la sera è il mondo

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Da qualche tempo un branco di lupi attraversa l’altopiano, attacca qualche preda facile, un vitello, un asino, anche i ghiri e poi si sposta nell’altopiano vicino. Fanno così anche gli orsi. Stasera camminavo al limite del bosco, pieno di verde e intricato di cespugli, guardavo la bellezza delle macchie di colore, i grappoli di bacche rosse del Sorbo, il verde del muschio ch’era velluto d’ombre vive, pensavo ai lupi e all’ambiente che si assestava dopo tanta rapina di case sempre vuote. Il bosco, gli animali, rioccupavano gli spazi lasciati liberi e trovavano nuovi equilibri.

La sera avanza in fretta sui monti, regala gli ultimi spettacoli di rosso e poi cede al blu intenso. La sera ha in sé la nostalgia del riparo e del sonno, credo che l’istinto della tana preceda l’uomo, ma ha, in questo raccogliersi, il pensiero che spazia attorno e mentre vede la meraviglia sente che non può appartenere a nessuno, che è connessa alla quiete e quindi alla pace. I pensieri mettono assieme le notizie e sentono la minaccia che incombe su di noi, su chi ci è caro, sull’intera specie. I pensieri seguono il passo, sono lenti, non fuggono ma pesano e si pongono domande senza risposta:non c’è ragione all’irragionevole, non c’è giustificazione alla minaccia dell’estinzione.

Penso che attorno a Cernobyl ora la foresta ha ripreso ciò che le era stato tolto, che i luna parck arrugginiscono e tetti e pavimenti si sfondano mentre alberi crescono dentro le case. Penso agli animali che sono tornati e rioccupano gli spazi degli uomini, entrano nelle aule, guardano indifferenti, una frase lasciata a mezzo sulla lavagna, i banchi rovesciati, i gessi colorati sparsi sulla cattedra. Penso ai pochi uomini che abitano quei luoghi e attendono che si concluda la vita perché non saprebbero dove andare. Ho letto molto di ciò che è rimasto, visto documentari, fotografie, è la bellezza rovesciata, senza un occhio che la apprezzi, senza una ragione che non sia quella di essere.

Sull’orlo del vulcano si può tornare indietro, bisogna chiederlo incessantemente, perché la nostra sera non sarà la sera del mondo ma quella del capire la bellezza, dell’esistente per produrla, in un sorriso di vecchio, nelle parole di un bambino, nella forza di un amore che coinvolge e travolge. Alla sera del mondo deve essere posto l’argine della luce, della volontà di vivere, dell’amore che non può morire. Non così. Non può essere questa la sera del mondo.

ma io che ci faccio qui? ovvero istruzioni personali per scrivere e leggere

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Quante volte me lo sarò chiesto a fronte dei silenzi e degli equivoci, delle parole ricevute per rasserenare ciò che non si rasserena. La risposta, poi, avrà abbozzato, oppure tirato in lungo fino a trovare una ragione per tornare a scrivere e raccontare le stesse diverse cose che tanti hanno vissuto, ma ciascuno a loro modo. Le vite si assomigliano, ma non tanto. Pare che l’ominide si sia affrancato dalla condizione di branco esposto ai capricci del fato attraverso il raccontare, che questa sia stata pian piano l’origine di una consapevolezza superiore, di una coscienza che evolveva. Quindi è una perdita quella del non saper più raccontare e se altri sono i modi per trasmettere conoscenza, nessuno ha le peculiarità di un dire che è come il DNA, unico. Non significa che sia buono o cattivo, è unico, il giudizio sull’abilità e sull’eccellenza viene poi e quelli che davvero sanno raccontare e trasmettere il sentire sono pochi, ma ciò non può elidere la necessità del dirsi.

Nei pomeriggi in cui leggevo sino ad avere le guance che scottavano, quando scrivevo versi senza un senso che non fosse mio, sentivo il tempo che premeva ad una porta che avevo chiuso. Sapevo che sarebbe entrato avvolgendomi di colpe per il “dovere” trascurato, per i compiti che attendevano assieme allo studio. Allora uscivo nella sera e cercavo, nei visi, nelle luci che si accendevano fioche (in quel tempo non si illuminava molto), una conferma della tristezza che montava dentro, nata in un dividere ciò che desideravo da ciò che era necessario. Volevo che ci fosse un barlume di condivisione in quei passi veloci verso casa, in quel soffermarsi nei negozi per l’ultimo acquisto. Sembrerà strano ma vedevo solo nei seduti ai tavolini dei bar, le vite che erano rifuggite da un senso che fosse comune. Parlavano, ridevano, sciupavano il tempo senza timore, erano spenditori di parole vacue, di racconti quasi verosimili, ristretti a un uditorio di due o tre sodali attratti più dagli aperitivi e dalle patatine che dalla qualità delle storie. Erano perditempo, anch’io lo ero e se rivendicavo una differenza, era in un sentire e in una solitudine generata dal non poter comunicare ciò che mi sembrava grande e forte, mentre mi avrebbero chiesto conto di ciò che non facevo.

Anche oggi mi accade e lo sento più acuto perché i doveri non ci sono più, una buona parte del vivere ha avuto il suo senso e le sue scelte, se scrivo da troppo tempo conosco il mio limite e la sottigliezza che rende grandi, so che non è la combinazione delle parole ma la forza che esse emanano a condurre verso una meta, colui che legge. Allora mi chiedo, non se ne sarò mai capace, delle mie limitatezze ho coscienza, ma se il luogo sia adatto, se la fatica che impongo all’eventuale lettore, ovvero quella di capire non solo il senso, ma ciò che sta oltre lo scrivere, sia giustificata.

Chi scrive è un’anima persa, che è vibrazione e rappresenta la tensione del diventare materia, ma all’inizio è unicamente vibrazione. Questi sono i sentimenti a senso unico se si provano davvero e scrivere è un sentimento a senso unico. Non ha alcuna utilità apparente, scrivere, molto soddisfa quando trova chi lo comprende ma è una voce senza risposta. Il narcisismo lo si può mettere da parte, non è mai stato amore, la comunicazione profonda è altra cosa, ricevere un complimento fa e dà piacere, ma si esaurisce in attimo. Cerini che rischiarano angoli di notte. La scelta è sempre tra stare e andare sapendo che l’una equivale l’altra, che un’assenza viene rimpiazzata da altro e che solo pochi, pochissimi, conserveranno una traccia di ciò che è stato un sentire rivestito di un corpo invisibile. Così si decide se andar via, con difficoltà e trovando ragioni per restare e parlarsi addosso, perché un distacco è una fatica e una solitudine che si aggiunge.

Però c’è il mondo reale e questo ha urgenze che esulano dai perditempo, dallo scrivere e dal solipsistico vedere il proprio sentire tradotto in parole. Strana condizione quella di un mondo che esalta i rapporti e usa a man salva nella pubblicità i sorrisi, le immagini serene che traboccano nelle felicità e al tempo stesso colloca tutto questo in una sorta di meta universo perché poi viene il telegiornale oppure il film, oppure il pezzo di teatro che riporta sulla terra i sognatori per 10 minuti. Non so se l’abbiate notato ma tutto deve restare in superficie perché se il mondo, le notizie venissero raccontate con i sentimenti che contengono ci sarebbe una ribellione immediata. I vecchi piangono come i bambini, perché manca loro l’amore non la sua narrazione, ma si accontentano di quello che passa il convento e soprattutto devono restare innamorati della vita senza ancorarsi al loro raccontare che è sempre più esigente della realtà. Per questo mi chiedo spesso che ci faccio qui e la risposta è interlocutoria, per andar via servono almeno tre condizioni, una spinta forte, una strada o un sentiero, un luogo che si costruisce nella testa e che non si raggiungerà mai ma motiverà il camminare.

Pensare ciò che è utile a chi ci legge è quasi una necessità. Ma bisogna sentirne il limite e lasciare che scorra la felicità com’essa crede in noi, lasciare che il flusso non si arresti, per averne, di rimando, il calore.
Nel raccontare/raccontarsi non trascurare il bene creato e dato, l’amore generato, far sentire la bellezza come si può e che già averla colta dovrebbe rendere fieri, e ancor più averla vissuta. Forse tutto si può riassumere in poche parole: hai amato, ami, vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra. Raccontare l’inutile e la bellezza del percorso che si fa, volare dentro e fuori di noi. Non attendere nulla che molto ci verrà dato, anche se non sarà l’atteso e ascoltare, raccontando, la propria voce che parla della meraviglia di vivere con passione.

civil servant ovvero la politica dal punto di vista del cittadino

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Troppo facile riflettere sulle elezioni cercando colpe e capri espiatori, francamente mi interessano poco i riti dei congressi, la distribuzione delle responsabilità, le analisi che alla fine lasciano tutto com’è. Il vero cambiamento sarebbe che chi ha perso cambia mestiere e torna al suo lavoro vero nella società: la politica non è un lavoro ma un servizio. Non accadrà perché nessuno vuole mutare se stesso, rinunciare ai privilegi e davvero capire le ragioni della sua sconfitta. Ci sono motivi che non si discutono nei talk show e nei salotti, ma che si riassumono in due parole: adeguatezza ed esercizio estenuato del potere. Chi non capisce chi è il suo elettorato, chi non è adeguato all’evolvere degli eventi, chi si racchiude nel potere che la funzione genera anziché sul buon esercizio di essa, alla fine verrà sconfitto dalla realtà.

Sulle cause della crescita della destra, sul disfarsi dei partiti è tutto, o quasi, noto. Nessuna cosa in politica è improvvisa ma si addensa per tempo, lancia segnali che se non vengono raccolti mutando, prefigurano l’avverarsi delle profezie. Già le profezie oggi si chiamano sondaggi e si gonfiano delle loro ragioni, sino a far smarrire il profondo senso che fa mutare d’opinione le persone, dimenticare le conseguenze dei gesti che verranno originati dal voto. Da cosa nasce cosa, in politica come ovunque, soprattutto se manca un’educazione pubblica ad essere non gestore di un potere, ma un civil servant della casa comune. Farebbero molto meno timore le idee se esse fossero collegate alle soluzioni che rispettano la dignità di tutti. Questa del servire è bene supremo della politica, che si unisce alla lungimiranza nel vedere il benessere comune adesso e innanzi. Se ciò non accade non è per la giusta contrapposizione delle idee con cui quel benessere deve essere realizzato, ma per l’esercizio distorto del potere rispetto ai fini enunciati. Conculcare gli uni per far prevalere le ragioni degli altri non è il governo della polis ma il suo contrario, è la divisione tra chi detiene il potere e chi subisce. I cittadini diventano sudditi. Ma i cittadini vorrebbero, e a volte pensano, che la politica dovrebbe essere soluzione ai loro problemi e servizio alla società comune. La differenza tra l’io e il noi è il grande spartiacque dell’essere civil servant e della distinzione tra destra e sinistra.

Sarà così il prossimo governo, con le sue nere reminiscenze e i compromessi con il passato, oppure ci penserà la realtà a riportarlo sulla necessità. I fatti e ciò che accade dentro e fuori il Paese, sono discriminanti per chi si appresta a governare. Lo sapremo presto perché tre questioni vitali minacciano la società e la minaccia sarà più grave per chi è più debole. La guerra in Europa con le sue conseguenze crescenti sia economiche che di esistenza fisica per interi popoli e quindi come il potere verrà adoperato per favorire la pace prima dell’abisso. La questione del lavoro e del reddito che originano povertà e diseguaglianze crescenti ormai trasversali tra le età, dove nulla è più sicuro e il futuro non si costruisce come una proiezione del presente ma come una precarietà portata a condizione perenne. Il disastro ambientale in atto, le sue conseguenze sul clima e sulla possibilità di una vita normale in tutto il Paese. La siccità, le inondazioni, il surriscaldamento e la scomparsa di vaste aree fertili, mettono in discussione il produrre e il risiedere.

Su questi temi è possibile che le soluzioni siano al servizio di tutti, che non si operi attraverso i privilegi e che il potere sia un servizio e non una manifestazione di potenza e di servaggio? Attenzione e conoscenza sono l’esatto contrario dell’arroganza e della sufficienza. Questo vale per chi ora ha la maggioranza e per chi ha perso e deve capire come mutare se stesso per non diventare inane appendice di un potere che si nutre di se stesso e diventa violenza.

Cominceremo presto a saggiare la realtà, a vedere ciò che si è creato, se il nuovo è quel civil servant che è rispetto del bene comune oppure esercizio della forza. Si partirà dalle cose semplici come i diritti civili, il welfare, la dignità delle persone, ma già da questo si capirà quale sarà il ruolo e la posizione del Paese sulle grandi questioni enunciate. Ciò che si fa si disfa, ma mai senza macerie.

l’opa ostile sul lavoro

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Comprare ed essere comprati. Un tempo era una grande preoccupazione, oggi la sensibilità è stata abbassata sino a non averne cognizione. In fondo non occorrebbe molto, basterebbe dire: non sono in vendita. Ci penso in questi giorni in cui la tempesta spesso batte ai vetri. Il lavoro come funzione sociale è dignità personale per la liberazione dal dipendere, è in discussione da troppo tempo travolto da assenze di regole. L’ho sperimentato a suo tempo. in una estenuante altalena dove le proposte che mettevo in campo erano sempre fuori mercato, eppure rispettavano le leggi e i costi. Trattative estenuanti dove venivano accantonati non solo gli utili, ma il giusto nella gestione. E ricomincia a tutto da capo. Così diventa marginale il lavoro e la sua funzione, ma anche la qualità delle opere. In realtà il problema non era il mercato, ero io. E’ triste pensarlo adesso, era come vi fosse in corso un’opa ostile in cui si fissava un prezzo e man mano si mangiavano, prima i consenzienti, poi gli indecisi, infine i riottosi. Ma bastava dire di no e andarsene quando era diventato impossibile gestire il lavoro. È andata così, perché tutti hanno un valore, una priorità, un’urgenza che non giustifica rinunciare a ciò che si ritiene giusto. Si era chiuso un periodo, ci penso ora che non è stato un fallire.

la vigilia delle elezioni

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Siamo partiti da Roma dentro a un sole indeciso, che poi s’è trasformato in pioggia. Il caffè fatto di fresco ha il profumo del mattino e delle partenze, rende allegro il ritardo d’ogni volta, le cose stipate nell’auto.

È la vigilia delle elezioni, il ritorno è per votare, ho visto gli ultimi sondaggi, sempre gli stessi, sempre sconfortanti, ma le cose non accadono per caso. Il traffico, l’Appennino, l’ultimo verde dell’estate che cede di fronte alla forza del giallo e del rosso. Non è così in politica e già se ne parla al passato. Come fosse una buriana che deve passare ed è già metabolizzata, lascerà tracce ma non ci piegherà. Siamo piccola cosa, derivati di ideali non voliamo, guardiamo.

Lontano, vicino la guerra infuria, in Iran le donne si ribellano e noi siamo troppo indifferenti e inermi. Inermi. Inermi.

apolidi

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Siamo apolidi, o quasi lo siamo
senza identità comune,
apolidi nelle città,
i cittadini sono i topi
a volte i cinghiali e le bisce d’acqua,
ha più diritti una nutria d’un argine,
un auto di un bambino.
Siamo apolidi e l’erba ha più forza,
s’aggrappa alle pietre, buca l’asfalto,
ottiene senza chiedere,
nessuno ci vuole perché non vogliamo nessuno,
il timore di perdere ciò che non si possiede ha cancellato le parole.
Scrivono sui muri non sui quaderni,
e sono guaiti di disperazione
bottiglie senza messaggio,
battigia di fiume, fango e pance di pesci arrovesciate,
scrivono sui telefonini,
l’azzurro illumina visi nella notte,
attese di risposta di nessuno a nessuno.
Avere a tema se stessi,
il tempo in cui si vive,
riconoscere il simile,
usare parole, mani, espressioni del viso,
chiedere con gentilezza,
ascoltare e riconoscere il suono,
riconoscersi, prima di essere apolidi,
prima della fuga, prima d’ogni priorità,
riconoscersi, parlare, vivere in pace.
Vivere in pace, sconfiggere il topo.
Vivere in pace, colmare la voragine.
Vivere in pace, sentire il luogo,
la lingua, le parole, i visi.
Vivere in pace, fidarsi dell’amore,
anche quello che tradisce ha in sé il bene,
fidarsi ed essere noi stessi
perduti in un noi più grande,
stanco di guerra, di parole sbagliate,
di scritte sui muri,
di baci mai dati, di abbracci temuti,
di cuori affranti, silenti,
seduti su un marciapiede
senza sapere che fare, che dire per essere amati.
Stanchi di non essere, di non avere pace,
di contare meno del topo, della buca,
dell’immondizia che un camion preleva
e perde per strada.

giù dalle colline verso la pianura

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Posted on willyco.blog 31 ottobre 2013

Sono colline estenuate, stanche d’appennino. Riottose quel tanto da mostrare ferite di antiche gare geologiche, calanchi, che si gettano in mari che non esistono più. Ma verranno, oh sì che torneranno i mari, la terra è un galantuomo ( strano si metta al maschile le cose che si mantengono, le donne mantengono assai di più, forse pensare oltre il genere fa capire quanto poveri siano i modi di dire a fronte della realtà), ha tempo e si riprenderà la terra data a prestito, la riconsegnerà ai pesci, e attenderà che altre insensatezze la facciano reagire. A suo modo, certo, con quella pacatezza che si scorge in queste colline che contengono l’uomo e non ne sono contenute. Le città di pietra presa dai colli, le cattedrali meravigliose di marmi, il pavimento più bello del mondo, le opere d’arte, le torri arroganti, i palazzi rossi di mattoni, tutto questo immane ingegno profuso, si scioglie nel paesaggio. Perché basta un cipresso a fermare il passo. Un dorso di collina che si staglia contro il cielo, le scie di colori d’autunno giocati sulle variazioni del verde. l

La natura e l’opera dell’uomo, rallentano l’andare, presi dalla quantità di bellezza e bisogna lasciare tempo per accoglierla, per esserne pervasi. Poi magari ci si accorge che mancano i colori del nord, che non ci sono i viali di platani che spingono frotte di foglie giallo marroni verso le auto, che i marciapiedi e i bordi delle strade non crocchiano sotto le scarpe, che l’aria è priva del mulinare nel vento di fine ottobre. Mancano perché questo è il regno dei sempreverdi, e le piante decidue, che pur ci sono, sembrano complemento al verde, mai protagoniste. Ma tutto manca distrattamente e rende lontano e privo di senso ogni confronto, qui e ora non può che essere così. L’immanenza dell’esistere nel momento qui trova la sua realizzazione, non nella piccola ricerca dell’attimo, nella soddisfazione che si esaurisce.

Scendere a Siena come Guidoriccio da Fogliano è semplice, i paesi sono un po’ più grandi dei castelli del ‘300, ma le colline sono le stesse. Mancano i nomi bellissimi dei condottieri e dei popolani (chissà che fine ha fatto questa capacità di dare ai bambini nomi originali, che tracciavano destini ed erano già un segno dell’essere, sostituendoli con le pletore di Katie, Samanthe, ecc. ecc.), ma se si scava nelle parole dei luoghi, Montaperti è ancora una ferita per una parte e una gloria per l’altra. Anche sui partiti, su quei guelfi (bianchi e neri, con non pochi distinguo, perché in Italia avere una posizione duale è praticamente impossibile e chi propugna sistemi politici binari dovrebbe rendersene conto che questo è il paese in cui ci si dilania sulle sfumature per non giungere mai al contenuto) e ghibellini che fanno parte del nostro modo irrisolto di gestire e separare la cosa pubblica dal credo spirituale delle persone. Scendere è facile dalle colline, meglio per le strade secondarie, meglio evitare le superstrade che puntano a obbiettivi lontani e tolgono la vista, meglio restare nel silenzio, fermarsi al ciglio e guardare. Prima guardare e poi fotografare. E non di rado tenere solo dentro sé l’impressione, perché quel verde, quel colpo d’occhio, quel profumo di legna bruciata, quell’eco di parlata nel borgo, quell’azzurro distante, e soprattutto quell’essere travolti dalla bellezza di esserci e vivere, non verrà mai in una fotografia. Ma dentro di noi, invece, resterà la sensazione a lavorare sui particolari, che penserà alle colline belle come il duomo di Siena, che restituirà una sensazione di equilibrio nella gara del meraviglioso.

Era una partita, l’uomo ha dato il meglio, ma il tempo non l’ha mai avuto dalla sua parte e le colline, piano piano hanno inglobato tutto, la cornice si è presa il quadro, rispettando le singolarità, i guizzi di genio, ma alla fine ciò che resta è la sensazione di essere immersi in un tutto in cui l’uomo si inchina, mostra la sua esistenza e si sente parte. questo è il vero equilibrio, la pace, la vittoria della bellezza che non ha vincitori.

Elogio del piccolo

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Le cose che facciamo non sono quasi mai importanti in assoluto. Non per tutti almeno, e non allo stesso modo. Però continuano ad essere per noi importanti, e ciò che riguarda molti, si allontana da noi, come superfluo. Sembra che ci sia stata tolta, chissà quando, la possibilità di essere davvero attori di cose grandi che riguardano tutti, e che il futuro comune si sottragga alla nostra possibilità di influenza, al più, pensiamo, di subirne le conseguenze. Così si torna al nostro piccolo importante, anche per fuggire sensazioni d’impotenza o d’inutilità.

L’opinione sulle proprie capacità cambia con queste sensazioni, anche se i principi restano, non si spiegherebbe altrimenti il rientrare di molti, per stanchezza prima che per comprensione o età, all’interno di silenzi collettivi. Se poi le sconfitte sono state così ripetute e forti da far rintanare la voglia e la fiducia di poter influire, allora subentra la consapevolezza che ciò che facciamo può essere importante a noi e a chi ci sta vicino, ma che non abbia altri effetti che in noi stessi. Si perde una dimensione e se ne enfatizza un’altra.

È bene o male?

È così, e però non vorremmo negarci un modo per rappresentare la nostra singolarità e per proiettarla verso l’esterno. In fondo il discrimine è tra atti pubblici, che riguardano altri, e atti privati, che riguardano noi, e lo scrivere, il dipingere, fotografare, fare giardinaggio o qualsiasi altra cosa che per noi abbia importanza è un messaggio privato, sintetico, che descrive una singolarità complessa, ma a suo modo esplicita, fatta di cura e di rappresentazione. E così il piccolo cessa di essere tale e diviene grande, perché ciò che facciamo ha sempre una sua grandezza. Forse ci rattrista un poco che questo modo piccolo di esserci, non venga colto, che si pensi ancora di prenderci in giro raccontandoci storie sulla capacità di fare cose grandi assieme. Epperò nessuno le addita più, si mette insieme a noi a costruirle, non si considera che sono tanti piccoli comportamenti a costruire il cambiamento vero. Si preferisce il racconto del futuro che magicamente si compie piuttosto che farlo. E tutto questo diventa rumore, chiacchiera.

Ecco, il nostro piccolo importante include l’amore, non la chiacchiera. Non è difficile capirlo

è tutta una bugia

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È tutta una bugia, quella raccontata per anni, che eravamo portatori di valori universali, di umanità, di rispetto della vita. Non è vero, non è mai stato vero. Se andiamo oltre le affermazioni collettive, scopriamo che non crediamo in nulla che non sia il denaro. Le religioni, le fedi sono una consolazione per i delitti e l’ignavia ma nessuno ci crede davvero.

La verifichiamo, questa grande impostura, nei bimbi, nelle donne e uomini, lasciati morire di sete e di fame in mezzo al mare. Ci sono gli avvisi, le richieste di aiuto, ma nessuno risponde. Non i sostenitori della vita e non si dica che non si sapeva, la verità è che impera l’egoismo, e le leggi sono fatte per sostenerlo. Si lasciano spegnere le vite di persone inermi e ci si commuove a una fotografia. No, qui non troverete mai quelle foto che dovrebbero cambiare le cose e invece sono pornografia di morte.

Quante vite si sono lasciate spegnere in mare, nel gelo dei confini di terra davanti alla Polonia, alla Grecia, alla Croazia, all’Italia. Il conto di questa colpa collettiva diventa un numero, tutti colpevoli nessun colpevole, ma nessuna legge giustifica l’omicidio, il lasciar morire l’inerme.

Abbiate la decenza, voi che parlate ai tanti, di non evocare simboli religiosi in favore di consenso elettorale per giustificare od omettere che queste morti non sono uguali alle altre. Non c’è nessuna civiltà, nessun valore in ciò che dite. E non voglio sentir più le parole di chi si tira fuori perché avrebbe detto o fatto qualcosa che non ha cambiato nulla.

No, nessuno è innocente e nessuno può dire che questo non è il mondo in cui chi ha potere uccide. Non raccontate più favole, dite la verità, ditela agli odiatori, ditela a chi ritiene giusto lasciare morire i bambini, ditegli che non c’è speranza e che la disumanita è un tarlo che divora dentro, che toglie una vita che vuole solo vivere e potrebbe essere quella necessaria a salvare il mondo. Non c’è nulla di civile in questa civiltà, solo orrore per noi stessi, per ciò che siamo diventati e se vogliamo un perdono non basta commuoversi, bisogna rimuovere il male che si maschera da legalità.

Oggi Giovanni XXIII non direbbe più come nel discorso della luna, portate ai vostri bambini il bacio del Papa, ma direbbe di portare amore e misericordia agli altri bambini. Quelli che non sono a casa, quelli ricoperti di salsedine e gasolio, quelli che piangono al buio, con le loro madri, quelli a cui viene tolta la vita nel terrore. Portate aiuto, direbbe ogni persona che abbia ancora il senso della pietà, a quelli che non hanno nessuna protezione, nessuna umanità che li accolga, ami, difenda. Ma queste voci sono flebili, non sono il potere e neppure l’istituzione. Che Europa può nascere nella menzogna sui valori, che giustizia, che governi. Nessuno toglierà le colpe collettive nel lasciar dire e fare, il tempo non ci perdonerà.

la memoria dell’aria

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Che sarà rimasto dell’impronta del mio corpo davanti al quadro di Bridget Riley?

Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.

E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato di capire, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?

C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano hanno mandato molecole al viso e al corpo d’uno sconosciuto.

E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?

Mentre il quadro, lui fermo, che faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?

Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano per essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.

E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili, inconsapevole, e oscuramente in sintonia lieta con l’universo.