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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

l’ordine ha fretta

L’orlo dell’inquietudine è tagliente
e arduo,
come certe lettere dove scivola il pensiero,
mentre dicono cose grandi, immense
tanto da far chiudere gli occhi
e predisporre labbra e cuore.
Sta in equilibrio sull’a di amo e corre sino all’o
dove scivolare è facile,
vive dello sperare o dell’attendere,
e rivela che è l’ansia di perfezione,
che trascina nell’abisso il cuore inquieto.
Solo il disordine sa attendere,
e sorride nell’incompiuto spingendo il passo,
l’ordine ha fretta, dispone le cose
come dovesse partire verso un dove che non sa.
Quieto è dentro al cuore, l’incompiuto amore.

scritture con tratti grossi e sottili

Come l’ uccello femmina che si tuffa nel profondo, senza timore cerchi, trovi, e riporti in superficie ciò che s’era nascosto.

Al mio richiamo non rispondeva, non c’era, non era, sembrava un abbaglio. Accade di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fugge, il cielo senza luce.

Nel silenzio delle notti estive una voce d’aria, pare sussurri parole desiderate, ma accendere la luce, illuminerebbe solitudini difficili.

Eppure, credo, e tu lo confermi, che il nome di ciò che si sente è ciò ch’esso contiene, e che non sia perduto, ma attenda la giusta voce, lo sguardo che ama, la mano che, in punta di dita, accarezza.

Leggero il polso, sublime il tatto, scrive parole grosse e sottili che si stendono, restano, penetrano, sollevano. E in quell’attimo infinito pare ci sia la felicità.

la vita altra

Si è levato un forte vento che scuote gli alberi del giardinetto. Il vento si vede così, nello scuotere di foglie, nel sollevare mantelli che ormai non ci sono più e nel pulire le cose e l’aria. La vita queta osserva da dentro casa, dai bar, dalle finestre di alberghi in cui resteremo qualche notte. A volte una. Quanti alberghi ho cambiato durante gli anni dei vari lavori, stanze linde stili che riflettevano il Paese, luoghi al limite dell’accettazione in Africa o in Medio Oriente. Il vento continua a folate e mi torna a mente un albergo sul Carso Triestino che aveva una finestra che guardava il golfo verso Muggia. Le folate di bora increspavano l’acqua in modo uniforme e il riflesso la rendeva un tessuto dalla plissettatura infinita. Ho una particolare predilezione per il golfo di Trieste, per me è uno dei luoghi che nel mondo si dovrebbero vedere e assaporare, la città lo accoglie con il vestito della festa ed è un susseguirsi di piazze e palazzi che guardano il mare. In piccolo, questa struttura che assomiglia ad un abbraccio si ripete nei piccoli paesi che sono lungo il crinale carsico, come vi fosse un invito al vento e una necessità di vedere nella sua interezza l’arco del golfo. E’ una cosa strana per chi viene dalla pianura ed è abituato alle piazze che si chiudono in se stesse e nei palazzi che le circondano, vedere questo mostrarsi al mare è una generosità reciproca che accoglie e chiede protezione.

In ogni albergo c’era una poltroncina e ovunque mi sono seduto vicino alla finestra, per leggere il libro che avevo con me o per completare una relazione e gli occhi, ogni tanto, si sollevavano dalle parole e guardavano fuori. Spesso era sera, prima di cena e il cielo si scuriva, rendeva diverse le cose, una parola, l’ultima lettta, voleva dire di più. Essere scavata nel significato e messa in quel luogo come un segnalibro della mente. Da una parola è facile saltare ad altro, evocare un ricordo che apparentemente non ha relazione con nulla di ciò che attornia, oppure la parola trasformata suscita un sentimento e questo cerca una corrispondenza dentro di sé e al tempo stesso in ciò che gli occhi vedono in quel paesaggio strano che sono i panorami fuori delle finestre degli alberghi. Così il cielo non è più estraneo, le cose sembrano già viste e gli uomini hanno lo stesso linguaggio, le stesse passioni che sento, ma cambiate e ognuna riportata in una casa , in un angolo dove ci si siede per leggere, in mobili che non conosco ma che a quella persona sono familiari. Ciò che ci unisce è il sentire le emozioni, la forma dei desideri prima che vengano distorti da ogni educazione, la capacità di pensare e riflettere. Ciascuno a suo modo e con la sua profondità e nulla è banale o scontato.

Molti anni or sono, stavo facendo una traversata a piedi dell’appennino e giunto sul passo trovai due case, l’una di fronte all’altra, in una c’era un negozio emporio, piccolo, con la porta a vetri incorniciati e il campanello che suonava quando qualcuno entrava. C’era di tutto disposto su scaffali di legno, il cibo era su un tavolo di marmo che fungeva da bancone e i panini erano veramente ottimi, curiosai in mezzo alle tante cose e c’erano gli oggetti non venduti di un passato che si era accumulato pacificamente in attesa. La casa di fronte era del 1500, solida e con la forma di un edificio che doveva durare. Una lapide accanto alla porta riportava il nome di un antico, forse famoso, proprietario, che al servizio del Granduca di Toscana ritornava a questa casa per essere se stesso. E lì aveva trascorso gli anni della vecchiezza in studi e pensieri nuovi. Mi aveva colpito come in tempi in cui non c’era nessuna comodità vicina, ci fosse stata una scelta di quel genere e come Montaigne l’immaginai in una poltrona vicino alla finestra e attorniato dai suoi libri, che confrontava il suo tempo e la sua casa con ciò che passava per una strada di passo.

Penso che da qualche parte, in ciascuno, esista una casa interiore, un luogo dove essere accolto e che quella casa abbia un angolo di desiderio di quiete da cui guardare se stessi e fermare il tempo delle cose per essere in sintonia con il tempo nostro. Il kairos interiore che ripropone la vita, il significato dell’occasione, la pace e l’equilibrio del sentirsi parte di qualcosa di molto più grande ma di essere unici e irripetibili. Non c’è nostalgia in questo tempo, solo il mettere i sensi al suo servizio e cogliere il vento, le luci che s’affiocano, il libro, le parole che sussurrano di altre vite e il tepore di questa casa interiore dove domina la quiete e l’attesa del buono.

credere per vivere

Posted on willyco.blog 30 marzo 2014

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Mi racconti il tuo limite al credere. Le candeline accese, la piccola preghiera, poi via, fuori dai luoghi in cui tutto si codifica. Un disordine ordinato t’accompagna, t’affascina il vivere che si codifica e s’incanala, l’ordine che emerge e rassicura. Ma trovato l’ordine tutto s’impoverisce. Ha un posto e un nome, non fa più sforzi per sapere chi è. Lo sapevi? Eppure affascina e rende tranquilli. Almeno sembra.

Tu hai già le tue difficoltà, i problemi di crescerti assieme, ammettere gli errori che insegnano sempre. Anche se accade a tutti, facciamo così fatica ad accettare gli errori, sembra si perdano pezzi di noi per strada. Definitivamente. La libertà di credere in ciò che c’aiuta e ci fa bene, anche quando si sbaglia, è una gran cosa.  E se questo induce la contraddizione in noi, come non viverla? Noi conteniamo le nostre contraddizioni, siamo abbastanza grandi per tenerle tutte. Anche senza sentirne colpa, si dice di noi, di ciò che sentiamo. E ci pare d’essere proprio quelli di cui si parla. Così ci si abitua ai rifiuti come ai complimenti. Basta vivere ed emerge una assuefazione agli aggettivi che li svuota. Gli aggettivi che ricordano i gusci vuoti dei molluschi, in riva, con il loro leggero rumore metallico: non hanno più vita, sono altro, ma ci sono ancora. Rumore piacevole, appunto.

Così si tiene tutto, anche il credere e il suo contrario, basta volersi un po’ di bene: una candela, un pensiero positivo e poi via nella luce esterna che nei giorni di sole abbacina e scalda, e muta i colori, svuota e riempie d’altro l’anima.

Che ci sia l’anima o qualcosa che le assomiglia? non è importante basta sentirla.

C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Far resistere un minuto di più una parte che si chiude e già una finestra si apre altrove. Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.

C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Far resistere un minuto di più una parte che si chiude e già una finestra si apre altrove. Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.

ho paura

A parte gli occidentali ciechi e quelli ideologici, che tracciano una linea invalicabile tra bene e male, mettendo l’uno tutto da una parte e l’altro riservandolo ai “nemici”, penso che chi investiga un poco sul mondo in cui vive, abbia paura. Per i propri cari e per sé. Mai come in questo tempo si sono concentrate e intrecciate minacce globali che esigerebbero approcci in un clima di equilibrio cooperante. La devastazione climatica del pianeta, la pandemia in atto, le guerre in corso e in particolare la guerra in Ucraina sono tre problemi che si rafforzano l’un l’altro. Il clima è passato in secondo ordine e sembra sia un problema di auto eletttriche mentre le centrali per produrrre energia hanno ricominciato a bruciare carbone e olio pesante. La pandemia risorge in estate, cosa che nessuno aveva previsto ma se si va a spulciare quanti vaccinati ci sono nei paesi poveri, si scopre che un miliardo di dosi di vaccino promesse non sono state consegnate ed è il 50% di quello che doveva essere dato per arginare varianti e malattia. Ora la malattia viene considerata una affezione ordinaria che ha vincoli contro il contagio basati sulla buona volontà o timore delle persone. Poi la guerra in Ucraina ha messo in luce che il mondo non è così in equilibrio come si pensava e che non bastano i commerci e la globalizzazione per definire scambi e interesse alla pace. La NATO modifica la sua strategia e diventa soggetto globale di difesa per gli aderenti, ma anche di offesa se questa si intende come eliminazione di una minaccia. Per far aderire Svezia e Finlandia che venivano rifiutate dalla Turchia, vengono dalle prime, firmati impegni a consegnare esponenti del PKK Curdo, considerati terroristi dalla Turchia. Basterebbe pensare a quanti peana sono stati indirizzati allae donne e agli uomini delle forze Curde nella lotta contro il Califfato per rendersi conto che viene sacrificato un intero popolo a cui dovremmo essere solo grati per il sangue versato.

Quello che si fa strada in occidente e nella pallida Europa, che rafforza i suoi armamenti e non esercita un proprio ruolo di pace, è un relativismo sulle questioni che contano e sugli equilibri necessari perché vi sia un mondo pacificato. Anzi circola una sorta di rimozione o indifferenza sulle dichiarazioni per la presunta necessità di una guerra globale per stabilire il predominio dell’occidente. Altri, che si ritengono realisti, teorizzano nuovamente l’equilibrio del terrore come negli anni 50 e 60, ovvero il fatto che nessuno userà l’arma nucleare perché sarebbe la fine per tutti, ma non solo l’incidente, bensì l’addensarsi delle minacce unite all’indifferenza, diventano esse stesse fattori di possibile deflagrazione di un conflitto nucleare. E’ come fossimo tornati nella primavera del 1914 quando le capitali europee si interessavano delle novità della tecnologia e dei nuovi balli mentre si preparava il conflitto globale. Il ruolo della Gran Bretagna in questa visione che sceglie altre vie rispetto a quella diplomatica per la soluzione del conflitto, fa sparire i problemi della Brexit e l’instabilità governativa di cui gode dopo l’uscita dalla U.E. anzi detta a quest’ultima l’agenda delle azioni e delle priorità. Si dirà che i principi, l’autodeterminazione dei popoli vengono prima di ogni altra cosa e con essi la piena sovranità, sarebbe interessante scavare su questi diritti che valgono per alcuni e non per altri e di quale sovranità godono i governi e gli Stati che sotto il ricatto economico e/o quello dei vincoli dei trattati firmati in ben altri contesti, sono a sovranità comunque limitata. Può ben testimoniare la Grecia di cosa stia parlando, dopo la cura della Troika. Comunque la si pensi, l’euforia che circola è ingiustificata e ognuno dei problemi evocati è suscettibile di provocare disastri di migrazioni o peggio.

Alla conferenza di Vienna sulle armi Nucleari (ICAN Nuclear Ban Forum) di 15 giorni or sono, oltre alla necessità di mettere al bando ogni ordigno nucleare e lo sviluppo di queste armi è stato evidenziato dalle relazioni degli scienziati sulla guerra nucleare che queste non lasciano scampo né immediatamente né nel tempo con “l’inverno nucleare” che farebbe morire di fame chi fosse scampato alle esplosioni e al fall out radioattivo. Eppure la rilevanza che è stata data a questi 65 Paesi che chiedono di togliere questa minaccia aper l’intera umanità dagli arsenali, è stata marginale rispetto alle altre notizie sui media.

Questo ancor più mi convince di un clima di indifferenza o peggio di un preferire che le questioni siano risolte per via bellica. Trovo fuori di ogni ragione che questo accada e che non si faccia ogni sforzo per riattivare la via diplomatica alla soluzione dei problemi, che oggi riguardano apparentemente l’Ucraina, ma in realtà trattano del riconoscimento di potenza nel mondo dei tre blocchi che si sono formati in questi anni a partire essenzialmente dal 1991. Per questo scivolare in una logica di guerra, ho paura e ormai basta un nonnulla perché vi sia l’inizio di una reazione a catena. Poi il tanto peggio diventerà tanto meglio per chi avrà l’illusione di salvarsi.

Pensiamo a un mondo in cui non vi sia cooperazione, che vada verso il conflitto e chiediamoci che libertà potranno esserci in “democrazie” vincolate al pensiero unico? Quali economie e che progresso potranno essere usati per risolvere i problemi del clima e delle nuove malattie, Forse i luoghi più disgraziati saranno risparmiati, forse l’inverno nucleare e il fall out si dimenticheranno in una distopia inane delle parti meno accessibili del mondo, ma la specie farebbe un balzo indietro immane.

Anch’io ho un sogno e spero, vorrei, che Biden, come presidente degli Stati Uniti e leader dell’occidente chiedesse alla Russia e alla Cina di stabilire un equilibrio, che le armi in Ucraina tacessero e cominciasse il negoziato. Questo è quello che non avvenne lo scorso secolo, solo che ora non basta l’Europa, c’è il mondo che deve essere riequilibrato. Continuo invece a sentire i perenni giustificazionismi di una politica di potenza e predominio spacciata per libertà e questo mi fa capire che la discesa è cominciata.

E ho paura.

lettera 7

Caro Dottore, ricorderà, giugno era la stagione dei temporali, violenti e pieni di grandine, sembravano gli sfoghi giovanili di una stagione riottosa, profuma vano di fresco, di calcia strappata ai muri e di vestiti bagnati. Ne ho visti tanti, ovunque, anche se quelli di casa avevano un sapore particore, quelli dell’acqua che si faceva strada dal tetto attraverso la soffitta, a quelle furie improvvise risalgono ricordi dei miei primi anni. Vedevo dalla finestra di casa, le saette che si scaricavano sui parafulmini dell’ Università, che era oltre al canale. Un lampo e il tuono quasi assieme, tremavano i vetri della casa in cui ero nato, mia nonna era tranquilla, mia madre molto meno. Si diceva che l’acqua attirasse i fulmini, quindi dovevamo essere tranquilli, ma gli scuri venivano sbarrati e lo spettacolo finiva. Poi il canale è stato interrato con i suoi ponti romani e la casa dove sono nato è ora una residenza di pregio dove di certo non piove dentro, ma i temporali non ci sono più. È rimasta la consuetudine di finire la scuola prima del Santo, il 13 giugno, e questo mese credo abbia la funzione strana di essere estate senza esserlo e di preparare la vacanza che non c’è ancora.

Noi due siamo abbastanza legati alle abitudini da rispettare questa consuetudine scolastica e gli incontri aspetteranno settembre, però sappiamo entrambi che il riposo è una conquista e una predisposizione. La predisposizione l’ho perduta per strada, con la giovinezza e così devo costruirla sapendo che la vacanza ha un bagaglio in più con sé: i problemi nostri o altrui ricevuti in dotazione, che ci accompagnano. Questo riguarda me, non lei che avrà altri pesi da scaricare ed equilibri da riconquistare.

Dovrei parlarle di quanto mi ha influenzato la casa dove sono nato. I ricordi che ne ho, sono frammenti naturalmente, un balcone su cui posa a il piatto e venivo imboccato, l’ottomana foderata di rosso bordeaux su cui dormivo in attesa di chi mi mancava, il secchiaio di granito vicino a una finestra. Le scale di pietra di Nanto consumate e il portone al centro del portico. Credo importi anche il fatto che ci sia un asse del camminare che unisce la casa a quella parte di città, a come sono cresciuto, cosa ho visto e capito allora. Questa relazione con quella casa ho tentato di riprenderla, ma la proprietaria, oltre a trattarmi in malo modo, mi ha rifiutato di venderla e temo, dal tono, che ci fosse qualcosa di personale. Forse l’attività politica o un bagno di realtà a fronte di una romanticheria. Comunque lle cose sono andate altrimenti dai desideri e a me restano i ricordi.

I giorni di vacanza da adulto, avevano bisogno di una settimana di decompressione. La chiamavo così come fosse un riemergere, perché in essa c’erano ancora tutte le presenze della vita ordinaria, il lavoro, le questioni aperte che riguardavano il personale e il collettivo, il telefono. Per anni mi sono lasciato prendere dal mito del non chiudere mai il telefono, di esserci sempre. Lo faccio anche adesso ma lo metto talmente distante da dove dormo che potrebbe essere spento, solo che superare questa abitudine mi costerebbe almeno una riflessione interiore che mi spedirebbe indietro nel tempo e ad alcuni miti che comunque ho lasciato si creassero. Quello del non dormire mai nelle ore canoniche, ad esempio, altrimenti come facevo a camminare di notte per la città o a rientrare che albeggiava da qualche incontro che era avvenuto a centinaia di chilometri di distanza. Conosco il canto dell’allodola ma non sono Romeo. Quella vita era intessuto di miti e deliri di onnipotenza che dovevano servire a rappresentare la responsabilità del capo ai miei collaboratori, ma in realtà penso che non solo non mi prendessero sul serio come esempio, ma che scuotessero la testa pronunciando qualche frase pesante nei miei confronti oppure che pensassero a qualche seconda vita che avrei vissuto a loro spese.

Lei ha già capito che questi non sono che in parte nodi che rimandano a un antico senso del dovere e alla cattolica etica del sacrificio, così come mi era stata insegnata, con le dovute trasgressioni. E’ l’idea del mare e della montagna, i comunisti al mare e i democristiani in montagna, poi non era così, ma tra un mare libertino e una montagna castigata era chiaro cosa doveva essere preferito. Al mare si andava con la famiglia o da malaticci, in montagna per scelta libera e autonoma. Io andavo al mare, da solo, in compagnia, con la famiglia, ma al mare. La libertà era ovunque ma bisognava maturarla questa libertà prima di poterla vivere e capire che per essere liberi non serve il consenso altrui. Questi nodi del dovere e del farsi carico rimandano a cose più profonde e questa è una lettera non è una seduta in cui lasceremo svolazzare questo nodo, che fortunatamente non è diventato scorsoio ma qualche danno l’ha fatto.

Il danno maggiore lo connetto alla difficoltà di mettersi davanti, a far emergere l’io come priorità e trarre da esso tutti quei no che dovevano essere pronunciati a tempo. Il mancato no è corresponsabile delle delusioni successive, ma non ne è l’artefice. Le delusioni nascono da una forzatura del reale, da una cecità e naturalmente, dall’idea di poter comunque risolvere i problemi. Parlare di delusioni mi sarebbe facile nella casistica che rimanda a ferite aperte, ricostruzione della fiducia, necessità di ricomporre le coordinate per ricominciare a camminare. Lei credo conosca Puer eternus di Hillmann e la sua spiegazione della delusione e del tradimento, pensi che quel libro mi convinse talmente che ne regalai almeno 5 copie. Forse era ancora quando pensavo che se un libro cambiava il mio modo di vedere l’avrebbe fatto anche con altri. Emergeva l’entusiasmo dell’adolescente che scopriva i sentimenti, ma non funzionava così e penso che chi lo riceveva non ne traesse alcun beneficio personale ma continuava nella sua vita reale. Se in Hillmann la delusione e il tradimento fa parte del rito di iniziazione ad un diverso rapporto con chi aveva avuto la piena fiducia, posso aggiungere che mentre nel racconto del rapporto tra la fiducia del figlio e il tradimento del padre, esso viene comunque controllato, ossia il figlio si fa male nella caduta ma non troppo, nel mio caso questo paragrafo era stato omesso e ogni delusione è stata senza paracadute. Poi si parla del tradimento e di come questo può/deve essere inglobato nel vivere attraverso una sua maturazione che non lascia le cose come sono ma le evolve. Beh la teoria taglia la carne e nell’inglobare queste piccole batoste le ho messe tra i fallimenti.

Non c’è titolo a questo sentire, è parte della vita, come non c’è un nome vero a ciò che fa male, è una sensazione negativa lunga che sembra aspirare la speranza che le cose mutino. Ho capito che non si può stare fermi e che camminare muta le cose, non in meglio o peggio, quello si decide dopo, ma la mutazione avviene. Star fermi invece non cambia nulla, semplicemente attende che si ripeta la delusione e al tempo stesso la nega. Andare avanti, contare su se stessi, cercare il nuovo che può accadere, senza rinunciare a nulla. Ho una immagine di me bambino che in altri modi si replica da adulto: sono sopra una montagnola ed è fatta di terra, radici, piante, trucioli e sassi. La salgo di corsa e altrettanto di corsa la discendo. Altre volte è un’alta d’una di sabbia da scalare e dalla cui cima si vede il mare prima di lasciarsi scivolare avvolto da mille granelli di luce.

Buone vacanze Dottore, ci sarà tempo per risentirci senza parlare.

attese

Ho atteso non poche persone che non sono arrivate qunado dovevano. Segno di un talento che avrei potuto sviluppare: togliere scopo all’attesa e a ciò che essa nscondeva. Quando queste persone arrivavano, se arrivavano le scuse addotte erano banali: il traffico, un contrattempo improvviso, la batteria scarica del telefono oppure la cabina telefonica guasta che impediva di avvisarmi. Qualcuno, a suo modo onesto, mi diceva, gorni dopo, che se l’era scordato e che gli serviva un’agenda, entrambe le cose erano un’offesa ma mi rendevano allegro perché non aveva mentito su quanto contassi per lui. Devo anche precisare che non chiedevo nulla, non sollecitavo risposte, per cui alcuni incontri non avvenuti già determinavano il loro esito come fossero avvenuti davvero. Se non erano importanti per l’altro non lo erano neppure per me.

I luoghi In cui attendevo dopo i primi 5 minuti, m’imbarazzavano. Se erano bar mi sedevo e mi sentivo obbligato a prendere qualcosa, un caffè o almeno un’acqua minerale, poi quando mi portavano via la tazzina o il bicchiere, prendevo un aperitivo o un birrino. Nel frattempo estraevo, una penna stilografica, un taccuino e scrivevo. Scrivevo di tutto senza un fine che non fosse quello di portarmi altrove. Ho un cassetto pieno di questi taccuini dell’attesa. Mi sembrava che attendere fosse un tempo sospeso, di elapse, tolto dall’elaborazione della vita e che quindi non contasse per davvero. Quindi negli anni tutte queste attese dovevano essere tolte e messe in una vita parallela che aveva bena latri contenuti: quelli dei taccuini ad esemio, oppure quelli dell’osservazione delle persone che mi stavano attorno con le loro storie, così simili alle mie, che immaginavo e trascrivevo. Questo tempo che non contava faceva parte della vita diversa che ciascuno vorrebbe vivere, ma poi riprendevo coscienza di altri impegni e mettevo un limite all’attesa. Guardavo ripetutamente l’orologio, il telefono, l’orologio del bar e dopo aver dato 5 minuti oltre il limite che mi ero concesso, pagavo e me ne andavo. A quel punto speravo che la persona che dovevo incontrare non arrivasse più perché avrei dovuto ascoltare le scuse, sorridere, risedermi e prendere un’altro caffè. Credo fosse per quel secondo caffè e non per il ritardo che diventavo nervoso, ansioso di chiudere l’incontro, fare in modo che non avvenisse come avevo desiderato per ritrovare una libertà che mi sembrava mi fosse stata donata,.Mi alzavo, cominciavo i saluti, rinviavo a momenti con più tempo le cose da decidere e se la persona si offriva di accompagnarmi,declinavo con cortesia, dicendo la verità :avevo bisogno di pensare prima di arrivare altrove. Un incontro aveva smarrito un senso e riordinare, senza farsi prendere da rabbie inutili, la vita successiva esigeva un riprendere possesso di quel me che avevo messo a disposizione.

Ho scoperto che facevo lo stesso con l’attesa di una lettera o di una telefonata. Se l’attesa non provocava ansia per il particolare legame con la persona, aspettavo con curiosità, facendo altro. Subentrava il gioco del chiamo io o attendo che chiami tu ed era un buon crivello che, superata la cortesia dei convenevoli inutili, lasciava come necessità solo chi importava davvero. Se c’era un feeling comunicativo, i messaggi erano folti, rimbalzavano dall’uno all’altro con una loro necessità e sintonia itrinseca che li rendeva sempre urgenti e insufficienti. Poi si avvertiva la parabola discendente, era stata fatta una scelta, non era avvenuto quello che si era preparato attraverso la comunicazione e la delusione cominciava a farsi strada, rarefaceva, telefonate, messaggi e contenuti sino a scomparire. Non era più necessaria.

Ciò che è necessità per un lasso di tempo è il contrario dell’attesa inutile, è pieno di contenuti, di speranze di evoluzione, di costruzioni del possibile. Si nutre di simboli, tempi e alimenta in continuazione il presente e il ricordo. Comunque determina decisioni che diventano irreversibili, nella freccia del tempo sono un prima che non cessa di produrre effetti, anche se il suo scopo apparente non lo raggiunge. Ho conosciuto persone che hanno costruito la vita su una possibilità che era sfumata e non posso dire che, apparentemente, fossero vite meno piene o soddisfacenti. Si erano basate su un’attesa dando ad essa un significato assoluto e continuavano ad attendere.

p.s. non sono mai riuscito a spiegarmi bene questa assenza di insofferenza all’attesa, una risposta me la sono data sul fatto che chi mi faceva attendere apparteneva a una vita complessivamente poco importante, ma un’altra spiegazione era più radicale ovvero che quelle persone diventavano più o meno importanti in relazione al loro giudizio su di me. Chi mi faceva attendere mi considerava non determinante per la sua vita e la comunicazione al più sarebbe stata formale, avrebbe usato il mio tempo senza profondità e rispetto, questo li collocava nella mia mente tra quelli che non avrebbero avuto interesse, anche se non poche volte poi mi sono accorto di aver sbagliato.

perdere i treni, gli aerei, e andar via

Dalla finestra entra una luce di lato, alla Hopper, illumina e ingentilisce i profili delle case mentre rende indistinti quelli delle persone controluce. Non dovrebbero esserci assembramenti ma ci sono frotte di famiglie e amici che usano le stesse piccole strade e allora nel distanziarmi guardo i capelli che diventano masse e le ombre che s’allungano, mentre sbiadiscono i colori. Ripenso alle domande senza risposta, quelle che si annegano nelle parole perché non si può tacere oppure il silenzio diventerebbe assenso. Ci sono domande che ne nascondono altre e che vorrebbero una risposta che vada al giusto livello di comunicazione, ma quasi mai siamo/sono disponibile a dire cosa non va davvero oppure spiegare il dubbio e la sua natura, ciò che ferma un entusiasmo mentre il desiderio s’alimenta, lo squilibrio che esiste tra ciò che verrà fatto e quello che si era pensato e voluto.

Si potrebbe pensare ad una propensione all’insoddisfazione, ma non è così, da qualche parte la pienezza esiste, come la bellezza quando viene colta. Solo che a volte si vorrebbe essere altrove, in quel luogo dove tutto questo è facile, naturale, conseguente. Per tutta la vita ho avuto fama di ritardatario e ci ho sempre riso sopra, ma non ho mai perso un aereo, un treno, un appuntamento importante, ebbene ora capisco che bisogna perderli i treni per far accadere altre cose, che gli aerei possono attendere e che il luogo in cui portano non era quello che avremmo voluto. Capisco che le persone importanti, ne ho conosciute molte che si ritenevano tali e si comportavano di conseguenza, non sono poi importanti per davvero. Comprendo che molte cose lasciate a un filo dall’essere concluse non sono state non finite per caso e che la fuga, come ci insegnava Laborit, è il primo istinto che aiuta la specie a salvarsi. Lo penso ora, e credo che sotto traccia, l’ho sempre pensato, come un disordine interiore che si ribellava alla costrizione ma pretendeva più verità. Il coraggio si costruisce su cumoli di piccoli errori, qualche viltà veniale, di verità precarie conquistate con fatica e con i gesti che rimettono tutto in ordine dentro di noi. Così ho anche pensato, mentre la luce aveva perso la sua brillantezza, al gusto per i particolari, a quanto essi rivelano e come sono capaci di andare a dormire quando nessuno più li guarda. Un particolare è un pensiero realizzato, privo di contesto nello sguardo, ma funzionale al tutto. E’ una metafora della vita quasi perfetta perché ha un posto e una funzione, ma non sgomita per apparire essenziale. E può essere non terminato per lasciare la possibilità che la mente completi ciò che manca.

Davvero dobbiamo mettere in ordine la vita esteriore, fare l’esame di maturità ogni volta che ci guardiamo indietro, completare le età? I nostri curricula fortunatamente incompleti, racchiudono la possibilità dell’incontro, del mutamento e insieme a questo c’è la possibilità di essere sereni perché si è vissuto come si è potuto, ma quell’enorme mucchio di cose fatte e rifatte non appartiene a una sola età bensì a tutte e tutte ha continuato a far vivere. In diverso modo, con intensità che che crescono oppure diventano ciò che sono: polvere che si perde.

Il passato si fonde con il presente e con le età in ciò che sono diventato e non ho un giudizio su di me, casomai il bisogno aumentato di assomigliare a qualcosa che mi porto dentro da quando ho iniziato ad articolare i pensieri, a mescolarli con gli altri sensi e farne un essere che si cercava. La vita diviene un flusso in cui si nuota e se qualcosa resta aperto non c’e bisogno di chiuderlo ma solo di vivere. Tanto si è quello che si è in ogni momento, la somma di tutto ciò che si è stati e saremo.

I nostri nonni chiudevano le fasi della vita ed erano incapaci di una carezza, la riconquista dell’affettività senza tempo è una grande consapevolezza che lascia aperte molte porte e lotta ad armi pari con il senso di morte. Avere un futuro rende positivo il presente e quasi sempre allegro il passato. Le sciocchezze sono passate, erano in maggioranza negazioni di ciò che ero davvero, solo il ridicolo interiore mi fa paura e addestrarsi a riconoscere il ridicolo e’ una grande scuola di vita. L’autoironia e una risata libererà gli uomini, questo ho capito e mi piacerebbe molto venisse insegnato non dall’esperienza ma dall’amore.

entomologia politica

Guardare le cose accadere senza curiosità, per necessità di logica, stupendosi solo quando essa non rispetta i suoi principi; oppure osservare col compiacimento del già visto che semplicemente riaccade. Così si esce dai partiti per esaurita pazienza, rendendosi conto che si è diventati spettatori, perché partiti significa essere di parte, averla come appartenenza ed essere in un progetto di cambiamento, possedere un’analisi che deriva dalla conoscenza e dei principi che non siano solo parole senza fatica. Uscendo dai partiti non si esce dalla società, semplicemente si constata che nessuno risponde più a quello ce si ha in testa e si vede. La società resta intrinsecamente politica, con i suoi assensi e dissensi, con la sua inadeguatezza a ciò che è chiaramente giusto ed equo.

No, la società rimane e si può guardare mentre i partiti si muovono in una sorta di entomologia politica dove classificare, attribuire, famiglia e genere diviene l’attività preferita dell’elettore. La repubblica, come nelle raccolte di insetti potrebbe essere mostrata in teche che illustano evoluzioni e singolarità, sapendo che tutti volavano, succhiavano, facevano nidi, prolificavano, mangiavano ed erano mangiati. Diventano presenze che s’assomigliano e che hanno funzioni simili nel loro evolvere, ma non sarebbe storia. Meglio le raccolte di francobolli che mostrano per serie e per ordinate pagine il ricordo, più che il significato profondo di ciò che assieme abbiamo vissuto e che non poneva dubbi sui significati di parole come destra, sinistra, cambiamento.

Questo Paese ha conosciuto qualche ebbrezza, ma è rimasto familista, conservatore e democristiano, intendendo con l’ultima definizione l’innata tendenza a conciliare tutto in una medietà che non muove le cose, che perdona se ha un vantaggio esattamente come premia, che confonde il dirittò con la carità e aiuta i poveri ma non cambia definitivamente la loro condizione. Osservare adesso le serie di francobolli del lavoro degli anni ’50, o quelle dei personaggi che hanno fatto grandi cose, ma sono ormai solo un nome, è capire che non esiste più un glossario comune, ma solo le figurine del passato. Di un passato che ha generato speranze, modi di essere, aggregazioni confluite in comprensione comune, ma ad certo punto, tutto questo ha iniziato a rallentare, anche nell’agone politico, invischiato in una realtà che era commedia dell’arte con il furbo, il credulone, l’avido, il disonesto, il buono, l’evasore, l’illuso, il cinico, l’indifferente, l’entusiasta. Questo solidificare i ruoli e le azioni ha determinato la società e la crescente indifferenza verso ciò che era progetto solidale, che poi significa il proliferare delle solitudini e della disperazione di cambiamento sociale versoil giusto, l’equo, verso il rispetto del bene comune. E tutto questo non è stato un improvviso bagliore, ma la lenta acquiescenza al non contare nulla, preferendo l’inazione o l’astensione dalla protesta e infine togliendo dalle due ideologie in campo, la destra e la sinistra, solo la seconda perché per sua natura essa è radicale o non è.

Diventare governativi non ha significato governare il cambiamento, ma impedire che le cose mutassero troppo e lo stesso significato di partito ha perso consistenza perché non era più rappresentata la parte nelle sue necessità e bisogni comuni.

Così si diventa entomologi politici e si guardano le cose agire, diventare fatti, con la stessa curiosità che si riserva al già visto e a ciò che non muta: uno sguardo classificatorio, un ragionamento rapido sulla novità e poi la testa si porta altrove.

lettera 6

Caro dottore, vado al nocciolo di quanto ho pensato: non si può conservare immutabile (mi verrebbe da scrivere integro) ciò che abbiamo sentito o sentiamo e che ci spinge a costruire cose importanti o banali, che sono parte necessaria delle nostre vite. I nodi che vorremmo sciogliere, i bivi a cui vorremmo ritornare, per scegliere un’altra strada sono parte di questo nostro costruirci e trovare il modo perché essi diventino forza positiva implica che si riesca davvero a cogliere la ragione di allora. E per farlo dobbiamo fidarci della nostra buona fede. Quando penso alla mia vita, ho un’ immagine ed è quella di un vaso di porcellana. Ne vedo forma e colore e posso maneggiarlo tra le mani apprezzandone la levigatezza, ma so anche che esso contiene ciò che sono e che per estrarne qualcosa di indesiderato, dovrei romperlo. In un certo modo l’ho fatto e poi con pazienza l’ho ricostruito. Questa tecnica Lei la conosce, ma preferisco il suo nome giapponese kintsugi che porta con sé il rispetto sia dell’oggetto che dell’amore che lo lega a chi lo possiede. Ho saldato in oro e ho rimesso all’interno il contenuto, scoprendo non poche incongruenze, ma erano il legante di fatti e di scelte, toglierle avrebbe annullato il senso, non degli errori, ma di pezzi di vita. Non pochi di quei pezzi si nascondono e non vogliono essere ricordati ma so che ci sono e che a suo tempo furono scelte necessarie, controverse, opinabili, forse sbagliate, ma mie.

Non si aggiusta davvero nulla del contenuto caro dottore, ma solo il vaso e forse il suo messaggio era quello di annodare più che sciogliere, passato e presente. Ripensandoci ora mi rendo conto che scendere nel profondo significa anche perdonarsi e portare innanzi ciò che ci sembra importante da vivere.

Credo che non poco di quello che rende incerte le vite si basi sul confronto tra il passato e il presente e che tutto questo vada verso una domanda ovvero, qual è l’impronta che si vorrebbe lasciare nel mondo? Immagino sia accaduto anche a Lei: quali e quanti sogni ha sommato sino a farli diventare materia e poi che opinione ha avuto del segno che essi avevano lasciato? So che non risponderà e i suoi silenzi hanno sempre un valore, comunque dicono. Abbiamo parlato spesso del fallimento, dell’essere a un passo dalla meta e poi vedere che ciò che si è costruito si sgretola. Quando questo avviene, tutto quello che lo ha preceduto non perde concretezza, ma finisce in altre mani. Il fallimento è un proprio sogno realizzato che useranno malamente altri, sino a distruggerlo e dell’impronta che si sarebbe voluta lasciare attraverso esso non resterà nulla. Questo genera il senso della sconfitta e la disperazione che dilaga su altri pezzi della propria storia. Se si usa misericordia (uso questa parola dal vago senso religioso come comprensione e assenza di colpa) nei confronti di se stessi, restano le cose importanti. E’ come se il rasoio di Occam della vita personale tagliasse tutto quello che non è necessario per essere vivi e importanti a se stessi. Ma è anche un passare dalla dimensione che coinvolge altri a quella personale che fa il bilancio con la propria storia. E allora dovrei parlarle della fiducia, del sentirsi traditi, della delusione e di chi ha deluso e delude e se guardo lo specchio, dovrei anche dirle, chi deludo senza pensarci troppo. Quando sono venuto da lei evidentemente c’erano due motivi, non avevo le idee chiare e volevo reimpostare la vita senza ripetere errori recenti o più lontani. Non pensavo troppo alle ragioni ma molto agli effetti, la domanda era: perché sono così come sono?

Questa sarà la riflessione della prossima lettera, ma un accenno vorrei farlo perché si lega a quanto sopra ho pensato sulla vita, gli errori e i suo dipanarsi. Parlare di fiducia significa mettere in campo un rapporto profondo anche con se stessi: ricostruire il vaso e mettere un titolo a qualcosa di complesso che è volontà, bisogno, ricordo. La delusione innesca tutto questo dopo aver distrutto. Ha toccato molto di sensibile ma lascia qualcosa, spesso molto, di integro in noi. Forse il suo mestiere sarebbe far venire alla luce quell’integrità che è ciò che ci riconcilia nel profondo.

Le auguro una buona serata.