Questa notte ero a Roma, la scossa è stata lunga, ha fatto scricchiolare il vecchio armadio e ha trascinato la coscienza fuori dal sonno. Solo poi ha riempito la testa di domande torpide: che fare, cosa stanno facendo i vicini, perché nessuno si muove? In realtà solo la seconda scossa, un’ora dopo, ha mosso uno scalpiccio per le scale, la porta sbattuta, delle voci in strada.
I cani avevano abbaiato a lungo, ma questo, come il caldo, non significava nulla. Mia nonna diceva: fa troppo caldo, non verrà mica il terremoto? Lo diceva in dialetto e sembrava parlasse di uno che conoscevamo.
Ma il terremoto non veniva solo d’estate. Questo pensavo stanotte e nel buio c’era la sensazione di essere salvi, di averla scampata anche stavolta ma sembrava quasi un privilegio scontato: non eravamo nel posto che era diventato sbagliato. Se si ragiona si è vivi, e comunque era avvenuto distante, mi dicevo, pensare è un modo per rassicurarsi, chi ha il panico scappa e non sa che fare se non fuggire. Ragionavo. La luce accesa non mostrava crepe sui muri, sembrava livida sulle cose attorno. Non mi potevo vedere, probabilmente ero livido anch’io.
Poi è iniziata la ricerca di notizie, non c’era ancora nulla, sembrava che la notizia principale fosse la sconfitta della Roma col Porto, seguita da quella dell’inusuale divampare d’incendi in città. Così sono tornato nel buio che fa pensare, isola, e a volte rassicura e a volte inquieta, mi sembrava non ci fosse nulla di urgente da fare se non attendere la luce. Vedere le cose dà loro una dimensione. Poi sono cominciate le dirette e le notizie, le dichiarazioni inutili della politica, gli appelli utili della protezione civile.
Mentre il giorno cresceva ho pensato che ci sono le cose e le vite, che importanti sono le seconde ma che ad esse dobbiamo dar modo di avere identità e memoria, che mettere in sicurezza le cose significa preservare le vite, che le cose sono le case e ciò che contengono, gli edifici pubblici, le fabbriche, gli ospedali, le chiese e chissà quant’altro ha creato l’uomo. Ho pensato che questa sarebbe la più grande opera pubblica mai tentata in un Paese e che svilupperebbe competenze, lavoro, futuro basato su scelte vere tra cosa si deve conservare e cosa abbattere. Intanto arrivavano le brutte notizie, e la solidarietà che cresceva. Siamo un Paese solidale, un popolo che si commuove, ma dimentica con rapidità e così ciò che è urgente non diviene progetto. Adesso è urgente salvare le vite, poi dar loro un futuro e poi rendere vivibili i terremoti, le alluvioni, le eruzioni. Vorrei che la politica facesse queste opere pubbliche, che dicesse all’Europa: questo mi interessa nel debito che devo sforare, questo voglio prima di tutelare la finanza.
È giorno da parecchio, la vita intorno sembra normale, eppure se si dimentica non si è normali, si è solo indifferenti.

