Oggi è piovuto due volte. Fa fresco e si annuncia il ripensare che ha sempre con sé l’autunno. Credo che le stagioni abbiano una memoria, un lento divenire che si sfrange e poi si sminuzza piano piano partendo dalle evidenze, da quelle che si considerano le caratteristiche di una parte dell’anno, sino al loro essere profondo di mutazione, di noi, della terra, delle specie che ci attorniano. La continuità porta con sé una memoria che feconda, che rende dolci i passaggi e logiche le variazioni. Ci aspettiamo tempeste e giorni di quiete, freddo impetuoso che sfumerà nel sole, magari debole ma rassicurante di vita. Ci attendiamo passioni e un procedere sicuro come fa la prima nave del convoglio quando rompe la banchisa e traccia una via d’uscita. Una rotta, un futuro che si alimenta di presente, che tiene da conto il passato e scorge la continuità d’un cammino, d’un infinito succedersi di pensieri che s’annodano, di vite che si toccano e si tengono per mano. Per un tratto, per un tempo che continua e non finisce.
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ci sono cose che non finisco
Ci sono cose che non finisco. Ce ne sono altre che non finiscono. Proseguono per loro conto. A volte si fermano e penso siano già avanti e non le trovo nel luogo dove dovrebbero essere, poi mi raggiungono ed è una felicità inattesa. Ci sono storie che finiscono troppo presto e sono colme di cose sbocconcellatte, ma mai gustate a fondo. Peccato, se c’era una ragione poi non è bastata.
Ci sono cose che neppure iniziano, non è colpa del caso. C’è sempre un motivo che qualcuno ritiene valido, eppure erano una possibilità, un corso della storia, ma non iniziano o si spengono subito. Oppure si mettono troppi vincoli e così si scorano e rinunciano. Peccato.
Ci deve essere un posto dove si raccolgono le storie e ciascuna parla di ciò che è stato, di com’era chi le ha vissute, oppure racconta, con malinconia ciò che poteva essere e si è smarrito.
Si, ci deve essere un luogo dove i trucioli delle vite si raccolgono assieme e riformano colori, usando vecchie matite, mine mal temperate mostrano che ci sono le storie, le cose e le umanità. E di ciò si consolano o sono felici di aver vissuto, di essere state una possibilità, di aver trovato chi le ha colte e amate.
oggetti?
Nella casa gli oggetti,
depositi di senso,
quieti ristanno:
attendono l’attenzione fugace
di chi proteggono dall’assenza
e dall’anomia del luogo.
Casa è dove si torna
dicono,
e nell’ infinito tornare
c’è il silente abbraccio delle cose,
segni della vita che ti riconosce,
ma se solo questo fosse,
di una immensa solitudine
saremmo intrisi.
I conti che non si chiudono
Il fornello di questa pipa in ceramica ha almeno 90 anni, tedesco per acquisto, forse di fattura Olandese per la sua essenzialità. Ha superato il novecento. E di questo vorrei dire un pensiero che da qualche giorno cova, mentre fumo guardando il tramonto: si è chiuso un secolo senza in realtà chiuderlo. Breve o lungo, pieno di cambiamenti, per chi ha la mia età molto ha contato e molte speranze ha generato. È stato il secolo che ha chiuso con alcuni assiomi, che pensavamo tali, con le ideologie ad esempio, e non ha lesinato i problemi a chi c’era e a chi è venuto dopo. Un secolo lento nel capire e nell’elaborare, è stato un secolo che ha dissolto e costruito. Questo passaggio, e chiusura che non c’è stata, era in realtà un fare i conti con il romanticismo e con gli ideali che hanno dato senso alle vite che volevano un mondo radicalmente migliore. Era questa la realtà che avremmo voluto? In particolare ora che la memoria difficilmente può essere condivisa e che ci consegna ad una solitudine che nasce dalla difficoltà di trasmettere speranza, valori, centralità del condividerli, capacità di costruire assieme. Lo penso per la polis e per la politica, ma anche, e soprattutto, per le nuove sfide nell’essere umano. Gli uomini ora sono più liberi, sembra, anche se la tecnologia è al servizio di un potere che orienta e ottunde le libertà. In realtà sono più soli e privi di bussola. Non c’è vento per il marinaio che non sa dove andare e che deve costruire nuovi portolani. Però ora, come mai, il futuro è nelle mani degli uomini di buona volontà, gli eterni sconfitti dalla furbizia, dal quotidiano. I facitori di futuro che non hanno paura di essere uomini e di dominare, non più la natura ma la paura del nuovo. Ad essi i nuovi anni e per quanto conta, a chi ha memoria, l’ obbligo di ricordare che il bello, ciò che ci salva, è opera del singolo e del gruppo, della condivisione e della generosità. Il resto è poca cosa, che lascia rovine, che non si chiude, ma transita e non lascia traccia.
l’amore al tempo del covid
Come muta il tempo e come resta uguale. Traggo auspici da pensieri che ricorrono e capisco che i ricordi sono una moneta con due facce. Una consola e racconta d’aver vissuto, l’altra è un sovrapporsi di esperienze dove ciascuna precisa e modifica le precedenti. La seconda, pur aperta indica una strada con molte soste e poca luce. Come accadeva nelle mie passeggiate notturne quando il comune abbassa le luci e le ombre diventano morbide e solide, allora sembra si sussurri nell’aria che è tempo di tornare. Abbiamo i ricordi e le cose. Ci sono quelli bravi che si liberano di tutto e ricominciano indefinitamente la vita oppure, maniaci dell’ordine, mettono a posto il poco conservato cercando di far collimare il nitore esterno con la necessità di un equilibrio interiore. Tu di che specie sei? A cosa appartieni e cosa ti appartiene che ti identifica e accompagna? Non serve una risposta se essa non è una liason d’âme, perché solo questa consola, parla oltre le parole. Ho capito che non serve, non basta scrivere, scandagliare dentro, cercare di capire. Anche comprendere la radice dell’inquietudine non basta perché ci sarà sempre una condizione che ci farà vedere chi e cosa siamo se qualcuno ha voglia di guardarci. E allora si scopre ciò che è fuori posto, quello che è sfuggito dall’apparire, perché di questo si tratta nel mostrarsi, nell’essere in ordine per gli altri mentre poco o nulla si rivela della lotta interiore. Com’è l’amore al tempo del Covid, quali artifizi usa per celare le proprie paure e come esso unisce o divide? In questa ansia di normalità accettiamo che ciò he è mutato sia tale senza una ragione che lo certifichi e neppure immaginiamo cosa occorrerebbe mutare davvero perché anche l’amore fosse adeguato al bisogno che ne abbiamo, non solo noi, ma il mondo. Vecchi vestiti frusti e dignitosi non bastano a rendere onore a un passato che non insegna e a un futuro che non apprende. Sono un anello di una catena che non lega (al più potrebbe farlo con me ma non avrebbe alcun senso, prigioniero di chi?) e che riassume storie, sensazioni, ricostruzioni difficili e che ormai sono muta narrazione oppure lampi, frames di un manoscritto sdrucito e disperso per mancanza di cura. Per questo ancora l’amore mi interessa, perché vedo in esso la linea di una umanità di singoli che evolve e sia esso virtuale, fisico, sperato, consumato, la sua storia racconta la necessità minuta e il grande bisogno collettivo. L’amore al tempo del covid sembra uguale mentre è radice che si fa strada in noi. La terra è la roccia impongono fatica e regole ma non sono impenetrabili, solo che bisognerebbe (pessima parola che si attribuisce alla necessità di far luce nelle nostre vite attraverso quelle altrui) capire sino in fondo perché non l’ordine delle cose, ma noi ci pieghiamo. Perché non inizia una nuova esaltante stagione in cui l’amore personale ha valore collettivo e così muta la società, il mondo ne viene risanato e la speranza sconfigge il buio. L’amore al tempo del covid è l’occasione offerta all’amore precedente perché esso sia un moto di cambiamento, una nuova stagione di pensiero e azione, lo scandaglio di nuove felicità in cui non arenarsi. A chi ha la propria casa interiore in disordine, l’occasione dell’innocenza e del nuovo che finalmente diradi la confusione in cui l’umanità sembra immersa. Una confusione che non produce pensiero forte, che s’accontenta di abitudini e toglie significato alle parole che dovrebbero mostrare la nostra essenza e la gioia del progredire. Per questo, penso, siamo – e sono- afoni oppure pieni di luoghi comuni. Soli e disordinati mentre mettiamo a posto l’ennesimo oggetto che si ostina a trovare una posizione diversa mentre in realtà interpella il nostro amore. L’amore al tempo del covid è analisi multivariata, che ha soluzioni diverse, è fluido con moto lamellare che ancora non ha trovato la sua strada ma sa dove andare e con chi farlo, è tempo senza orologio, possibilità felice, volo di uccelli che sente la stagione, cuore che non ha timore e se vede che la confusione è somma sotto il cielo, allunga la mano e sente quelle dita che assieme alle sue mutano il futuro.
17 agosto 1917
Posted on willyco.blog 17 agosto 2017
Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.
andare o fuggire
Andare è un atto pacifico, un trascorrere dove il tempo e il moto si confondono sfuggendo alle leggi della meccanica classica. Il tempo dell’andare è un compagno che non si esaurisce se non dopo un percorso e poi si riforma per tornare a scorrere. Nel frattempo lo scorrere si è mutato in un vivere tra gli altri e osservare, aprire la mente, scardinare le abitudini.
Fuggire è lo stato che segue la misura colma per preservare l’integrità o almeno ciò che conta in essa. Non si può fuggire da se stessi, ma si può attutire, deviare l’attenzione, sollevare, e questo lo si raggiunge con il nuovo, lo stupore dell’inusitato, la rottura delle abitudini circolari. Il tempo lotta, sottrae possibilità, fuggire è ricaricarsi. Cercare un’altra possibilità dell’essere se stessi, dopo aver compreso il limite proprio e quello altrui.
Andare e fuggire, disseminare la strada di ciò che non necessita, che non aiuta a star bene. Benessere e andare, in una dimensione nuova per misura e limite. Oltre la delusione e il fallimento c’è il non provato che attende o il buio della tenebra, la scelta è nel trovare un fotone di luce, di speranza che appicchi il fuoco e cominci nuovamente il trascorrere.
Se conosco la direzione posso mutarla, 90° bastano per scoprire cosa stia sfuggendo accanto e quanto di tutto questo non abbia consapevolezza, nozione e scelta.
È la scelta l’ elemento basilare del tempo e del suo scorrere. Il senso dell’andare. Si può essere felici, sereni, in equilibrio o meno, sono possibilità che solo il restar fermi ci nega. Nel ripetere c’è la sicurezza di quel che accadrà e la scontentezza del non approssimarsi a ciò che si è o si potrebbe essere. Questa è la radice dell’inquietudine, dell’essere sfocati e fuori posto e per questo, inconscia o meno, l’intelligenza innata del crescere, spinge ad andare. Non occorre sapere dove e verso cosa, ma andare salva ciò che vuole vivere.
mettere ordine al proprio mondo

Vorrei mettere ordine alle mie riflessioni. Non le penso gran cosa, ma sono mie, come i ricordi, le passioni, le speranze su cui ho costruito la mia storia. Ho iniziato più volte, mi è sempre parso non sufficiente per passare da una narrazione fatta di frames a un insieme organico. Poi ho scritto tre capitoli, rigorosamente a mano e, a parte, la voglia di iniziare da qualcosa che affonda a le radici dove tutto diventa nebuloso e possibile, ovvero un passato remoto, il resto prendeva una forma dik osservazione. Quasi fossi un entomologo e insieme l’insetto. L’ho chiamata condizione quantica perché ha a che fare con l’entanglement ma insieme prova sentimenti. Esiste una meccanica quantistica dei sentimenti? Io penso di sì e penso sia l’unica che ci consente di esplorare e partecipare.
Poi mi sono fermato, assorbito e ammirato, da saggi che leggevo e da romanzi così ben costruiti da rendere poca cosa tutto quello che potevo scrivere. Ho pensato che comunque non era una fatica inutile e che la realtà scorreva tra le dita, la bocca biascicava qualcosa e il pensiero andava lontano, come credo accada ai vecchi musulmani che appoggiati a un muro giallo ocra o di altro colore, ma invariabilmente scrostato, fanno scorrere le sfere della misbaḥah, mentre attendono la sera, il canto del muezzin e soprattutto il fresco della notte. Tutt’attorno ci sono grida di bimbi, la polvere alzata nel loro correre e la vita che si dipana nelle mansioni, nei piccoli affari, negli incontri fortuiti e cercati.
La vita cerca perenni equilibri nel suo scegliere, correre, subire, inventare, amare e poi cuce il tutto e lo colloca in un susseguirsi di scene, di immagini che non sono solo una storia ma l’insieme delle storie possibili per quella persona, in quel tempo.
Questo vorrei fare, sapendo che serve tempo e lasciarsi andare ad un flusso, senza porgli un limite che lo imprigioni in qualcosa che necessariamente abbia un senso e una morale. Il senso è lo stesso accadere che viene raccolto, filtrato e si sofferma sui particolari, sospende il procedere e nota qualcosa che non era nel quadro generale come importante, ma che invece, a ben vedere, lo è e da solo può essere un pezzo di senso. Così accade per la morale che avrebbe il compito di rassicurare, mentre avverto un’insicurezza palese o celata attorno, ne colgo i riti e il tributo di falsità che le viene corrisposto perché tutto torni ad essere abitudine. Di questa morale me ne farei poco e anche chi leggesse ciò che scrivo la sentirebbe come un contenitore a perdere, allora meglio che essa si sciolga nell’opinabile che non abbia giudizi, se non quelli necessari al vivere. E che sia come il biscotto che da ragazzini ci sembrava così buono e che ora diventa diverso, banale, perché il tempo è passato e i gusti sono mutati.
stelle d’agosto
La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri si accucciano nel fresco della sera.
È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora dei ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nelle intenzioni vere del mondo. Le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato insieme. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.
a che serve l’astrolabio? un mantra per il mobile procedere
Sostanzialmente abbiamo bisogno di sapere dove siamo e che giorno é. Per questo ci occorre non il nostro orologio interiore ma quello esterno, fatto di stelle fisse e di orizzonte, di latitudine e di altezza del sole.
αστήρ “astèr” (“astro”) e dal verbo greco λαμβάνω “lambàno” (“prendere, afferrare”).
Ma anche se ti pare di sapere dove sei, ti senti nell’ingranaggio, in quel tutto che comprende anche il suo contrario, l’anima, l’assenza, lo spaesamento. Sono quelle bolle del sistema che lo stesso tollera per autogiustificarsi, senza le quali l’illusione di scelta cadrebbe.
Chiediti allora, a che serve l’astrolabio, se sei tu che sei tornato a casa.


