flebile protesta

Mi rendo conto che può sembrare una sciocchezza, che ci saranno mille cose più importanti e mille motivi per giustificarla, ma il fatto che uno dei più grandi direttori d’orchestra del ‘900, non ci sia nella serie di Repubblica e che assieme a lui ne manchino molti altri, che non ci sia un criterio di scelta, insomma una sporca ragione, la dice lunga su come si muove l’industria che vuol essere culturale. Chissà che problemi di diritti ci saranno che non sono compatibili con i due euro di vendita. Chissà chi ha scelto e quali limiti gli sono stati dati, visto che in quei due euro ci deve stare pure il guadagno oltre al costo. Chissà che sia così, perché se fosse una dimenticanza sarebbe peggio. Ma per favore, lasciamo stare l’idea che ogni cosa fatta da un grande gruppo sia oggettiva, rappresentativa o assoluta. Lasciamo stare perché come ci si accontenta di molta informazione senza approfondire, così si prende per buona la rimasticatura d’altri. Nel bisogno contemporaneo d’assoluto, che pure sembra inarrestabile, si trascura e si espunge, semplicemente perché l’assoluto vero costa troppo. Fosse solo il tempo di leggere e capire, farsi una propria opinione motivata, discuterla e imparare, costa troppo.

n.b. Il direttore è Carlos Kleiber, riconosciuto come tra i più grandi direttori del ‘900. Ma mancano ad esempio, Toscanini, Walter, Ormandy, Ansermet, Stokowsky, Mengelberg, Klemperer,  Harnoncourt, ecc. ecc.

Per fortuna che c’è you tube.

salotti virtuali

Ci sono conversazioni in cui prevale la ricerca di dire qualcosa di neutro che riempia l’aria. Questi non rapporti veri sono continue piccole apprensioni seguite da momentanei sollievi. Si spera che detto qualcosa altri continuino, come quando si spinge un auto con la batteria scarica e si spera che dopo resti in moto, ma invece dopo pochi passi questa si ferma e allora si ricomincia. Il sollievo è che finisca una situazione che ci fa chiedere cosa ci facciamo lì. Insomma che accada qualcosa: il decollare della conversazione, il silenzio, un imprevisto. E fino al commiato, qualsiasi di questi futuri possibili racconta che il proprio tempo è stato mal speso. Ma in quest’epoca, l’arte della conversazione leggera è ora destinata ad altri luoghi che non sono il parlare tra un divano e una poltrona. Facebook e i tanti posti virtuali sono a disposizione, per dire del nulla che si vuole trasmettere per ottenere che qualcuno ci ascolti. Eppure non siamo nulla. Dev’essere che nessuno ascolta più e vorremmo avere l’attenzione sempre e comunque. Un tempo non era così, l’attenzione arrivava con un po’ di autorevolezza, alle cose futili, al tempo, si riservava il non voler mostrarsi. Adesso nei salotti virtuali ci si mostra senza ritegno e la futilità diviene una qualità. Per fortuna le eccezioni sono molte, ognuno si sceglie e semplicemente basta andarsene, non occorre neppure salutare. Però non c’è dubbio che la leggerezza stia diventando un modo d’essere, come fossimo tutti in un gigantesco salotto e tutti parlassero con tutti. Contemporaneamente. Almeno la fisicità faceva argine al futile, mentre ora pare non conti l’essere esposti ad un giudizio. E a questo nessuno si può sottrarre solo che la solitudine che dilaga è disposta a perdonare assai. Allora il problema non sono i mezzi, i salotti globali o la futilità del dire, ma la solitudine che cresce e ci mangia le relazioni vere, le vite. 

ti parlo della primavera

IMG_6563[1]

Mi verso il caffè nel bicchierino, come si fa a Trieste, come faceva mia nonna, che triestina non era. Ha un sapore di casa, il gusto lungo del caffè estratto con dolcezza. Le dita faticano a tenere il vetro bollente, così sorbisco lentamente, con gli stessi gesti antichi che ho ritrovato percorrendo quel grande arco che va incontro al sole e attraversa i Balcani verso Istanbul e poi giù, attraverso Siria ed Egitto sino al Corno d’Africa. La stessa strada che hanno fatto i piedi dei nostri antenati. Sorbire, scaldare le dita, poggiare, parlare con lentezza, e ricominciare. Chissà se è primavera in Eritrea oppure il sole già brucia e di giorno s’esce poco. Guardo fuori dai vetri, il cielo s’è ingrigito, ma il mandorlo è luminoso. Tiene per sé una luce che restituisce in quei fiori di cinque o sei petali che ora sono dappertutto. Anche sul tavolo dove ora sparge petali e riempie di profumo intenso la cucina.

Dovrei parlarti della primavera qui in pianura, ma ho solo colori che gli aggettivi sporcano tanto sono teneri. Solo il verde tarda un poco e non è ancora così nuovo. Camminando attorno alla città ho visto i campi coperti della peluria degli steli appena accennati tra il bruno della terra, si capisce che questa nutre e verrà sopraffatta da ciò che sta nascendo. Già muta nel verde al limite dei fossi, tra i narcisi a frotte che, secondo loro alchemici sogni, si sono installati in gruppi fitti lungo i clivi. Ci sono molti colori e dappertutto. Le fioriture sono così improvvise, da un giorno all’altro, e noi così immemori, che ne siamo sorpresi e additiamo tra noi sorridendo ciò che accade. I marciapiedi di città sono tappeti di fiori che macchine solerti spazzano di buon mattino. Ne sento il rumore da casa, vengono anche nel vicolo, ma gli alberi le sbeffeggiano perché appena se ne sono andate ricomincia la pioggia di petali sulla strada. Ho osservato che il grigio nero dell’asfalto sta bene con tutto, anzi ravviva i colori. Insomma attorno c’è un gran lavorio di piante e di fiori che non lascia indifferenti.

Tra i negozi sotto i portici, sono le pasticcerie a parlar presto di primavera. I dolci teneri e le focacce hanno preso il posto dei fritti, ultima propaggine d’inverno e carnevale. Mi pare che pure la gola cerchi adesso una sua età dell’innocenza e che il correre sui prati, il primo sudore che si rapprende all’aria, corrisponda a un sentire che rende leggera la voluttà. Non è ancora tempo dei vestiti che giocano col corpo, però i soprabiti ingentiliscono il passo. Anche la sensualità s’alleggerisce e attorno è tutto un produrre d’ormoni, di fluidi che scorrono, gemme e steli che s’inturgidiscono, vien naturale che il corpo li segua e si conformi. Non c’è il greve del chiuso, delle passioni in cui l’aria s’addensa, i colori e i sensi s’inscuriscono, adesso è la luce che trionfa e pare tutto avvolgere di leggerezza. Ho l’impressione che tra i tanti tipi di bellezza, ce ne siano alcuni dove essa si rinnova e che sia inutile cercare di prenderla perché deperisce tra dita e che pure le mie parole non ti dicano molto di ciò che davvero accade attorno. Sarebbe un buon modo parlarne rivolti al cielo, stesi sull’erba a guardare nuvole gonfie di bianco. Senza alcuna fretta , con un tempo nostro. La vedi quella che sembra un cappello con un viso che sorride e quell’altra non pare un cinghiale che rincorre una palla ? Parlar di ciò che pare, perché ciò che è, sta dentro ed ha una sua bellezza che entrambi sappiamo. Solo che non si dice.

 

almeno un puparo

IMG_6559[1]

Ho bisogno di quiete per temperare i furori del non capire cosa ci sta accadendo. A volte mi sembra tutto così insensato e banale che scrollare il capo diventa ginnastica per le cervicali, a volte, invece, penso che non c’arrivo, che c’è una ragione sottostante che non serpeggia tra gli accadimenti, ma ha una sua linearità, una sorta di grande puparo con una mente coordinata che ci recita un po’tutti.E che sia lui a tesser reti attraverso i fili che noi crediamo muovere per libero arbitrio, che a lui la confusione faccia gioco, e rida. Come ride il puparo, sgangherato e cinico, ma che almeno qualcuno sappia dove si va. Ma poi penso anche che potrebbe essere davvero tutto come appare e che il vociare impedisca di avere una direzione o un fine. Che miseri saremmo se non ci fosse un futuro condiviso, una direzione, o l’essere dentro un flusso comune, e che invece tutto divenisse un agitar di atomi come usano i gas, se li si riscalda. Occupano tutto lo spazio e delle loro capocciate non serbano memoria, rimbalzano in cerca d’una via d’uscita, di un luogo da occupare, senza rendersi conto che è lo stare assieme che dà solidità alle cose. Allora preferisco avere un nemico da scoprire, una volontà da combattere, qualcosa d’intelligente, anche se mi è contro, che giustifichi lo stare assieme. Mi tornano a mente le vite che si coniugano, e non parlo di matrimoni, ma di unioni che portano avanti assieme amore e direzione in un dentro e un fuori che diventa solido più del diamante. E restano a far da esempio, a te, a me che ci ostiniamo ad andare in una direzione mentre tutt’attorno sembra impazzi la confusione. 

fallimenti & co.

Nella storia dei fallimenti perpetrati, subiti, inseguiti con determinazione hai trovato positivi riscontri: qui una crescita, lì una fermata prima dell’abisso, appena oltre una cicatrice che ora sorride, ma ancora duole un po’.

Si sa signora mia, il tempo, l’età, la testa. I fallimenti sono lucertole da prendere per la coda, delicati, ma perfetti per stare al sole, percorrere pietre e rendersi conto che si è vivi.

Eppoi i fallimenti mica te li invidia nessuno, solo tu li puoi capire e capisci anche dei successi non resta nulla ai comuni mortali, che solo tu li ricordi, che a te parevano importanti e agli altri già subito un po’ meno. I fallimenti, invece, ti hanno preso a sberle, corretto con la violenza che cambia davvero, ti hanno costretto a tirar fuori la forza che non pensavi di avere. Ma sopratutto i fallimenti erano te. Non c’è stata fortuna a favorirti, anzi, non di rado, il caso ti ha girato le spalle, oppure non hai capito a tempo che non potevi fare affidamento solo su di esso. Spesso è bastato un nonnulla per rovesciare quello che sembrava andare per il giusto verso e questo ti ha insegnato che la distanza tra una vita e un’altra è davvero minima. Almeno all’inizio, poi divarica.

I fallimenti ti hanno detto che il tempo passa e non è galantuomo, che non verrai risarcito, ma la vita è davvero tua se ritenti.  Capisci che i fallimenti sono la tua misura, che la prossima volta accadrà ancora, ma sbaglierai un po’ meno. I fallimenti sono diari che ti ricordano chi sei stato e te lo dicono davvero, senza sconti e tenerezze. Ed è da loro che senti che la vita è un orologio, bisogna regolarlo ogni tanto e caricare ogni giorno: segnerà un’ora che pare la stessa ma è diversa. Ancora una volta, riproverai, ancora una volta approssimerai il successo che solo tu hai dentro. E sarà sempre un nuovo vivere.

calda primavera

Piccoli schiocchi, 

rumori di cose in cerca di sistemazione notturna,

amici d’abitudine:

il giorno ha avvolto la casa d’inopinato calore

ed ora stira le sue ossa di pietra. 

Tra i muri vecchi, 

s’è svegliata la lucertola nel suo nido di malta,

è la stagione dei contrasti, 

il calore fluisce, ondeggia, 

incarta la notte col giorno, 

e poi posa nel vicolo, 

tra case e finestre ormai scure,

Così tornando nell’ora tarda 

m’ha accolto un abbraccio, 

un tepido sapore di casa e di sonno.

Lo assaporavo, ricordo,

finché un fruscio di fogli scivolati

s’è disteso in più stabili equilibri,

e l’ultima lettura è entrata nel sonno.

non basta mai

DSC04253

Alla cassa dell’autostrada, seguendo i pensieri, dissi ad alta voce: non basta mai. E il casellante rispose, a chi lo dice? Non parlavamo della stessa cosa, a me venne da ridere e lo ricordo ogni volta che non basta mai, perché ci sono stati dell’essere, così felici che non si saturano, bisogni che restano tali e sono un modo singolare della vita. Gli innamorati conoscono bene questa furia necessaria d’altro, una sete che lascia sempre il senso dell’insufficienza. E così ogni saluto è una piccola disperazione, l’attesa prolunga il tempo, lo sfilaccia in frange di vissuto indifferente.

Tu mi basti e non basta mai. Chi può dirlo è fortunato, eppure non lo sa davvero, sente l’assenza e non la magia della mancanza, del vuoto che significa bisogno, desiderio che non si esaurisce. Merita il cibo chi ha fame, per questo il bisogno, il desiderio dovrebbero controllarsi a vicenda, non essere in noi un tumulto che vuole uscire e gridare la sua diversità, ma un fiume che spinge. Torno spesso su quest’idea del flusso, mi è cara perché è ciò immagino della vita e siccome si vive per antinomie ed ossimori (anche), cos’è più singolare del provare sete dell’altro sinché si è all’interno di un fiume?

Non basta mai è ancora scevro dalla proprietà, è il bisogno della conoscenza e dell’amore. Che strano, vale per qualsiasi passione questa bulimia del possedere senza possesso, il bisogno di essere più compenetrati dall’altro, di avere di più per essere di più. E si percepisce l’altro come illimitato, non si esaurirà mai, è un continente che si apre. Se ci pensate vale ovunque ci sia una passione vitale, è indifferente alle classi sociali, alla condizione, lo sente l’uomo di cultura e l’illetterato, l’adolescente e il vecchio, lo scrittore, l’artista, lo scienziato, insomma l’uomo che è nella passione. Questo bisogno, per gradi, s’ insinua e genera una richiesta ulteriore, di vista, di parola, di senso, di profondità. Sensibile e immateriale assieme, soddisfa e genera bisogno.

Non basta mai, dopo l’impeto del tumulto diventa placido nella pianura del vivere, gonfio e sorpreso di sé, e scopre il suo bisogno d’altro. Che sia questo ciò che si confonde con il per sempre? Il non basta mai non si esaurisce, confluisce in una conoscenza fatta di consapevolezza e si trasforma. E’ diventato altro, si guarda, e nei casi migliori è conscio di non possedere perché ha trattato e tratta la bellezza. E’ felice di avere ciò che gli consente di procedere, di riscoprire nei dettagli, e ciò che prima era sfuggito nella voracità diventa prezioso. Quanto è stato lasciato indietro, incluso nello sfolgorio del bisogno, come riluce adesso che con la calma si vede ciò che sembrava celato. Eppure era alla vista, chiedeva d’essere solo riconosciuto. Dal non basta mai alla meraviglia del continente che non si scoprirà tutto, la sensazione che mai si riuscirà a percorrere una passione interamente. E’ la consapevolezza dell’ignoranza che toglie la fretta al non bastarsi ce n’è fin che vuoi e vorrai.

Non ti basterò mai finché mi cercherai. Non funziona sempre così, spesso è il presente, la passione, l’abbaglio a prendere per mano e ad esplorare con furia. Altra modalità del vivere. Coesistono, a volte accade l’una, a volte l’altra, a volte assieme, ma è il tempo a fare da crivello, ciò che resta non basta davvero mai. Sbaglia chi pensa che i ricordi, le persone si esauriscono in sé, c’è una porta rimasta aperta, una luce che filtra, un percorso che è continuato, ciò che siamo è la somma di ciò che non è stato assieme al poco che davvero è stato. E’ ciò che non è bastato che ci ha segnato e ci segna. Beato chi davvero chiude, il sazio che incurante si abbevera e poi continua immemore. Beato oppure monco di una sensazione di infinita dolcezza qual’è quella di guardare nel vuoto e vedere altro? Il bisogno e la sua soddisfazione, l’opera d’arte come metafora della vita, e quale opera si può davvero sentire conclusa? Per questo anche quando basta, ciò che conta non basta mai. 

corrispondenze

DSC06379 (2)

Corrispondenze. Idem sentire (arduo). Voler avere lo stesso ridere, le stesse lacrime (sogno romantico). Decrittare segni, con attenzione. Sì, attenzione, questo è importante. Cogliere nelle parole un desiderio di vita. Quello. Proprio quello che corrisponde alla vita sognata e vera. Termine di confronto che fa diminuire l’altra, quella dovuta. Eppure reali entrambe, solo che una è un amore sognato, un desiderio che s’avvera, l’altra è dovuta e quindi sembra povera.  

Quando s’avverano i desideri, non si sa bene che farne, l’avverarsi è la loro morte. A che corrisponde un desiderio avverato? E in fondo a quel desiderio ci si era affezionati. Per questo i divoratori di reale sono tali, con una fame inesausta per coprire il vuoto e l’impazienza. Rispettare ed essere attenti alla vita, significa avverare i desideri con rispetto?

Costruire allora una macchina compatibile e discreta dei desideri, con un flusso che esce e spinge piano, in una direzione. Stare immersi in esso, dov’ è caldo, ci si avvera, soddisfa e ri genera.

C’era la mimosa

IMG_1025

A casa si sapeva dell’otto marzo. Mia madre diceva che era una giornata per le donne, c’era la mimosa, il senso di una particolarità, ma non si sapeva bene cosa augurare e in fondo tutto era come gli altri giorni. Però c’era molto rispetto. La violenza era stata prima, difficile sfuggirle in quegli anni. Il rispetto era nelle persone che si erano messe assieme, segno che si poteva sfuggire ai proverbi, al dover essere di qualcuno come identità. E non era questione di mitezza, anche se mio padre era una persona pacifica e decisa, era il valore del rispetto che in casa non era solo una parola e quello che si dava agli uomini era lo stesso per le donne. Mia nonna diceva che suo marito non le aveva mai detto neppure tirete in là, per scherzo. Quindi anche prima il rispetto era un valore, una sostanza per quella specie d’amore che circolava allora.

Mio padre, io stesso, siamo cresciuti da soli con donne, e il prendersi reciprocamente cura è stato naturale. Uno scambio, pur restando nei ruoli. Anche il rispetto si apprendeva tutti i giorni, magari con qualche ceffone per aiutare il concetto, ma non era una fatica. E’ stata una fortuna, anche se penso che sia la violenza ad essere innaturale, non la comunicazione e il rispettarsi. In più oggi c’è molto, la possibilità di andarsene, ad esempio, ma capisco che in una casa si gioca molto più che un rapporto d’amore, si crea e si riproduce ciò che c’è all’esterno. A volte si pensa d’essere in un isola o in una fortezza ben munita, ma in tutto questo chiudersi, in realtà si chiudono solo gli occhi. E il microcosmo dei rapporti in casa sarà in piccola parte ciò che accadrà fuori. La coscienza delle donne cambia gli uomini, li mette davanti alla loro debolezza, per questo sono loro che cambieranno il mondo. In meglio. 

terrazze

IMG_6430

Un lettino riposto in un angolo, i muri gialli, l’aria che muove pochi panni stesi. Le terrazze sono vuote di sole, nessuna pelle attende di abbronzarsi, pochi passi frettolosi scaricano gli stendini. Pochi rumori di faccende e torna il silenzio delle case verso i cortili, si chiudono le finestre delle stanze da letto lontane dal traffico del corso. Facciate che non mostrano, che non devono mostrare. La filosofia zen stabilisce che una parte dell’opera dell’uomo non debba essere finita perché la perfezione è riservata alla divinità. I muratori di pianura mica lo sapevano, e neppure gli architetti, solo che gli pareva inutile abbellire ciò che non era visto da tutti. Così le facciate si mostrano sul corso, mentre qui ogni spazio ha un suo posto, una funzionalità che ha trovato stabilità nel tempo. Si sono radunate piante, montati condizionatori, scavati nuovi camini, chiuse verande, segnati i muri di nuove telefoniche comodità. Ciascuno per suo conto. E in questi lati nascosti è più esposta l’intimità del vivere segreto.