Le camere d’albergo s’assomiglian tutte.
Anche in quelle a super stelle.
riempite di gentilezza finte,
d’amori di paglia e gadget,
l’odore non va via.
Odorano di polvere,
di moquette intrecciate al tempo
delle vite di chi vi ha respirato
e I muri hanno guardato muti
muoversi le passioni
ma ne conoscevano il tempo
e la pazienza necessaria
a lasciar vivere se stessi.
Quante volte cuori e parole hanno ecceduto,
le solitudini silenti hanno bevuto fino a tardi,
i pensieri sfociati in confusioni
sempre ardue da onorare.
Le passioni hanno l’odore del sapone di Aleppo e di Marsiglia,
è grasso e soda messe a bollire
e poi colate in candidi
parallelepipedi di buono.
Sanno di infanzia senza calcolo,
di pranzo assieme,
dei no pronunciati senza tema,
il resto che si è svolto
è stata vita e stanchezza senza sonno.
Diceva il cameriere al piano,
che nella stanza del solista non mancano mai i fiori,
coprono l’odore delle sale da concerto,
i colpi di tosse nei pianissimo,
la passione costruita pezzo a pezzo
e mai capita per davvero,
ma poi stesi si sente tutto
e il passato strattona ogni presente.
La stanza a fianco celebra allegrie:
è quello che non hanno udito
che odora dentro.
Strana cosa il ricordo
dev’essere Il suo odore a non avere
un luogo.
Un luogo vero,
che lascia stare,
ma non demorde e non si lava via.
Archivi categoria: cronache dalla galassia
pioggia nel tramonto
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Splende il tramonto
luce di rossori lontani,
e la pioggia inizia a cadere,
fitta, calda, come lacrime senza oggetto di pena.
È solo vedersi inermi e nuovi per l’assoluto,
così temerari e innocenti nel contraddire il cielo,
sorpresi dalla gioiosa libertà dell’acqua
che accarezza margherite e alberi,
e pulisce con materna carezza
foglie bambine e fragili steli.
È l’acqua senza timori che alza I cappucci
genera sorrisi e sguardi scambiati
nei fugaci ripari.
Dice d’essere dolcezza d’amore
mostrata al tramonto stupito,
e ai cuori confusi dall’inutile fretta
chiede una sosta:
finalmente un vedersi
in tanta donata bellezza.
domenica a San Telmo
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La domenica a San Telmo ,
i tangueros troppo vestiti nell’estate di gennaio,
danzavano assorte figure da milonga,
passi nel sole a disegnare l’aria,
ma la mattina nella caffetteria Dorrego
si vedevano solo teste sedute,
e giornali spiegati interi
a coprire il lampo dei colori nella piazza.
Luccicavano i vetri,
nello scuro liberty del ferro
e i camerieri erano vecchi come i loro abiti neri,
ma profumato il caffè e buono.
Era un vagone di tavoli
allineati contro la vetrina,
un corridoio tra i bisbigli,
a dividere il bancone lungo, alto e scuro.
Dietro liquori e lustre caffettiere.
Dicono che il tavolino di Borges stesse quasi a mezzo,
non distante da quel cortile che sembrava un chiostro,
tavolo tra tavoli,
stesso legno dei ripiani,
e interrotte scacchiere tra le tazze.
Alle regine e gli alfieri già perduti
resistevano le torri e i cavalli,
Jorge Luis l’ avrebbe preferito.
Tra i giornali abbandonati,
col dorso stretto dai listelli scuri,
avvenne l’incontro con Ernesto Sabato,
un pomeriggio o forse era già sera,
e l’aria era vapore e fumi di bevande calde,
animale soffice che mutava ad ogni aprir di porta.
Non s’amavano,
accade tra i custodi di due grandi mondi
dove si muovevano figure
e fatti di realtà nascent.
Bisbigliarono a lungo
mentre attorno si stupiva il silenzio
tra i bicchieri
e poi si salutarono, forse,
per non vedersi ancora.
Amori che non combaciano
s’osservano sin nel profondo
e con dolore scelgono.
Borges tornava spesso,
già semicieco vedeva I rumori della piazza,
i ballerini e i venditori
d’abusive vecchie memorie,
con fasci di bastoni animati dalle lunghe lame
e oggetti che estraevano furtivi
raccontando storie.
Di certo li aveva conosciuti,
ora erano solo macchie di gessati
color bruno
tra sbuffi d’organza, volani e brillantina.
Arlt quei bastoni di certo aveva usato,
fuori dalle case dei cretonne sdruciti
e nel tango praticato in vita,
ma non lui, né Bioy Casares,
ad altri salotti abituati
con diverso accostare le labbra
al cristallo o ad altre labbra.
E neppure lo scrivere era eguale
una pagina e poi l’altra
in stanze calde d’inverno
e mai per strada,
senza il timore d’un passo
o d’una lama.
Nella caffetteria l’aria era smossa dalle grandi pagine voltate,
il sole ancora prigioniero delle case,
solo a tratti entrava il bandoneon con un saluto.
ma nel vagone tutti erano ospiti
e il viaggio senza fine,
persino il tempo era indeciso
dove andare o su chi scorrere
e intanto compitava le pagine perplesso
tra un mai passato
e il futuro indeciso d’esser stato.
in città, la primavera
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La primavera è entrata in città dalla porta di Ognissanti,
ha seguito l’acqua portando il profumo di laguna,
ha abbracciato i colli e disseminato I fossi di crochi gialli e bianchi sui clivi.
Scossi platani, tigli, I bagolari antichi e le loro nuove foglie,
i ragazzi hanno sentito il richiamo
e i tavolini si sono riempiti di vestiti leggeri
di colori misti a sorridenti parole.
Così la città si è arresa,
le finestre socchiusa ora lasciano uscire voci e profumo di dolce,
e sotto i portici la pietra è stata lavata dalla polvere del freddo,
le botteghe e le case hanno reso brillante il grigio,
e come un cane allegro la trachite si scrolla l’acqua,
si chiazza di pulito mentre accoglie e distribuisce la luce.
La città vecchia è ricca di vicoli,
di selciati di fiume e di alberi che chiariscono l’ombra,
erano luoghi d’artigiani e di vecchie osterie
ora sono portoni di muta ricchezza
gelosi dei giardini c’erano campi di bocce,
Della mia giovinezza seguo le tracce,
la luce le cerca nei negozi di telefonia,
nelle boutique agghindate,
il ricordo è età dei numeri confusi,
delle solite domande invase,
e mi manca chi rispondeva davanti al mezzo litro di vino,
come manca il fumo denso del toscano,
ma chi manca davvero non è mai assente al pensiero.
La luce annoda le primavere,
gli alberi spargono florescenze e residui d’autunno,
è lezione per chi ricorda
e non vede come nasce il futuro,
fertile di sfumature inattese,
mentre tutto sgomita vita.
In pianura arrivano venti dal nord,
portano lo scherzo del profumo di neve,
nessuno degli alberi ci crede,
neppure le palme che si scuotono con rumore di lame,
neppure le erbe, gli odori, le violette e le rose
incuranti tutti fioriscono, cambiano manto, aprono gemme.
E i passi rallentano, nel sole filtrato, le persone si fermano,
qui le case sulla via si protendono,
si reggono su archi che lasciano libero il passo con l’aria e la luce,
sono occhi di portico e da secoli guardano visi, vite, stagioni,
hanno steso strati di passi con l’attenzione dei maestri di lacca,
hanno visto brillare le voci e ascoltate le vite,
ora hanno la saggezza discreta che nessuno richiede,
così guardano ironiche e libere dal tempo e dal dire.
Nei giorni di festa per andare si segue la luce,
il mare e il monte sono vicini
e il desiderio si lascia spingere verso i tramonti o va incontro all’oriente,
ma sempre cerca l’inatteso conosciuto.
Nei campi il bruno diventa un colore che genera e accoglie,
hanno lavorato nella notte,
li ho visti, i fari
e sentito i motori dei trattori possenti,
ora la terra è grana di sabbia e di roccia,
ricordo di foglie d’autunno e luccicare di brina,
materna e leggera spinge i semi al gioco e alla vita
e ascolta la brezza che già muove steli bambini nel caldo del sole.
Le luci si accendono tardi la sera,
le margherite si preparano alla notte,
un meccanismo oscuro muove le cose
fin nel profondo accade ciò che deve accadere
e ogni molecola conosce il suo compito,
è così meraviglioso questo mondo corale
e acuto sorge il desiderio
che la primavera racconti a tutti la vita.io

incerte verità
e forse non è vero che un battito d’ali, dalle parti dell’Australia,
generi un tornado nel golfo del Leone.
E neppure è vero che questo canto confuso d’uccelli parli un’unica lingua per chi sa capire.
Ci sono confusi segni attorno a noi: notti che dall’alba scavano la luce, uomini difficili da intendere nel male.
Ma è pur vero che un antico battito di ciglia ha riordinato il mondo,
e ancora fa vibrare il suono delle foglie,
a compitarlo è un segno nuovo, forte,
e caro.
Ma tutto questo è natura,
è scorrere e disordine apparente,
si snoda e tesse il mistero ordinato delle ore,
e non c’è arroganza nel fiume,
e neppure nella gravità d’un peso,
per questo se a un desiderio accade d’accadere,
meglio lasciar che sia.
E basta.
Per far di noi, bambini nel tempo, l’incerto attendere,
che riaccada diverso,
se ne avesse ancora voglia.
isole a navigare

Indifferente il mandorlo
è fiorito senza pena,
ha sparso fiori rosa
sull’ indecisa salvia,
e sulle margherite
a indicare la strada
e il buono che dovrà accadere.
La stagione s’è rimessa in moto,
a ciascuno per suo modo
s’è scosso il meditare che guardava a terra
e lo sguardo s’è proteso al cielo.
Nella sera isole a navigare,
sciolte le nostalgie nella luce rosa, issano vele d’alberi,
tra tintinnare di rami e foglie nuove,
e chiedono all’universo di scorrere
come accade alla vita
che si guarda mentre si vive.
Mentre il tempo scorre il suo futuro,
il presente somma volontà voraci,
ma è solo questione di misura
e in questo andare lento
dove tutto si sospende
quiete è fare il giusto,
lasciare lo sguardo al petalo che cade
mentre il vento scrive
desideri che s’infrangeranno
sui selciati.
l’aria presumeva la nuova stagione
C’è nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli uomini la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione,
l’erba s’è oscurata nel freddo.
Luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso,
odorava di nulla,
se non delle età altrove vissute.
Pace è parola breve, inconscia dove vive,
chiude in sé l’abitudine
e con fatica s’apre per accogliere.
Nel profondo d’ogni vero dubbio
c’è il germe della tempesta,
un nonnulla improvviso che non s’era compreso,
ed è già suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete.
L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara
ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla .
.
l’attimo prima
Immagino l’attimo che precede l’evento,
l’energia pura e senza nome,
prima d’essere materia.
È lo scoccare da cui il tempo inizia,
prima era polvere di vibrazioni,
ricerca di coagulo,
ora implode, s’inabissa, sceglie,
guarda stupita il sé che non conosce,
ed era disperso in mille abitudini di pensiero.
È la prima attesa
in essa è ogni possibile,
ma essa ha deciso:
necessità libera d’assoluto,
genera.
È corpo velato e suono che sveste,
tutto combacia e scopre nel tocco:
è armonia di coscienza
e desiderio d’essere,
acqua di vita che scorre incessante,
portando e ricevendo
i doni del profondo.
rosso di sera
La linea dei monti risucchia la luce,
cova un bagliore di rosso
che posa velluto d’ombra agli angoli
e precede la notte.
Il liquore di realtà che scalda e brucia,
è dolore nel capire,
condizione d’umore e d’assenza
è la quiete pasciuta
dove son finite le parole e gli aggettivi,
le iperboli sono vuote di senso
e non servono più per illudere.
La vita è altro,
ha distanze a disposizione,
luoghi per svolgersi,
distante e vicino coincidono in noi,
se lo vogliamo,
come fantasia e pensiero,
e sono lo scrocchiare
delle ossute dita del reale,
che digrigna dubbi
indicando dove ci perdiamo.

la fatica del giorno
Posare la fatica del giorno
nel verde che la notte ha inghiottito,
eppure c’è,
popolato di vita e di sonno.
Guardo il buio
in esso c’è la luce ardua
che non mostra il pulsare dei cuori
e anche le case sono mute.
Figure per un attimo
popolano finestre,
sono il tempo probabile
di chi m’assomiglia.
Fatiche, passioni e amori
si separano, rosari tra dita,
tracciano linee, pensieri e sentire,
un dolore che non sovrappone,
né comunica fine.
Regala la notte un grido d’uccello,
forse un rapace
che celebra le paure nella caccia notturna
e volgo lo sguardo
al cielo d’inverno
cercando nelle stelle
il rumore dell’erba.