l’antico e il nuovo

l’antico e il nuovo

Hanno rimesso mano ad antiche case e scavando per i garage, sono emersi dei reperti romani. Così hanno fermato il cantiere. Sono venuti gli archeologi, hanno esaminato, discusso a lungo, fotografato. Sono tornati assieme a dei ragazzi, dottorandi credo, che hanno cominciato a cercare ed estrarre pezzi di manufatto. L’impresa, per far prima, ha messo a disposizione degli operai per scavare. Così è iniziata un’opera cauta, fatta di perimetrazioni col filo colorato, di segnalini bianchi numerati, fotografie, frammenti collocati nel luogo in cui sono stati trovati. Hanno scavato il possibile per giorni e giorni. Poi si è messa di mezzo la pioggia, che ha riempito di pozzanghere profonde le vecchie pietre emerse, ma anche il cemento dei muri a fianco.

Gli scavatori sono fermi e silenti da parecchi giorni. Mi sembrano un po’ arrugginiti, ma credo sia un’impressione. Stamattina c’è stato un lungo conciliabolo. C’era il direttore dei lavori e il geometra di cantiere, entrambi vestiti con quegli abiti consistenti e caldi che usano i tecnici, c’erano i proprietari, con cappotti e giacche più eleganti, la sovraintendenza con gli stivali e gli operai con le tute. Credo abbiano deciso che il cantiere riprenderà i lavori perché in un angolo, le betoniere han cominciato a versare cemento.

Scavando ancora forse emergerebbe altro: i romani, i veneti, i paleoveneti. Qui tutto si sovrappone e negli strati ci sono pietre, manufatti, cocci. Per scavare uno strato bisognerebbe buttare all’aria ciò che gli si è costruito sopra nel medioevo, oppure ben prima. Ma c’è stato anche il rinascimento e l’età moderna che hanno riempito di palazzi e case, la città e poi l’800 e gli austriaci e i ricchi borghesi dello stato unitario. E ancora il fascismo che ha sventrato e scavato e costruito, e poi l’euforia del dopo guerra, dell’interrare e ricostruire, fino alla speculazione che ha abbattuto ancora e fatto scempio di quello che era rimasto. E tutto s’ è sovrapposto, ha inglobato, ha reso il ricordo, il pre esistente, un materiale che era curiosità o semplicemente cosa. Là dove continuava un mosaico o un muro ora c’è una casa. E ancora quel cunicolo appena scalfito, ora si perde nel buio e ci si sforza di riempirlo di materiale arido perché la costruzione che verrà non ceda. Nelle cantine un tempo si vedeva il resto di un’epoca andata, c’erano strani angoli, archi interrotti, pezzi di marmo e fregi tra i mattoni, porte murate, ora con le costruzioni in cemento non è possibile, si annega tutto in una pietra liquida che solidifica e fa propria ogni cosa.

È come col lavoro sul nostro passato: si costruisce oppure si ferma la costruzione, si mettono segnalini, si fotografa con la mente, si archivia cercando di trovare un senso. È un fare, non un’ analogia. La scoperta comporta il rifacimento del costruito, il suo demolirsi, e c’è una valutazione del possibile danno che provocherebbe una maggiore conoscenza. Non c’è alternativa se non tenere l’intuizione di un possibile stato, della sua interrotta parabola, della magnificenza perduta o mai stata. E come nelle scelte passate, giuste e sbagliate, ci si troverà davanti al dilemma se annegare in un cemento ciò che è stato oppure conservare un’ immagine dell’antico e il suo rimpianto, vivendo. 

I lavori riprendono, piccoli reperti con un senso finiranno in magazzino, forse i più belli verranno esposti, ma la vita che si è svolta e quella che sarebbe potuta svolgersi, si perderanno comunque. Solo chi ne sente la continuità potrebbe raccontarla, ma il nuovo, immemore, difficilmente ascolterebbe.

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