ti racconto la sera sul fiume

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Stasera la luce sfrangiava le nubi. Erano grosse, giallo marroni, grigie, azzurre, respinte in alto da un triangolo di fuoco arancio che occupava una gola di pianura tra i monti vicini. Il sole voleva tramontare tranquillo, per suo conto e che le nubi facessero quello che volevano. Così tutto si era alzato verso la notte che viene da oriente, e al tempo stesso inabissato tra gli alberi. Disperso nelle foglie nuove, sparso a larghe chiazze nell’acqua. Anche sulla terrazza che dà sul fiume, i toni delle voci si erano abbassati, gli scalini che portano verso l’acqua e che solitamente sono pieni di coppiette, erano quasi vuoti. Certo c’era il vento, radente, freddo, quasi una tramontana, ma oltre a stringere i giubbetti primaverili, incrociare braccia a mantenere un po’ di caldo al petto e, se si evitava l’acqua, nessuno se ne andava verso casa. Come se tutti attendessero un qualcosa che doveva accadere e che aveva a che fare con il tramonto. E invece era la luce che ammaliava. Così strana e schiacciata da rendere evidenti particolari che di solito sfuggivano. Le zampe di marmo della porta che entravano in acqua, ad esempio, oppure quel muoversi increspato che toglieva ogni colore all’acqua, o ancora la trasparenza sfacciata delle foglie nuove che ostentavano un verde luminoso. Mi ricordavano, le foglie, quelle lampade che un tempo si trovavano nelle biblioteche, oppure in certi uffici pubblici e che erano molto inglesi, con un semi cilindro di vetro spesso e verde che conteneva la lampada e due sostegni d’ottone che lo reggevano, il fascio era largo come un libro o un foglio, e facevano una luce tranquilla. Poggiando la loro capacità di illuminare su un ragionamento consolidato, su una forza che era tradizione e certezza di durata. Ebbene quelle foglie, stasera, avevano la stessa tonalità di verde. Persino i lampi di luce che foravano gli spazi tra i rami diminuivano di forza, al cospetto di quel verde.  Se tutti guardavano a tratti, non voglio dire che ci fosse una consapevolezza, uno stupore che coinvolgeva tutti, ma era come ci fosse un suono. Sì, la luce era un insieme di note interzate che costringeva ad ascoltare e a muovere lo sguardo in accordo. Dalle nubi all’orizzonte in mezzo al tramonto e poi in mezzo agli alberi, tra le foglie e sotto, verso l’acqua, e ancora attorno verso le cose che diventavano più profonde, nette nei colori, presenti sino quasi ad alzare il dito per indicare. Nessuno smise i discorsi iniziati, però si fecero più lenti, come per attendere che tutta quella luce cessasse di occupare lo spazio degli occhi e tra i visi. Le parole vennero più piene, le risate sottili di significato. L’incanto è durato a lungo e poi tutti, improvvisamente, assieme all’assottigliarsi della luce, hanno cominciato ad alzarsi, a salutare, per una fretta di raggiungere qualcos’altro che non era lì. A piedi, in bicicletta, da quello che era stato un fulcro, le forze si sono irradiate. Non so cosa ci fosse dentro le altre teste, ma nella mia c’era la necessità di prolungare la luce, adesso che la notte calava in fretta e così mi sono avviato, pedalando, verso casa. E pensavo a quella sensazione mentre le luci delle strade, dei negozi illuminati e chiusi sotto i portici, riempivano la strada di una luce gialla e calda. Pensavo che quell’altra luce era piena di significati e vita e che ti sarebbe piaciuta. Ecco, pensavo che tutto quello che avevo visto, ti sarebbe piaciuto. 

relatività quotidiane

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Quasi nulla è come appare.

Quasi nulla è come si sente.

E nel sentire ci stanno tutti i sensi, intuizione e intelligenza annessi.

La verità è imprecisa, un po’ dilettante nel raccontarsi, usa parole che servono più a noi che a lei. Si direbbe che lisci il pelo al gatto. Per questo dovremmo definirla misericordiosa?

Quando la si conosce, la realtà, si capisce che è maestra severa, e siamo noi che ci adeguiamo a lei e smettiamo di sognare. Ma nessun insegnante dovrebbe (che brutta parola, ma solo perché serve) derubricare da chi lo ascolta, il sogno.

un inutile, banale, pernicioso, giorno

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Il confronto civile, la discussione tra persone, il comporre le decisioni, ecco, questo mi piace nei rapporti, ma non è la nuova abitudine. Oggi impera lo scontro, verbale prima e se necessario  anche fisico, poi. I pacifici non hanno il mondo.  Beatitudine non verificata dai fatti. E non hanno neppure la verità. Combattono. Dall’altra parte la debolezza, la menzogna hanno bisogno dello scontro verbale. È strano, viene tirata in ballo la dignità per difendere ciò che dignità non ha. Forse  perché il prevaricare rende vero ciò che non lo è.

È il potere, bellezza, e però basta dire di no. Per i pacifici, gli educati, quelli che hanno un’etica, ci saranno più silenzi, più esclusioni, ogni scontro costerà molto di più a loro pur avendo ragione rispetto a chi ha torto. E si perderà, spesso, molto spesso. E tenere la schiena dritta guasterà l’umore, minerà la tendenza a vedere il buono nelle cose, ma non c’è via d’uscita per chi è pacifico e non supino: tenere il punto e cercare serenità.

Direte, ma perché vengono fuori queste cose. Slegate, prive di fatti e di contesto, quasi uno scazzo dopo una batosta. Quello che leggete nasce dopo un inizio di giornata che aveva due scelte, o essere una tranquilla prosecuzione di accordi, di cose evidenti, oppure trasformarsi in uno scontro metafisico. Metafisico perché oggi ci si parla per mail, si chiudono rapporti di lavoro, amori, scelte, tutto per mail. Eppure il metafisico è reale negli esiti e negli effetti. Da oggi il giorno sarà diverso. Bisognerà acquietare l’inquietudine, trovare le serenità che fanno dire e fare ciò che è giusto. Trarre conseguenze. Non finirà qui e ricorderò questi giorni come inutili, banali, perniciosi. Il positivo farà molta fatica ad emergere se non nel nuovo, nello scuotere i calzari e andarsene. Non funziona così anche negli amori? Un ex amore è puntiglio, meglio andar via, cercare il mondo dove c’è davvero.

quasi un fado

Una vita come un fado: passione, scialle che avvolge, durezza che si scioglie.

Il sole taglia i muri di giallo, l’odore del bacalhau e dell’abitudine escono con il lenzuolo steso fuori dalla finestra. Gli azulejos rilucono di notte, lo sapevi? Anche a pezzetti, dispersi dal camion dei detriti sbriciolati nel cantiere che costruisce il nuovo. E demolisce, oddio come demolisce, cambia, apre i muri, li fa cadere. Il nuovo è così, scava nuove porte per nuovi padroni e intanto la ruota gira, divora ciò che ha spiccato un balzo verso l’alto che sembrava non finire, ma finisce. E lo attende una bocca aperta, come quella degli uccelli del giurassico, dal muso lungo e i tanti denti. Pterodactylus che aspetta che il nuovo frolli, che poi mastica e inghiotte. Mai sazio e ricco di pazienza. Come un rapace, ma bestia che sa, che prevede. L’occhio ironico, il cervello razionale. Basterebbe cambiare il ciclo, la prevedibilità e morirebbe di fame. Ma è cosa complicata, costa fatica, meglio il nuovo e la sua impazienza che non muta i cicli: ascesa e ricaduta.

Alla luce della luna e d’un lampione pezzetti bianchi e blu di azulejos, rilucono. Caolino e manganese, superficie vetrosa e ceramica. Incredibile l’effetto nella leggerezza e lucore. Sopra, di giorno, tra il rumore di trapani demolitori, nascono bagni acciaio e piastrelle, docce laser e superfici riflettenti. Da nascosti altoparlanti esce musica discreta oppure battente. Bluetooth. (chissà se i denti della bestia han questo colore)

È questa la scelta. Ti verrà lasciata questa scelta sola.

In Alfama per i turisti ballano il fado. Chissà cosa resta della passione, d’uno scialle che si apre e poi stringe il corpo, della durezza che si scioglie. 

A te la scelta. Forte o piano. Nuovo o vecchio. Passione o noia ? 

occhi che apprendono il senso da indossare

Prima la brezza che allunga l’ombra,

si scurisce il verde,

e la terra bruna che dipana e avvolge le radici,

poi un suono, di ringhiera che vibra nel cortile,

e una campana.

È quiete,

e tra rumore di stoviglie, sera. 

Nello sfaldarsi dei soffioni,

e nell’urgenza che si spande dalle fresie,

si coglie l’ordinato crescere del tumulto delle vite.

Una finestra sbatte,

una, due volte, prima d’una voce che rinchiuda,

ma gli uccelli sanno d’esser nuovi,

nell’ incessante volo tra le case,

e in un piccolo vaso lasciato in disparte,

la menta racconta, incurante e folta,

che non è solo la primavera,

sono gli occhi che apprendono il senso da indossare,

leggono la traccia della notte che c’accompagna nel saperci un poco,

noi, imperfetti, e muti,

dinanzi all’immeritato senza nome della vita.

aveva ragione e torto assieme

Ho risentito la sua voce per radio, lo stesso tono, lo stesso incespicare nella costruzione della frase che deriva dall’abitudine di usare l’inglese come prima lingua. Come allora lo stesso atteggiamento tranchant che mi aveva così colpito e indisposto. Eravamo entrambi di vent’anni più giovani. Al consolato italiano, un cocktail di presentazione e di benvenuto. Invitati della comunità italiana e americani, tutti in piedi e impegnati in quell’esercizio da polipi che tiene insieme un piatto, un bicchiere mezzo pieno e una forchetta, tra un tonnarello e una polpetta al sugo lui si avvicinò e mi chiese cosa vendessimo davvero. Il tono e il sorriso ironico sottolineava che degli italiani non c’era da fidarsi molto, Che eravamo un po’ magliari e che comunque non avevamo la giusta dimensione per il paese che ci ospitava. Ero un po’ offeso, non ci conoscevamo e mi sembrava avesse la puzza sotto il naso, solo che la puzza eravamo noi. Gli dissi che avevo conosciuto suo padre, professore all’università al mio corso, e gli chiesi cosa ricordava della città in cui era stato a lungo. Sapeva poco e ricordava meno, però aveva un giudizio. Ne ricavai una ulteriore sensazione negativa, ingenerosa, per noi, per me, che ci davamo da fare e che, con difficoltà, cercavamo di rappresentare un Paese, il suo e nostro, e insieme un territorio degno di considerazione, geloso della propria dignità.

C’ho ripensato più volte in questi anni e ho concluso che aveva ragione e torto assieme. Che spesso le missioni economiche fallivano gli obbiettivi, che mancava la continuità nel lavoro di promozione, che rappresentare l’eccellenza non era facile perché quella conclamata si rappresentava per suo conto, mentre mostrare la fatica, le speranze, il lavoro certosino, le unghie rotte e le notti insonni non portava nessun lustro, Però c’era il territorio, la storia, l’eccellenza delle menti, l’insegnamento, una grande capacità di intuizione e di lavoro.  In fondo ci facevamo lustro dei parenti ricchi, del successo altrui, mentre del nostro cosa potevamo dire se non che c’era voglia di lavorare, di fare, di crescere.

Aveva ragione sulla dimensione delle imprese, sul fatto che assieme alle realtà vendevamo la voglia di crescere, le speranze che sembravano cosa fatta, la ricerca in corso con gli scarsi mezzi, le idee povere anche se aperte. Eravamo parenti poveri, merce da lavoro, da sfruttare per penetrare  il mercato che con il suo risparmio un po’ di potere d’acquisto l’aveva.

Aveva torto nel pensare che fossimo piazzisti, che ci fosse un voi e un noi. Per dimostrare che questa parte della realtà non salva nessuno, c’ha pensato il mercato finanziario, le crisi immani degli ultimi anni, il mutamento troppo veloce dei Paesi e della incapacità di crescita del benessere. Noi eravamo di una ricchezza cosi labile e recente da sapere il duro prezzo dell’impoverimento, lui non lo sapeva ma questo avrebbe investito anche il Paese ricco per antonomasia: gli Stati Uniti, demolendo la sua classe media.

L’ho visto più volte in televisione, letto e ascoltato. È un opinionista autorevole e ricercato, esponente di quella scienza, l’economia, che non risolve i problemi, ma propone in continuazione soluzioni. Si è un poco ammorbidito, forse l’età, però ancora giudica e fa capire che possiede verità incontrovertibili. Ho rivisto la mia opinione d’allora, non mi infastidisce più, aveva ragioni e non verità allora come adesso. E questo mi rassicura che in tutti gli errori che si possono fare, la buona volontà è ancora un motore mentre chi giudica si ferma oppure viene trasportato, ma non aiuta ad andare avanti. Però abbiamo bisogno anche di critici feroci. Ci riportano alla nostra dimensione, basta non essere schiantati dalla critica e pensare che non c’è speranza.

carlo felice

A volte l’aereo arrivava a Cagliari, a volte a Olbia, più raramente ad Alghero. Questioni di orari, tariffe e impegni, la distanza era più o meno la stessa. Poi sempre le stesse cose, il bagaglio, un’auto prenotata da ritirare, il sole che prendeva gli occhi, il pranzo se c’era tempo. A Cagliari, a mezzogiorno, finivo da Balena. Una cosa rapida, da consumare con i pensieri brevi che già puntavano ad altro. Poi la strada. La Carlo Felice. Non so cosa veda chi è nato in Sardegna, se, come mi accade quando torno a casa, esso colga lo scempio delle periferie, il devastare delle villette, la stepposa natura dell’incuria. Non so e ogni volta penso che Renzo Piano con le sue periferie, se non si sbriga a fare, non arriverà a tempo e si perderà memoria del futuro. Cioè chi ha conosciuto il prima non potrà dire che il meglio viene dopo.

Immerso nell’intrico degli svincoli riconoscevo i posti di sosta, alcune singolarità di memoria, i centri commerciali. E i cartelli non ancora perforati dal piombo grosso per cinghiali. Partivo leggero e pensoso, sulla strada che nella mia testa s’ inerpicava anche quando era piana. Andavo al centro e in alto. Andavo verso quel bivio che da un lato portava a Sassari e dall’altro a Nuoro. Io andavo a Nuoro. Per un incontro. Il primo. Poi dentro la Barbagia, ancora più in centro verso Tiana, con la i strascicata, Ovodda, Gavoi, Ollolai, Teti, Austis, in alto, in un silenzio di uccelli, di pecore, di sughere, di auto vuote al limite della strada. E la sera, al termine della giornata, avrei dormito in un luogo, che pur conosciuto, ogni volta mi sembrava nuovo, in un buio inusuale che avvolgeva appena oltre la porta, con rumori freschi, nuovi all’udito, con orari diversi. Qui ho fatto l’esperienza dell’assenza di luce, dello spaesarsi nei luoghi che non si conoscono, della relatività del tempo quando esso non ha riferimenti.

Il giorno successivo ci sarebbe stato ancora il lavoro, il capire, il risolvere, gli incontri con gli amici. Ma questo era altro dall’esperienza dei sensi, dall’emozione che provavo: così carica di contenuto che ormai fa parte di me.

Per questo la Carlo Felice, non è una strada qualunque, ma un luogo che biseca il grande rettangolo dell’isola, che spartisce l’est e l’ovest come un confine. Il moderno dei racconti che mi narravano della transumanza che valicava i monti. L’aspro andare costellato di punti riferimento, di leggende, di paesi, feste, riti. Per me, che arrivavo da lontano, quell’ortogonalità dell’andare, quando potevo farla, mi regalava agli occhi i due mari, le coste diverse, il consumarsi della pietra, il sentire che una radice affonda dove c’è sostanza. Facile dire che ero affascinato dall’arcaico, dalle immutabilità sottostanti, credo si trattasse di una corda profonda che si è attivata di rado e che sempre ha evocato senza dire chiaramente. Come per un barlume o una situazione che si riconosce ma non sembra appartenere a questa vita, a questi ricordi, eppure lo è, solo che è profonda e sghemba rispetto all’usuale, al conosciuto.

Ho vissuto la strada con una concezione diversa dal percorrere, era un arrivare che includeva un ritorno. 

Per questo quando tornavo a prendere un aereo a Cagliari, a Olbia e più di rado ad Alghero, sentivo il saluto. Un gesto tangibile, come raggiungere il cuore con la mano. Si alza l’avambraccio, lo si piega e poi le dita aperte raggiungono il petto. Per saluto, allegria, amore. Per omaggio allo sguardo di chi vede e capisce. 

pasquetta

Pasqua è passata con la particolarità delle feste che hanno significati diversi per ciascuno e che tali si vivono. È cosi nell’anno, siano esse arcaiche e poi religiose, quasi mai civili, le feste avvengono.  E ciascuno le interpreta e le fa passare tra le dita. 

Col vizio della memoria sovrappongo i piani, confronto le feste. Vivo il presente e ricordo: profumi, fatti. Vedo con stupore e sollievo l’ inconsistenza del molto che m’era sembrato importante, il ripetuto e il voler dare significato a ciò che non l’aveva. M’era sembrato, non era è lo sapevo, ora guardo avanti pensando che il farsi mio e del tempo dovrebbero cercare di coincidere. Sforzatevi un po’ ragazzi. 
Intanto respingo, con accurata energia, la memoria del futuro, il ripetere ciò che è stato compiuto, la cinica prigionia del sapere come va a finire. È un esercizio da levatrice dello stupirsi, un mettere al mondo ciò che esiste e non è esperienza.
È più semplice ripercorrere le stesse strade. Penso.
Non faccio forse lo stesso quando cerco i luoghi miei, ne vedo la persistenza, metto assieme il ricordo e l’attuale e m’accorgo del molto, allora sfuggito, che adesso è lì, a disposizione, e attende d’essere nuovo?
Con la stessa attesa ogni anno spio le nuove gemme sugli alberi violati dal tempo e dall’incuria. 
In curia, ovvero come non prendere l’amore narrato e trasfonderlo nei gesti. Una non piccolo tradire la vita, che paziente propone di continuo nuove strade e ripete un risveglio che non è mai il precedente. la vita come il bimbo che entra nel sonno con timore del buio, ma nel risveglio ha già messo alle spalle il giorno passato e attende molto dal nuovo.
La festa è quel nuovo che ci chiama oppure è noia. Festa è l’epifania del cuore.

il profumo della vigilia

Le finestre al secondo piano sono aperte. Si sente rumore di martelli battuti con ritmata forza e musica orientaleggiante. In quella camera sono nato. Da lì ho sentito la strada, i richiami dei mestieri ambulanti, ho cominciato a conoscere il danzare dell’impalpabile nella lama di luce. Abbiamo abitato a lungo quella casa. Ho visto come l’hanno trasformata, resa attraente e nuova. La scala non ha più i consumati gradini di pietra di Nanto, c’è un ascensore scintillante di cristalli e trasparenza. La soffitta, che per me era il luogo del mistero e del fascino, ora è un sottotetto con due camere e un bagno pieno di luce dall’alto. La camera dove sono nato, è un soggiorno che sfoggia i travi a vista. Sono spariti i giochi di mattoni incastrati del cornicione, il pavimento è una distesa di legno africano. Un tempo c’era tavolato d’abete che odorava di resina e lacca, quando mia madre lo riverniciava. È mutata la destinazione, il contorno e le persone che hanno popolato quella via così centrale e popolare. Oggi questo è un quartiere di negozi, abitazioni di lusso e pochi bambini. Qui mi verrebbe il confronto, ma sono romanticherie dell’età ed è meglio pensare a com’era quella casa nella festa imminente.

Dal mattino della vigilia, le tovaglie buone prendevano il sole, e si mostravano ai vicini per il lustro della casa. Tra le stanze c’era un parlare a voce piana, del giorno dopo, del pranzo da preparare. Si faceva circolare aria per scacciare l’inverno e far entrare il profumo nuovo. Nel cortiletto, ora lastricato di piccole mattonelle di sasso del Piave, tra le pietre di trachite c’era già l’erba e l’albero di pesco era fiorito sfacciatamente, ribadendo la sua indipendenza dall’inverno e da ogni nostra offesa. C’erano i rumori simmetrici dei vicini, le voci che chiamavano in dialetto. Mia madre stirava le camicie bianche per il giorno dopo e nell’aria si spandeva un profumo di amido, vapore e stoffa scaldata. Era la vigilia. I bambini giocavano con meno ardore, stavano più attenti a non rigare di sangue le ginocchia, correvano più piano. Per giorni, nella stanza che ora risuona di martello, avevo dormito con il profumo delle torte margherite cucinate e messe nel fresco vicino alla finestre. Era lo zucchero e la vaniglia, il profumo di farina cotta e spumosa, il rosso d’uovo impastato con lo zucchero che avevo pulito scrupolosamente e laccato dal dito. Era il profumo di quella torta che faceva Pasqua, più delle parole misteriose del prete, ed era qualcosa di tangibile, che riempiva la bocca di sapore denso e dolce, qualcosa di rustico e antico. Era il profumo della primavera imminente, dell’attesa del buono che diveniva presente. Era la casa e insieme il fuori di essa, come se dalle finestre da cui entrava un’aria fresca e pulita uscisse contemporaneamente il profumo di noi, di ciò che era essere assieme. E tutto si incontrasse in un abbraccio.

p.s. della Torta Margherita ho scritto in passato, qui trovate la ricetta:

https://willyco.wordpress.com/2007/11/23/torta-margherita/

ma il profumo sarà il Vostro.

Con i miei auguri e un sorriso.

improperi

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Perché hai creato una sequenza di dolore e l’indifferenza? Perché in noi non è emersa la reciprocità del sentire? Perché ci colpisce poco una tragedia per qualcuno che giudichiamo diverso da noi e siamo affranti da ciò che è nel perimetro del giardino culturale in cui siamo cresciuti?

È naturale tutto ciò: la differenza divide, gli interessi dividono, la parentela si diluisce con la distanza e diventa indifferenza. Che c’entra la cultura?  Siamo naturali e animali raziocinanti, dotati di libero arbitrio, presuntuosi di parole, fugaci di azioni. Ma cos’ è rimasto di duemila anni di storia se tutto assomiglia a ciò che c’era prima? Cos’è mutato se il mezzo è ancora l’annientamento e la servitù dell’avversario per generare sicurezza. E cos’è sicurezza?

La sicurezza è l’intangibilità del mio spirito, della mia dignità, del mio corpo, del mio pensiero. Ma è vero per tutti o solo per me? Appena distante da dove vivo, in una notte priva di luce perché non c’è corrente elettrica e le candele sono buone solo per i cecchini o i droni, in quei luoghi senz’acqua e senza cibo, dove ci ci stringe in cerca di calore, si pensa ad un futuro che racchiuso tra l’alba e il tramonto del giorno successivo, cosa significa la parola sicurezza? Dove nulla è intangibile, cos’è sicurezza? Per 1400 anni abbiamo guerreggiato. Ovunque e dovunque. >E nulla è stato risparmiato. Nulla era sacro e nel tuo nome e si sono perpetrate stragi immani, dall’una e dall’altra parte. È curioso che mentre noi precipitavamo nella notte della cultura, nell’estirpare radici antiche di pensiero per sostituirle con nuove, tra le sabbie dei deserti d’Arabia altri popoli venissero alla luce. Perché le luci non si mischiarono? Devo chiederlo agli uomini, gli dei sono muti, parlano per enigmi e prescrizioni, enunciano domande che diventano obblighi radicali. Dovrei dire alla mia coscienza che la labilità dell’uomo, la sua imprecisione e fallibilità lo salva dalla notte dello spirito, che gli permette di essere relativo e sfuggire alla dittatura sanguinaria degli assoluti. Oggi è giovedì e per alcuni conta molto, per altri nulla, i fatti che accadono però ci riguardano. Anche quando le parole si spengono. Siamo scivolati in un buio che non è notte, è assenza di luce, di proposta, di forza intellettiva e come animali siamo abbacinati dall’istinto. Ma a che serve tutto questo se sappiamo la nostra insicurezza? la nostra debolezza?

Tenebrae, il buio si confonde col silenzio, con l’assenza di parola, di soluzione, di raziocinio. Stamattina c’era chi metteva in discussione il dubbio, ovvero la cultura laica del relativo che ha permesso le libertà nei popoli. Qualcuno sosteneva che l’occidente ha fallito nel cercare di capire l’altro. Se non siamo stati in grado di trasmettere un orizzonte comune di crescita, che resta della luce?

Oggi chi fa sociologia dell’Islam ha scelto un campo fortunato di carriera, ma è da noi che dovrebbe avvenire la ricerca, ovvero cos’è sostenibile nel nostro mondo? E perché questo non è l’orizzonte comune di popoli diversi? Chi è laico queste cose le chiede a se stesso, non ha un dio che risponde, e il cammino della tenebra è un percorso tra uomini, con risposte tra uomini.

Non voglio la precarietà di ciò che guardo da distante, non voglio che essa entri nel mondo, che sia condizione di guerra e di morte, e se non voglio questo, devo guardarla, percepirla come tenebra dell’essere e dello spirito. Angoscia che esige un assestamento in me. Perché non posso essere al sicuro se non affronto il cammino verso una soluzione.

Non ho sicurezza e neppure ricette, so che una guerra non verrebbe vinta dai civili, ma dai militari. So che il percorso è lungo, comunque, e che ci sono ragioni dentro la nostra società, la nostra cultura ed economia che dividono, so che non c’è nessuna soluzione buonista nel senso che un buon sentimento resta chiuso dentro una testa e che accanto al contingente c’è la sua proiezione nel tempo. So che esiste un noi fatto di convinzioni difficili da ricondurre all’umanità dell’uno. So tutte queste cose e non chiedo ragione se non a me stesso sapendo la mia piccolezza, l’inermità, lo sgomento. Questa è la solitudine, restare nella notte soli e trovare le ragioni che mi riguardano.

Me lo ripeto: le ragioni che mi riguardano. E so che saranno fallaci, parziali, ma non ho altro. Solo questo per affrontare la notte.