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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

facilmente la notte scivola nel giorno

Nell’abitudine a togliere il fastidio del ricordo c’è il senso degli anni bianchi, nascosti accuratamente assieme alle passioni e ai sentimenti d’allora. Aver deciso significava prendere una strada, non eliminare i desideri e ciò che promettevano nel mutare la vita, è il timore d’aver sbagliato che fa dimenticare? E perché ha trascinato con sé l’attesa e la gioia delle estati calde e fresche d’acqua di canale o di mare, le primavere disposte attorno a una Pasqua ricca di verde e di paure per la prossima fine della scuola. Come se lo scegliere allora avesse sporcato la coscienza e reso il dimenticare lieve e pervicace per non tenere come riferimento il piacere mischiato alla paura di crescere. E’ stato un ripulire il pensiero che eccede il presente a difenderlo dal senso d’aver perduto anziché vissuto.

Le notti erano brevi senza ora legale, interessanti e ricche di fresco e di profumi, di pietre calde e di scalini in cui sedersi a parlare o stare a guardare le nuvole gialle illuminate dalla città. Attorno c’erano persone che s’alzavano molto presto, prima dell’alba erano in piedi con pane e caffelatte sulla tavola, la porta chiusa piano, l’odore dei corpi che dormivano nelle stanze sempre troppo piccole. Erano autisti d’autobus, ferrovieri, facchini, macellai, spazzini, baristi di bar per pescatori e i cacciatori di valle. Il chiarore distante non diceva loro, nulla della fatica che attendeva il giorno. Per me tornare all’alba o alzarsi a quell’ora, era una libertà, un andare altrove, per loro era la vita assegnata e mai scelta. Conoscevo una città diversa, strade vuote, portici immersi in laghi di buio con le piccole luci dei campanelli, fornai con la serranda a mezz’aria, la porta semi aperta da cui usciva il profumo del pane. Bastava battere sulla serranda, una moneta e la crosta calda e croccante del pane riempiva l’olfatto e il gusto. Attorno vedevo la doppia luce, quella del giorno che si alzava e quella elettrica della notte che voleva un luogo per rintanarsi a meditare tra il silenzio e le case immote. I fari delle rade auto e la luce delle biciclette che correvano al lavoro evitando una rotaia o una buca, erano l’annuncio di una confusione che ci sarebbe stata ma ancora dormiva.

Ti raccontavo di queste persone e mi vergognavo supponendo la noia dei miei discorsi, sembrava t’interessassero per riderne, gli ultimi approcci alle prostitute, la faccia o il vestito di chi ancora era alzato per un desiderio, ma il resto che mi prendeva dentro, lo perdevi in quello sbadiglio da tavolino di bar, tondo e freddo come il cicaleccio che c’era attorno. Di notte non parlava nessuno o quasi, chissà come si poteva descrivere bene, il silenzio fresco in cui c’erano solo ordini, gridi improvvisi, rumore di ferro, di freni, odore di gomma mescolati nell’aria che portava i rumori. Tolta la civiltà c’era il profumo degli alberi che fiorivano nei giardini segreti di questa città così gelosa dei suoi spazi e delle proprietà. La luce lasciata accesa, il movimento dietro le tende di una finestra, le case che non dormivano.

Come c’era qualcosa allora che urgeva, rendeva difficile il sonno e mi spingeva fuori, ci fu poi una svolta che con la biacca ha accuratamente cancellato quelle notti, il sentire, le paure di un crescere che si spartiva tra la necessità e la libertà. Ciò che ora emerge dalle crepe che la vernice del dimenticare non riesce a nascondere, sono tracce di colore. Il blu del minio, così simile a quello del cielo di notte che avrei trovato in quella scuola mai desiderata, il suo stendersi sottile sul piano di ferro levigato a specchio, la prova del lavoro fatto e l’insoddisfazione perché c’era sempre un eccedere che si mostrava per essere tolto. Era un provare in cui i desideri dovevano combaciare con il fare, i miei non combaciavano mai. C’era il grigio e l’odore del ferro, il rumore strusciato della lima da mazzo, quello discreto della lima piatta, l’odore della stoffa della tuta con l’afrore acido del grasso e del metallo. Era un attendere di uscire e poi fuori, all’aria, correre verso qualcosa che fosse diverso. Dalla biacca emerge il sapore delle lacrime, il cuore stretto dal buio, la sensazione di essersi perduto. Non smarrito, perduto a se stesso, la necessità di una riva, di qualcuno che ti creda, che non ti tiri un pugno o dei sassi, che non s’avvinghi in una lotta dove la camicia bianca diventerà marrone di polvere. Dalle crepe emerge un odore di sera e di soldi risparmiati e scialati per un poca d’amicizia che arrivi a fine settimana e forse oltre. La pizza bollente, la mozzarella, la bocca sporca di pomodoro e attorno tutto un mondo di grandi che fanno altro, si muovono, chiedono di essere lasciati in pace. Il freddo del pavimento della chiesa, le parole del prete, il gioco, la lotta a non farsi trascinare dove c’era buio, paura e sporco. E di giorno la scuola e la paura di crescere dove non c’era la giusta terra. Pianta senza criterio, destinata ad essere potata senza remissione, senza un fine che capisse. Così si capisce che avevo chi mi amava ma ero solo. Non capito, sconcluso, portavo pesi che non erano miei, ed ero solo. Fuorché la notte e con i sogni, lì ero libero e vorrei ricordarla bene questa libertà ch’era un andare, un fuggire senza il coraggio di non tornare. Vorrei riportarla fuori da quello strato di vernice che l’ha occultata quella libertà, anche se sento che ha spinto verso dentro il sentire e l’ha mescolato con lo scorrere successivo dei fatti della vita, invece emergono frammenti, colori che stranamente si combinano subito con ciò che sono. Persino gli odori trovano le corrispondenze, ma non basta perché non è tornare indietro e rimettere in ordine le scelte, fare altro e altrove. Questo è sogno e utile com’esso sa essere ma il kairos, d’altro parla, per questo odora sempre di futuro e d’intuito nel cogliere l’occasione. E forse per questo si bianchettano pezzi di vita, anni, perché in altra forma si ripresenteranno, ci meritiamo infinite occasioni e sarà quello il momento di decidere se c’è del nuovo in noi oppure è davvero passata la notte.

l’uomo che guarda

L’uomo che guarda non ha rigore critico, consequenzialità logiche: guarda, assorbe, pensa.

L’uomo che guarda ha un mondo dentro che cede ad altri con fatica, forse un’offesa antica ne ha generate altre. Si è formato così, l’uomo, per vicoli obbligati e per sottrazioni, imparando come i gatti ma senza la loro libera morbidezza. Guarda, pensa, confronta, si lascia andare ai pensieri che sono sotto le parti bianche di ciò che non si scrive o dice e a volte neppure si pensa. Le parti bianche nascondono i ricordi e ognuna ha un pezzo di futuro che il calendario dell’avvento della vita sembra non aver mai sollevato, né ha osato staccare per scoprirne la dolcezza o l’obbligo. Eppure non è vero, tutti quei calendari sono stati percorsi, le scelte fatte, ma ciò che sembrava era altro, così anche le ferite si sono unite ai momenti di felicità e hanno trovato la loro radice: sono ricordi che il bianco non fa emergere, eppure ci sono. Attendono e non servono finché l’uomo che guarda non si deciderà a servirsene. La speranza e il nuovo sono un’immensa volontà di non apprendere, di vedere oltre, di non usare la similitudine come guida per decidere, per non ripercorrere.

A volte, alla fine di un’esperienza, guardando o udendo la giusta sequenza di parole, da ciò che era bianco emergono i colori e le situazioni rimosse tornano irridenti. Una ridda di sentire si scatena, emerge un giudizio anche dove non si è voluto giudicare mai e la nave beccheggia. Si sente l’ancora che cerca sul fondo un appiglio per fermare lo scivolare e finalmente capire, ma troppo spesso è sabbia e il pensiero si allontana.

L’uomo che guarda, ricorda e ciò che vede gli sembra sia già stato, ma era differente, lui era differente, nel cammino già fatto tutto quello che si è scelto si è sovrapposto, e quello che non è bianco, ora, rappresenta insieme il passato e il futuro. Ma è un attimo, un’immersione per disincagliare un’ancora e poi ancora andare.

L’uomo che guarda attende e non ha fretta come chi sa che prima o poi, vedrà ciò che era così semplice da capire e così bello da vivere. Capisce, sia pure a tratti, che l’ha vissuto ed ora ne cerca il ricordo in ciò che vede e sente perché in altra forma si rinnovi. Non è forse questa la speranza, ovvero che ogni cosa sia nuova e antica assieme, conosciuta, sperata, buona da scoprire e vivere. Per diversamente e nuovamente vivere, guarda.

correzioni di rotta

Cara L. credo tu sia in qualche parte degli Stati Uniti o magari in un’isola del Pacifico in qualche base astronomica. Di fatto, a parte qualche accenno di comuni conoscenti, non so più nulla di te dal viaggio a Lviv, e dal tuo stage in Germania presso il Comune gemellato. Conoscevi il russo e questo te lo invidiavo molto, pur sapendo che era stata una fatica non da poco per un’americana. Eri la nostra interprete della delegazione che ci vide assieme a Lviv. Ora anch’io la chiamo così, allora era per me Leopoli ed ero sicuro che fosse il nome giusto per una città che aveva un leone nello stemma e che aveva cambiato nome spesso girandoci attorno. Mi piacerebbe adesso sapere cosa pensi di questa guerra in corso e cosa di essa arriva dove sei. Mi dicono che negli Stati Uniti è percepita come lontana e che altri sono i problemi che attraggono l’opinione pubblica che ragiona di se stessa e del proprio Paese. La pandemia ad esempio, so che è al centro di non poche discussioni e attenzioni e così l’attesa delle elezioni di medio termine. Insomma la considerate una questione europea e vi immagino alla finestra in casa e guardate fuori ciò che accade. E così vedete l’Europa, terra di vacanze ora rarefatte dalle limitazioni del Covid 19, ma anche abitata da popolazioni strane e poco comprensibili nelle loro litigiosità. In fondo se voi siete gli Stati Uniti d’America, noi, Inghilterra a parte, non siamo mai riusciti metterci assieme per davvero pur avendo ben più interessi di voi per farlo. Anche la lingua comune che manca non ci ha aiutato e tutti siamo gelosi dei nostri dizionari. Ne parlavamo allora e io ti dicevo che questa era una ricchezza non un limite, adesso la tecnologia ci aiuterebbe a essere diversi eppure assieme. Ma non è di questo che volevo parlarti, credo che siamo stati sempre distanti e che le cose non si misurano con la bellezza posseduta o con la potenza militare, ma con il sentire comune. Se non riusciamo a sentirci noi vicini, come possono farlo gli altri? Poi per partecipare alle vicende di un continente non è solo questione di sensibilità, ma di distanza e ci deve essere una legge emotiva per cui la partecipazione diminuisce con il quadrato della distanza fisica. Se insegni Tedesco o germanistica in qualche università, probabilmente sei informata e attenta per ciò che accade in Europa, ma se la tua passione è rimasta per l’astrofisica, allora non credo che siamo particolarmente interessanti.

Assistemmo nel teatro dell’Opera di Lviv a un Barbiere di Siviglia, cantato in russo. Il baritono era bravo, il conte d’Almaviva appena sufficiente, Rosina discreta e poco birichina. Fu una piacevole sorpresa essere in un edificio progettato da un italiano e immergersi in una realtà che era così differente da quella che conoscevo. Non c’erano che pochi vestiti da sera e l’odore di naftalina si mescolava con il taglio un po’ d’epoca, ma il teatro era gremito e l’attenzione e il calore, altissimi. Guardavo le persone, nel foyer, mi sembravano tutti russi, anche se i lineamenti erano sia europei che euroasiatici, forse era perché parlavano russo quando lo feci capire tutti si affrettarono a spiegarmi che non era così, che le etnie erano differenti e forti, ciascuna orgogliosa della sua cultura e lingua ma tutti erano ucraini. Fosse solo per le religioni presenti: tutti cristiani ma Uniati o Orientali i cattolici, gli ortodossi reduci da uno scisma recente tra russi e greci, poi evangelici e protestanti di varie confessioni. Solo gli ebrei erano pochi, in gran parte finiti nello sterminio della Shoah o emigrati. Mi sembrava strano tutto questo fervore religioso per un Paese che aveva avuto l’ateismo di stato come interpretazione delle questioni spirituali, fino a pochi anni prima. Le chiese erano piene e la domenica mattina i fedeli erano in gran numero sin nel sagrato che ascoltavano le messe. Cose mai viste in Italia e neppure da te, mi dicevi. C’era stato un riavvicinarsi alle questioni spirituali che forse per chi abitava la città era naturale, per me era la reazione a tanti anni in cui era mancata la libertà di risolvere i propri problemi spirituali, pubblicamente e appartenendo a qualcosa.

Mi piacerebbe sapere cosa pensi ora dell’Ucraina oggi. Eravamo assieme all’università americana, quella più a est, dicevi con orgoglio, quando iniziarono le manifestazioni e gli scontri con il movimento arancione. Ci capivo poco perché parlavo con professori universitari, con persone di cultura e artisti che avevano stipendi davvero ridicoli, ma una serie di servizi gratuiti, compresa la casa, anche se mancava la manutenzione dappertutto e gli infissi, i muri, avevano bisogno di cura e l’acqua non c’era tutto il giorno dappertutto. Pensavo, quando parlavamo nei bar con i nomi italiani e il caffè espresso, che giustamente l’occidente che vedevano attraverso le televisioni o nei film, era un eldorado per chi faceva fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma l’Università privata costava 10,000 dollari all’anno e non capivo come si sarebbero potuto avere un diritto allo studio per tutti. C’era molta corruzione e molte rimesse dall’estero, ma poteva bastare per costruire un paese? E quali erano le idee che non lo rendessero un paese in cui trasferire le lavorazioni a basso costo e nocive approfittando della quantità di manodopera a basso prezzo? Poi c’è stato un po’ di tutto, rivolgimenti, rivoluzioni vere o fasulle, interessi crescenti che trasformavano il Paese. In meglio o peggio, non so, ma certamente in fretta. Sono tornato altre volte, ma il mio progetto non reggeva la situazione e certamente non ero all’altezza di portarlo avanti, però vedevo le cose cambiare, ho ascoltato altre opere a teatro e le mise erano più eleganti. Insomma non era la musica ma anche una nuova agiatezza che voleva mostrarsi. Le auto erano tedesche e c’era una notevole presenza di grandi società occidentali. Non faceva per me e ho cambiato itinerari.

Ora sono impaurito e perplesso di quanto accade in luoghi che ho un po’ conosciuto. Impaurito perché capisco che le cose sono sfuggite di mano e che gli interessi e la partita tra una concezione del mondo basata sui poteri e le sfere di influenza si svolge altrove. Un gioco fatto di azzardi come negli scacchi, che possono sacrificare l’uno o l’altro pezzo in vista della vittoria finale. Negli scacchi la vittoria o la sconfitta vede sempre la scacchiera con pochi pezzi, ciò che manca è davanti a ciascun giocatore e servirà per la prossima partita, ma per il momento sancisce ciò che è già avvenuto sul campo. In questo trae origine la mia paura, che l’intera Europa da pezzo fondamentale, da Re, sia diventata una componente del gioco che è sacrificabile in vista di un vantaggio futuro. E l’Ucraina è solo un pezzo della scacchiera.

La perplessità, invece, si alimenta con la differenza tra ciò che vedemmo di quel Paese e la rappresentazione che ora ne viene data. Di certo l’aggressore è la Russia e ciò che viene invocato a giustificazione non ne ha ed è enormemente sproporzionato al costo di vite, sofferenze, distruzioni che stanno avvenendo. Chi viene colpito non c’entra nulla e se non si è voluto risolvere diplomaticamente le questioni in campo, sicuramente c’era un elemento che ha a che fare con il potere e la sua capacità di ignorare gli uomini che verranno sacrificati. Se come penso è una dottrina condivisa tra concezioni diverse del potere, allora m’impaurisco ancora di più perché quando verrà risolta questa guerra, le case ricostruite, pianti mai a sufficienza i morti, non ci sarà una ragione che s’acquieta ma il tutto sarà vissuta come un episodio di qualcosa che continua e che usa sempre gli stessi mezzi per essere risolto, cioè le armi.

Tu mi parlavi dell’oscurità che aveva seguito la seconda guerra mondiale quando il riordino delle capacità delle singole nazioni di essere Stato e di vantare reali libertà erano state subordinate a un nuovo ordine mondiale con un confine dove si scontravano due sistemi economici: gli alleati nemici, li chiamavi, e pur facendo affari tacitamente, tenevano come propri e coincidenti, mercati e potere d’influenza. Insomma una lotta tra botteganti o tra bulli che volevano avere il predominio sull’intero quartiere il tutto governato dal denaro e dal potere che consentiva di farlo. La dissoluzione dell’ U.R.S.S. come potenza ideologica aveva reso appetibili gli immensi mercati dell’est. Per me la cultura era un bene imprescindibile, unificante che doveva unire i popoli mantenendo le diversità. Tu sorridevi e mi dicevi ch’ero un sognatore. Mancava molto a questa prospettiva, gli stipendi in Ucraina erano a 100 dollari al mese, ma c’erano già le caffetterie piene di persone a qualsiasi ora, si facevano affari senza ancora un codice commerciale, per acquistare una casa bastava pochissimo oppure serviva tantissimo, dipendeva da chi si conosceva. Avevi ragione, credo che in questi anni le cose si siano normalizzate e occidentalizzate, un Paese che aveva il 50% del PIL assicurato dalle persone che erano emigrate pur essendo il granaio d’Europa e avendo risorse minerarie e industria pesante, doveva riassestare in fretta la propria composizione sociale e assomigliare a quei paesi in cui badanti e operai lavoravano e mandavano a casa buona parte di ciò che ricevevano. Ora però il mondo è cambiato e c’è chi pensa di conquistare il mondo con la tecnologia e con i mercati e pian piano rende tutti dipendenti oltre a togliere ambiente e aria, terra e acqua. Non so come l’Ucraina entri in tutto questo e neppure capisco dove sarà la prossima crisi, per questo mi interesserebbe capire cosa ne pensi, cosa pensano i tuoi colleghi nella tua Università o i vicini di casa. Se sanno come il tuo Paese si muoverà in questa nuova scacchiera che non ha più gli stessi pezzi. Ora le pedine sono antichissime e hanno un suono secco quando vengono messe sul terreno di gioco. Anche la scacchiera ha un’estetica e un legno che la esalta come se ciò che si gioca lo meritasse, non come noi straccioni europei che andavamo a giocare alla guerra con le scarpe di cartone. Sarà il mahjong o forse qualche altro gioco, ma in cui non mi piacerebbe essere né giocatore né giocato.

allumer

Apparentemente ciò che non ha significato perché sparso in pensieri diversi, in pezzetti di discorso, in interiezioni e silenzi, si configura e rapprende, diviene disegno, ma non ancora senso. Così nel vedere i mucchi di fogli, le parole disseminate in questo spazio che mi ospita da 15 anni capisco che tutto ciò che è stato scritto è vita. Se è stato reso esplicito era la felicità del momento che illuminava oppure l’emozione che premeva per trovar modo di uscire ed essere raccontata, quasi rivissuta. E così le impressioni raccolte nei posti magici del mio camminare per la città che amo, si sono mischiate con altri luoghi spersi per il mondo che avevano arcane affinità.

Cosa metteva assieme il canto del muezzin in Africa o in medio oriente con il sapore della prima luce, col caldo che ancora non osa superare le tende sottili e tratta col vento che le muove. I primi suoni prima di quel canto, le notti semi insonni, convergevano verso altri canti, era l’allodola, il primo tubare dei colombi, il verso del rapace ancora in caccia, che si mescolavano per annunciare il giorno. E il primo caffè bevuto in piedi, sentendo il fresco del pavimento salire sulla pelle, non era anch’esso canto alla vita, invito a meditare con leggerezza sulla giornata e le sue tante vacuità necessarie che toglievano l’attenzione a ciò che era davvero importante?

Così la notte, prolungata nel camminare, nel sentire i suoni dalle case, non era forse l’estensione dei pensieri che si mescolavano alle confidenze ricevute, alle parole arrivate casualmente o con intenzione e che non mi avevano lasciato indifferente? Quante volte avevo sommato i passi sino alla stanchezza, ovunque fossi e m’ero reso conto, sconcertato, del cammino che ancora mancava ai riti notturni, alla lettura, al sonno?

Ma queste erano solo piccole macchie nella mappa del vivere, toponimi dove le parole trovavano assonanze, mentre il descrivere doveva fermarsi nel particolare, essendo l’insieme troppo scoperto e nudo di fronte ad un eventuale lettore. Così tutto questo raccontare parziale, spesso criptico, che occultava sensazioni più vaste, desideri, pulsioni, fatiche nel tenere assieme l’urgenza del dovere e del necessario da combinare col lasciarsi andare, era un accenno di biografia del sentire. Parziale, infedele nel tentare l’assoluto, alla ricerca dell’innocenza che si cela sotto il desiderio, sfrontato nel guardarsi allo specchio, timido per tenere da conto ciò che è prezioso, tutto questo e molto altro era, ed è, nel tentativo di conservare una traccia d’essere esistito nella diversità tra molti. Senza giudicare ma lasciandosi coinvolgere, in quello sforzo immane che fa chi ancora non ha la necessaria leggerezza e non rinuncia a vivere come è vissuto, e ancora si cerca, si approssima e nell’altro vede ciò che vorrebbe ascoltare per dire non dove si è eguali, ma dove si è umani e differentemente simili.

Iniziare a scrivere

A quest’ora tornavo sudato dai giochi, e avevo ancora voglia di correre. Mia nonna mi accompagnava. Mi teneva per mano. Le nostre mani erano piccole, le sue asciutte e con una tenerezza intrinseca. Mani da carezze e che parlavano. Non riuscivo a stare fermo, le giravo attorno finché parlavamo e prendevo l’altra mano. Contavo le pietre su cui camminavamo, stavo attento a non pestare le commessure. Ci fermavamo a guardare i negozi, cambiavamo i discorsi ed entrambi avevamo poca voglia di tornare a casa. I portici alternavano l’ultimo sole con le ombre e già qualche luce s’accendeva. A me sembrava d’essere felice e lo ero, immerso in domande piccole grandi. In attesa delle risposte già altre domande si formavano. Vedere la vita ora e avanti, scoprire il bisogno d’essere coscientemente amato, mettere assieme il presente e tirarlo perché diventasse infinito, privo di obbligo, contenitore di piaceri nuovi e antichi, fidando in ciò che sarebbe accaduto.

A casa c’erano i compiti da fare, la fantasia da tenere a bada, le lettere da far stare dentro le righe, gli svolazzi strani di quelle parole che si ripetevano e che sembravano non dire nulla perché non c’era nulla da dire, ma molto da vivere. Quando ho scoperto la scrittura, quando sono riuscito a connettere l’osservazione dei particolari, la loro scienza, con la fantasia nel correrle dietro e andare fuori tema? La risposta sta nella scoperta della lettura come amplificatore dell’immaginazione. Vicende e mondi si aprivano, mi seguivano a letto con una pila sotto le coperte, potevo raccontarli a mia nonna ed ero sicuro che Lei avrebbe risposto a tono. La lettura apriva una finestra e ciò che vedevo doveva essere fissato perché si perdeva facilmente. Così è nata la scrittura, come un tener traccia, l’essere specchio dei sensi che si esercitavano per loro conto. I compiti erano una cosa che intralciava la fantasia, forse per questo sono stato un pessimo scolaro, riottoso e ribelle. Arrampicato sull’orlo del vulcano, temevo di scivolare giù nella profondità dell’ignoranza e dei voti pessimi. E così accadeva, segno che ciò che si vuol fare accadere, accade. Contavo sulla fortuna e sui voti in italiano, ma non bastava, non sarebbe mai bastato se non a me.

Che uso faccio della sera, sapendo che la serenità incosciente d’allora non la posseggo più e che anche le parole spesso vanno a finire nella noia di ciò per cui vengo interrogato, prigioniere delle notizie e al servizio di una opinione. Di cosa parliamo? Se mostrassimo ciò che ci colpisce risalterebbe il fuori tema, la pazzia dolce di chi parla d’altro, ma ciò non è consentito allora si dovrebbe ripiegare nella libertà della scrittura e lasciare che il mondo domestico delle strade e dei pensieri entri dentro con la sua luce che eccita le ombre e forma pozze di freddo e di buio che si attraversano con la stessa altezzosità con cui il primo rompighiaccio annunciava la primavera e la libertà alle navi, tagliando i ghiacci fuori dalla baia di Leningrado. Già San Pietroburgo e ora nuovamente San Pietroburgo. Ci dev’essere qualcosa di talmente immane tra queste due parentesi che racchiudono un nome che ora dev’essere scordato anziché sondato, capito, svolto come una mappa in cui i luoghi del pensiero e dello spirito trovano nome, distanza, via per essere uniti.

Sotto, nel vicolo, arriva in moto, una Bmw, con trasmissione cardanica. Chi la guida ha il viso che esce dall’attesa e il sorriso che incontra chi vuole incontrare. Se ne vanno in un rumore denso di armoniche e di basso con quel frullo d’ingranaggi che è già una partitura solista di meccanico concerto, ma che nessuno scrive. Mi piace l’idea del cardano, c’è molto cervello in questa scelta, in chi la inventò ( già ne parla nel terzo secolo a.C. Filone di Bisanzio) e in chi la sceglie. E’ un giunto che permette ai moti di due alberi di trasmettersi pur essendo disallineati e tutto questo non è il simbolo potente che insegna come cose che hanno diverse necessità possano trovare il modo di connettersi e di andare avanti assieme sommandosi. Anche per le idee servirebbe un cardano che le renda rigide quanto basta ma non impermeabili al disallineamento e al movimento comune. Se avessi raccontato questi pensieri a mia Nonna, avrebbe capito e non avrebbe fatto osservazioni, ma già a scuola tutto sarebbe diventato più difficile.

La sera mi ha sempre regalato una luce che conteneva senza illuminare, è la stessa di allora, così penso, la stessa che usciva dalle finestre e si scambiava con la lampada a centro stanza, mentre già il profumo della cena riempiva la cucina e posavo la testa sul braccio, guardando di sguincio e tentando di scrivere i numeri e le lettere dentro quelle righe che dovevano contenere il pensiero e la scrittura ordinata dalle leggi altrui, ma la mente era altrove. Decisamente ero un pessimo scolaro a cui sarebbe piaciuto usare le parole e tenerle a mente per chissà quale occasione di comunicazione, ma non era tempo allora come non lo è stato dopo.

arrivammo

Arrivammo in tarda mattinata. Tirava un vento freddo che sollevava nuvole di polvere dalle stradine senza asfalto. Gli abitanti erano chiusi in casa e il fumo dai camini tentava il cielo ma poi piegava orizzontale e si spargeva tra case e vicoli. Mancavano persino le solite frotte di bambini in cerca di caramelle e monetine. Di certo non eravamo inosservati, il grosso pullman occupava l’intero parcheggio davanti a quello che doveva essere il nostro ristorante. Le rovine erano distanti qualche centinaio di metri oltre la fine delle case, mentre in centro, sotto la scritta museum e una tettoia, c’erano mosaici e resti di statue. Uno dei mosaici, di epoca romana, era molto particolare perché portava l’intero medio oriente con le città maggiori allora presenti, le strade e il mare con delfini e navi che viaggiavano tra Grecia e Syria.

In quel fazzoletto di terra, eravamo all’inizio della guerra civile in Syria, non erano ancora arrivate le battaglie, ma a qualche chilometro di distanza iniziavano le oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Dopo il pranzo, il villaggio si animò, arrivarono i venditori di reperti e cartoline. Oltre c’erano altre persone intente ai loro lavori, vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo. Mentre mi incamminavo verso le rovine della chiesa e altri mosaici, pensavo che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’uno o dell’altro stato, cambiando sistemi politici e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. In quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città d’occidente : amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, forse sapevano delle guerre mondiali, intanto guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva in quel momento, probabilmente lo facevano anche quando il clamore era ben maggiore, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare. Sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Solo le cose buone sembravano dare riposo e durare e loro attendevano quelle per lasciare la paura.

Però m’illudevo, il mio era il pensiero dell’occidentale che ha vissuto la pace per molti anni, loro, gli abitanti, avevano viste così tante invasioni che le avevano considerate parte delle vite e avevano resistito all’inimmaginabile. Si erano spostati solo un po’ oltre la collina, ma erano sempre rimasti, facendo largo a chi invadeva e voleva restare, restando fedeli ad una patria. Non so cosa sia la patria per un invasore, di sicuro non è un concetto praticato dalla geopolitica, però è qualcosa di radicato negli uomini che hanno bisogno di terra, di odori, di alberi e di punti di riferimento, di colori, di cibo cotto in un certo modo e di rumori diurni e notturni che sono suoni per chi ascolta. Questo sentire andrebbe rispettato perché è parte di quelle persone e senza esse sono molto meno. Il concetto di buono, di relazione, diventa labile quando manca la libertà di essere in un luogo. Il buono diventa impotenza e rabbia che cresce se porta via la terra, il lavoro, la sussistenza. Allora nasce la rivolta che vuole cessi la sopraffazione, la sottrazione di identità.

Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obiettivi comuni, che poi sono semplici: vivere con dignità senza essere oggetto d’ingiustizia. E uniscono questi obiettivi, rispettando i vivi e morti, ma soprattutto conservano la dignità di essere ciò che non può essere tolto: essere uomini.

Lo penso in questi giorni in cui il vento non è più quello del deserto, sono in una casa calda, se fuori piove la mia città riluce ed è più antica di quelle città e anche se è stata distrutta è poi risorta più bella. Lo penso perché venti di guerra si gonfiano e non vedo preoccupazione sufficiente per la pace, non sento umanità per chi è stato privato di tutto e ora è ostaggio della carità dell’occidente. Lo penso perché ci sono indifferenza e inanità mescolate, perché le elezioni si vincono indicando un nemico e allora la guerra diventa plausibile. Ma ora questa guerra si avvicina e fosse pure per egoismo, servirebbe la pace, per chi muore e per chi ha timore che tutto questo non abbia una ragione sufficiente a evitare una catastrofe planetaria. 

Ma anche questa è brutta retorica.

 

di dimensioni e d’importanza marginale, non sono solo cose

Le giornate allungano la luce verso l’estate, lo si vede dalle ombre sui muri che il sole dipinge. E’ fresco la sera ma il giorno eccede nel calore e non piove da tempo. Nella giornata dell’acqua l’umidità vola altrove come fa da mesi. In compenso i venti di guerra si fanno sentire. La filosofa De Monticelli ha scritto un non agevole articolo sulla differenza tra prendere posizione e schierarsi, dove prendere posizione è rispondere a una esigenza di giustezza, cioè in ultima analisi, di verità. Mentre schierarsi comporta consentire a un ” male minore”, che sempre male è e comporta che il sentire nella nostra anima, nella nostra cognizione dei valori, si atrofizzi. Questa mortificazione del discernimento è la perdita della sinderesi ovvero della capacità di districare il bene dal male. Questo è lo schierarsi che non è prendere posizione.

Qui inizia un altro mio raccontare, perché alla guerra do il mio prendere posizione e mi rendo conto che soli siamo nulla, mentre molti siamo tutto, purché vi sia la sinderesi ben attiva. Gli antichi mentre si ammazzavano con facilità erano in grado di discernere l’anima, il bene e il male, poi tutto sembra si sia mescolato e ha reso, noi, gli uomini, inani. Gli animali si comportano molto meglio e seguono idee consolidate e precise.

Il pensiero torna a come vivi questo inizio di primavera e lo confronto con il mio, chiedendomi come cogli ciò che ti sta attorno, La fretta ti permette di vedere dalle finestre di cui noti la polvere accumulata, le cose apparentemente povere che attendono nel retro dei cortili delle case. Senti che il vento bussa sui tetti e scuote gli alberi e annusi come contrastano i fiori di mandorlo con il loro leggero profumo amaro reso dolce dal colore squisito delle corolle. Li vedi mentre volano tra secchi di plastica, tra i giocattoli dimenticati nell’inverno, come posano su opere lasciate a mezzo e sulle tende da sole che attendono di svegliarsi. Si metteranno ovunque a disposizione dei tuoi sensi purché tu dedichi loro la tua attenzione. Sono loro la guida alle cose che non vediamo e che usiamo senza discernere ciò che è buono per noi e ciò che soffoca.

La mia mappa è un portolano, un sentire che mescola il ricordo, la strada da percorrere, la sublime confusione del caso che mescola le cose e mette insieme il dentro e il fuori. Sentire è eccessivo in questa stagione dove tutto muta e noi siamo parte del mutare? Credo sia l’una guida che ancora possediamo per tenerci assieme a ciò che ci sta attorno. Una rete di visto, vissuto, odorato, toccato che corre inusitato tra giganti e fa fiorire i mandorli come attiva in continuazione i piccoli amori. Che isola e fa trepidare mentre scorge l’innocenza della terra arata e vuole già la freschezza dell’ombra. Il divagare che consente di uscire dall’insicurezza, dal timore e si perde nella dolcezza del sentire che esiste una dimensione in cui l’amore è possibile, in tutte le sue gradazioni, che la leggerezza dei petali che volano è la stessa dell’ape e del cuore. Feconda e distratta perché presa dai sensi, tracciata con le dita che già hanno altro che seguirà senza motivo apparente.

Le cose abbandonate, il vento, l’aria già profumata scivolano tra gli uomini e le case e chi ha un inutile andare sente che anche nel cuore le primavere non sono mai uguali.

spirale

La spirale mi ha sempre affascinato, l’assimilo alla vita nella sua capacità di tornare a vedere ciò che era vero, senza ripetere.  Percorrendo la spirale non si torna sui propri passi, si vede il passato e la prospettiva di futuro e alla fine si esce. Nei rapporti amorosi, il passato è più o meno allegro e la tentazione della leggerezza torna spesso nella vita. La spirale rappresenta bene anche quelli che non permangono, ma sono accaduti. Accadono… Da adolescenti, la continua scoperta, la precarietà, la necessità di misurarsi con la propria autostima fanno della leggerezza una opzione quasi necessaria: grandi gioie, appartenenze, dolori che si esauriscono in tempo breve. Dopo la giovinezza e una fase di progetti solidi, si presenta il bivio tra il continuare riprogettando in continuazione le vite e l’abbandonarsi alla ripetitività, al non impegno. Tutto si muove nella circolarità che non si sovrappone, nelle libertà individuali che si intende cedere. Sono così frequenti le separazioni, ciascuna con il suo motivo e il suo strascico di difficoltà dolorose e poi, se si sanano, il riscoprire che si è ancora attraenti, la necessità di nuovi stimoli oltre l’abitudine. Rispetto al passato molto conduce verso rapporti senza vincolo. Sembra basti dirlo subito: le cose saranno chiare e non si soffrirà. Poi viene scoperto che non è così, che il rapporto diventa asimmetrico, che l’appartenenza è la condizione per avere di più. E c’è la richiesta/bisogno di aver di più. La leggerezza si trasforma in necessità di decisione. Allora c’è la spirale che curva e sceglie: chi si ritrae, chi rischia, chi scappa, ma comunque la leggerezza è finita e subentra la sofferenza della mancanza. Non c’è nulla di leggero quando l’adolescenza se n’è andata, le regole di leggerezza non funzioneranno, i pensieri e l’umore rispetteranno l’esperienza acquisita. La sensibilità al dolore dipende da ciascuno, ma non sarà più vera l’illusione della giovinezza ritrovata e immemore. Per il semplice motivo che la vita ci ha plasmati, strutturati di ricordi e bisogni finalizzati. La leggerezza è parente del vuoto quando non ha coscienza del proprio bisogno d’amore. Parlo delle pene amorose, non della necessità d’essere lievi. Quella è altra storia e quando si è lievi l’impronta che lasciamo è forte e netta, come solo la delicatezza riesce ad essere: indelebile.

cassetti segreti

Non credo che non ci si pensi più, che le cose siano finite. Non ci penso adesso perché non è una prospettiva che ritengo possibile, ma ogni cosa desiderata e negata poi si ripensa. Subentra a ciò che non è stato, ma a pelle, sai già in partenza che quella era cosa … speciale (nonostante la tua idiosincrasia per le cose “speciali” che poi passano).

Non so, da tempo m’interrogo sulla negazione e mi chiedo quanto ci sia di personale e quanto di indotto in ciò che non facciamo accadere.

Se di interi periodi della vita non resta memoria immediatamente disponibile e lasciamo diventi sostanza dei sogni, in essa ci deve essere qualcosa che dev’essere messo da parte per vivere. Di quello che resta per davvero di un allora irto di possibilità, intendo che ci pensi in quei rarissimi casi che sono … casi speciali del vivere.

Ciò che è importante non passa ma muta, evolve, si anestetizza se fa male, oppure si acuisce se fa bene, e nella negazione non è mai tutto personale o tutto indotto, è un mix che
dipende dall’importanza e credo anche che, almeno nel mio caso, non banalizzo mai ciò che mi accade e quindi ci penso. lo vivo ed elaboro
Sai come si dice da queste parti quando ci si accorge che una parte della vita si è davvero conclusa: el se a gha messa via.
Se l’è messa via, l’ha cancellata dal presente, ma mettersela via è un elaborare, un dirsi che non è stato possibile, quindi è una sorta di per sempre rovesciato.

Ciascuno di noi fa i conti con se stesso e trova una ragione,
e se non la trova è peggio,
ma capita a tutti e più c’è passato più è capitato.
Le vite sono possibilità, scelte, poi in bell’ordine si mettono le cose che non sono state in cassetti che conosciamo noi, che sono nostri per intero e come per i lini che si sono comprati e usati in altri tempi, profumano d’amido e di lavanda.
C’è chi riesce a trovare un buon motivo per aprirli con tenerezza, altri con rabbia, altri ancora con indifferenza. Meglio la tenerezza e il voler bene a ciò che si è stati.

miserere

Questa mattina il cielo era ricco di nubi ma senza pioggia, Attorno tutto si svolgeva come se fosse un normale inizio di primavera, solo che è marzo e non piove. I canali d’irrigazione sono secchi ai bordi dei campi e la terra, dopo l’aratura ha mutato il colore delle grosse lucide zolle passando dal marrone scuro a un nocciola che testimonia l’aridità. Da mesi non piove. Gli alberi hanno cominciato le loro fioriture e le piante ornamentali sono colme di boccioli. Traggono linfa dal profondo. Si arrangiano con quello che c’è, ma non potrà durare sempre così.

Questo è il tempo che viviamo, per ignavia anche nostra, per supponenza e protervia, tutte abitudini che si consolidano in un’idea di dominio che ora la realtà s’incarica di smentire. Tutto nasce nei sentimenti, nel rifiuto che essi siano i veri elementi di equilibrio e di guida per gli uomini. Le altre specie, non ne hanno bisogno, sanno dove andare, cosa fare, come comportarsi. Non noi. Non nobis.

Dietro ogni fallimento c’è un tradimento e dietro ad esso un sentimento mistificato. Se tradire è una forma di negazione del sentire, del patto stipulato con sé prima che con altri, esso non è scevro di effetti verso la vita: non si conclude e non la conclude tra un prima e un dopo. Ha in sé il germe rapido del fallimento, quello che rompe l’equilibrio e lo rovescia per un nonnulla. La vita nel suo scorrere temporale ha scelto e devia su una nuova strada che non è necessariamente un procedere, può essere un arrestarsi, un retrocedere, un capovolgere. Il cambiamento è aderenza e approssimazione a ciò che si è, non tradisce nulla e ci realizza, ma fallire è negare la propria natura, il daimon che è in noi e che pretende di essere cresciuto amorevolmente. E lo chiede non in forza di ragione o per pretesto, ma amorevolmente, con cura e misericordia.

Il daimon è comprensivo, ci vuole bene e include il fallire, l’inesperienza, la fatica e le avversità, ma non tollera il tradimento e chiede alla ragione di essere accogliente nel suo farsi consapevole dopo lo sbaglio. E’ strano ma non include la colpa se non come distruzione del sé. Non la chiama colpa, chiede solo venga preservata la possibilità della vita, della sua felicità, del coincidere tra l’essere e il fare.

A questo oggi richiamava la terra già sul punto d’essere arsa, priva di semina e concime, chiedeva ragione. E lontano c’è il terribile rumore dello scontro, le realtà del sangue e della violenza cieca. Il labirinto senza il filo di Arianna in cui si smarrisce il senso del limite, le vite disperse, si spengono nel dolore e generano minaccia. Il mondo è sull’orlo dell’inverosimile e lo è da molto, ma la capacità di trovare la strada nel labirinto delle passioni è affidata al senso dell’umano. Al fermarsi e sentire che natura e uomo sono parte di una stessa vita, che il potere è tradimento di molti e di sé e destinato per sua natura a fallire. Ma nulla di tutto questo basta quando le vite si spengono, quando la negazione o l’affermazione si appella a principi che dovrebbero essere più alti di chi li pronuncia e contiene e invece vengono usati per nascondere le verità effettuali, la realtà. Chi sacrifica il mondo crede di essere immune al sacrificio, ma non lo è e in questo tradisce il daimon profondo che cerca la comunicazione, il rapporto, il sentimento con l’altro e con il mondo stesso.

Quanta disperazione contiene il fallimento dell’essere uomini. Di quanta comprensione abbiamo bisogno per trovare un equilibrio con quello che calpestiamo e che dovrebbe essere fatto con leggerezza perché lì sotto un mondo vive ed è importante perché sopra vi sia vita. Quanta disperazione di uomini, di madri, di figli dovrà essere tradita perché ci si renda conto che non c’è via d’uscita se non abbassando le braccia, chiedendo a noi stessi di avere un’altra possibilità. Almeno un’altra per vivere, per pensare, per seminare e far fiorire, per cambiare ciò che non è istinto ma tradimento della vita. Quanta disperazione serve per evitare la fine?