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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

confessione

Ho capito di non aver compreso,
molte volte ho travisato,
sono stato distratto, superficiale: molto d’altro m’attraeva
così scorrevano le verità di un bacio, s’affievoliva una promessa,
scappavano parole che avrebbero mutato una traiettoria, cambiato strade usate.

Non è così la storia piccola che ci riguarda,
che poteva essere altro e non è stata,
una somma di distratte miopie,
che pur s’è fatta?

Ho capito di non aver compreso,
e non si trattava di sentire, non era solo questo,
era una vita che scivolava accanto
e poi spariva, a volte salutando, spesso corrucciata,
che non se ne andava poi davvero,
e forse per amore, oppure per dispetto, ancora torna
e si fa comprendere, ora, nella sua possibilità lasciata.
Ho capito di non aver compreso,
teoremi e leggi che regolano l’universo,
ne sono stato indifferente,
a volte m’hanno castigato, più spesso, benevoli, hanno scosso il capo.
Mi sono perso per volontà leggera,
per rifiuto di fatica,
che pur pareva ma non c’era,
e metter via il capire era dominare il tempo.
Posticipare è la virtù del resistente e dell’eterno,
ma non era la mia,
semplicemente ero preso d’altro inconsistente essere,
che si faceva,
per suo conto, era la mia storia e si faceva.

il biglietto da visita

 

nor

 

 

Il biglietto da visita – che cosa antica da porgere sorridendo – ha un lato colorato (è il particolare di un acquerello di Paola, un’amica che sente le persone) con un’ immagine di un uomo in riva al mare assieme a un cane. Mi identifico molto in quell’uomo, penso rappresenti il mio presente e il futuro. Il cane e l’uomo sembra stiano andando, ciascuno seguendo un pensiero e parlando in quella lingua che è un impasto di affetto e libertà. Indicano uno stare e un voler essere che si ricombina con l’altro lato del biglietto dove il nome, il “mestiere” sono in caratteri piccoli. Pur in grassetto restano esili e dispersi in un bianco ruvido che si sente al tatto. I caratteri hanno preso, alla fine, una forma regolare, scacciando l’idea che le lettere avrebbero potuto liberarsi e anziché in file orizzontali avrebbero potuto correre sulla superficie, felici come il cane di tanto spazio e novità di cose.

Il cartoncino spesso del biglietto evoca un bisogno di solidità, così le misure contenute, senza ulteriori stravaganze, portano  una idea di sé che si muove sulla coscienza del limite proprio. È un biglietto che è quasi una figurina, di quelle che un tempo si collezionavano da bambini, ed è forse un inconscio rappresentarsi come persona. Per un po’ di tempo ho accarezzato l’idea di farne diversi di questi biglietti e magari lo faro per il piacere di un dare spazio alla fantasia. Qualcosa che sia libero e pensoso come una carezza sulla testa del cane che è solo piena d’affetto e cammina in riva al mare che tutto contiene e non ha bisogno di spiegarlo. Semplicemente è. Per questo e molto altro, quando lo porgo, non commento più il biglietto e sorrido.

consapevolezza

Sono diventato suscettibile, fragilità penso,
oppure vecchi conti mal regolati che non trovano mai risultato.
Sarò più silenzioso, non se ne accorgerà nessuno,
però le crepe s’ allargheranno diventando memorie e rughe.
È questo l’invecchiare, ossia il non ridere di sé,
o è il vedere che la luce negata ha davvero un senso,
e così le parole non sentite,
o peggio ciò che non viene fatto a tempo viene perduto
e lascia un suono che assomiglia al mare
perché come questo muove piccole cose
prima d’affondare bastimenti.

e tu come stai?

Accade, anche troppo spesso, e forse non può essere altrimenti, che i nostri bisogni, le piccole contrarietà offuschino tutto ciò con cui ci rapportiamo. Non siamo oche giulive. E tu sorridevi di questo dire, nella stagione in cui tutto dura poco e sembra eterno. Sorridevi e già proponevi un’attesa maliziosa e felice. La leggerezza con cui si tratta l’alba o il primo canto dell’allodola è conseguenza d’una curiosità appagata, delle lenzuola spiegazzate, della patina di profumato sudore di cui la pelle s’è cosparsa. Ma anche dell’età, se questa parola ha senso per chi la pronuncia e sempre si riferisce a qualcosa che non c’è, ma si osserva in altri. Eppure una costante serpeggia nelle nostre vite ed è il non aver misura della gioia, oggi in special modo che rarefa il noi ed è lancinante l’io. Colgo e partecipo la tua pena, amica mia, e la diluisco nella mia. Che di certo non è più importante. La sento in te, che rende pesanti le parole, afoni i silenzi, eppure ancora penso che altro ci potrebbe essere e che ti ho conosciuta triste o felice ma sempre leggera. C’è una frase che si pronuncia distrattamente, spesso in fondo a un discorso in cui uno solo ha parlato e l’altro ha consolato come ha potuto: e tu come stai? E in quello stare s’aprirebbe un mondo che fino a quel momento è rimasto serrato, e sarebbe un insieme di desideri sconclusionati, piccoli fallimenti, racconti dell’oscurità più che della luce. Spesso si tace e si dice: bene, sto bene, perché non si confrontano i malesseri, ma nel silenzio, amica mia, le cose ingigantiscono e la solitudine, quella dell’assenza del poter dire e poi del mutarsi assieme, diventa un cerchio di gesso da cui sembra impossibile uscire. Se qualcuno non gioca con noi e ci libera, com’è nel tempo delle corse e dei baci cercati, si resta prigionieri della disattenzione.
Di questo sapere di te e di me che vola leggero ed è consapevole della presenza reciproca spesso c’è bisogno e però ce ne dimentichiamo, immemori che le felicità condivise si ricordano ma soprattutto si creano. Abbiamo bisogno di tracce che ci facciano camminare assieme, di un sentire che contenga la pazienza amorosa che dia il senso a quella frase: e tu come stai?

scie

Ciascuno ha seguito una scia, a volte era dentro, macerata da lunghe elucubrazioni, più spesso era fuori. Come la spinta nella folla portava in una certa direzione. Neppure si sapeva bene quale, all’inizio, poi era diventata più precisa, e infine una meta. Si sa che le mete raggiunte lasciano vuoti, risucchiano tutto il tempo dell’attesa. Si sa che dopo una meta non si sa dove andare e che è fatica ricominciare a mettere in ordine pensieri, fatiche, aspirazioni, desideri. E pur sapendo tutto questo, ciascuno non s’accontenta e va da qualche parte con intenzione. Spesso è proprio l’intenzione a non essere sufficiente e la cosa sognata resta poco più d’una curiosità appagata. Mi direte, ma di che stai parlando? Di tutto quello che sta dietro la pazza folla di cui ciascuno di noi fa parte. Anche quella ragazza a cui dissi di non buttarsi via e lei non capiva. E non s’è buttata via, ha vissuto quello che la mia testa rifiutava, posso io giudicare quello che ne è venuto? No, non era la mia scia ma la sua. Ognuno segue qualcosa, si circonda di qualche sicurezza e s’accontenta senza mai accontentarsi davvero. Un detto imbecille dice che è meglio un rimorso di un rimpianto, entrambe le condizioni fanno riferimento al rapporto tra desiderio e colpa, come se non esistesse l’uomo in mezzo e come se ogni felicità non riscattasse, almeno per un poco, una vita fatta di compromessi. Non provare il senso di colpa è necessario per seguire la propria scia, c’è un’etica interiore che parlerà al limite, un chiedere permesso per non perdersi. Forse era questo il senso di quella frase del non buttarsi via: resta te stessa sempre, anche se non sceglierai ciò che a me sarebbe piaciuto. Una libertà insomma, una piccola, grande libertà da spendere, come fa il mio coetaneo nel tavolino a fianco, che si gusta un rosso e non persegue il ridicolo d’essere altro da sé.

 

attorno muta ciò che muta dentro

Nulla di preciso, una sensazione che s’acquatta come una certezza e diviene criterio di scelta. Quante volte si va, colti da una inquietudine che spinge e altre volte ci si paralizza in un’ attesa impossibile. E si sa che quell’impossibile è proprio tale ma se lo si accettasse costringerebbe a mutare parametri, a mettersi in moto verso altre direzioni e riprendere ad impastare la vita per darle forma, allora meglio attendere e dare una possibilità all’impossibile, ché anche le cose difficili, quelle oltre il limite rispondono a dei principi più grandi di loro e a volte accadono. Così si pensa, per analogia, come accade a noi che i principi e i limiti ce li portiamo dentro e per farceli accettare, per non essere dei ciechi vedenti li trasformiamo in sensazioni: può essere ma anche no e se voglio decidere mi conformo all’intuizione che mi porta ad assomigliarsi.
Attorno muta ciò che muta dentro, lo sa ogni amante, ogni rivoluzionario, ogni entusiasta. Lo sente nella sua completezza, avverte la crepa che copre di speranza, coglie la spinta che rende vero il precario, s’inebria d’una vetta pensando alla prossima e non alla discesa. Non è disposizione d’animo, la felicità è un lento preparare di coincidenze, è il pensiero d’essere dove accade l’infinito, quello nostro, che ci appartiene e s’alimenta d’innumeri altri infiniti che c’appartengono solo un poco. Quell’infinito è la sensazione, che spesso sbaglia; del resto non siamo geometri euclidei che tracciano linee e ne conoscono la noia determinata.Pecchiamo spesso di presunzione, che si incaricherà la realtà di correggere ma la felicità generata da una sensazione non cessa d’essere tale, e se si è felici per sbaglio (come ben sa chi ha l’asimmetria d’amore, o chi sposa una causa e ne conosce il limite) lo si è forse di meno? No, anzi sarebbe una colpa non viverla quella felicità, e non ricordarla come nostra e parte della capacità infinita di rigenerare il cammino, dopo ogni malinteso sentire. Perché era solo quello ad essere un po’ sbagliato, ma non la voglia di assomigliarci nel viverla questa vita.

buon agosto

Ci sono lettere scritte che attendono, di essere spedite e di essere lette. Poi non accade e questa è una di quelle lettere irte di parole, buttate giù di getto perché serviva una risposta a una domanda che, magari neppure c’era stata eppure aveva toccato qualche nervo scoperto o aveva reso palese la percezione dell’assenza. Da quanto tempo non ci si vedeva davvero? Perché il vedersi non è l’incontrarsi da qualche parte, scambiare sorrisi e parole, informarsi sullo star bene dell’altro e volerlo sapere davvero, non è solo questo, che già sarebbe molto, ma è il dirsi qualcosa che non si direbbe a nessuno. Perché ci riguarda, ci rende inermi e si è fatta una fatica immane per estrarlo e capirlo e ora lo si vorrebbe mettere in mani amorevoli e sincere. Così quando ho percepito, tra le notizie e i complimenti reciproci il tuo malessere profondo, mi sono fermato. Volevo chiederti, era una cosa importante, una pozza di buio che si allargava e assorbiva la luce del sorriso. Ma tu dovevi andare. O forse volevi. In fondo è la stessa cosa, si fugge da qualcosa che abbiamo dentro e non da chi abbiamo davanti.
Ci siamo salutati con un abbraccio più lungo, e guardarti andare era già una pena. Un atto di infingardaggine, avrei dovuto rincorrersi, chiederti, ascoltare e dirti che anche a me accade, che le solitudini si riconoscono. E si parlano. E invece ho pensato di scriverti, ma alla fine la lettera è rimasta sul tavolo, a lungo, per poi sparire in un cassetto.
Basta una telefonata. Così si diceva un tempo, adesso è bastato un messaggio sullo smartphone.
Tutto bene, scusa l’umore, avevo la testa altrove. Adesso ho risolto.
A chi si vuol bene si vorrebbe dare ciò che con fatica si è appreso, evitare che i dolori si ripetano. Sono stupidi i dolori perché non apprendono o sono i sentimenti che si credono onnipotenti e invece sono pezzi di noi che si cercano e sono sempre gli stessi anche se ci sembrano nuovi? C’è non poca presunzione e un grande entusiasmo che ci travolge in ogni passione, e forse è necessario sia così perché non si estingua nella cattiveria l’animale uomo.
Ti avrei detto una bella somma di banalità e avrei ascoltato come nuove e grandi, cose che lo erano per davvero, e non assomigliavano a nulla.
Mi chiedo cosa di profondo ci renda simili. La scontentezza che deriva dal sentirsi incompiuti? La voglia di volare e di non ricordare nulla di quello che ci ha impedito di farlo? La necessità di non essere soli ma unici? Non so, parlo a me stesso e a te assieme e mi pare che le parole non siano mai sufficienti a colmare il nulla che assale.
Nel nulla c’è quasi tutto e ciò che manca te lo porti dietro. Forse me l’hai detta tu questa frase o forse è mia. Non importa, mi interessa che il nulla non prevalga sulle passioni, che sia l’avversario con cui si combatte lealmente.
Dobbiamo tracciare confini che non hanno muri perché non ci chiudiamo in fortezze, ma siamo orda che curiosa corre verso ciò che ha tralasciato e ciò che non conosce. Con la semplicità del vivere, che solo ha forza per superare il dubbio, mentre il ristare ci imprigiona.
Ti avrei ascoltato e forse avrei detto poco, anche se tu sai toccare la roccia sotto cui spingono i torrenti. Chissà che sarebbe accaduto se il tempo e il disagio non si fossero accoppiati come animali impazienti. Ogni cosa si ripete diversa, e riaccadrà, ma in fondo è la stessa. Oppure no? Buon agosto, spero con tanto sole sulla pelle e dentro.

il nome del verde

Nel pomeriggio del dì di festa, bambini che giocano, gli adulti parlano. Credo discorsi leggeri, interrotti da risa gli aneddoti. Il cielo oggi si è mosso molto. Dal lago sono giunte nubi paffute, con pance nere di pioggia dissolta poi nell’aria. C’era l’allegra confusione in me di chi sente e non sa: difficile trovare i nomi al verde che cresce, alle strida d’uccelli, al cantare dei canarini in gabbia. Difficile trovare lo sciogliere del tempo nell’inutile, sapendo che a quest’ultimo si trova sempre una ragione.

Tutto scivola e s’allontana, tutto è fuori posto, fuorché quel cristallo d’anima che ancora riflette. Sul cielo, su ciò che vede, sul necessario e su sé. Come fosse uno specchio che non s’alimenta d’abitudine, o una richiesta malposta e per questo inevasa, oppure un inatteso benessere. Qual è il senso se ci si vuole perdere? Sciogliere nel piacere d’un sentirsi vivi. Abbandonate le strade poco confacenti, smarrito l’obbligo nell’innocenza, trovata una misura che includa ed escluda, cosa serve mentre s’approssima la sera e poi la notte? Forse è il senso d’un sogno che prevale piu che quello d’una vita. Capire che essa, a volte, è un perdersi che include il trovarsi o l’abbandono. Che, a volte è una crepa, dapprima impercettibile che fa risuonare diverse e atone le parole e infine le rende mute o eccessive. Che, a volte, è tutto questo, e anche un bagliore di quel verde a cui non mi è possibile dar nome. Eppure è lì, davanti, inerme e prepotente come una promessa.

eppure

Bevi pochi caffè,
troppo pochi assieme
e il tuo fumo non è mai denso come il mio.
Eppure, incespico sull’eppure
su quella confidenza che scava righe di tempo.
Esito su quella parola che contiene dolcezza infinita, e
si nutre di contrari e piccole identità.
Eppure era il cielo mentre parlavo steso,
era uno stelo di grano, perfetto controluce,
era le parole che indovinavano le nuvole.
Eppure era -ed è- tutto l’imperfetto che non trova mai il suo posto,
è il pensiero che non coincidere sia salvarsi da un’innocenza smarrita:
una eterna speranza di meraviglie,
e poco conta,
davvero,
quello che si perde
se la promessa non finisce.

la fine della civiltà è un fatto personale

La fine della civiltà (o del mondo) si riferisce alla tua civiltà, come la fine di un amore (di un contesto affettivo) è la fine del tuo amore.
La misura del proprio territorio affettivo, intellettivo, operativo diviene la misura del mondo, di ciò che si percepisce come conoscibile e che, quindi, può avere una relazione possibile, importante.
È l’abitudine che erode (quando un nome proprio diventa verbo c’è sempre qualcosa che inciderà sulla carne dell’anima) il nostro perimetro, gli impedisce di allargarsi e quindi di riflettere, ossia di vedersi. Al contrario dell’hambitus, del luogo delle meraviglie dove si coltiva la crescita, il tempo e la meditazione, il cerchio dove si esercita l’abitudine la corrompe in moda, in atteggiamento prevalente che non distingue più e toglie la fatica del capire e della diversità. Così l’amore si trasforma in ripetizione (anche nella ricerca del per forza differente c’è ripetizione) sino al prevedibile e alla noia.
La civiltà finisce per incapacità di essere altro che esercizio di potere verso qualcosa di conosciuto. Le manca una meraviglia, una spinta ad essere di più e oltre e quel più e oltre è un processo personale e collettivo perché ha bisogno di comunicare ciò che si è compreso.
Le civiltà muoiono per la noia del potere ad esercitarsi oltre la forza, l’imperio. Annoiano per indifferenza e ripetitività esattamente come la fine dell’amore.