca un giornale da prendere ogni giorno, che non posso leggere solo la parte culturale di Repubblica, che il Manifesto non è sufficiente, che se non c’è una informazione alternativa di popolo, non si va da nessuna parte. Che serve un giornalismo che evidenzi le connessioni tra ciò che dovrebbe cambiare e ciò che cambia. Il privilegio non è diminuito in Italia, non c’è nulla di nuovo, se più non si considera la riforma del Senato e l’abolizione finta delle province come la panacea dei mali del Paese. Pagano i soliti, al più si è dislocata l’attenzione altrove, ma il potere è intatto e ringalluzzito. Oggi siamo nell’era del cambiamento renziano, e le connessioni non sono così scontate, non c’è una critica che leghi presente e futuro atteso e ovunque emerge il pensiero: almeno qualcosa sta cambiando. E questo uniforma le coscienze nell’attesa di vedere che effetto che fa. In fondo questo nuovo non è la preparazione di qualcosa di diverso, più giusto, equo, ma il proprio coincidere con il mutare perché questo di per sé è diverso rispetto alla morta gora in cui il berlusconismo e l’insipienza della vecchia guardia Ds aveva collocato il paese. Ma basta l’analisi individuale per leggere la realtà? No, perché manca un progetto che riguardi i singoli e le collettività e questo progetto dovrebbe essere raccontato ogni giorno assieme all’analisi di ciò che va e di ciò che non va. Ecco perché adesso quando passo ogni mattina all’edicola non so più che comprare e mi pare un maledetto imbroglio.
E’ una delle ultime feste delle matricole, il ’68 renderà improvvisamente anacronistica questa festa, che riprenderà alla fine degli anni ’70, quando tutto sarà normalizzato. La fotografia è del 1967, scattata probabilmente, su fp4 Ilford, sviluppata e stampata in casa. In quell’anno l’università elitaria diventa università di massa, ma soprattutto comincia a mettere in discussione i meccanismi di trasmissione del sapere e la loro incidenza sulla società. Si capisce che il sapere serve per mantenere potere, soggezione e diseguaglianze se non mette in discussione il suo fine. La conoscenza fino a quel momento ha liberato poco se non è stata accompagnata dalla critica e dalla richiesta di cambiamento. Cioè non basta leggere la società, bisogna trarne le conseguenze. E’ una consapevolezza che cresce, che diventa collettiva, ma quello che viene poi, dal 1972 è una sequela infinita di errori, di radicalismi, di alienazioni differenti, e altrettanto gravi: la lotta armata, le uccisioni di magistrati e giornalisti, l’attacco al cuore dello stato, i servizi deviati, gli attentati neri, i golpe falliti. Tutto porta alla restaurazione e il lento scivolamento nell’anomia, nell’esasperazione dell’io perché il noi è insoddisfacente. Il sapere torna nell’alveo della trasmissione delle competenze, non discute più rapporti e fini, si tecnologizza e parcellizza ulteriormente. Si capisce che il sapere di per sé non salva, al più pone domande radicali, anche se aiuta a trovare risposte nell’analisi della realtà, bisogna decidere se ascoltarlo o meno. Nel frattempo la macchina del sapere si organizza, crea competenze alte ed esclusive, ma in campi ristretti, dequalifica come inutili economicamente le conoscenze umanistiche, punta sulla parcellizzazione che allontana le risposte complessive e fa trionfare la tecnologia: ogni problema singolo ha una risposta tecnologica, ogni malattia del corpo e dell’ambiente riceverà una guarigione. Poiché non può economicamente attendere la coscienza del problema che crea, spesso la tecnologia anticipa la domanda, la crea.
Il bivio tra un sapere che colloca l’individuo nella società e quindi la sottopone al suo vaglio e il sapere funzionale nasce ben prima del ’67, però diventa coscienza collettiva in quegli anni. I risultati di una meditazione caotica, non per questo priva di acutezza, di fortissimo discernimento, sfociano, anziché nella sabbia che è sotto l’asfalto, come si scriveva sui muri di Parigi, in un grigiore di cemento. Se prima del ’68 l’attacco al territorio e all’uomo, la speculazione, erano un fatto enorme e censurabile, questa pratica divoratrice diventa poi una presunta corsa all’arricchimento di massa. Cresce la scolarizzazione e il sapere e aumenta la malversazione, il malaffare grigio, la corruzione, la pratica criminale intelligente. Non c’è correlazione tra sapere e comportamento delinquenziale, ma certamente cresce l’infingardaggine, il girarsi altrove, il non vedere per interesse. Quindi il sapere abiura alla sua funzione critica e pur essendo di massa non migliora complessivamente la coscienza sociale. Dov’è l’errore? Forse nel dare al sapere una responsabilità che in realtà è dell’uomo, forse nella malintesa concezione che il sapere serva a fare e non ad essere.
Quel giorno, era l’otto febbraio, ero molto giovane e pieno di pensieri e speranze, giravo per la città con la mia macchina fotografica. Cercavo i volti, come sempre, le situazioni accennate. In questa situazione, dietro l’angolo del Pedrocchi si prepara una sorpresa, sono giovani che vogliono ridere con altri giovani. Una giovinezza esplode nello scherzo e nell’ilarità conseguente. E’ un attimo poi qualcosa di diverso attirerà l’attenzione per ulteriore ilarità. In questa sospensione prima che qualcosa accada, è vissuta una generazione e la successiva. Non malamente, si è riso molto. I due della foto si stanno preparando alla vita, non so cosa sia accaduto loro poi, come le vite si siano svolte. Se penso a ciò che conosco, immagino che le difficoltà e i grovigli non siano mancati, che la crescita abbia avuto luci e amarezze, che l’indole si sia piegata, indurita, che abbiano appreso molto dalla realtà (che è sempre una dura maestra). Sono miei coetanei, e poi hanno avuto occasioni per usare il sapere che questa alma mater gli ha dato. Chissà, e se, le hanno usate. Comunque i loro anni saranno stati pieni e di certo le soddisfazioni avranno equilibrato le amarezze. Sono anche certo che c’è stata molta speranza, ma che questa si sarà via via esaurita se non l’hanno alimentata di utopia e di sogni. Hanno vissuto, ma non sappiamo come abbiano impiegato ciò che gli è stato dato, se l’abbiano elaborato e siano diventati eretici. Stanno per avere una grande occasione e così li lasciamo, nel 1967, in attesa di una vita che ci sarà.
Molti, quasi tutti, vanno in bicicletta o a piedi: studenti, avvocati, professori universitari, professionisti, artigiani e massaie. Altri in suv. Ma quelli sono commercianti, persone in cerca di evidenza facile, nobili più o meno decaduti con palazzo in centro, personaggi con capitali strani, foresti. La città storica è piccola, si percorre in mezz’ora, ed è un gusto andarci tra portici, piazzette, caffetterie e tavoli all’aperto, monumenti e palazzi. Molti palazzi e monumenti, che si sovrappongono come nei dipinti del ‘300, che trovi nella basilica o nel Salone, ce n’è uno di Altichieri da Zevio, bellissimo, nella cappella del beato Luca Belludi, che mostra il Santo e la città zeppa di case, con quella prospettiva piatta che dà un senso di folla curiosa e un po’ meravigliata, solo che non ci sono persone ma palazzi, strade, piazze e torri che si accalcano entro mura turrite. Una sorta d’isola in mezzo a una campagna che accoglie e converge come un abbraccio. Dentro le mura del ‘500 è un addensarsi di case e se si vedono dall’alto, a malapena si indovina il cardum e il decumanum romano, perché la città c’era prima di Roma e perché non fu mai un accampamento, e così le strade si muovono a raggiera, a ellissi larghe, ristrette dai portici, ma anche allargate da essi per chi cammina. Ci sono strade in cui pedoni e biciclette si mischiano allegramente, altre in cui c’è un caotico flusso che dipende dalle ore e dagli spostamenti, le auto sembrano in più, servono per tornare a casa quando si è andati distanti, ma poi il piacere è muoversi con la fretta che consente un corpo. Non sono mai sufficienti le rastrelliere per le bici e le piste ciclabili stanno decadendo da quando è arrivato un sindaco che non capisceperché foresto, che sente le ragioni dei commercianti e molto meno quelle di chi non vota, come gli studenti. Qualche anno fa proposi al rettore di fare un campus per la facoltà di medicina fuori città, mi rispose che non era il caso e che l’università era un campus urbano come accade ad Oxford o Cambridge. Aveva ragione lui sul campus, del resto quasi 70.000 studenti non sono pochi in una città che ha 200.000 abitanti, ma aveva torto pensando che fosse come nelle città inglesi dove è l’università la principale struttura urbana e il centro di pensiero anche economico. Qui, come a Bologna, ci si vanta dell’università, ma poi si pensa ad altro, spesso la si sfrutta. L’alma mater è al più matrigna per l’ industria e indifferente alla tradizione commerciale millenaria. Una economia miope e spesso arrogante oltre che lagnosa, fatta di parole e poca generosità. Non è un caso che gli ultimi benefattori si siano estinti nei primi anni del secolo scorso, questo ci dice che dopo lo splendore degli anni della repubblica e del principato, la lunga dominazione veneziana non ha generato una stirpe di munifici ricchi, ma circoli chiusi e gelosie. Eppure c’è un’aria che altrove non si trova. Non quella inquinata che si respira, ma l’idea che possa accadere qualcosa di grande, di bello, di adeguato a un destino che punta in alto. Questo non vedere l’alto è tipico di chi guarda con troppa attenzione ciò che vende e più per il guadagno che per la sostanza, ma mi ostino a pensare che in un qualche momento ci sia chi comincia a guardare innanzi e vede che la civitas è un insieme unico se ne facciamo parte non se si vive di rendita. E’ chiaro che sono di parte, amo troppo questa città, ne ho la sensazione tangibile quando ci cammino, quando vedo luoghi in cui sono cresciuto e che hanno acquistato la giusta dimensione capendo col tempo, cosa si è pensato e cosa c’è stato tra queste mura, ma non è solo un amore fatto di appartenenza, è il piacere di tornarci, unito alla capacità di vedere difetti e limiti. Da molto tempo l’industria delle lapidi per gli uomini illustri langue, con fatica si trovano qualità importanti per dedicare una strada, le stesse glorie accademiche si sono rarefatte. Come per gli uomini, le città vivono se si aprono, se guardano lontano, ora il periodo è indeciso tra una micragnosità di piccole ricchezze tenute strette e il volo di chi vorrebbe un respiro possente che indichi al mondo che di cultura, di ricerca, di saperi, di scoperte ci si alimenta e vive. Quando ci penso mi dico che finché ci saranno biciclette e persone che vanno a piedi c’è speranza che questo vedere prenda il sopravvento. Lo so che è così, perché chi cammina ha tempo per pensare e chi pensa riesce a vedere oltre, ha una meta, che è non solo la strada su cui cammina.
In un libro di Nicola Lisi, diario di un parroco di campagna, si parla della vita che si svolge in una piccola comunità. Le feste religiose, i residui pagani, le credenze, le nascite e le morti. I fatti singolari si estrapolano da una sequenza di consuetudini acquisite non si sa come e tutto procede in una atmosfera sospesa. Anche i sentimenti sembrano solo personali e privi di effetti di mutamento e così il magico e l’inconsueto sono temperati, quieti . Tutto fa parte delle giornate che iniziano con un risveglio e finiscono con un riposo. Giorni tutti uguali che al più sono rischiarati dal loro grigiore da un senso d’attesa che qualcosa accada. Appena oltre i confini della parrocchia e del paese, succedono cose differenti e importanti, ma di queste arriva solo l’eco e raramente l’effetto. Questa era la condizione vera del mondo fino a 70-80 anni fa, e la tentazione del dotto o del protagonista era la vita quieta e l’estraniarsi dalle cose, proprio come accadeva nelle vite usuali, ma per scelta non per condizione. Poi le vite si dividevano tra vite immote e vite mobili, tra un tempo locale e un tempo universale. Ma di quest’ultimo tempo arrivava ben poco nelle case delle persone comuni, c’era al più qualche notizia da commentare, ed essa restava rigorosamente separata dalla gestione delle vite nel loro svolgersi abituale. Quindi c’erano due tempi che non coincidevano, e neppure spesso si toccavano: uno in cui si viveva e i cui non avveniva praticamente nulla e uno in cui avveniva molto ma che di fatto raramente riguardava le vite dei singoli. Anche i gravi sommovimenti storici, le guerre, gli eventi naturali catastrofici entravano nella memoria ma non mutavano le vite se non le riguardavano direttamente. Mia nonna ricordava il terremoto di Messina, ma questo non le aveva mutato condizione o destino personale visto che non era li, cosa che invece fece la prima guerra mondiale. Voglio dire che una sorta di impermeabilità del tempo vissuto nella propria vita rispetto al tempo dei fatti e del mondo era naturale quando non emergeva una correlazione diretta tra le notizie, i fatti e il vivere usuale. Ci si preoccupava di se e di ciò che accadeva in un raggio molto ristretto di metri, al più qualche kilometro, il resto era curiosità. Oggi che abbiamo la possibilità di conoscere molto di ciò che accade, che possiamo viaggiare con facilità, che siamo immersi nelle notizie, stranamente l’influsso sulle vite personali di ciò che accade non è mutato di molto. Viviamo apparentemente in un villaggio globale, ma la dimensione è quella della casa, di ciò che faremo tra qualche ora, in un fine settimana, tra qualche mese. Viviamo in una penombra serale che ha in se nostalgia e quiete e la percezione del mondo non agisce sui fatti e sulla possibilità di incidere sulle loro conseguenze, ma solo sulla distinzione se essi ci riguardano o meno e comunque ci penseremo domani. L”esortazione di John Donne sul non mandare a chiedere per chi suona la campana è ancora pienamente inattuata. Sappiamo molto ma non espandiamo il nostro tempo e così si deve ridurre la conoscenza, toglierle importanza fino a ridurla a un brusio di fondo che genera un’inquietudine costante. Viviamo vite inquiete perché il nostro tempo non coincide con il tempo del mondo, perché ne sentiamo la minaccia ma non interagiamo con esso. Allora la domanda diventa non tanto dove sono, cosa capisco, ma piuttosto: ciò che accade mi riguarda? E cosa davvero mi riguarda?
Ieri mattina, un amico osserva che lo spazio dato per la morte di Pino Daniele sui giornali di radio tre, la rete di “noi intelligenti e progressivi”, è inusuale e conclude con questa considerazione: ma Pino Daniele era davvero così importante, lo conoscevano all’estero? Al mio amico non interessa molto la musica leggera, neppure quella classica lo prende più del necessario, sarà per questo che non ha potuto, a suo tempo, apprezzare quanto innovativo sia stato Pino Daniele per la musica in generale e per quella napoletana in particolare, parlando della vita e dei problemi quotidiani, dell’amore e del lavoro che non c’è, senza infingimenti, dicendo le cose. Il bello viene fuori dalla realtà, ma non la redime. Quindi il mio amico, che non ha ascoltato le parole delle canzoni di Pino Daniele, non può capire. Però, su un eccesso ha ragione, perché al solito, si è esercitata la retorica brada, quella che si avventa su un fatto e lo snatura. Ieri ho sentito e letto commenti infiniti, ripetitivi, eppure credo che a Lui bastasse che gli fosse riconosciuto di aver parlato con verità ed arte di ciò che sentiva e che gli stava attorno.
Al mio amico ho risposto che non ci sono notizie, che non accade nulla. Questo è particolarmente vero in questo periodo in cui, se si tolgono le disgrazie, non si sente un minimo odore di futuro che non ci ricordi che da tempo bisogna pulire le condutture. C’è un traccheggiare fatto di elezioni in parlamento, di faide interne, di provvedimenti in odore d’insano accordo e tutto finisce nell’ottundimento, nell’indifferenza. Qualunque cosa accada sembra non modificare le vite e le loro prospettive per cui, ne nasce un connivere che è nei fatti, nella politica prodotta da compromessi e non chiarezza di chi è da una parte e chi dall’altra, motivata sempre da urgenza, eccezionalità, anormalità. In questo la prima repubblica era più democratica, c’erano elezioni, accordi, porcherie e responsabilità, si sapeva chi era l’avversario di chi. Ora sembra che ci sia una marmellata fatta di parole e di atti, ma nessuno davvero risolutivo. Provincie che esistono ma non esistono, regioni che continuano a lamentarsi e spendere, nessuna modifica radicale dei modi di spesa dello stato centrale e quindi si taglia fuori della casa del potere, ma dentro di essa la sclerosi continua. Insomma manca la chiarezza di un disegno e di un obiettivo verificabile. A parole si sono contrapposte parole, in questo chi è più bravo vince e da un pezzo l’affabulazione è parte della caratura dei premier. Del resto le analisi sul gradimento degli italiani nei confronti della politica mostrano una mutazione fondamentale nel modo di intendere la democrazia: i partiti hanno consenso zero, i leader consensi alti, a due cifre. Quindi non contano più i processi che confrontano le idee, ma lo scontro diretto, senza discussione partecipata, senza quell’ analisi della realtà che porta al farsi del nuovo e del futuro. Si può dire una cosa, correggerla, negarla. Non c’è nessuna novità, quindi, anche perché chi si oppone ha la coscienza poco immacolata, oppure vuol far notizia a tutti i costi come Grillo che difende i vigili romani assenteisti. Una opposizione senza idee alternative, senza puntiglio, senza unità d’azione diventa velleitaria e quindi non fa notizia, ma soprattutto non crea l’alternativa. Non mi piace pensare che l’alternativa debba risiedere nel fallimento, nello star peggio, è vero che la realtà è una dura maestra, ma questa da tempo non insegna più nulla, non induce a produrre cambiamento. L’unica novità che occupa per ora poco spazio sono le elezioni in Grecia, se vincerà Tsipras, l’unione europea sarà costretta a fare i conti con la povertà e con l’iniquità delle condizioni economiche imposte ai paesi in crisi. Sarà un vento che riporta a sinistra la discussione ora lasciata nelle mani della destra, bisogna pur dirlo che con questa Europa non si può essere uguali e neppure crescere assieme. Certo è assurdo tornare agli stati nazionali e alle monete, ma in realtà servono più poteri per la crescita comune che regole che affossano i più deboli. Se l’Europa sarà, dovrà essere egualitaria, fare l’interesse dei popoli che la compongono, praticare la democrazia per tutti gli organi di governo e di potere e non essere un insieme di dominanti e dominati utile solo alla crescita dei capitali finanziari.
Ma finché questo non accade in realtà le notizie sono poche. Pino Daniele aveva una grande capacità di mettere assieme la realtà con il sentire, fare di una carta sporca l’emblema di una città e fornire un motivo per cambiare. Non sono riuscito a spiegarlo al mio amico, che le persone come Pino Daniele, qualunque cosa facciano, sono importanti per davvero, perché sono quelle che vedono e indicano un modo nuovo di essere, la necessità di ribellarsi, un sentire che non può essere sempre ottuso. Queste persone sono il nuovo e uno di loro se n’è andato, forse con troppa retorica, ma non era la sua speranza ad esserlo.
Mentre buttavo le briciole dal balcone, un piccolo assembramento di passeri si è radunato. Hanno becchettato quel che c’era, con molto senso della realtà, poi hanno divorato anche l’aggiunta, e infine sono sciamati in un volo corto fatto di fili e rami. Appoggi, insomma per stare a vedere. Siccome ho virtù aruspicianti, da quel breve volo, per inferenza statistica, ho tratto questo oroscopo egualitario, che va bene per chi ci crede e per tutti i segni, anche quelli sul muro e sulle scale che non si capisce mai chi li abbia fatti. E va bene pure per chi non ci crede l’oroscopo, perché al volo dei passeri nessuno si può opporre. Néanche Renzi o la U.E.
AFFARI: Distinguiamo, se per affari intendiamo gli aggeggi di solito elettronici, di cui non ricordiamo il nome, e a malapena la funzione, ma di cui certamente non abbiamo nozione del funzionamento, allora siamo circondati da affari che lampeggiano, rassicurano, inquietano e che sembrano avere una funzione consolatoria nelle nostre vite. l’anno a venire sarà ancora più ricco di questi affari che comunque non dureranno, e come gli altri si butteranno senza averne sfruttato le capacità. Se saprete coglierne il limite avvertirete anche un senso di liberazione e quindi affari nuovi vita nuova.
Gli altri affari, ovvero quelli che fanno i tipi in gessato, i conoscitori di vini pregiati che fanno bere agli altri il vino in tetrapack, i possessori felici e condonati, delle ville sul mare che costeggiano le nostre coste perché il mare è in loro funzione non per tutti, quegli affari lì andranno sempre bene. Per tutto l’anno e anche quelli a venire. Diciamo che i gessati appartengono a un altro universo che non ci compete e se i loro buoni affari fanno un po’ andar peggio i nostri, qualche motivo ci dovrà pur essere, ma per ora non sappiamo come metterci una pezza. Anche perché se mettiamo una pezza a loro restiamo un po’ col culo scoperto noi, che le pezze ormai le abbiamo lì.
LAVORO: nel 2015 chi avrà lavoro, lavorerà molto ma sempre con lo stesso ricavo. Alcuni si sentiranno dire: ti ho dato un lavoro e vuoi anche essere pagato? Ma allora non sei mai contento… Però si intravvederanno segnali positivi di uscita dalla crisi,e questo rincuorerà alcuni se avrà effetti pratici su di loro oppure deprimerà altri se non gli cambia nulla. Pare non sia una scelta possibile, quindi cercate di vivere al meglio e di aver fiducia. Per ora non costa nulla, la fiducia, anche se la si potrà detrarre dalla nuova denuncia dei redditi.
TECNOLOGIA: i passeri non erano passeri, erano droni, ma me ne sono accorto dopo. Sono sempre più intelligenti questi droni. La tecnologia ci coccolerà, affascinerà, convincerà per tutto l’anno e anche dopo. Ne saremo conquistati e compreremo un sacco di cose inutili e divertenti, che si rifiuteranno di funzionare quando servono di più. Saremo dipendenti e ci sembrerà di essere più liberi. Tutti i grandi marchi mostreranno novità che renderanno obsoleto e senza valore quello che non avete ancora finito di pagare. Le applicazioni che funzionavano tanto bene non andranno più con i nuovi sistemi operativi. E se con fatica avete imparato a far funzionare il penultimo ritrovato della tecnologia, dimenticatevene perché l’ultimo è diverso, più semplice e incomprensibile. Potete anche considerare cheperfino i droni passeri senza batteria non volano, che fare le 4 operazioni e scrivere su carta può persino risultare intelligente e senza attendere un black out mondiale cominciare a preferire la concretezza del legno, del ferro, delle piume e dei cuori pulsanti (ossia dei sentimenti).
SESSO: L’anno è aperto e promettente, Marte si incontra con Venere, se entrambi hanno voglia. Se siete degli dei non c’è problema, saranno situazioni idilliache e memorabili, ma se non siete dei guardatevi attorno e pensate a quello che davvero volete, la scelta sarà tra la durata e l’estetica. Come per le lavatrici tedesche. Comunque sia la scelta, visto che le possibilità sono ampie e l’anno favorevole, scegliete il meglio. E se non è vero che chi fa sesso statisticamente (chissà com’è il sesso statistico) vive più a lungo è pur vero che si diverte assai di più. Meditate, meditate, ma non per per troppo tempo, poi datevi da fare.
AMORE: L’ anno che si apre, secondo i passeri-droni è favorevole all’amore. A quello in corso, a quelli non ancora nati, a quelli che si concludono. La pentola del tempo sembra contenga sia la felicità che il dolore e che l’amore abbia la capacità di cucire entrambe e poi di metterle a disposizione come al self service. Abbiate fame e prendete una bella dose d’amore, consumatela che tanto ce n’è ancora, innamoratevi di chi lo merita e vi corrisponde e se vi capita di guardare il soffitto al buio, non è segno d’insonnia o disturbi alla vista, ma della necessità di ascoltare quello che c’è dentro: siete innamorati.
POLITICA: Il premier nel discorso di fine anno ha detto che la parola guida del futuro sarà ritmo: preparatevi a ballare. Sulle possibilità che questo sia un Paese tranquillo, i passeri-droni sono stati chiari: non sarà così. Ci sarà invece tutto il campionario di promesse, improperi, dileggi, speranze che fanno parte della politica non noiosa. Si vota il nuovo capo dello Stato, se ne avete voglia ci sono modi interessanti di partecipare attraverso gli allibratori di scommesse di Londra, di sicuro avranno più brividi delle quirinarie di Grillo. Forse si vota oppure no, ma il vero fatto nuovo è che il premier attuale non giura più sulla testa dei figli, come uno precedente, cosa che rassicura i figli, ma non il resto del Paese. Però promette il cambiamento, quindi non preoccupatevi ci mancherà niente. Allora dipenderà da voi occuparvi di politica, visto che neppure le elezioni mancheranno: potete fregarvene come fa il 50% degli italiani, aderire per opportunità a una parte come fa il 25%, credere a qualcuno o qualcosa per svariati motivi come fa il 23,5%, essere convinti di poter cambiare davvero le cose come fa l’1,5% degli italiani. Comunque sia la vostra scelta non illudetevi, la politica vi braccherà, vi costringerà a discuterne, influenzerà le vostre vite, vi farà inveire, vi darà delusioni e speranze, non le scapperete, allora tanto vale interessarsene davvero.
SELFIE: Sarà un anno favorevolissimo ai selfie, se ne scatteranno a miliardi. Aiuterà molto il riconoscimento momentaneo di chi li scatta visto che pare crescano i problemi di identità, e se nessuno sa chi è davvero meglio si scatti una fotografia e la metta su facebook, magari qualcuno lo riconosce. Tra le tante spazzature in crescita, dopo la plastica negli oceani e nei ghiacciai, ci sono i selfie. Se ne producono miliardi e sono usa e getta, solo che da qualche parte ristagnano e occupano memorie, cloud, sms, mail, social network, ecc. ecc. e stanno intasando tutto. L’anno che verrà non promette nulla di buono al riguardo, continueranno a moltiplicarsi finché ci sarà solo una immagine nelle teste di ciascuno, la propria.
TEMPO: Secondo una recente teoria pubblicata su Nature da due fisici americani sulla direzione della freccia del tempo (i due intervistati, hanno accolto il giornalista in maglietta e calzoncini corti, con delle pantofole interessanti a forma di orsetto quantico) si sono detti contenti della teoria e perplessi sulla comprensione della stessa), sembra che a partire dal momento zero dell’universo, il tempo e la sua freccia si siano espansi in entrambe le direzioni opposte, per cui le frecce sono due, opposte e noi saremmo remoto passato degli antipodi della freccia opposta. Questo provoca una piacevole conseguenza: siamo già stati e abbiamo una possibilità di futuro che già esiste. Tanto vale approfittarne e viverlo allegramente.
Buon anno a tutti, il tempo è una buona cosa, usatelo.
Finita l’orgia si riposa. Il riposo del cotechino, della bondiola, della salama da sugo, del cappone scampato, del capitone fuggito e del Natale Babbo stremato. Sì perché io di nome mi chiamo Natale e il cognome è Babbo. A dire il vero non era neppure Babbo il cognome, ma Pater, cognome da emigrante qual’ero. Mi hanno detto vieni a nord che c’è lavoro e io sono andato, il lavoro c’era, ma era pure duro e mal pagato. Da pastore di pecore a pastore di renne e queste mica rispondono con un fischio. Poi sono arrivati quelli della cocacola, e mi hanno detto: ti interessa un lavoretto facile facile, a tempo determinato, lo fai da casa per gran parte dell’anno e poi a Dicembre un giretto per le consegne e finisci. Però devi cambiare il cognome con uno più affettuoso, Babbo ti va bene? Ed eccomi qua, con il cognome prima del nome, come fossi all’appello a scuola. Babbo Natale? Presente. Mi hanno messo la divisa aziendale, così mi hanno detto, poi ho scoperto che mica lo era, però me l’hanno regalato quel vestito ridicolo. Loro che sono americani e che il rosso lo vedono come i tori, mi hanno vestito da panzone garibaldino pronto ad andare a letto. Io mica ero panzone, allora. Ero magro, magro come un chiodo, magro come la fame che avevo. La panza ce l’avevano loro, razza di obesi, ingozzati di patatine, pollo fritto e maionese. Pieni di grassi idrogenati, burro di arachidi e sciroppo d’acero. Loro erano il ritratto della prosperità, io ero il ritratto della carestia. La pancia mi è venuta dopo, è solo dilatata. Mi pagano a cocacola e bevo. Bevo e divento nervoso, così bevo ancora e mi gonfio. Insomma ho una dipendenza gassosa e gli effetti collaterali spaventano le renne. Provate voi a governare quattro renne volanti sensibili ai rumori. Ho sopperito con para orecchi e stoppa, così ora ho le renne sorde e per guidarle devo usare la lingua dei segni e ampliphon. Guidarle per cosa, poi… La falegnameria produce cavallucci e bambole e qui mi chiedono apple e samsung, sony e gucci. Genero scontentezze con i regali e faccio pure fatica a costruirli, finiscono direttamente sul mercato vintage. Non è una soddisfazione. Chiedete direttamente al produttore, io quelle cose non le ho, e non posso pagarle con i premi che vinco alle gare di rutti.
Ma dal prossimo anno si cambia. C’è il jobs act. Me l’ha detto Poletti, che pure un po’ m’assomiglia: non più contratto a tempo determinato, non più mezzo proprio, non più lavoro a domicilio. Ho già chiuso la partita iva. Voglio l’assunzione e la slitta aziendale, giocattoli su budget contrattato e indennità di divisa. Sennò buona uscita adeguata e trovano qualcun altro, tanto i disoccupati non mancano. Io vado a fare il taxi pizza e kebab con la moto slitta, gli esquimesi ne vanno pazzi e mi danno pure la mancia in merluzzo e stoccafisso, insomma, anno nuovo: si cambia verso.