oltre l’apparire

M’interessa, ma in realtà mi piace perché proprio questo oscuramente m’attrae, la parte profonda e positiva del sentire l’altro, ovvero lo scoprire ciò che si nasconde sotto la superficie che mi viene mostrata. E non solo i desideri segreti, le pulsioni a molla, ma ancor più la cifra, ossia il profondo che permane. Indiscreto? Curioso? Perverso? Forse, ma lo dichiaro e so che è ardua, riservata a pochi, e presuntuosa, questa attenzione. È una curiosita partecipata, una necessità che chiede sommessa il permesso a lasciarsi intuire, una condivisione e la pazienza del capire. 

In questa epoca in cui l’apparenza è sostanza, capire oltre essa, toglie il giudizio. Non è priva di rischi quest’attenzione perché c’è sempre il rischio del comprendere che ci si è sbagliati. Che non si è adatti a questa persona. È un processo d’attenzione orizzontale che diviene un giudizio su di se non sull’altro.

Andareoltre l’apparenza parte dalla sensazione che il tempo abbia costretto a tagliare, sopire,  seppellire, che le situazioni si siano accanite, che l’educazione abbia messo un freno tagliando anziché far fiorire, e ciò mi porta a pensare che ci sia un essere altrove dall’apparenza. E che tutto il rimasto in questo altrove possa tornare a crescere senza che il tempo abbia potuto togliere le età.

Ad esempio se la giovinezza in generale è lo statu nascendi d’ogni possibilità non filtrata dalla vita, quando una possibilità sarà scelta si scarteranno le altre. Questo accade sempre nella vita e in noi si modifica qualcosa che si vede, ma se la scelta non era conforme a ciò che possiamo essere, muta l’apparenza.

Bene, oltre all’apparenza, m’interessa la possibilità che ancora non si è fatta pelle, che è stata scartata. Cogliere questi accenni fa parte dell’interesse profondo che a volte può essere comunicato e verificato assieme -e ci si può sbagliare di molto- ma più spesso è difficile parlarne senza la giusta intimità. Si può cercare di capire in silenzio, adeguarsi a ciò che s’intuisce e lasciar parlare gli atti. Cosa c’è di più intenso del riconoscere una possibilità d’essere dell’altro? E non è un atto d’amore che sia lui a scoprirlo, cercando che diventi autostima e coscienza di sé.

La grazia non ha bisogno d’essere scoperta, si vede. E’ una dote che diventa affettazione quando si ostenta, oppure sconfina nel chiedere e in entrambi i casi cessa d’essere tale. La grazia è il dare gratuito ed è predisposizione, chi la possiede non se ne accorge, semplicemente è esso stesso grazia. Ma diverso è lo stile e ciò che si vuol mostrare, sono percorsi di testa e costruzione di sé, che nascondono alla vista. Immagine e maschera assieme, belli, ma quanto c’è sotto è ben più interessante.

Sono ben cosciente che a chiunque piace essere riconosciuto come vuol mostrarsi, e anche questo rivela molto, ma se ci si ferma all’apparenza, quanta noia e disinteresse. In fondo la falsità svelata ha lo stesso e forse maggiore fascino della verità, perchè anche questa non è mai così lampante e attende d’essere davvero compresa a fondo. Ci sono tanti modi per farlo, ma serve sempre pazienza, rispetto, confidenza intima, condivisione, attenzione. Se ci pensate questi sono tutti verbi dell’amore.

A volte mi pare che tutta questa apparenza sia un somigliare ad altro e che non si sia superata mai totalmente la sindrome del mettere scarpe e vestiti del babbo e della mamma. Che ci sia persi per strada e l’essere adulti ovvero diventare ciò che si poteva essere sia sia stata confusa come una condizione fatta di limiti da superare. Come si dovesse raggiungere e superare il genitore che abbiamo ammirato. E noi dove eravamo, dove siamo? Ecco mi interessa ciò che può essere, al resto ci si abitua presto.

a difesa della confusione

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Le situazioni confuse pare generino infelicità, ma non subito, verso la fine, quando l’ordine reclama ascolto.

All’inizio tutto era chiaro: desideri, prospettive, attese. Poi il vivere s’è ingarbugliato in qualche laccio ben visibile, ma non sembrava così importante. E neppure urgente. Adesso per liberarsi dovrà decidere qualcosa.

Sarà comunque qualcosa che toglie, insomma una piccola o grande infelicità.

Poi ci si ricorderà della confusione perché nel suo periodo sospeso, ci sono non poche grandi e improvvise felicità. 

Ma dopo, e a collo torto, perché ci si riposa nell’ordine e si ha tempo di pensare. Quel pensiero un po’ stanco del miles che ha bisogno di deporre le armi. O quello del bimbo la sera, quando si getta tra le braccia ordinate del sonno.

L’ordine non è mai felice, al più è calmo. Non è neppure sereno e adopera una innocenza che non possiede. 

Chi conosce l’andare delle cose, sostiene che le felicità nate dalla confusione sono transitorie e fugaci.

Ma non sono sempre così, le felicità?

parlami d’amore mariù

In questa notte che spinge sui vetri, che volteggia col vento. In questo silenzio di parole gonfie di buio, di sogni interrotti, di piccole luci accese su comodini carichi di libri, parlami d’amore mariù. Parla con le parole umide di te, con l’accento che ti piace, con le sintassi frenate, gli aggettivi arditi, i silenzi eloquenti.

Parlami della mia vita, incagliata tra scogli ,che attende la marea, del tuo orizzonte che mi cerca, del tuo navigare insicuro e fidente. Parlami del mare e del salso che bagna i capelli, dell’odore forte d’estate che s’appiccica alla pelle. Parlami dei salti temporali, delle primavere passate, di scrosci d’acqua costellati di risate, del piacere d’allungare il corpo nel letto e dei sogni sognati.

Sosta un poco presso il mio cuore e perdona ogni striscio sul vetro, la tazzina versata, le parole troppo usate in cerca di significato. E perdona quel dire sconclusionato che gridava alla luce d’ essere presente, lì in quel momento, tra noi.

E ancora parlami d’amore mariù e poi fammi dire delle nuvole bianche che non vedo nel cielo. E sorridi, come sai fare tu, senza un .motivo apparente, perché la realtà non è mai come appare, eppure l’abbiamo dentro, mariù, anche se non coincide mai con le ore. Sempre in ritardo sul tempo e sempre in anticipo nell’attesa. Parlami  sempre d’amore mariù, e tieni stretto ogni pensiero che non dico. Leggimi a fondo e poi raccontami, che mi piace sentire la tua voce che mi spiega nella notte. Che dice e poi si ferma, che s’assopisce parlando con i sogni, e poi si gira, s’avvolge e si sveglia e mi guarda.

Parlami sempre del tuo amore mariù, con la voce bassa che risuona nelle giornate che attendono, nelle sere che verranno, nei sogni che stentano, eppure si fan largo, aspettando d’essere capiti.

Se ti viene, usa con me l’entusiasmo della pazienza che capisce, prendimi d’assedio con le braccia, estrai il dolore dell’assenza dalle parole. E dai silenzi, soprattutto. 

E col tuo sorriso dammi dimensione delle cose. Io ricambierò come so, come imparo, come viene, mariù.

 

sciupafimmine

… Aveva la libertà. Che le bastava per due. E nessuno che chiamasse per dirle a cosa stava pensando o dove si trovava. Quello era un altro dei suoi trucchetti preferiti.

…

“Sì.”  Gli piaceva pensare di essere all’origine di tutto.

L.A. Kennedy : Stati di grazia

Chi parla è una delle amanti deluse e ancora innamorate di un dongiovanni da strapazzo. Uno sciupafimmine privo dello slancio luciferino dell’ hidalgo e senza altro progetto che il proprio narcisismo numerico. Un uomo, ma potrebbe essere una donna, che dissemina vuoto perché incapace di contenere amore e di restituirlo. E ciò non significa che non venga generato amore, ma esso è al tempo stesso vero e monco, asincrono, destinato ad essere dissipato per mancanza di incontro.

L’oggi si specchia esattamente come il ieri nel narrare storie comuni. Non c’è esemplificazione, riconoscimento casomai. Mancano gli eroi e le eroine palesi. L’amore è silente come la disperazione. Però muta la modalità : la dimensione virtuale crea il reale, l’incontro materiale che non ha seguito progettuale. Il materialismo percettivo è divenuto cultura e quindi cognizione del rapporto. In fondo messo il bimbo davanti alla vetrina dalla quale può estrarre i giocattoli desiderati, esso fa i conti con la propria solitudine, prigioniero dell’assuefazione e libero dal desiderio.

Nel farsi amoroso dell’attrazione c’è un punto in cui tutto può accadere, è il crinale su cui si può camminare pericolosamente oppure scivolare verso l’esperienza. Il vissuto assunto come dimensione educativa della persona non educa la coppia. E l’esperienza diviene passato nell’uno, ferita nell’altro. Nel lasciare c’è una responsabilità enorme, ciò non significa l’indissolubilità, il per sempre, ma l’accettazione del dolore proprio e dell’altro. E infatti in ciò che virtualmente si genera dal reale, la fuga, scivola nella rappresentazione, nell’immateriale. La crudeltà immane dell’sms, la cancellazione di un numero telefonico, lo spiegare avvitato su di sé perché comunque lo star bene implica il sacrificio dell’altro, assunto come via d’uscita. Badate bene che non c’è giudizio morale in tutto questo. Da sempre gli amori si sono generati e consumati, ciò che è sempre stato difficile è il progetto connesso all’amore, il riconoscimento della sua fallibilità, il feed back continuo, e anche il vederne il fallimento. Come dire che mai come ora è facile innamorarsi e al tempo stesso, difficile gestire le conseguenze dell’innamoramento. Forse per questo c’è una proposizione della leggerezza  sentimentale perenne, come se la vita fosse il passare da un eccitamento ad uno stato di normalità e poi al successivo.

Come riempire il vuoto che l’assenza di progetti comuni genera è difficile pensarlo, di sicuro il virtuale è un luogo lenitivo, però quanto esso possa prefigurare una nuova grammatica dei sentimenti non riesco a capirlo.

Come per il dongiovanni della Kennedy, che per le proprie conquiste ha bisogno di sentirsi all’origine del tutto,  spesso non c’è neppure la narrazione di un Leporello che enumera e vanta i successi del proprio padrone, ma solo la disperata solitudine di un collezionista distratto. Ho la sensazione che non è questo il porto a cui approdare, e che la navigazione continui tra passato, presente e futuro, per ora senza una bussola che non sia il culto del sé e la sofferenza lasciata alle spalle. Perché forse è bene dirlo, la sofferenza assieme al dispiacere genera anche la sensazione di essere vivi e questa sembra sia diventata una necessità non solo in amore.

tre variazioni sull’otto marzo

prima variazione:

Si può essere commossi e calmi? Sì, se ciò che si è subito si è talmente commisto alla vita da diventare permanente parte di essa.

Con voce commossa e calma, enuncia lo stalking subito per sei anni, le minacce fisiche, le percosse, il pericolo di morte. E accanto a questa condizione assurda del vivere, enumera le denunce, la diffidenza incontrata, i tentativi di dissuaderla dalle querele, l’atteggiamento e l’insensibilità incontrate, essi stessi percossa e violenza, nel capire più l’aggressore che l’aggredito. Una parola pesante emerge tra le altre, la connivenza dell’istituzione che rende compatibile socialmente l’abuso, che diventa parte della violenza. Poi il racconto continua con il positivo incontrato, le persone sensibili delle associazioni di aiuto contro la violenza, un graduato di polizia che capisce e chiede scusa a nome dello stato. Il narrare è sereno, ma non scompare del tutto la piega amara della voce, delle parole. Poi, l’epilogo, che non è tale, verrà col processo dopo sei anni di sofferenza. Ma non ci sarà processo, perché nel frattempo il persecutore è morto. Tutto derubricato quindi? Finito? No, perché la vittima per fortuna è viva, ma deve ricostruirsi, inglobare la violenza subita in una visione positiva di se stessa, terapie per riaprirsi alla speranza, al rapporto con gli altri.

Si può essere commossi e calmi nella voce e trasmettere, proprio attraverso la calma, il carico di dolore in atto e trascorso. Questo insegna, fa riflettere, rende lampante l’inadeguatezza delle parole di legge e dei comportamenti che esse generano. Non si tratta solo di sentirsi in colpa in quanto genere. A che serve la colpa se non è accompagnata dal suo superamento? Bisogna essere consapevoli, e questo riguarda tutti, che la violenza è tra noi e che, se non la vogliamo, bisogna, non solo emettere leggi, ma fare in modo che essa non sia accolta, giustificata, relativizzata, messa in conto come danno collaterale. Non c’è nessuna guerra in atto tra i sessi, c’è solo una questione di rapporti ed eguaglianza che dev’essere modificata nella cultura, nella percezione. A partire dalla mia cultura, dal mio intendere la presenza femminile ovunque nella società.

seconda variazione:

La ragazza ha meno di vent’anni. Stringe tra le dita un mazzetto di mimosa molto sciupato. Eppure se potesse liscerebbe gli steli, gonfierebbe i fiori sino a renderli turgidi come appena colti. Lo ripara dalla pioggia con una mano mentre cammina veloce senza ombrello. Potrebbe metterlo nello zainetto, ma si sciuperebbe ancora di più. Rivolge i fiori verso il basso per far scorrere la pioggia, ma ogni tanto li rialza per controllare se si riprendono. Di certo l’ha ricevuto da una persona per lei importante. E ha collegato la giornata con una festa che la riguarda e un atto di affetto. Forse d’amore.

Si vive anche di simboli e di gentilezza, almeno per una giornata. Ci penso poco a questo. Mi ha sempre infastidito l’insistenza avida dei fiorai, l’attenzione pelosa del donare obbligato dal conformismo che si chiude in un giorno. E al pari m’ infastidiva l’ignoranza liberatoria delle pizzerie, dei night a spettacolo invertito nel genere. Anche la risata grassa e ricca di doppi sensi mi dispiaceva perché ad essa corrispondeva quella maschile. Mi sembrava mettere assieme la parte bassa della libertà. Eppure anche in questo c’era un passo avanti, una liberazione d’accatto era sempre meglio del bigottismo precedente.

Un fiore, anche virtuale, tutto l’anno per ripristinare la mimosa sciupata. Ogni giorno, la predisposizione a dare gesti di cura. Anche un abbraccio può servire. Un abbraccio lungo, caldo e silenzioso. Ricco di sottointesi e appena colto dall’albero del bene reciproco.

terza variazione:

Li ho visti l’altra sera a Gazebo, ripresi e commentati con la levità empatica dei conduttori che mette in luce, non l’immagine di rapina del fotoreporter, ma una quotidianità assurda, sofferente. Sono le donne e i bambini al confine con la Macedonia. Passano la giornata in fila per un panino e una bottiglietta d’acqua, attendono che qualcuno possa passare. Inermi tra gli inermi. Donne avvolte in lunghi abiti neri oppure con gonne corte colorate, che stanno e altre arrivano, si sistemano in tende fragili, estive. Tutti nella stessa condizione, pur venendo da diverse esperienze di rapporti familiari, di vita e di prospettive.

Non credo che oggi abbiano distribuito mimosa nel campo, sarebbero bastati i panini con un minor tempo d’attesa. Chissà se per loro prima esisteva un otto marzo, comunque non credo ci pensino ora. Non loro, non i tre milioni di profughi in Turchia, in maggioranza donne e bambini. Non il milione e mezzo stipato in Libano (ma forse quelli stanno meglio che con Erdogan). Non gli oltre 350.000 somali in un unico campo di tende a Dadaab in Kenia. Non l’indeterminato numero alle soglie del Sahara o sulle coste libiche. In maggioranza sono donne e bambini che attendono e mostrano la nostra vergogna.

Qui il genere scompare: quante donne che festeggiano l’otto marzo pensano che l’esodo dev’essere un problema che si risolve in occidente? Penso alle donne perché gli uomini su questo hanno gesti sbrigativi, considerano che i danni collaterali fanno parte della realtà. Poi si sa, che i maschi se la cavano, anche quando emigrano. Anche nel morire se la cavano, ma le donne come fanno a tenere a bada la paura e il dolore per i propri figli, per sé, per i compagni? Come ricostruiranno le culture, i nuclei di relazione, l’amore se non viene loro permesso di avere un futuro? La mia amica danese mi dice che in Danimarca non si festeggia l’otto marzo perché i diritti delle donne sono una cosa normale. Ma per chi valgono i diritti basilari? Quelli semplici, da cultura laica o religiosa: accoglienza, rispetto, eguaglianza, sono per noi e basta? Si è parlato molto a lungo di radici culturali da inserire nella costituzione europea. Questi diritti erano ricompresi, a partire dalle radici cristiane. Che fine hanno fatto alla prova dei fatti? Sparito tutto. Forse anche per questo l’otto marzo non è proprio solo una festa commerciale.

dance me

Cercare di guardare, vedere l’altro lato, soffermarsi, trarre qualche possibilità interpretativa. Richiamo l’attenzione: qualche possibilità interpretativa. Tre parole ipotetiche che limitano l’assoluto. Questo è il regno del dubbio. Ha bisogno di gambe forte, di piedi ben piantati, di alcuni principi, molta auto ironia. Alt. Basta.

Dicono che raramente si arrivi a sfruttare il 20% del potenziale del cervello, non so cosa contenga l’80%, ma di sicuro già in quel 20 c’è una differenza importante sull’uso, ovvero cosa si collega e come.

Esemplifico mettendo i piedi sulla tavola: se cosifico i sentimenti quel 20% razionalizza e relativizza, riporta a schemi conosciuti, evita l’errore successivo reiterando la conclusione negativa del precedente. E allora? Ho usato il mio 20%, per creare il nuovo oppure per ossificare il vecchio?

Che sia per questo che non mi affeziono agli assoluti e al per sempre, ma li considero un lavoro lieto e faticoso e non di rado pure pesantuccio? Il collegare dinamico è per me fondamentale, di fatto una continua rielaborazione del passato nel laboratorio del presente, ma con una sua relativizzazione. E qui il sentiero è davvero stretto, l’orlo è quello del vulcano: si sente il calore infernale dell’abisso, ma anche la vertigine, eppure non è data altra strada che il procedere. Guardare innanzi, vedendo il presente e l’altro lato delle cose, esercizio di realtà, ventipercento da connettere secondo nuove sinapsi, e accettare che il pensiero ci metta in crisi.

Esemplifico ulteriormente: un principio mi fornisce sicurezza interpretativa, so dov’è il giusto e ciò che non lo è.

Bene, accettata l’etica, riesco a togliere il giudizio e vedere dove ciò che non è giusto m’assomiglia?  Perché se in questo esercizio metto l’autoironia, riesco a cogliere ciò che è nuovo nell’ingiusto e che mi riguarda. Basti pensare ai luoghi comuni oppure al non sono razzista, ma… Queste zone grigie sono me e rappresentano il limite di ciò che davvero penso di essere. Ovvero penso di essere migliore di ciò che sono in realtà e per risolvere le mie contraddizioni ho un bivio: o le accetto oppure le affronto. Il diavolo è seduto dove si divaricano le strade e aspetta sorridente. Io sono il diavolo e la cosa mi può rendere pure allegro, ma basta saperlo che l’indecisione occultata di scelta è il mio modo di vedermi migliore.

Connettere il 20% in modo nuovo, sembrerà strano ma lo si può fare ad ogni età, in ogni condizione. Si può affrontare il titanico sforzo di mettere assieme ragione, sentimento, realtà, sogno, passione, incoerenza, limite con l’allegra presunzione di voler vivere diversamente. Di essere differenti, non per partito preso o insicurezza, ma per consapevolezza. E soprattutto evitando di cosare le persone e noi stessi: non siamo cosa. Non accettiamo di essere ridotti a oggetto, numero, entità marginale, ma 20% in divenire. E anche se quel 20 in realtà è 5, non importa, chi può misurare la nostra capacità di essere davvero altro.

anziani conservatori e magari gufi

In momenti diversi della storia d’Italia, persone anziane e giovani, assieme, manifestarono fortemente e pubblicamente, l’amore per il proprio paese e la sensibilità di essere parte di una storia comune. Ciò rese queste persone importanti per tutti. Ci fecero sentire in una comunità positiva. Migliori, insomma. Sono persone che oggi potrebbero essere ascritte a conservatrici o anziane o entrambe le cose, e invece furono rivoluzionarie. Com’è rivoluzionario il modo di parlare al cuore delle persone, superando il divario ideologico, facendo emergere concetti che non si possono identificare nella distinzione tra vecchio e nuovo. La libertà ad esempio, oppure la solidarietà, o ancora la partecipazione, la giustizia, la legalità, l’eguaglianza, il bene comune. E di tutti questi, e degli altri principi, che fanno parte di una cultura positiva dell’uomo, che non lo adopera, non lo asserve, si è avuto bisogno nei momenti in cui era più grigio il momento, le contraddizioni più evidenti, le speranze di cambiamento fievoli. Queste persone hanno dato il senso di una continuità, di un’appartenenza a qualcosa di più grande che merita rispetto e sacrifici. Una religione laica del vivere comune, che oltrepassava il credo ideologico, l’iscrizione a un partito, la professione di una fede. Queste persone mi mancano. Non perché non esistano, ma perché sono banalizzate ed etichettate con epiteti. Loro che hanno sempre preferito il pensiero proprio a quello uniformato e prevalente, ridotte a mucchio,.

Alcune di queste persone fanno parte della vita mia e di molti. Ma quel che è certo è che non volevano essere icone. Di certo non Giovanni 23°, Pertini o Berlinguer. E neppure Falcone, Borsellino o Ambrosoli. E chissà quanti altri ci vengono in mente nel loro testimoniare valori comuni che consideravano semplicemente giusti e necessari. Anche oggi sono molte le persone che propongono una visione dello stare assieme che prescinde dal pensiero prevalente e si rifà a una prospettiva di vita e di futuro in cui esistano e si possano esercitare quei principi di cui parlavo innanzi. Lo so che esistono e non tacciono e per loro ho la stima e l’apprezzamento che si deve a chi indica una strada che tiene assieme e non divide. Sono uomini che parlano a uomini, non chiacchierano, parlano. È questa la differenza. 

e poi non è vero

… e poi non è vero che un battito d’ali, lì, dalle parti dell’Australia, generi un tornado nel golfo del Leone.

E neppure è vero che questo canto confuso d’uccelli parli un’unica lingua per chi sa capire.

Ci sono confusi segni attorno, difficili da intendere.

Ma è pur vero che un battito di ciglia ha riordinato il mio mondo,  

e fa risuonare questa campana, con un segno nuovo,

e forte,

e caro.

Ma tutto questo è natura,

è scorrere, è disordine apparente,

che accade inatteso nel mistero ordinato dei segni,

e non c’è arroganza nel fiume,

e neppure nella gravità,

per questo se a un desiderio accade d’accadere, meglio lasciar che sia.

E basta.

E nel far di noi bambini nel tempo, attendere,

che riaccada diverso,

se ne avesse ancora voglia.

 

sgarujare

Restano le coordinate di sempre per stare assieme: gli affetti, l’amicizia, il conversare conoscendo. Il cibo comune è un valore che va molto oltre la sua sapidità e bontà. Anche il bere assieme è un rito quando si è attenti alle parole. Poi, quando la bocca non è più impegnata dal gusto e dal cibo e il discorso fluisce, si mescola al vino, e scava dentro, senti che sgaruia, il senso, gli argomenti. Sgaruiare ovvero cercare dentro qualcosa. Ad esempio il gheriglio, e i suoi pezzetti rintanati nelle noci. Come faceva mia nonna, che poi li puliva della pellicina e me le dava da mangiare. Ripulendo e tirando fuori la polpa, mi diceva, viene fuori il dolce che non lega la bocca. Così è per il discorrere tra amici,  si può cercare il meglio da offrire e allora senti che quel gheriglio l’abbiamo noi dentro e che a volte si apre mostrando il buono, ma solo a volte.

l’antico e il nuovo

Hanno rimesso mano ad antiche case e scavando per i garage, sono emersi dei reperti romani. Così hanno fermato il cantiere. Sono venuti gli archeologi, hanno esaminato, discusso a lungo, fotografato. Sono tornati assieme a dei ragazzi, dottorandi credo, che hanno cominciato a cercare ed estrarre pezzi di manufatto. L’impresa, per far prima, ha messo a disposizione degli operai per scavare. Così è iniziata un’opera cauta, fatta di perimetrazioni col filo colorato, di segnalini bianchi numerati, fotografie, frammenti collocati nel luogo in cui sono stati trovati. Hanno scavato il possibile per giorni e giorni. Poi si è messa di mezzo la pioggia, che ha riempito di pozzanghere profonde le vecchie pietre emerse, ma anche il cemento dei muri a fianco.

Gli scavatori sono fermi e silenti da parecchi giorni. Mi sembrano un po’ arrugginiti, ma credo sia un’impressione. Stamattina c’è stato un lungo conciliabolo. C’era il direttore dei lavori e il geometra di cantiere, entrambi vestiti con quegli abiti consistenti e caldi che usano i tecnici, c’erano i proprietari, con cappotti e giacche più eleganti, la sovraintendenza con gli stivali e gli operai con le tute. Credo abbiano deciso che il cantiere riprenderà i lavori perché in un angolo, le betoniere han cominciato a versare cemento.

Scavando ancora forse emergerebbe altro: i romani, i veneti, i paleoveneti. Qui tutto si sovrappone e negli strati ci sono pietre, manufatti, cocci. Per scavare uno strato bisognerebbe buttare all’aria ciò che gli si è costruito sopra nel medioevo, oppure ben prima. Ma c’è stato anche il rinascimento e l’età moderna che hanno riempito di palazzi e case, la città e poi l’800 e gli austriaci e i ricchi borghesi dello stato unitario. E ancora il fascismo che ha sventrato e scavato e costruito, e poi l’euforia del dopo guerra, dell’interrare e ricostruire, fino alla speculazione che ha abbattuto ancora e fatto scempio di quello che era rimasto. E tutto s’ è sovrapposto, ha inglobato, ha reso il ricordo, il pre esistente, un materiale che era curiosità o semplicemente cosa. Là dove continuava un mosaico o un muro ora c’è una casa. E ancora quel cunicolo appena scalfito, ora si perde nel buio e ci si sforza di riempirlo di materiale arido perché la costruzione che verrà non ceda. Nelle cantine un tempo si vedeva il resto di un’epoca andata, c’erano strani angoli, archi interrotti, pezzi di marmo e fregi tra i mattoni, porte murate, ora con le costruzioni in cemento non è possibile, si annega tutto in una pietra liquida che solidifica e fa propria ogni cosa.

È come col lavoro sul nostro passato: si costruisce oppure si ferma la costruzione, si mettono segnalini, si fotografa con la mente, si archivia cercando di trovare un senso. È un fare, non un’ analogia. La scoperta comporta il rifacimento del costruito, il suo demolirsi, e c’è una valutazione del possibile danno che provocherebbe una maggiore conoscenza. Non c’è alternativa se non tenere l’intuizione di un possibile stato, della sua interrotta parabola, della magnificenza perduta o mai stata. E come nelle scelte passate, giuste e sbagliate, ci si troverà davanti al dilemma se annegare in un cemento ciò che è stato oppure conservare un’ immagine dell’antico e il suo rimpianto, vivendo. 

I lavori riprendono, piccoli reperti con un senso finiranno in magazzino, forse i più belli verranno esposti, ma la vita che si è svolta e quella che sarebbe potuta svolgersi, si perderanno comunque. Solo chi ne sente la continuità potrebbe raccontarla, ma il nuovo, immemore, difficilmente ascolterebbe.