21 settembre e oltre: diario d’una settimana d’autunno

 

 

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Questo post si costruirà giorno per giorno in una settimana particolare, quella dell’equinozio d’autunno. Saranno osservazioni sparse, una sorta di diario in cui mettere ciò che mi colpisce e che si lega alla mia storia, quindi sarà una lettura lunga e noiosa per ripetitività, ma la vita è così e rileggersi fa bene per capire quanto e come lo sguardo si muova davvero attorno.

22 settembre

Ogni anno qualcuno festeggia in questo Stato fariseo e baciapile, dove le elezioni si vincono o perdono in Vaticano, la breccia di porta Pia. Ho il dubbio che non sia stata l’Italietta dei Savoia ad annettere Roma e lo stato dei Papi, ma viceversa, e allora cosa c’è da festeggiare se non il fallimento dello stato laico?

Sul balcone di questa casa in cui sono ospite, giustamente non c’è una bandiera ma un vaso che ospita del basilico dalle foglie minuscole e dall’intenso profumo, dispensa molecole di bellezza attraverso il vento che lo agita e che si insinua tra i suoi rami. Sullo sfondo un immenso muro di mattoni e tufo con una finta finestra e sopra il cielo, ora azzurro, ora scuro di nubi dense d’acqua. Questa pianta è un insieme di pensieri che vanno dall’elargire, alla forza dell’indifferenza, e nessuno di questi pensieri si conclude in cambiamenti di paradigmi. Il paradigma è quanto di più simile ai pensieri ossificati conosca, fondamenti che attendono pazientemente d’essere contraddetti e nel frattempo divengono comode abitudini da non discutere. La vita è fatta di paradigmi e intime insofferenze come se la sconsideratezza del cambiare dovesse sempre trovare una ragione superiore che le impedisca di farlo, e se questo genera l’ inquietudine, solo chi ama molto riesce a scordare. Intanto il basilico s’agita e sciala la sua anima, come usano fare i pazzi e i poeti, regalando sorpresa alla vita.

In Catalogna ribolle la richiesta di autonomia dalla Spagna. I catalani mi sono simpatici, non so se abbiano ragioni sufficienti ma se per i matrimoni si è riusciti a superare il vincolo dei patrimoni, perché non dovrebbe accadere per gli Stati? Dicono che valga il principio di una redistribuzione della ricchezza entro i confini di quel corpo che si chiama confine di stato, penso che il problema della ineguaglianza non lo affronti davvero nessuno e tantomeno gli Stati che si sono formati, in forza di conquiste o convenienti matrimoni, piuttosto è un problema di un potere che si pensa più forte, non in ragione del consenso ma della dimensione geografica. Un concetto arcaico, uno Stato che possegga molta tecnologia, un uso sapiente delle sue risorse, una gestione accurata dei problemi e dell’amministrazione dei beni pubblici ha molto più potere e durata di uno stato che è solo un corpaccione su cui si alimentano furbi e corvi. Basta guardare l’atlante dell’ultimo secolo per vedere quanto siano mutati i confini e l’idea di futuro dei popoli. Insomma se esiste un problema, esiste una soluzione che può essere contrattata, altrimenti le posizioni esacerbano e ciò che era una collaborazione su nuove basi diviene divisione e odio. È la democrazia, bellezza, non sempre è un prato su cui riposare.

Stamattina ho camminato tra strade incongrue, determinate da antiche speculazioni edilizie. Nei varchi, tra le case, si vedevano sfondi di muri e terrazze con l’incuria che accompagna la bruttezza. Questo quartiere ha meno di un secolo eppure è un fagotto di case in cui si trovano a loro agio etnie differenti, lingue e culture diverse. In fondo sono loro che hanno dato un tono e un’identità che superasse la borgata, e se mancano servizi decenti, se tutto s’accumula come la spazzatura sui e fuori dei cassonetti, è quell’esercizio del potere distratto, incapace e interessato all’ altro, che va sotto accusa, ma questo potere è il terminale di altri poteri che non erano dissimili in passato e allora bisognerebbe che chi costruisce le opinioni, osservasse la realtà, e proponendo critiche e soluzioni facesse davvero il suo mestiere e non rilevasse il dito ma la luna che esso nasconde.

Il fatto è che dopo oltre un secolo e mezzo, l’Italia laica è muta e quella farisaica e baciapile trova sempre un compromesso per non mutare natura.

23 settembre

Attorno, per le strade, c’è un disordine del cuore. Non ci sono argini, penetra nei vestiti, resta appiccicato sotto le scarpe, vorremmo si fermasse sulla porta di casa. Anche per questo togliamo le scarpe, per sentire un qualcosa di nostro, una consistenza diversa: la natura viene dal pavimento, ci pare, ma la membrana osmotica che impedisce al disordine di entrare ha larghi buchi e cosi, in piedi o sdraiati mentre pensiamo d’essere salvi, un dubbio ci percuote in un momento incongruo: chi c’è là fuori?

Di allegria dovremmo discutere non di esorcismi, di risate che seppelliscono il potere di chi si sostituisce all’immaginazione, la mortifica. Non capisci che vorrebbero un mondo grigio in cui tu possa dipingere solo con i colori che ti vengono venduti? Un mondo in cui lo scandalo delle strade sconnesse, della spazzatura che si insinua negli angoli, dell’ incapacità di rispondere alla vita degli esseri umani sembri solo un prodotto del caso e della necessità. Quando i bersaglieri superarono Porta Pia mica sapevano che quella porta confinava un potere che sarebbe dilagato, e non è colpa della chiesa o degli epigoni di un messaggio che era radicale e parlava d’altro, ma di chi si serve di questo per entrare nelle coscienze, per dire che non esiste responsabilità, che si può accettare l’inaccettabile e sperare, che qualcosa o qualcuno ci metterà una pezza. La vera differenza tra uno Stato che si costruisce è uno che si disfa è la cura con cui esso ascolta e provvede. Non assolve e spera, ma  ascolta e provvede.

A volte vorrei che la naturalezza buona del basilico che elargisce e non si cura di chi aspira il suo profumo, fosse nella nostra anima profonda e diventasse cura gratuita, indifferente di chi ne fruisce. Cura che trova necessità nell’essere e nel divenire, cura che accomuna, tiene assieme e indica regole, raccoglie una carta buttata, rende lindo un marciapiedi perché è naturale, è bello e basta, e di questo costruisce un substrato di felicità possibile.

oznor

 

24 settembre

Ieri ho incontrato Gianni Cuperlo in stazione, aveva il sorriso e la cortesia che si manifesta quando l’interlocutore sta in quella zona della mente in cui c’è il conosciuto ma non ancora l’identificato. Poi ha detto che andava a Imola, gli ho risposto che speravo fosse Trieste la meta. Mai come ora, in Friuli, la sinistra è stata priva di città da governare, di idee per il futuro da mostrare, di uomini che divengano simbolo di un fare politica che nasca dal basso. Ci siamo salutati con l’arrivederci che si riserva alle battaglie comuni. Avrei dovuto dirgli che il pd mi è distante, che non vedo salvazione in quella chiesa. Così, come per ripetere un antico adagio che tiene unite le parti e il peggio che esse contengono: extra ecclesia nulla salus, ma se l’ecclesia fomenta la contraddizione, annulla la critica e il futuro condiviso cosa resta di questa parola? Davanti a fatti importanti e decisivi che il mondo ci getta addosso servirebbero menti forti, spiriti indomiti e zeppi di futuro, disinteresse per il sé e amore per il noi. Questo sarebbe poi il ritratto degli statisti se si unisse pazienza, principi fermi e prudenza, ma non è così e molti si accontentano di ciò che trovano tra le pieghe di un discorso. Non è il caso di Cuperlo, abituato a leggere il presente e capirne la direzione. Mi chiedo erò perché quando eravamo nello stesso partito, nelle conclusioni arrivasse ad un penultimatum, come a dire che non ci si può staccare ed è meglio attendere che qualcosa mostri l’evidenza. Non è accaduto e lo vedo solo, mi spiace per lui e per la sua grande intelligenza non apprezzata nella corte dei consenzienti.

Fuori  c’era la grande stazione con un fuorilegio di pareti vetrate a specchio, la parte in basso rifletteva alberi e piccole case, un cavalcavia malmesso e intasato, come a sancire un confine tra un dentro luminoso e impenetrabile e un fuori che si alimenta di quotidianità, di autobus affollati e pare, frequentati da abbonati, perché sul mio in circa 40 persone solo in tre avevamo fatto il biglietto. Ma poi a sera le persone, escono da dietro lo specchio, percorrono quelle strade, vedono i cavalcavia sconnessi, sentono l’incuria e la sporcizia che si appiccica. Non c’è una bellezza che riscatti l’affollare senza regole, lo strombazzare dei clacson, i cartelli che annunciano pizzerie e pasti a basso prezzo sovrapposti e sguaiati, e come si può vivere bene nella città della bellezza se questa è diventata orpello, se s’è nascosta, se si offre al turista con la sciatteria del tutto permesso perché in fondo ciò che resta di bello è comunque unico.  È imbarazzante credo, la vita dell’archeologo, se scopre qualcosa sa già che finirà sepolta oppure in magazzino, perché non c’è modo di proteggerla. In fondo ciò che si vede è la pornografia del bello ovvero ciò che non ha sentimento per la sua nudità. Poi di notte tutto dirada, le pietre illuminate prendono un altro spessore, nulla è aperto, ma ciò che si vede riacquista l’umanità che aveva perduto e si può pensare che infinite vette di passione e di amore declinato sino all’odio, si sono svolte, hanno creato, provocato le vite successive. Ciò che ci si mostra è un segno che attende d’essere decifrato, riportato in quella modernità che nessuno o quasi più indaga. Siamo lettori distratti di segni e ci accontentiamo di rimasticature facili del vedere. Come non avessimo occhi e intelletto.

 

25 settembre

Portici e percorsi in cui le auto rispettano chi va a piedi sono un segno di civiltà. Magari è l’affermazione della gentilezza di chi può, ma come distinguerla dalla comprensione del forte verso il debole? Se ne prendono i frutti e li si consumano assieme, questa è la civiltà. Da ieri sera si susseguono le valutazioni sul risultato delle elezioni in Germania. Qualcuno festeggia, ridurre l’alterigia di chi ha dettato le regole per anni procura una intensa soddisfazione. Eppure Frau Merkel è stato un punto di indipendenza e di dignità per l’Europa, si è comportata con i potenti della terra senza timore. Da ultimo Trump non è stato risparmiato nel suo sguaiato mettere i piedi nel piatto altrui e rimesso a posto. Ha svolto un’azione di equilibrio che credo continuerà a svolgere anche con una diversa alleanza con i Verdi e i Liberali. Ho una qualche conoscenza dei Verdi tedeschi, avendone frequentato una roccaforte, Friburgo, e il suo Sindaco. Sono persone determinate e coerenti, che portano avanti una politica alternativa, non necessariamente di sinistra, ma attenta al futuro del pianeta. In questo casca l’asino italiano che non ha saputo far evolvere, né un movimento verde che fosse consistente, né una sinistra verde che nell’alternatività dei modelli economici trovasse un nuovo umanesimo da perseguire. Eppure siamo un Paese squassato dai problemi ambientali. Fa pena la polemica tra governo e regione veneto sui PFAS, sapendo da anni qual è l’industria che li produce, dove, e come continui a sversare nelle falde. Tutto ciò è avvenuto, come per le banche venete, sotto gli occhi della politica che non è intervenuta ma anzi è stata il luogo in cui l’intraprendenza e i successi sono stati vantati come una identità collettiva. Questa identità porta a far denaro a scapito della salute, a spese dei più piccoli e non solo non è identitaria ma è parte di quella visione di rapina che caratterizza il mondo dell’economia senza regole né etica. C’è una responsabilità che nessun codice penale persegue ed è quella che fa compartecipe chi governa del proprio territorio, del suo benessere, della sua evoluzione. In questo l’autunno del positivismo e dell’età in cui tutto era possibile si consuma e coincide con questo autunno. La sinistra ha il compito di risollevare le bandiere dell’eguaglianza, dell’equità, della legalità, della solidarietà, gettate nel fango da tanta ignavia consumata in questi anni. Se la sinistra in Europa cerca affannosamente modelli e speranze in qualche successo elettorale sbaglia di grosso perché è dentro di sé che deve cercare le proprie ragioni di esistere, vedere i problemi nella loro realtà e dimensione, non aver paura di dire e di opporsi, fornire un futuro possibile e migliore alle generazioni attuali e future. Già il fatto che si dia per scontato che i nostri figli e nipoti vivranno peggio dei padri non è sinistra, ma accettazione della logica che per pochi eguali servono tantissimi diseguali e sofferenti.

Capisco che queste note sono poco allegre, che in esse si prefigura fatica e impegno. Capisco che nella visione del mio piccolo mondo vedo ciò che stride, ma a valorizzare ciò che è buono, ciò che lotta ci pensa la speranza e forse la testa di ognuno. Attorno ci sono bellezze inenarrabili, uomini forti, speranze che crescono eppure anch’esse soffrono di un isolamento senza pari. Faticano a contaminare e non divengono movimento, parte buona del cambiamento. Il capolavoro dell’unica ideologia rimasta: il capitalismo, è stato quello di far credere che da soli è meglio, che il successo non si possa condividere, la ricchezza non sia spartibile. Ha proceduto, e procede, per cooptazione ed espelle gli inadeguati. Si mostra, attrae di luccichii e di immortalità presunte chi vede, ma è un mondo chiuso che non pratica la pietà e l’umanità. Sono passato da una città all’altra, vedo più cura nella mia, strade asfaltate di fresco, maggior rispetto delle regole, eppure gli uomini non sono differenti e le menti sono rigorosamente chiuse. Fa sorridere la chiusura delle feste di partito di ieri, ciascun leader ha rivendicato un primato per governare il Paese, ma nessuno ha detto che lo farà mettendo assieme le persone. Nessuno ha sostenuto la necessità di una maggiore unità per uscire dal pantano in cui ci troviamo. Forse era emblematico che il segretario del maggior partito riformista parlasse da una festa che curiosamente portava il nome del giornale che ha lasciato fallire e chiudere: l’Unità. Quella parola dovrebbe essere declinata appieno perché solo essa serve e invece viene usata come una vestigia del passato. Che tristezza.

sdr

26 settembre

Sceglievano i sassi con dimensioni più o meno uguali e colori da armonizzare dal chiaro allo scuro, li prendevano da largo secchio di ferro, da muratore. Stavano seduti su uno sgabellino bassissimo e con una sola gamba centrale. Prendevano il sasso, ne studiavano la forma per un attimo e poi lo infilavano in un letto di sabbia grossa stesa sulla terra lasciando attorno, un filo di spazio che sarebbe stato riempito ancora con sabbia e argilla macinata. L’avrebbero sparsa alla fine, col gesto del seminatore, né troppa né poca, ma intanto con un martello strano, quasi una piccozza, spingevano il ciottolo a fondo, fino a incontrare la terra sottostante. In cinque anni li ho visti una volta aggiustare la strada davanti alla scuola, facevano lavori che duravano nel tempo. Quella stessa strada ha ancora i sassi passati per quelle mani antiche. Non l’hanno asfaltata ed è una delle sue bellezze. Le altre sono il nome, Agnusdei, le case, che seppure rimodernate, sono quelle di un borgo del centro, la scuola, grande, che occupa quasi tutto il lato destro della strada. Di fronte alla scuola c’è il cancello dell’asilo Montessori, si sentono le grida gentili dei bimbi che giocano, le corse sulla ghiaia, mentre dalla scuola viene il silenzio delle prime giornate dell’anno scolastico. I finestroni hanno ancora gli stessi infissi di legno, c’è il tasso da cui sognavo di ricavare un ramo per farne un arco, l’ampio androne con la scalinata. Ora è una scuola media, con qualche classe di liceo, segno che la buona scuola non è ancora arrivata a dipanare i grovigli degli spazi. Era una elementare di città, importante quanto basta, frequentata dai figli di una società commista: professori universitari, impiegati, artigiani, operai, poveri senza lavoro. La scuola iniziava ad ottobre, noi che abitavamo vicino ci aggiravamo attorno con fare strafottente per scacciare il timore di quelle aule e per capire come sarebbe stato poi l’inverno, il chiuso, il peso di una disciplina rigorosa. Non credo che la scuola fosse davvero meglio allora, c’erano insegnanti dotati per il loro mestiere, altri meno, però lo standard era alto. Quello che in realtà differenziava era l’approccio, la classe correva con i primi e il resto si perdeva per strada. C’era un senso diffuso d’indifferenza di chi eravamo in realtà, o meglio di chi potevamo essere. La scuola riproduceva, figliava una seconda volta i pargoli dei professori, degli impiegati, degli artigiani, degli operai. Dei poveri proprio non si curava se non attraverso una mensa a mezzogiorno, che assicurava loro un pasto caldo e alla scuola un perenne odore di minestra di fagioli e patate. Camminando su quei ciottoli fatti per le ruote dei carri, pensavo che la scuola dovrebbe essere la maggiore preoccupazione di uno Stato, il tesoro da cui attingere il futuro e quindi da amministrare con dinamica attenzione. Fissato un impianto giuridico, che significa avere un fine preciso, costruire un edificio in grado di dare ciò che ci si attende. Ma cosa si attende dalla scuola? Che essa crei cittadini amanti del sapere, attenti alla legalità, in grado di applicare a se stessi e agli altri, quando ne avranno modo, quei principi che tengono assieme lo stato e che vengono racchiusi nella carta costituzionale. Uomini, liberi, rispettosi delle leggi, solidali, amanti della conoscenza. Se questo è il fine, ciò che ci sta attorno testimonia un fallimento, forse non della scuola ma della sua importanza. Ecco, credo che relativizzando la scuola, rendendo soli i bambini e poi gli uomini, creando una competizione basata sul possesso materiale, nessuno di quei principi immateriali di cui sopra dicevo, diventa reale. La scuola fallisce perché lo Stato, la società, la negano nei fatti. Le tolgono l’autorevolezza, la rendono un rito di passaggio, anziché essere lo strumento che permetterà poi di discutere, di edificare, di controllare il proprio destino, insomma l’essere individuale e collettivo.

I miei sono pensieri datati, come il mio corpo, come gli occhi che guardano quelle finestre grandi e vedono altro. Come i sassi che percorro volentieri in questa giornata settembrina di sole e di aromi ormai estenuati. C’era il basilico nella terrazzetta di casa, l’odore dei quaderni e della boccetta nuova di inchiostro: blu royal. C’erano voci che sono solo dentro di me e il cuore si stringe. Poi accelero il passo perché non va bene che ti venga chiesto cosa ti commuova.

27 settembre

Infilata tra la campana della raccolta vetro e un muretto, c’è una testiera d’un vecchio letto da una piazza e mezza. È di legno impiallicciato, fatta tra le due guerre, o forse prima. A fianco le stanghe che coprivano la rete. Alte come si usava un tempo perché sui letti si saliva più che buttarcisi. La testiera è in buono stato, con preziosismi d’intarsio e traforo, il legno è stato piegato col vapore per simulare la piccola onda che poggiava al muro ed era destinata a sorreggere il secondo cuscino, quello alto, per leggere o respirare meglio. La piediera si intravvede seppellita dalle stanghe e ripete in modo più semplice e simmetrico la testiera. Era un letto comune nelle famiglie borghesi, riservato ai parenti rimasti zitelli e agli ospiti. Non un lettuccio ma neppure un matrimoniale, perché anche nelle famiglie allargate c’era una gerarchia. Era il king size degli inglesi, forse più abituati ai zitellaggi maschili. La provenienza del mobile si vede in una casa in restauro, poco lontana, un tempo i muratori portavano a casa il legno per bruciarlo, ora con i riscaldamenti centralizzati sarebbe un inutile “intrigo”, come ben esprime il dialetto e quindi l’hanno sistemato vicino al cassonetto. Però non finirà in discarica, a notte, prima che passino i mezzi della nettezza urbana, vedo spesso una prima raccolta di “rifiuti” interessanti che finiscono su camioncini di rumeni o moldavi. Recuperano, rimettono a nuovo oppure portano direttamente nei mercati del bric a brac, per offrirli a signore interessate e finti esperti compassati, in cerca dell’affare. Accade anche con i libri, con cartoline e corrispondenza che emergono quando liberano soffitte o case da quello che un tempo era simbolo di conoscenza e affetto. E i collezionisti scartabellano tra mucchi di carte, valutano rilegature, leggono lettere e buste di persone che forse non avrebbero gradito tanta attenzione, cercano tra le fotografie qualcosa che poi sarà messo in una raccolta o ancora rivenduto. Una volta al mese si scatenano i cercatori d’affari e meraviglie e neppure si pongono la domanda da quale discarica d’affetti venga il pezzo raro che hanno tra le mani. In questa terra in cui spesso si sono smarrite le memorie, oppure non ci sono proprio state, per i nuovi benestanti spesso non è conveniente cercare in casa chi c’era davvero prima e così ho visto fotografie spacciate come foto d’antenati, mobili restaurati e palesemente falsi, il tutto ficcato in un presente opulento e farlocco che voleva rispondere alla necessità che ci fosse un onorevole prima. Spero che questo aiuti il gusto della memoria anche se parte da storie approssimative. In fondo il gusto di alterare il passato è connaturato con l’uomo, mi basta si trasmettano i brandelli di un ricordo apparentemente povero, perché nel culto del presente non siamo nessuno, neppure il prodotto delle nostre fatiche se manca il contesto.

28 settembre

La stagione muta i colori, cominciano le tinte calde che colorano in un ultimo sforzo vitale alberi e strade. Nessun colore è come prima e neppure il tempo ovvero la vita ha gli stessi modi di attendere. Lo vedo nella differenza tra il giallo e il verde che si manifesta sul balcone: l’elicriso perenne ha ripreso il suo colore dopo essersi estenuato nei fiori e nel profumo, mentre il girasole si spegne con la stagione. Due diversi modi di durare e di essere e dell’uno e dell’altro c’è insegnamento sul tempo. 

Ha chiuso la furiosa estate il girasole 

e mentre l’elicriso ritrova il suo verde senza fiore,

il giallo dei grossi fiori s’è mutato in bruno.

L’elicriso ancora spande liquerizia,

imbeve le ore del meriggio,

e dialoga con l’aria,

accanto ascoltano e guardano, gli steli del lungo girasole: 

ora piegano il capo che non pensa al corpo,

e in quell’esile verde si consuma il loro tempo, 

ma altro si prepara, e dopo la caduta, una nuova vita.

Basta attendere, non è ora,

ma i semi sono sulla terra,

penserà ad essi l’acqua,

Il freddo che sminuzza piccole zolle,

la mano che li ricopre e aspetta,

mentre il vicino verde e la liquerizia

risplendono negli ultimi soli. 

 

oznor

 

Si chiude un pezzo lungo che è partito in un luogo e si è svolto in spirale sino al balcone: equinozio, il giorno ha la stessa lunghezza della notte. Ora già non è più così e mentre ora il tempo sembra ridurre le occasioni, a noi è data la possibilità di guardare cosa attendiamo, quale giorno vorremmo, cosa siamo stati e come vorremmo essere.

ancora, prima della notte

Togliendo l’io che resta: una constatazione quasi d’impotenza. Nella stranezza dei discorsi quella prima persona plurale è così ardua per capire quanto e come includa un eguale sentire.

Così mi rivolgo a te che capisci, allora.

Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto. Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola e poi metti profumo in un verbo. Tu che hai il soggetto nei piedi e nel cuore, che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni in gran conto i riccioli ribelli. Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa. Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte. Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore. Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce. Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza far rumore. Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole. Tu che sei attenta all’indolente muovere d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo. Tu che conosci la strada tra un letto disfatto allegramente e una sedia con la luce che illumina le spalle. Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno. Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza. Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso. Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra. Tu, ovunque, ancora, prima della notte.

e più o meno detto in altro modo:

Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto.

Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola mentre metti profumo in un verbo.

Tu che hai in gran conto il senso e lasci lo scorrere dai piedi al cuore annodandolo in un pensiero.

Tu che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni per te i riccioli ribelli.

Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa.

Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte.

Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore.

Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce.

Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza dire una parola.

Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole.

Tu che sei attenta all’indolente ancheggiare d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo.

Tu che il mare guarda e si ritrae e poi torna.

Tu che conosci la strada allegra tra un letto disfatto e una sedia con la luce che illumina le spalle.

Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno e sorridi alla prima foglia.

Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza.

Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso.

Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra.

Tu, ovunque, ancora, prima della notte.

le donne

Hanno ossa cave, come gli uccelli,
le donne,
e gli servono per volare.

Ma hanno anche i passi pesanti del piombo, le donne,

se un cuore non batte ciò sentono.

Così lasciano impronte profonde
anche quando volano,
le donne.

E se il loro udito si riempie dei suoni attorno,
a volte si mescola con la dolcezza dei pensieri,
e allora è musica,
nelle donne.

non possiamo essere diversi da ciò che siamo

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Stasera c’era una luna incredibile in cielo. Incredibile perché inattesa. Era grande, appena gialla, con le tracce dei crateri. Era sopra la basilica, poi sopra una statua, ancora sopra una giostra con i cavalli e le carrozze. Una giostra illuminata, di quelle antiche, dove i bimbi vanno finché non hanno gusti inutilmente forti e condizionati da mode, finché sanno ridere per un apparente nonnulla e non si sforzano. Era una giostra in cui a volte c’era qualche bambino piccolo con la mamma o con il nonno. I padri sono ancora a lavorare la sera e arrivano stanchi a casa: non amano le giostre come i bambini e così la giostra è sempre semivuota.

La luna era inattesa e grande, come la sera che calava dolce. Ed era dolce davvero perché l’aria non era più né calda né troppo fresca, non ancora. E le persone stavano sedute sui muretti, nei bar che sono sul corso o che guardano il Prato, e mangiavano o bevevano quieti, come si fa quando si vuole stare con una persona e si cena o si beve assieme, ma senza uno scopo vero perché ciò che importa è stare assieme.

Non possiamo essere diversi da quello che siamo, non possiamo fingere e adeguarci, e sottometterci o urlare sempre. Non possiamo e se guardassimo davvero dentro a quelle tracce che chiamiamo pensieri, se li liberassimo dal ragionamento resterebbero due poli: una grande immensa solitudine e un immenso grande amore che attende di avere un ponte. Per colmare la solitudine, per diluirla, per cancellare l’urgenza delle risposte e affievolire le domande.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo davvero, per questo la luna era incredibile, le parole usate per giustificarci non uscivano ed era chiaro che dobbiamo cercare dentro altre solitudini le parole che servivano. Che ne faremo di noi se tutto ciò che abbiamo è una giustificazione a non essere, un chiedere scusa e un prendere a prestito parole che non hanno consolato.

La luna era un ponte fragile di meraviglia tra una solitudine e un bisogno d’amore. E continuava a sorgere stasera, ed era grande di sé, attirava gli sguardi, forniva materia per qualche parola che aggiungesse dolcezza ai discorsi, al parlottare, persino ai silenzi che s’arrampicavano per scavalcare ostilità radicate, aggiungeva un punto di tregua. Era un dirsi sapendo troppe cose e così solo i bambini la guardavano davvero incantati, ma per poco prima di riprendere un gioco, una domanda, una corsa, o un giro di giostra su un cavallo di cartapesta. Loro, i bambini, sono abituati alla meraviglia e ancora non sono diversi da quello che sono e magari sono tornati dal mare, o sono rimasti a casa, e gli è sembrato naturale perché sono ancora bambini.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo e non possiamo far sempre tacere il bambino che è in noi, per questo guardavamo tutti la luna e lasciavamo che entrasse dentro, e lei entrava, girava con la giostra, addolciva i discorsi, gettava un ponte che faceva sognare.

la memoria dell’aria

Che sarà rimasto dell’impronta del corpo davanti al quadro di Bridget Riley?

Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.

E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?

C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.

E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?

E mentre il quadro, lui fermo, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?

Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.

E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.

 

facili rinunce

Dei tanti che con me fan uso di pazienza,
e che grato ricambio esercitando silenzio e stravaganza,
preferirei rinunciare a chi mi spiega ciò che ho detto
presentandolo come pensier proprio.
Nelle originali fesserie so provveder a me stesso.

ti parlo della pioggia

Questa notte, era prima dell’alba, è iniziata una pioggia violenta, continua. Si sentiva sul tetto in lamiera, sulle persiane chiuse. Insisteva per scrosci e ventate. Nel cortile c’era un rumore di ruscelli che si congiungevano verso la grande grata in ferro. Sembrava trascinassero le piccole pietre aguzze divelte dalla terra, tolte dall’asfalto, le foglie strappate, gli aghi di pino accumulati in piccoli mucchi e nulla si fermava in questa violenza d’acqua che inzuppava il terreno e ne traboccava, con rumori che si confondevano e diventavano un tutt’uno che sembrava travolgere ogni cosa. La tempesta è durata a lungo, ha smesso che era già luce piena e il cielo si è illuminato di sole e d’azzurro, lasciando vedere le tracce d’una lotta notturna, una baruffa tra cose dove qualcuno aveva resistito, altro era prevalso, ma il tutto si era ricomposto in un nuovo ordine che attendeva d’essere asciugato e reso stabile. Ho pensato, ai racconti di città che riportano una forza più stabile delle cose: non ci raccontiamo dello smottare, del confondersi di rami e dell’impotenza delle case, piuttosto pensiamo alle sicurezze degli spazi che si sono consolidati, alle cantine che a volte s’allagano, ma rendono stabili le case. Ci rendiamo conto che gli edifici dell’uomo sono conficcati come rocce e di rado, nelle nostre pianure, se ne vanno per loro conto. Forse per questo non ne parliamo e ci sembra naturale sia così, ma stanotte non sembrava fosse tutto così stabile e persino il bosco poco distante si muoveva e aveva rumori strani di terra strappata, di rami che si staccavano e venivano portati altrove.
Non è accaduto nulla d’importante e forse per questo, più tardi, tutto s’è oscurato nuovamente. Il grigio ha inghiottito sole e azzurro, ed è diventato del colore delle terre di fonderia, come avesse esaurito la sua capacità di dare cose utili e ora attendesse solo di cadere esausto al suolo. E così è stato, in una nuova bufera d’acqua e grandine che scaricava le nubi del grigio ma ancora non si contentava. Pioveva da un cielo bianco, candido di nubi rapprese e spesse, pioveva con violenza e grandinava. Guardavo la casa poco lontana e la sua grondaia che traboccava ondate d’acqua e grandine, come usano fare i pescatori sul pesce preso e disposto in cassette, quando buttano la graniglia di ghiaccio e sale, senza risparmio, così, allo stesso modo, i tetti distribuivano sui cortili, sull’erba, sui terrazzi inermi, ciò che veniva dal cielo.
In questi giorni si parla spesso di siccità, si vedono terreni arsi dal caldo, piante avvizzite, questa violenza d’acqua sembrava essere la loro conferma perché si sarebbe esaurita presto e dispersa in fognature, in fiumi che s’ingrossano d’un nulla mentre i laghi restano vuoti e le fonti tacciono. Pensavo agli animali che erano sui prati e che ieri s’azzuffavano per bere in una pozza e ora si rifugiavano stretti gli uni agli altri ma di certo non avrebbero avuto grande beneficio da tutto quello scrosciare, anzi il passo sarebbe diventato malfermo. I declivi per un poco sdrucciolevoli, sarebbero stati pericolosi, mentre intanto il terreno carsico avrebbe inghiottito tutto fino ad un nuovo secco.
Questo procedere per scossoni d’acqua e sole, m’ha fatto pensare alle nostre rincorse fatue, al cercare equilibri difficili e momentanei in attesa che qualcosa consolidi l’ordine delle cose. E se le cose non avessero un ordine che ci piace, mi sono chiesto? Dovremmo adattarci ma non tutti riusciremmo e la riottosità non servirebbe a nulla o quasi. Dovremmo leggere le cose nel loro divenire, anche se sembra sempre così difficile perché nelle nostre vite attendiamo un nuovo che ci sia amico. Lo vogliamo così forte che quando non c’è o ritarda ci sembra di cancellare il buono che abbiamo e che ci attornia e allora disperiamo. Accontentarsi non è una virtù, è una resa al passato, a ciò che è stato.
Pensavo a cose che entrambi conosciamo, ad esempi che ciascuno potrebbe invocare a propria giustificazione per il non fatto, per ciò che si è evitato per paura o dolo e così evitiamo in egual misura gioie e dolori per lo stesso timore ovvero che la delusione ci prenda e ci annichilisca nelle forze nel tentare qualcosa di diverso.
Intanto l’acqua cominciava a scemare, procedeva per scrosci e mentre ne zittiva uno se ne preparava un altro, ma sempre più debole e meno convinta. Come la furia si quietava e lasciava tracce attorno, non c’era un nuovo stabilirsi del futuro: si era sfogata e ora guardava indifferente. Priva di colpa e di un progetto che non fosse l’essere guidata, se la si voleva amica. Anche nell’indifferente quiete aveva molto da dire e io ho pensato che se mai ti sia capitato d’insegnare questa parte del caso, che è apparente, ed è in realtà solo fatica e ignavia per il nostro non volerlo vedere. Come per gli amori indecisi, ho pensato, che hanno bellezza e struggimento, ma poi si spengono altrove e non se ne capisce il motivo semplicemente perché non si è indagato nel semplice divenire delle cose che non si ripetono e lasciano rimpianto. E allora ho pensato che nella bellezza e nel momento in cui accade bisogna capire d’esserci e che tutto, anche nella tempesta, assomiglia alla fine della sesta di Beethoven condotta da Kleiber, così definitiva da lasciare intuire, a chi l’aveva ascoltata, la bellezza nel suo divenire e di come essa possa essere quando venga messa nel giusto ordine. Allora la consapevolezza ci lascia ammutoliti e indecisi se manifestare la gioia che si è generata oppure se tenerla dentro di sé in un attimo che dura all’infinito. Pensieri incongrui alla furia e al bene dell’acqua caduta: ora nel prato giocano i bambini e tutto sembra nuovo. Perdona il divagare che si sofferma sulle cose, però mi auguro che un poco del fresco che ora avvolge tutto il verde, che lo rende splendente, ti arrivi e sia come un dire sommesso che non si capisce bene cosa racconti, ma è caro al cuore e accarezza.

 

 

l’ordine il disordine

I palazzi dell’europa dell’est, anche quelli in piccole città, avevano un rigore di linee precise e di progetti acquarellati. Erano privi della sezione aurea dell’Alberti, ma mandavano un senso di solida sicurezza. Questi palazzi avevano alte finestre per raccogliere tutta la luce disponibile, simmetrie di porte che si muovevano da un asse centrale, colori bianchi o al più in quelle tinte pastello senza ardimento che spesso si vedono niei paesi del nord, con le finestre segnate in un diverso colore che seguiva le modanature, le grottesche, le finte colonne, i cornicioni. L’effetto degli accostamenti di colore era moderatamente leggero, come se chi minuziosamente aveva curato l’esecuzione dovesse dominare anche i pensieri riposanti e futili per una corrispondenza ordinata tra interiore ed esteriore.  Così anche l’asimmetria era ordinata e voluta per comunicare il senso di attesa del compimento. Una sua pcertezza.

Questi palazzi sembravano fatti per durare e per convenientemente rappresentare un potere intramontabile. Il potere pensa spesso di non passare e forse per questo genera un eterno presente e trascura il futuro, lasciando che questo si crei da solo e spesso per contrasto pensando di poterlo imbrigliare nel rigore di una linea, di una parola, di un gesto inequivocabile. Lasciamoglielo credere perché nulla è più apparentemente solido e precario come il potere e l’ordine mentale che esso genera.

Così mi accadeva di osservare anche altrove, in Cina ad esempio, o in medio oriente, o nelle architetture civili del Corno d’Africa, o in sud america, ovunque, indipendentemente dalla ricchezza del Paese, che si ripetevano le modalità del costruire e il senso di ordine che la simmetria comunica, statuendo il controllo e quindi il potere di chi la genera.

Così pensavo che fare ordine è un affidarsi e un riposo interiore, e che per farlo bisogna avere anzitutto cognizione delle cose e assegnare loro un’importanza. Il pensiero sotteso alla legge che si esprimeva in qualsiasi asylum era che l’ordine fa bene e che messo a posto il mondo tutto il resto doveva muoversi di conseguenza. Questo pensava il potere e moltissimi con esso, tanto che si riposavano nel fare ordine, nel tenere le cose secondo giuste sequenze.

Lo vedevo nei palazzi e mi sembrava collegato ad una necessità di sicurezza interiore da soddisfare. Però sapevo anche che l’universo, pur avendo equazioni a loro modo molto imbriglianti e ordinate, si ostinava a rappresentare qualcosa che si espandeva, che era insofferente dei limiti, che non tollerava la staticità e la sicurezza, ma praticava il movimento e l’insicurezza.

Mi sembrava fossimo accoccolati nel grembo della galassia, e guardando ciò che si espandeva, ai nostri occhi c’era un nero solcato da lampi di energia, a volte luminosa ma altrettanto spesso oscura. E solo la poesia con il suo disordine del sentire, con la violenza della verità poteva assomigliare ad una equazione che descriveva un fenomeno visto e ancor più percepito. Solo che la poesia la sentivano tutti, non solo gli osservatori ricchi di scienza e se risuonava in maniera differente, in ciascuno, il risultato non cambiava: sotto l’ordine c’era un vulcano pronto ad eruttare verso il cielo l’immenso contenuto dei desideri, delle aspettative e della realtà percepita e di quella voluta.

E così pensavo che quei palazzi erano belli, ma monotoni come l’utile che senza l’inutile e la sua fantasia renderebbe grigia ogni ora.

 

archi ribassati

Spiegava l’evidenza, ovvero che un arco ribassato, una volta senza l’ausilio della cuspide gotica, premeva sulle spalle di appoggio. Il ponte della Costituzione a Venezia è un po’ così e magari se le rive non tengono tutta quella spinta, oppure s’allontanano perché annoiate dai tanti piedi distratti, alla fine cadrà in acqua. Sarebbe una logica conclusione all’imperizia e all’incuria, al mercantilismo con cui il bello è diventato bazar, consumo di pietre per piedi trascinati, confusione di economie tra chi risiede e chi viene, prende e se ne va.

Intanto, pensucchiando, era diventata notte e nella via dov’ero nato, gli archi ribassati dei portici che vedevo erano chiusi da solide barre di antico ferro, stanco persino di ruggine e delle mani che si erano appese per dondolarsi come scimmie, per tirarsi su, per dimostrare che anche da piccoli si riusciva ad essere forti quando non esistevano palestre e gli esercizi ginnici erano in aule polverose vicino ai banchi. Ovvero, esistevano le palestre ed erano un retaggio ottocentesco, forgiavano ginnasti e spadaccini oppure pugili che avevano giri e parole loro. Ma erano guardati con quel giudizio imbecille che li apprezzava solo quando combattevano oppure conquistavano medaglie, per il resto erano persone a parte, confinate in circoli dove era meglio non andare, frequentare, parlare.

Così ricordando, scorrevo, quegli archi tenuti da sbarre malfidenti, che poggiavano su pilastri di diversa dimensione. Alcuni tozzi e massicci, sembravano fatti per sorreggere l’intera casa. E anche se non era vero, se ne atteggiavano e avevano intonaci strani, riccioluti in punte aguzze di malta grigia, forse per impedire che le persone s’appoggiassero. Pensavo che i proprietari avessero pensieri grevi e che pur costretti a un pubblico portico volessero difendere la proprietà oltremisura, per cui un povero non potesse riposare nell’ombra, non ci fossero questuanti davanti casa che togliessero decoro e infastidissero i visitatori, fosse precluso il sostare che cerca un muro a cui posare la schiena o la spalla. Precauzioni inutili perché il lezzo greve della pescheria poco distante, toglieva ogni aspirazione di nobiltà acquisita a quelle case e quella strada, pur con i suoi palazzi nobiliari, i merli ghibellini, le porte alte e i legni pregiati dei portoni, era pur sempre terra di botteghe e d’artigiani e il fabbro, che aveva la fucina davanti alla mia casa, forse era stato quello che aveva battuto quelle barre per gli archi, aveva forgiato catene per tenere insieme pareti perimetrali stanche e non aveva badato al fortore della pescheria che s’appiccicava ai mattoni, li permeava d’estate di una patina di decomposizione organica, confondeva spazzatura e portici come accadeva nelle vie medievali, in attesa che una folata di vento ripulisse le narici prima che l’aria, no, batteva, lavorava, scherzava col vicino commerciante, salutava le signore e si schermiva della sua canottiera blu che portava in estate e inverno, ridendo, cantando e facendo.

Altri archi erano su colonne più sottili, su capitelli recuperati da scavi che si distinguevano proprio per le loro diversità. Sembravano poco preoccupati di spinta e peso, quei contrafforti esili, che avevano una eleganza da ballerini consumati, tangheri, come si diceva storpiando e sorridendo dell’andatura un po’ claudicante del ballerino di tango che spazza la pista col passo strascinato prima d’ essere richiesto. Leggeri e pieni d’anni, incoscienti, reggevano pesi e sostenevano. Mi chiedevo nei pensieri oziosi di calura, cosa tenesse davvero quel marmo, se non vi fosse una convenzione tra cose che alla fine, cooperando, mostrasse non la realtà ma l’apparenza, ovvero se il tenere o meno fosse altrove e quegli archi con quelle sbarre, adesso davvero necessarie, non si reggessero da soli, per cui l’appoggiarsi fosse carezza al marmo, bacio affettuoso e non peso. Un affetto per tutti gli anni passati assieme, per la vicinanza che ingentiliva e rendeva lieve l’arco di mattoni con l’ormai inutile chiave di volta, come accade alle coppie dove lei fornisce a lui quel supporto di leggiadria che lo illumina e gli raddrizza le spalle, ne rende interessante il viso e la figura, perché assieme stanno bene e si vede.

Così la via correva nella notte, tra odori intensi e silenzi di mura che trattenevano il respiro di chi passava. Mi sembrava che in quella via ci fosse più aria quand’ero piccolo, che gli odori non entrassero nelle case, ma scivolassero via come ombre sui muri. Che quegli archi fossero occasione di gioco, d’ombra e sosta per chi passava, che le grate delle cantine alitassero sempre quel misto di fresco e muffe di cose dimenticate ma non buttate. Osservando le superfici, passavo i polpastrelli su granulosità che erano lisciate dall’uso, dalla consuetudine che hanno i bambini di toccare. Come se essi sapessero che c’è una memoria del tatto e che quella resta a lungo pur estraniandosi dal luogo, e c’era il ferro rugoso, la pietra d’Istria che si sfaldava piano, il sasso liscio che parlava con il palmo. E c’erano quegli archi che incorniciavano il cielo sopra le case, e bisognava essere piccoli, per vedere il cielo, piccoli di statura e grandi di semplice sentire.

la parola

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La parola volteggiava,

era farfalla d’infinitesimi pulviscoli,

scia di colore che non s’ afferrava.

Era lieta dello scorrere tra labbra, 

del preannuncio d’un pensiero,

dell’altro in cui sorridendo galleggiava.

E mandava luce, susseguiva:

sentiva in sé tensione d’atomi,

scorrer di molecole, distillar di senso, 

così, libera, generava.

Pronunciata e attesa,

era arcano maggiore

voltato e sussurrante mentre l’indeterminato raccontava,

così preciso, attento, che

filtrando tra gli occhi chiusi nel sole

dipingeva mare e cielo assieme.

Forse lo stesso colore, 

ma diverso eppure, come l’anima che ascoltava

e ondeggiava e mutava per un detto , forse sfuggito,

però voluto,

confermato nel muoversi di ciglia.

così il cuore si stendeva, e abbracciando accoglieva 

o fuggiva, rintanando nel sé impaurito,

ma ancora cercava quella farfalla,

quel lampo che scappava tra le dita,

perché dell’anima non si sopporta il grigio 

e neppure la notte

senza del colore la luce e il suono.