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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

la religiosità dell’umano

Bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce. Ciò che si sente è un’area grigia dove la logica si perde. A maggior ragione ciò si capisce nella sfera del religioso e del credere. E chi non crede che fa, viene espulso dall’umano? Pur tra i tanti fondamentalismi, il poter esprimere l’onestà del sentire e non la convenienza, ha la possibilità di una carica di verità che fa onore alla civiltà. La civiltà del dubbio e del relativo ammette, quella delle certezze, esclude. Vale anche per i nuovi teismi, per le fedi scientiste, per la sopravvalutazione del reale, inteso come unico. Ripensando al racconto evangelico dell’ultima cena mi chiedevo se la storia comprendesse una inclusione, una apertura oppure se già ci fosse la differenziazione tra un noi e un voi. Non è cosa da poco perché ci si è messi 2000 anni per arrivare alla distinzione tra errante ed errore nella chiesa cattolica, ma non era questa che m’importava, mi chiedevo se la storia così come narrata e privata dell’alone dell’assoluto e del divino, contenesse un messaggio così universale da essere questo sì fondamentale e tolto dal tempo. Il prima della narrazione del Cristo è fatto di inclusioni, il discrimine è il credere come termine della salvazione, l’accoglienza del messaggio umano, comportamentale. Questo è ben più difficile del credere divino perché induce una prassi di vita e di relazione. E’ ben più facile credere alla salvazione piuttosto che praticarla con i gesti quotidiani. Più facile credere in un dio che salva piuttosto che nell’uomo. La storia dell’ultima cena viene letta conoscendone già la fine, ma io voglio pensare che se essa ci fu non fosse così triste, che ci fosse la convivialità e l’amicizia come dato prevalente e che solo il Cristo sentisse il peso della possibilità di una fine. Una fine che l’aveva seguito per tutta la predicazione, che l’aveva accompagnato nella rottura delle consuetudini, nell’inclusione dei pubblicani, delle prostitute e dei peccatori, Era questo lo scandalo per l’ortodossia. Scandalo che si riproduce tal quale nell’ortodossia della nuova chiesa, quella generata da un messaggio che dovrebbe essere inclusivo, badare all’uomo ed invece punta a dio, alla sua difesa dal dubbio, dalla ragione, dallo stesso uomo. Come se la divinità fosse più importante dell’uomo stesso. Ma è questo che diceva il Cristo? La condivisione è comunicazione profonda, amore e questo segue l’uomo che ama e condivide secondo possibilità ed errore. La possibilità di amare è per sempre, amore è momento, condivisione profonda, scelta che si ripete, non per forza ma per libertà. Mi piace pensare che quella sera ci fosse il rito, l’allegria inconsapevole dei discepoli, la preoccupazione del Cristo e anche il suo vivere assieme a loro. Ciò che viene dopo riguarda ancora di più l’uomo: l’angoscia, la tortura, il supplizio, la morte, sono gli elementi di una storia ripetuta infinite volte e che ancora si ripete. Qui mi fermo perché il passaggio successivo esige convinzioni ed analisi che non ho, in fondo a me interessa l’umanità che esprime il messaggio cristiano non il dogma, ed è lo stesso interesse che emana da altri messaggi che riguardano l’uomo. Neppure mi interessa il sincretismo tra religioni, è la storia di una positività di pensiero umano che riguarda la comunicazione profonda e l’amore che m’interessa perché questa agisce sul reale, sul presente e non ha bisogno di credere ma di essere profondamente umani.

la scia dell’innocenza

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l’unghia, la punta della lingua, trovano sempre il graffio e lo percorrono al limite della sensazione.

Restare sulla riga, lasciare o non lasciare quel piccolo medicamento incongruo?

Per navigare sugli equilibri, come il mare avesse una scia difficile e tranquilla tra le tempeste a lato, basta avere cuore.

E pazienza con le indecisioni.

Finché osare è convinzione e togliere per risanare: l’innocenza sta sotto, in quella pelle appena rosea e nuova.

bastava dirlo

Mica sono scemo avevo visto che non era andata bene, che il lavoro non aveva raggiunti gli obbiettivi, nonostante le ampie rassicurazioni ottenute, i presupposti positivi. L’avevo pure scritto nella relazione conclusiva, mettendo le ragioni per cui ciò non era avvenuto, le nuove azioni da effettuare. Non si è mai approfondito. Ma bastava parlarsi, dire che non si continuava, e lì sarebbe tranquillamente finita. Invece si è chiuso con una raccomandata. Certo necessaria, c’era un contratto, però annunciarla, dirselo sarebbe stato più bello. Si avverte quando le cose non procedono, sono le telefonate, le mail senza risposta, le riunioni rinviate indefinitamente, le attese che non concludono. Poi tutto si conclude comunque, ma non c’è stato un vero chiarimento e un tempo utile ad altro, s’è perduto inutilmente.

È così in ogni relazione che finisce. Quando si capisce che non c’è futuro basterebbe dire le cose come stanno, invece di lasciare che sia l’impersonale, la burocrazia dell’anima a chiudere. Sembra esista una pusillanimità dei buoni rapporti che porta a procrastinare ciò che si è deciso. E anche un togliersi il disagio o addirittura la colpa. Di che, di cosa? Se dispiace, si condivide. Capisco che è difficile, ma questo degrada una possibilità di ulteriore comunicazione, non aiuta a trasformare il rapporto. Sarei tentato di dire che preclude un bene diverso, anche se ciò che ha fatto scattare le considerazioni è lavoro. Solo che per me è difficile non metterci emotività.

Non è tutto uguale, l’amicizia passa anche attraverso la condivisione delle difficoltà e il dire che non si può più.

mattino

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Mi piace far entrare la luce appena sveglio, il gesto ampio che fa scorrere la tenda sui suoi anelli. La luce che la gonfia di sole.

Mi piacciono i pesci blu che si susseguono in fantasie africane. Gli uccelli grassocci delle fantasie nordiche che attendono il mio passaggio e la luce, le tende diverse che si aprono.

Mi piace il primo sguardo al modo grande e piccolo che conosco e che sta fuori, tra le case, così pieno di persone e di vite che solo intuisco.

Mi piace la luce, l’aria che entra dalla finestra aperta.

Mi piacciono i gesti che ripetiamo in case differenti e il legame che ci tiene assieme pur distanti.

Mi piace il pensiero che è solo sensazione e non deve ancora nulla.

Mi piace il sorriso ai caffè che ciascuno berrà, alla giornata che inizia.

Mi piacciono i pensieri ancora leggeri, ancora senza fretta, ancora liberi come i sogni appena lasciati. 

nessun sforzo vede più della serenità

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Da qualche parte c’è un punto luminoso,

piccolo come una stella,

lo cerco,

tra tante altre piccole luci,

sereno.

E’ un buco nell’universo

che lo taglia e lo ricuce,

la sostanza, ne mostra appena,

l’accenna, indelebile intuito,

e mi riguarda.

solista

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Le camere d’albergo si assomigliano tutte. Anche quelle a cinque stelle. E’ l’odore che non va via. Odorano di moquette anche se non c’è. Ma forse è solo stanchezza. Nella stanza del solista non mancano mai i fiori, all’inizio coprono l’odore, ma poi quando si è stesi si sente. Dev’essere l’odore di non avere un luogo. Un luogo vero, non la casa. La casa c’è. Bella. Ricordo la casa di Rostropovich a Mosca, era un intero palazzo, comprato un pezzo alla volta e riempito di ricordi e di desideri avverati. Però, forse è stata più casa sua quel concerto ai piedi del muro di Berlino appena abbattuto, con i ragazzi e la speranza attorno.

E’ difficile da capire, ma quando inizia un concerto, in una sala ci sono centinaia di persone, spesso ben più di mille. Sono sedute a fianco le une alle altre. A volte si conoscono, a volte sono stati messi assieme dal caso. Ogni testa pensa per suo conto, ha problemi, vita e desideri suoi. C’è l’attesa del concerto, spesso si parla perché non si sa stare in silenzio, comunque il brusio, le risate, gli stessi silenzi, attendono e intanto pensano ad altro. Poi quando arriva il solista, c’è l’applauso liberatore. Chissà che significa quell’applauso, forse è il benvenuto, la spinta di incoraggiamento, l’espressione dell’attesa. E quando inizia il concerto, c’è il silenzio, ma l’attenzione non è immediata. Quelli bravi, solisti intendo, catturano subito l’attenzione, gli altri fanno fatica. Per un poco ci sono i pensieri personali e non c’è estraniamento di chi ascolta. Accade anche quando c’è un buon oratore, ma con la musica è più difficile, perché la musica lascia pensare. Il solista lo sa e quando inizia deve isolarsi, pensare a sé e alla musica, non a chi ascolta. E’ una questione sua, per questo il palcoscenico può diventare una casa, un qualsiasi luogo in cui si suona, può essere una casa, ma non quella stanza d’albergo. Quello è il ricettacolo dell’ego ipertrofico, dei dubbi che ci sono, prima e dopo ogni prova, della stanchezza, dei mali veri o immaginari, del tempo dopo l’esaltazione, della sconfitta, della gloria di chi ha ascoltato. Ma non è una casa.

Questa sera Radu Lupu ha suonato  Schubert e Schumann, ha stupito e attratto, ha riempito di vita propria le note di due secoli fa, ha aperto squarci nelle convinzioni, ha messo in discussione punti di riferimento. E’ stato grande. Aveva male alla schiena e si vedeva. Camminava con lo stomaco in avanti e non si piegava, chissà quanto di quel dolore è finito nelle sue mani e si è trasformato in un nuovo modo di vedere la sonata in fa maggiore, oppure i Kinderszenen. C’erano scoppi di note e pianissimi. Non li ricordavo così, ero abituato all’interpretazione morbida e romantica. Poi mi è parso che questa fosse l’interpretazione romantica e le altre un po’ slavate. La testa si è svuotata ed io, assieme a moltissimi credo, abbiamo lasciato che la musica ci prendesse. C’erano i soliti colpi di tosse, i piccoli rumori che in un concerto non mancano mai, come se la musica tirasse fuori anche il disagio, il male che c’è dentro. Accade sempre quando c’è silenzio e nella vita convulsa che facciamo molto meno, significherà pure qualcosa.

Ho pensato che il solista è un grande artigiano prima che un artista, che il suo lavoro è il risultato di una fila interminabile di errori tolti dal risultato. E che quegli errori non generano il giusto, l’assoluto, il definitivo, ma che il risultato diventa a sua volta un punto da cui partire. E’ più facile con le parole, si tolgono o si gonfiano di aggettivi e alla fine qualcosa avrà una forma che sembra perfetta, ma le note sono quelle. E’ possibile agire sulla durata, sui tempi, ma alla fine non lasciano scappar via, sono un confronto perenne. E’ la loro forza e ciò che fa la differenza tra i grandi e i mediocri esecutori. Stasera anche se è stato davvero grande, avrei preferito che non applaudissero subito, in fondo il solista aveva fatto una fatica enorme per arrivare ad un punto, a un silenzio. Ecco avrei preferito si fosse rispettato di più quel silenzio. E che lui lo avesse portato con sé, in quella camera dove dormirà, come un segno, non di gloria, ma di condivisione profonda, e che pensandoci, stanotte, non ci fosse per lui quell’odore di albergo, ma quello di casa. 

siamo in due a farci le stesse domande

Soffia un vento di nulla,

neppure scompiglia i capelli, 

Eolo è forte

od almeno si crede tale:

stolto,

non tocca l’anima

ben chiusa alle intemperie.

frammento sul tempo

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… dovresti considerare se ciò che si vive sia un luogo utile alla vita, alla propria crescita. Il tempo s’assottiglia con gli anni, non è più sangue grosso privo di riflessione, che tumulta, spuma, e si perde inconsistente in mille luci di momento. Il tempo ora è lama affilata, che rade, seziona, classifica, e ci segue e ci precede per suo conto. Sembra poco il tempo eppure non sappiamo spesso che farne. Ci fa paura e con il nostro mordere il presente lo vorremmo ubriacare, ma alla fine ci accorgiamo d’aver contemplato ombelichi bene annodati di cui resta ben poca sostanza per sentirci più quieti.

Potremmo vederlo davvero, il tempo, in noi stessi, e darne giusta misura se ci peritassimo di vederci allo specchio, però questa è operazione che esige libertà dall’assomigliare e pazienza nel capire. Ci si accontenta troppo spesso d’un complimento che ci porta distante da ciò che si vive davvero, ha il difetto che dura poco e c’è già bisogno d’un altro e poi ancora, in continuazione, per non vederci davvero. Chissà perché non vogliamo vederci e dove sia maturato questo giudizio così negativo che ci fa cercare in noi qualcun d’altro. E tutto questo non fa capire se si sta bene dove si è, e se questo ci sia utile a vivere. Mi piacerebbe una tarantella del tempo dove si mescola gioia, attesa e ironia e il modo di vivere fosse parte di tutto questo. Nella tarantella c’è la maschera e il reale, ed entrambe sono la stessa persona, …

sogni di poliestere

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Quella che sembrava una testa, 

e uno sguardo di minaccia,

si rivelò una tenda, un poco accartocciata,

e in realtà gli occhi erano fiori blu,

pervinche o fiordalisi,  ma in file un po’ banali, 

era vera la luce usata, 

il buio che inzuppava le case attorno

e una discreta solitudine

propagata e uniforme nella notte.

Bastò chiudere una persiana,

farsi qualche domanda e,

ad una ad una, le risposte, sfilarono in parata.

Conosciute da buon tempo,

allegre sembravano salutare con la mano

mentre le cullava il sonno,

finché, incuranti di tempo e luogo, furono sogni, e

fu così che venne la mattina.

Alzando la persiana,

c’era profumo di risveglio e di caffè e, 

la tenda, senza volto ed occhi

ora, allineava fiori blu contro la luce

e si gonfiava ingorda

d’essa, traboccante dai vetri,

dalle risposte,

dalle strade,

ma non pareva nulla,

era solo poliestere d’una finestra a fronte

che al più occultava qualche pensiero,

desiderio od ansia simile alle mie,

troppo poco per un sogno nella luce.

l’inutile ad altri e l’utile a sé, nel ricordo

Il ricordo è molto più interessante a noi che a chi ci ascolta e significa per noi cose che spesso non si possono comunicare, eppure la nostra comunicazione è infarcita di ricordi, di fatti più che sensazioni, perché troppo scoperte esse, troppo nude nel mostrare lati deboli di difesa, meglio l’epica del ricordo, la sua magnificazione di noi. Ma cosa racconta a noi il banale, l’inutile del ricordo?

Non c’era davvero nulla d’interessante in quel luogo. Di certo non i grandi cartelli pubblicitari 6×3, che fortunatamente coprivano case assolutamente identiche nella banalità a quelle di 30 km prima. E mi chiedevo, ridacchiando, cosa si provasse ad avere come panorama davanti alla finestra una pubblicità. Forse c’era la noia e poi l’attesa della novità della prossima affissione, ma anche la prigionia dell’ossessione del consumo: terribile, come vivere perennemente in un super mercato. Poco distante, c’era la costa e il mare, non si vedevano, ma erano pur sempre gli stessi nella loro bellezza indifferente delle geografie politiche. La strada e la segnaletica avevano cambiato solo la lingua, e non erano particolarmente curiose, quindi, oltre a un pensiero di fastidio, non c’era un motivo per ricordare quel posto, eppure ritornava in mente. Perché? E siccome, assieme a quel ricordo, tornavano anche altri luoghi: la casa di Cannes con il grande murales di Harold Lloyd, il percorso verso St. Raphael lungo la costa, l’artigianato improbabile di Roquebrune, i profumi di Grasse, Mougins con le sue stradine in pietra, ed erano tutti luoghi di significato e belli, mi chiedevo cosa differenziasse quell’incrocio dai mille altri visti in Francia o altrove. Non riuscivo a capirlo perché non c’era alcuna necessità di ricordare una rotatoria all’imbrunire, un brutto albergo e una serie di edifici anonimi ripartiti a raggiera lungo le strade. Eppure quella immagine tornava (e torna), assieme all’albergo scempio sul mare, visibile di lì a poco all’inizio della Tourbie. Ma l’albergo aveva il fascino respingente della ricchezza priva di limiti, mostrava il privilegio per pochi di vedere l’intero golfo, sospesi nel cielo, in una ostentazione di potenza del denaro che aveva la perversa bellezza di un acuto. Qualcosa d’innaturale e impossibile a tutti, se non ad uno, scritto e realizzato per lui, dopo un sogno e per questo vero e fragile, senza un futuro, immagine bella del brutto, dell’impossibile alla norma, oltraggio che lascia silenti, ma non sgomenti, perché la natura provvede, avrebbe provveduto, per l’acuto, come per l’albergo, a cancellare e tutto sarebbe decaduto e ruinato, ma intanto era lì a dimostrare che c’è una sprezzante grandiosità nell’uomo e che esso può riconoscere, proprio nella transitorietà, la violazione dell’ordine naturale in un’opera che confonde l’unicità con la bellezza, ma resta a sfidare chi ascolta o vede. Quindi un gesto che rimane e che contrasta la morale, ma non tanto a lungo da non poter essere perdonato dalla sua fine. Del resto non avevo forse visto in Svizzera quei condomini a gradoni che seguivano il declivio della collina e la rivestivano di terrazze verso la valle. E lo stesso non si riproduceva, poco oltre quella rotatoria, in decine di terrazze verso il mare, lato di piramidi tronche e quadre, che massimizzavano l’utile e l’esclusività dei luoghi, prima impervi, in un’orgia di denaro immobiliare. E non era tutto questo grandioso nella sua perversità, con il fascino della ferita, del segno che interrompe la bellezza naturale, in fondo essa stessa arrogante nella sua potenza e monotona nel succedersi uguale. Era il fascino bello del male che mostra la sua faccia vogliosa di possesso, oppure una sfida alla natura, che avrebbe certo vinto, ma almeno per un poco sarebbe stata impegnata in una battaglia per lei inusuale presa com’è dalle sue forze e indifferenza? Ecco forse tutta quella architettura violenta era una sfida alla indifferenza della natura e la costringeva a mostrare la sua reale potenza all’homo faber.

Di tutto questo, che si mescolava in una sensazione di repulsione e fascino, restava appena l’atmosfera o il ragionamento, mentre di quella rotatoria, di quell’inizio di strada, della concessionaria d’auto, dei negozi buttati là per bisogno e già chiusi, degli appartamenti illuminati, dei residence bui che si sarebbero riempiti di turisti, del freddo di quelle stanze in aprile, di tutto ciò, restava una sensazione e un’immagine forte: di sera, di luce che si spegneva, di precarietà nell’entrare in un mondo che sotto pulsava di altri significati, come ci fosse una vena nascosta e vitale. E questi significati, a me, allora ed ora, erano preclusi, ma c’erano e mi sollecitavano a loro modo e li avrei potuti decifrare, se solo avessi trovato il bandolo di quel filo che era nella mia testa, più che tra le persone, mettendo assieme ricordo, sentire e ciò che stava attorno. Insomma ciò che vedevo, percepivo, ricordavo, con una operazione che io solo potevo fare e che non serviva a nessuno, se non a me, ed era trasformare il banale in significato illuminante, capire attraverso un particolare, un luogo, infine me.