dizionario personale:carburare

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Tra noi si diceva, carburare, ed era ciò che superava lo sforzo dell’iniziare. Una parola grezza, forse il retaggio verbale delle dita sporche di morchia e olio dei primi motorini, oppure la sensazione di quell’odore che conosce chiunque abbia avuto una moto d’altri tempi. Lo si dice ancora, tra coetanei, ammiccando significati maliziosi. Come allora. E avere parecchi anni concede lussi inaspettati, da giovani. Il carburare era riferito a parecchi avvii, al primo bicchiere di vino, all’aggirarsi attorno alle ragazze, all’iniziare qualcosa, divertimento o lavoro che fosse. Il carburare mattutino era fatto di caffè. Moka, una sineddoche forse, e mica lo sapevamo allora. Caffè, molto. Prima una sigaretta e qualche colpo di tosse, che faceva uomini. Poi ancora caffè con il latte che faceva bambini. Poi gli espressi al bar. Cose da maschi. E invece no, le donne di casa si salutavano con il caffè e continuavano durante il giorno, con un rito che le metteva assieme secondo regole a noi difficili da capire, ma tra loro funzionava, eccome se funzionava. Con noi no, il caffè del mattino era un rito solitario, gli altri, una scossa e via.

Carburare era mettere in moto un motore rugginoso di sonno, un aprire gli occhi per convincersi che c’era qualche utile (?) battaglia da combattere, un uscire in strada fischiettando. Mancando l’iphone, le musicassette e l’mp3, fischiettare era d’obbligo. Le ragazze imparavano tutte le parole delle canzoni, i ragazzi inventavano o meglio, fischiavano. Che battaglie si possono combattere senza musica? Beh  lo  sanno i generali che la musica la portavano all’assalto, con ottoni e tamburi ed era di tutti. Non come adesso che diventa un fatto personale, da auricolari. E li immagino i soldati che da una parte ascoltano gli ordini e nell’altro orecchio sentono la hit preferita. L’idea della vita come lotta, battaglia, veniva dai nostri padri. Quelli che la guerra l’avevano fatta o conosciuta e si erano sentiti in obbligo di trasferire l’esperienza in un confuso alternarsi di richiami al dovere e compiacimento per la trasgressione, aiutati in questo dall’abbondanza che c’era attorno. Niente era gratis, ma tutto era possibile. Soprattutto vincere. E il caffè serviva per affrontare il giorno. Le donne di casa, quando volevano aiutarti, lo portavano a letto il primo, e non era un riconoscere la differenza, ma un invito a darsi da fare e a togliersi dai piedi. Il giorno come una sfida, questo imparavamo, e il piacere non era il sorbire il caffè, che veniva ingollato, e neppure la chiacchiera, ridotta alla laconicità, parlare e sorseggiare erano cose da donne, serviva la sferzata che metteva in moto il motore, il colpo di manovella, uno sbuffo di fumo e il sangue che cominciava a correre.

Sono passati così tanti anni d’abitudine, ma stamattina il caffè è turco/americano. Lungo, da meditazione, da sorseggiare guardando fuori dalla finestra, poi si comincerà, ma per adesso il pensiero si sospende. Come un acrobata a 20 metri da terra, volteggia lentamente senza rete. E’ così che dev’essere il pensiero, se si guarda fuori da un vetro e si vede altro. Si sente altro. Indugiare e lasciar tempo ai sorsi di colmare di gusto la bocca, poi si andrà. Ora va bene così. Battaglie che non sono più tali, perché tenaci, lente, da confronti intelligenti e rispettosi dove si convince l’avversario e lo si rende alleato. A volte. E sempre dargli molte possibilità di fare assieme dopo. Dopo aver carburato, meglio fare qualcosa che abbia senso oppure una risata ci seppellirà. Bisogna ricordarselo. E un sorriso sarà un incontro o una stilettata. Dipende da quello che si fa capire. E’ un gioco d’intelligenza, non bisogna scegliersi avversari stupidi, che gusto ci sarebbe?

Guardar fuori e prendere il giusto tempo, la vita non è una battaglia, ma una acrobazia. O meglio una danza. Quanto tempo c’ho messo a capirlo. Carburare con il gusto di vivere e muoversi piano, con leggerezza, convinzione e forza. Sapere dove andare. Lo ricordo ancora che me lo chiedevano: dove stai andando di corsa? Mi giravo indietro e sorridevo. Ecco, a me piace scegliere dove andare e a volte solo correre, ma per il gusto, non per altro.

mattinale

Il bambinetto pedala sul suo triciclo. E’ a torso nudo, ha un paio di calzoncini scozzesi un po’ troppo grandi. E’ cicciotto e allegro. Si gira spesso per controllare il rimorchio di plastica su cui ha messo palette e secchiello. Ha giocattoli vecchiotti, ma è felice. Gira attorno a una casa di periferia, fatta negli anni ’50. Case di malagrazia e di molta fatica, senza progetto e di nessuna bellezza, ma è servita per dare un luogo e una prospettiva ad almeno due famiglie. Ghiaia e una corsia di cemento tutt’attorno, sulla rete di recinzione, roseti, potati innumerevoli volte, fioriscono, nell’angolo una baracca di lamiera. Il bambinetto ha una casetta di plastica da giardino, era molto colorata, ora è stinta e forse riciclata, come i calzoncini, da un fratello più grande. E’ un po’ sbilenca, lui si ferma, mette a posto il tetto, raddrizza una parete, poi parcheggia il triciclo e con gli attrezzi comincia a scavare. Si vede che è intento e felice. Del sole, della giornata calda, della stradina silenziosa, del richiamo della mamma che gli annuncerà qualcosa che lo riguarda. C’è amore attorno, una giornata felice, un futuro. Lui non lo sa ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte resterà così, dipenderà anche da lui quando sarà adulto.

A Gaza ho visto case simili, tantissimi bambini che giocavano, strade che finivano contro una casa, proprio come in questo vicolo di periferia. C’era caldo, il cielo era di un azzurro preoccupante, da giorni non si vedeva una nuvola. Cominciava la seconda intifada e ci dicevano di stare attenti, lì ho ritrovato la follia della normalità nella guerra dove la vita continua mentre si spara a poca distanza. Non ci è accaduto nulla, la sera tornavamo a Ramallah, si parlava di futuro, di progetti. Cenavamo tardi e la notte si sentiva il crepitare delle armi automatiche distanti.

In un altro vicolo vicino, una ragazzina torna a casa dalla piscina. Ha uno zainetto, il vestito leggero, l’abbronzatura di città e cammina con un passo aggraziato. E’ magra, molto carina, fa il primo anno di liceo, ha bei voti e una famiglia disastrata in cui vive. E’ nella bellissima età in cui ci si innamora perdutamente senza alcun filtro sociale e tutto sembra possibile. La sua dolcezza riscatta gli urli della casa da cui proviene. L’ho vista giocare poco, ma di sicuro l’avrà fatto, adesso la sento come una possibilità bella di vita, un contenitore di sogni che in parte si realizzeranno. Studierà e se ne andrà, potrà vivere ed essere felice. Lei forse ancora non se rende conto appieno, ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte del mondo resterà così, dipenderà anche da lei e dal suo impegno di adulta.

Penso ai tre ragazzi ebrei, uccisi da un odio senza umanità. Penso ai 4 bambini palestinesi morti ieri in spiaggia a Gaza mentre giocavano spensierati. Penso agli oltre 200 morti palestinesi di una guerra incipiente. Sento l’indifferenza dell’estate attorno, le emozioni leggere che fanno saltare le pagine di giornale e puntano al gossip, al positivo e confinano tutto in un brusio lontano.

Come si ama, si vive, si cresce, si provano sentimenti nell’età in cui tutto accade lontano? Perché se parlo di crisi, di difficoltà, di politica, anche qui sento il silenzio? E’ l’indifferenza, il tener fuori dalla propria porta il mondo che ci salverà? Non mi indigno più troppo facilmente, e non è cinismo, il fatto è che mi commuovo e la commozione è la spia dell’impotenza, del sentirsi inermi di fronte a un mondo che non è quello che sembra logico. Non quello che vorrei, ma quello in cui sarebbe bello vivere. Parlare di ciò che si sente, della bellezza, dei sentimenti è in fondo facile. Posso ascoltare musica, leggere libri che mi appassionano, godere dello spettacolo della natura, posso camminare, provare sentimenti profondi, pensare che tutto questo abbia un futuro e parlarne a persone che sentono le stesse cose. Posso decidere cosa fare e ho tempo per posticipare. Quando c’è la precarietà e la guerra, anche mezz’ora viene vissuta come un pezzo di vita, mentre io posso permettermi di vivere a tratti, di dire farò domani, di godere di un’attesa. Chi ha una guerra attorno non può farlo, deve vivere adesso, avere sogni immediati.

Non posso farci niente, però mi chiedo se essere insensibili, non parlarne, non sentirsi parte del mondo poi ci aiuti a stare davvero meglio. Avviene tutto fuori dalle nostre vite e ci chiudiamo in un particulare che alla fine diventerà la nostra dimensione. Toglierà le speranze comuni, non ci farà sentire in grado di cambiare assieme ad altri il mondo. Mi pare che tutto si restringa, che diventino angusti i vicoli in cui vivo, la pace che mi consente di pensare, provare, riflettere è un privilegio. Ho tristezza per quelli come me che sentono la propria impotenza, fiducia che il bambino del triciclo, la ragazzina, i tanti ragazzi che vedo per la città faranno qualcosa di sé. Tenteranno una felicità che li riguarda. Non so se diventerà una felicità comune, non so neppure se ho insegnato a mio figlio che la felicità comune è più grande di quella singola.

E’ mattina, c’è il sole ed è estate. Io sono parte di un mondo, mi tengo i dubbi, le piccole felicità e la sensazione che qualcosa mi sia, ci sia, sfuggito. Ma forse c’è tempo. Forse.

non disturbate il manovratore

Ma Renzi si è chiesto perché, con una figuraccia non dappoco in borsa, gli investitori istituzionali, le banche, i fondi, non hanno comprato FinCantieri?

Una risposta a questo che sembra un fatto collaterale, dà invece misura della realtà: il denaro non ha bisogno di troppe parole e la fiducia ha sempre tempi molto brevi. Si nutre sostanzialmente di giudizi, spesso di pregiudizi, ma soprattutto non abbocca. FinCantieri costruisce navi e se non è in grado di essere un leader certo e imprescindibile, diventa un investimento a rischio. Questo vale anche per l’Italia che vuole la fiducia di chi mette soldi propri o altrui per guadagnarci, i segnali da dare dovranno essere inequivocabili, certi. Spregiudizianti direi con un neologismo cinico ma reale. Insomma si deve far capire qual’è il piano della crescita. Ed è questo il punto dolente: manca un piano industriale dell’Italia. Del ministro dello sviluppo economico, autorevole rappresentante di Confindustria, si sono perse le tracce, non è presente autorevolmente in nessuna delle crisi che stanno costellando il sistema produttivo, ma ancor più non è presente nell’indicare quali saranno i provvedimenti urgenti per lo sviluppo. Al suo posto parlano i ministri del lavoro, delle infrastrutture e sopratutto il Presidente del Consiglio. Già parlano. Un tempo si esponeva sui tram quel cartello per non disturbare chi aveva l’intelligenza del condurre, ma erano le rotaie a dare la direzione e il problema era il traffico, i passanti e l’orario, non il punto d’arrivo. adesso non è chiaro neppure quello e i “capitani coraggiosi” che coraggiosi non erano, hanno scelto altre rotte. Per questo si parla molto e d’altro, di riforme costituzionali, di senato e assetti burocratico-amministrativi. Cose importanti, ma che non interessano agli investitori, tanto che questi scelgono chi predare e si portano via i pezzi migliori perché il resto non gli interessa. Il risultato è che il Paese impoverisce di tassazione chi è a reddito fisso, le imprese che non delocalizzano e nel contempo perde i suoi asset importanti, la capacità di essere davvero competitivo e di avere un made senza alternative per i consumatori. Certo restano alcune eccellenze, ma come i santi e gli eroi sono fari nella notte. Il resto è un bisbigliare d’altro che non aiuta e i fatti collaterali come FinCantieri indicano qual’è la fiducia che in questo momento viene attribuita dall’economia reale all’Italia. E’ difficile, ma lo si sapeva. Lo sapeva Renzi quando si è proposto come traghettatore e salvatore, ora bisogna attaccare sul serio l’inefficienza del Paese, l’evasione e il parassitismo. E lì le parole non basteranno, serviranno le mani.

l’irriformabilità del reale

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Perché ci si rifugia nella poesia, in quella di senso e sentire, in particolare? Credo sia perché ciò che c’attornia si rivela irriformabile, oltre la nostra portata di formiche volenterose. E’ una presa d’atto che ci fa tornare a noi, chiudere qualche finestra, concentrarci su ciò che ci accade. Accade a noi, non a tutti, portando la dimensione del disagio e del dolore in un ambito che almeno è finito. E come tale rassicura. E’ il nostro perimetro. E questo diviene anche il luogo delle speranze che perdono il noi, il collettivo, e si confrontano con la propria condizione, con quell’io, arduo e complicato, ma pur sempre disponibile in termini di distanza.

La poesia acuisce la vista su di noi. Permette confronti di sentire, colloca l’amore, la gioia, il dolore, in ambiti che fanno parte dell’esperienza. E sollevando il velo in noi, la poesia, ci accomuna tra quelli, che noi pensiamo, indeterminatamente pochi, ma ci toglie dalla solitudine in cui ci confina l’inanità del mutare le comuni sorti.

Se sento sono ancora vivo, potrò riaprirmi verso l’esterno quando questo sarà alla mia portata, intanto sento, ascolto, faccio. L’essere vivi è una grande preoccupazione di chi sente la solitudine, e gli suscita invidia chi non sente e capisce, come pure il superficiale che è immemore di ciò che prova e fa provare. Ma non ha alternative, chi sente, non sarà mai né insensibile, né superficiale. La via d’uscita dal sentir troppo ciò che avviene nel mondo, e nella coscienza della propria impotenza nel mutare la realtà, è di tanto in tanto, tornare a sé, riposare. La poesia è un gran modo di ritrovarsi e porta energie finché la buriana sarà passata, ed essa, la poesia, farà capire come poi uscire nuovamente. Tutto ciò non esaurisce il senso di colpa di chi conosce dov’è il campo di battaglia, e se di qualche compromesso si fa ragione, resta la percezione che oltre il proprio essere, altri ce ne sono e che il non curarsi di loro lascia una sottile vergogna. Anche nell’impossibilità.

dopo la tempesta

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Come diceva mia nonna, la tempesta è arrivata da occidente. Dal lago di Garda. L’acqua e il vento si sono divertiti a sradicare alberi, far straripare fossati, allagare scantinati e garage, scoppiare fognature. Poi, com’era venuta, la tempesta s’è quietata. Ed è emerso un silenzio livido di luci gialle, tra una moltitudine di rami spezzati, calcinacci caduti, spazzature sparse tra mucchi di foglie ed aghi di pino. Il cielo, limpido nella notte, era indifferente, solo noi, sconcertati, avevamo di che pensare. E tutto si è ridimensionato in noi, per poco, come a contemplare le nostre reali dimensioni.

Si è fatto l’inventario dei danni, tutto sommato poco, rispetto al vento e l’acqua orizzontale. Un vetro rotto, piante ridimensionate, giornali e carte bagnate. In terrazza la bandiera si è sbrindellata, però resistendo abbarbicata al suo palo, è abituata alle battaglie. La tenda invece, è a pezzi e qualcosa d’altro la dovrà sostituire. Guardando attorno, stanotte mi veniva da scrivere una lettera alle stelle e al silenzio notturno per parlar loro delle mie piccole cose, del fatto che dopo una tempesta ci si sente più vicini. Trovar compagnia nelle cose alte, sopra di me, come fossimo tutti assieme per davvero. Pensandoci è arrivato il sonno, tardo e agitato. 

Al risveglio, stamattina c’era un silenzio innaturale. I carpentieri e i muratori che lavorano nel cantiere vicino, non battevano, ma facevano ordine con rumori soffocati. Ed era strano, che gli uccelli non volassero nel cielo bianco di nubi senza forma. Anche la strada aveva ancora quiete notturna, eppure era giorno pieno. Sono sceso, e mi sembrava parlassero a voce più bassa. Sui giornali, la tempesta aveva abbattuto alberi, fatto danni alle cose, qualche ferito. Tutto era durato meno di un’ora. Nessuno parlava dello sconcerto dopo la paura, fatto di difficoltà piccole, medie, grandi.

Guardo nel giardinetto di casa, il cipresso dovrà essere tagliato, adesso si appoggia alla cancellata, sembra esausto e vecchio. Penso a noi, c’è stanchezza nel constatare la propria inanità a fronte della natura, lo sento dai commenti delle persone al bar, all’ edicola. Passerà, come al solito, tra due giorni non ce ne ricorderemo più. Tutto dura il tempo degli articoli di giornale con i loro titoli banali e stupidi: bomba d’acqua, ciclone, tornado. Analizzare le cose e gli effetti sarebbe troppo intelligente, anche perché il cambiarle impegnerebbe a lungo. E’ vero, cambia il clima, ma qui siamo in pianura e le trombe d’aria non sono così eccezionali. Una scoperchiò il Salone nel 1756, ogni estate sul litorale o sui colli, il turbine macina campi e sabbia, tegole e ombrelloni. Queste presenze sono state una normalità per i miei ricordi, solo che ora accade più spesso, in poco tempo e con molta forza. Questa è la piccola novità.

Mi guardo ancora attorno, le tracce della notte sono evidenti, e ci ricordano la nostra debolezza, ma le faranno sparire in breve tempo e l’arroganza del non mutare stili di vita ricomincerà. La prossima volta speriamo tocchi ad altri, è questo che si pensa, come se tutto fosse solo questione di caso e fortuna. Lo è in buona parte, ma quella farfalla che chissà dove ha dato inizio alla catena delle tempeste di ieri, non aveva ali variopinte, ma mani umane. Passerà, toccherà altrove, non pensiamoci troppo, per cambiare dovremmo essere in tanti e determinati, non accade e allora congratuliamoci della nostra fortuna. Non è accaduto nulla di grave, poteva accadere ma non è successo. 

ho messo Vivaldi perché le tempeste di casa lui le conosceva bene, ed è bello pensare che poi ci fosse lo stesso cielo. Quello del Tiepolo, a sancire la quiete.

piccoli nodi

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Appena sopra la scala, all’inizio del corridoio su cui si affacciano libri e stanze, c’è un tappeto da preghiera mal riuscito nella sua forma un po’ trapezoidale. Di certo si potrebbe rimettere in sesto, basterebbe tirarlo bagnato e poi pazientemente attendere.

Quando lo pensavo, mi venivano a mente le rocce mammellari levigate dai fiumi tra cui son nate civiltà e tappeti, e questi, con sapienza ancestrale, venivano stesi dopo essere stati lavati. Prodigi di piccoli nodi, lisciati dall’acqua, dal sole, dalla piccola polvere che era odore di erba e di terra, di caldo e deserto, di piccoli semi e di lieviti, a trovare la propria dimensione e lucore. Quel tappeto da preghiera rimandava a un telaio artigianale, anche nei suoi colori ingenui, che oscillavano tra figure geometriche ammiccanti figure. Ed era il cenere che passava per il nocciola e puntava al rosa ciprea e al rosso in una tavolozza anch’essa ordine, oppure era viceversa, ed erano i colori che si riversavano nella geometria, con il rosso che confluiva in piccole linee attraverso i nocciola, gli azzurri, i blu, nel grigio soggetti alla forma e alla linea. Pensieri oziosi, ma i particolari piccoli evocavano la figura umana interdetta, e come l’occhio cerca forme nelle nubi, o nelle venature del legno, la testa si perdeva in un riposo inusuale privo di pensieri. Meditare sulla forma.

Mi piaceva quel tappeto così irregolare e morbido, senza ricercatezze estreme, ingenuo eppure sapiente. Favoleggiavo di ginocchia e talloni che l’avessero calcato nell’inchino che raccoglie il corpo in posizione fetale. La preghiera come un ritornare alla madre. Ed io che non sapevo bene cosa significasse pregare, ne rispettavo il contenuto e la forza intuita nella forma. Un affidarsi alla sensazione della propria misura. Mi era chiaro e più pregnante quell’Inshallah che sperava fidente e riportava tutto a un ordine benevolo. E la regolarità apparente dei disegni era annuncio di un meditare, di un vedere oltre, mentre il perimetro della forma parlava al nostro limite, il bacino più largo accolto alla base del trapezio. Anch’esso un richiamo alla mediterranea dea madre.

Come una geometria elementare, come un disegno su una lavagna di tanti anni prima, spiegato da una voce calda e calma. E maestra era la vita, ora, da molto tempo.

la parola umiltà non ha più senso

Credo sia l’età ma provo una insofferenza crescente per i modi in cui evolve il mondo delle relazioni sociali. Parto dalla politica, forse perché da molto ci sono immerso e l’altra sera mentre ascoltavo gli interventi di analisi sulle ultime elezioni e mi chiedevo cosa stia mutando nei rapporti di potere. Badate bene che parlo dei modi della politica, ma questo riguarda tutto, anche i sentimenti, che pure sono una cittadella ben difesa epperò consegnano persone sempre più inermi ad arroganze criptate nell’eguaglianza fittizia di genere. Ne riparleremo, intanto parlo dei modi della politica e di nuove arroganze, di fiducie dettate dalla disperazione, di comportamenti omologhi premianti.

Nell’analisi di una sconfitta, la parola umiltà esonda, diventa un chiedere scusa senza dirlo, non una disponibilità ad ascoltare. Ti ho già detto che sono umile, che vuoi ancora? E se questo accade quando si perde, comunque tutto si innesta in un contesto di vittoria. Altrove il successo è stato pieno, adeguatevi. Lo conosco quel trattare con sufficienza le persone, si vinca o si perda, l’ho conosciuto in tanti politici e politica di sinistra, tale o presunta. E lo vedo ora che i giudizi si sprecano, che le antipatie, il rifiuto dell’ascolto, l’opinione forte e senza appello sono esplicite. A supponenza poi corrisponderà supponenza. E così anche i giovani che sono entrati in politica, si imbevono di sicurezze e modi sprezzanti, usano il chi? per dire che non si è nessuno e applaudono il vincitore. Si convincono in fretta, non esercitano spirito critico perché è una perdita di tempo. Ma che saranno queste vite senza dubbi? Guardo i ministri e le ministre, sono nuovi e giovani, belli e non usurati dalla politica (ancora), ostentano sicurezze più giovani di loro, dicono parole così nette che chi non si riconosce è fuori. Sembra che non gli importi l’antipatia che accompagna l’eccesso di sicurezza, ma piuttosto il tracciare confini invalicabili. E’ strano che la tanto avvertita nuova politica non se ne accorga e che nessuno, ripeto nessuno, si affidi all’argomentazione, al ragionamento. Convincere attraverso il discutere è fuori tempo, adesso vale l’imporre.

Tempo perso si dice, valgono i numeri e la velocità. Ci sono quelli che frenano e quelli che corrono, anche la cultura, il sapere diventa a senso unico (i passatisti e i futuristi, si chiamavano così allora). Dove si corra non si capisce bene, ma l’importante è dare l’impressione che tutto si muova. Una espressione molto in voga è : il Paese si è rimesso in moto. E’ importante, dà fiducia, ma qualcuno che lo guidi davvero, che conosca il motore, spero ci sia e forse è meglio non disturbarlo. Però è brutto stare tutti zitti, e non piace essere messi tra i conservatori se si sollevano obiezioni e ragioni. Ci sono cose di cui non si parla, privilegi, caste immuni, temi come l’evasione fiscale o il problema dell’eccesso di ricchezza in pochi che sembrano argomenti da stampa estera più che elementi di cambiamento reale. Da tempo in economia circola l’idea che il vero problema del mondo sia l’ineguaglianza e che un modo per affrontarla sia la redistribuzione degli eccessi di ricchezza. I troppo ricchi sequestrano il denaro e le risorse e impediscono lo sviluppo. Non è una teoria marxista, ma è un pezzo di pensiero liberale e occidentale che sta riflettendo sul tema e propone soluzioni che ripercorrono quelle già adottate dopo la fine della seconda guerra mondiale quando si redistribuì una parte della ricchezza prodotta attraverso la tassazione e creando, di fatto, la classe media. Mi rendo conto che sono discorsi noiosi, ma se non ci si riflette almeno un poco, come si potranno valutare le cose che ci accadono. Cito solo un’ovvietà, l’enorme tassazione italiana finisce in gran parte per pagare il debito, quindi non assicura la possibilità di crescita che viene totalmente affidata al privato. E l’imprenditore cosa potrà fare se non cercare il profitto? Sembra un dilemma senza soluzioni, ma le indicazioni non mancano per trovare una nuova via alla crescita partendo dai privilegi insostenibili, dai monopoli di stato che bloccano la concorrenza reale, dalle inutilità che non vengono messe in discussione. Tutti noi abbiamo elenchi di sprechi in testa, solo che sembrano riguardare un altro Paese non il nostro. E le parole che si rincorrono non sono: soluzione, equità, obiettivo, ma velocità, cambiamento, giudizio. Con queste parole il ragionamento viene dopo l’azione, come in un esperimento in vitro: si guarda quel che accade dopo i cambiamenti ed eventualmente si corregge il risultato. Ecco la ragione di tanta reiterata supponenza, che sfocia nel fastidio, un lasciateci lavorare che esclude chi non condivide.

Certo, e questo è enormemente positivo, sta cambiando la visione di molti luoghi comuni, gli attori di un tempo devono farsi domande, meritarsi la scena. Per troppo tempo si è vissuto di liturgie che non avevano una divinità per questo la novità mi sembrerebbe la discussione, il confronto e poi la decisione con un tempo prefissato. Un sollevarsi di intelligenza finalizzata che faccia decollare la consapevolezza di partecipare a un progetto comune, ma questo non elimina il dibattito, anzi utilizza l’intelligenza altrui per far meglio. Redistribuire l’intelligenza sarebbe la prima grande operazione di equità, ovvero non pensare di possederla in esclusiva e farne un bene comune.

resterà poco se non lo vogliamo davvero

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Resterà poco di noi dopo il diluvio di vita, di passioni, di dolori, di gioie sciolte nel quotidiano, smarrite nelle scelte. Abbiamo usato parole così sghembe da far scoppiare ilarità subito dimenticate. I nostri passi hanno preso a calci foglie e sono corsi sulla spiaggia, fatto cose insulse o piccoli eroismi, abbiamo amato senza che ce l’avessero insegnato. E a volte, stupiti, ci siamo soffermati davanti a tramonti colossali, compiuto viaggi assurdi, fatto sciocchezze e rincorso felicità, questo prima del digitale e di racchiudere ciò che eravamo in foto tutte eguali. Abbiamo costruito, dilapidato, sporcato pagine d’inchiostro, imbrattato tele, passato le dita su superfici lisce, prima scabre, e rimpiangendo il bianco, la grana, il lavoro non perfetto, abbiamo sorriso. E quante carezze e baci sono rimasti senza memoria, quante banchine di stazioni, sale di aeroporti, auto prese al volo, partenze difficili, ritorni ancora più difficili perché il cappello dalla testa era scivolato in mano. Quanto di tutto questo è davvero nulla, oppure semplicemente vita? Resterà poco se le esperienze si sono succedute senza mai fermare lo sguardo, se non ci siamo mai detti che il momento era così pieno di futuro da essere per sempre. Rincorrere l’esperienza è cacciare la paura della morte, ma chi più del ricordo la confina davvero dove deve stare? Per questo dovremmo scrivere, dipingere, fare oggetti, oppure raccontare molto di noi a chi ci è vicino.

Di te non conosco che l’adesso, e conoscere è parola davvero pretenziosa, sono attento, ecco, indago per interesse vero, ti faccio ridere, a volte, perché vedo cose che tu non vedi, ma del tuo essere d’un tempo non so nulla o quasi. E com’era l’amore nuovo che hai avuto allora, i palpiti te li ricordi e le tue tenerezze tra silenzi complici e parole sono tutte poi sfumate? Cosa fu il tuo mettere al mondo una vita, dei pensieri e delle paure che n’ è poi stato? Dei tuoi innamoramenti, delle gioie e delle disperazioni cosa resterà, se neppure lo ricordi a te?

Usano un termine che non adopero volentieri, dopo che pubblicitari, politici, persino manager e attori, l’hanno sporcato di non senso: narrazione. Però non ho sinonimi e la narrazione parla di qualcosa che avviene dentro e fuori, che è veduto, ma che non c’è davvero. Non ancora. E’ un mondo possibile, il passato che trasmuta in futuro, poco reale adesso, ma concreto e a portata di mano, e questo spiega la meraviglia che accompagna l’ascolto, il fatto che possa prender vita perché è stato. Qual’è la tua narrazione, intrisa di realtà, che non racconti?

Forse preferivi l’esperienza, la vita reale, ti dicevi che tutto passava in fretta. E’ passato e cos’è rimasto in te? Me lo chiedo perché non ne ho misura, vedo il presente solamente, mentre pezzi lunghi della tua vita, scompaiono anche a te. Com’erano i tuoi trent’anni? e i venti?

Cosa eravamo allora, distanti nelle nostre vite. L’epica dei giorni di furore e le quieti immani. L’abitudine ancora molle da plasmare e gli scarti repentini dell’umore, le tristezze che dilagavano e le alzate d’orgoglio incerto: manca molto all’appello. Racconta di te che resti traccia della vita, bella a te anzitutto. Racconta senza nostalgia d’aver vissuto, racconta e i giorni che verranno saranno nuovi, racconta senza fretta, prenditi tempo e risali assieme a chi ti ascolta. Ci sei tu nella tua vita assieme al mondo. Ricordi come si chiudevano i pensieri d’assoluto?  dopo di noi il diluvio ed era così bello pensarlo allora, invece il diluvio non c’ha portati via. E neppure siamo naufragati, siamo finiti molto in là, ma ciò che c’è stato in mezzo non è stato un caso. Per questo ci serve ancora e ci servirà, non è stato un caso e se resta poco di noi il mondo perderà qualcosa. E’ l’era dell’oblio, non l’avevamo mai conosciuta prima, ma restiamo ribelli ancora: ricordiamo per avere futuro.

istruzioni per l’uso

Di tutte le manipolazioni tentate su di me, quella che mi è stata più distante è l’essere usato. E naturalmente ho cercato di non usare.

E’ stata una buona scelta nel vivere ?

Non potrò mai saperlo davvero. Non ne ho la controprova, però ne conosco il prezzo, e vale la scelta.

Una scelta può spingere in avanti oppure far retrocedere, ma certamente non ha lascia nulla di fermo.

Una scelta non elimina le possibilità che si sono perdute, vivranno altrove, in altri  e così non basterà il ricordo o l’emozione che l’accompagnerà.

Ed è davvero una scelta, se corrisponde alla propria pelle come un abito ben tagliato. Questo è il tradire o l’essere fedele.

Però confondono la pazienza con l’arrendevolezza, la forza di lasciar perdere con la debolezza. Forse non può essere altrimenti, ciò che certamente non sarà buono è il tradire se stessi.

Poi per descrivere cosa ci accade bisogna leggersi dentro, e lì non ci si nutre di frasi usate. Neppure quando le parole sono buone. Neppure in prospettiva.

Per adesso può bastare aver fugato una sensazione.

Per ora può bastare.

la sintesi

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Entrando nell’edificio, mi colpì l’odore dell’ombra e del legno. Poi la luce soffusa. Veniva dall’alto, ma sembrava ovunque, spalmata sulle pareti, sul pavimento, sulle persone. Fuori un afroamericano, in divisa blu oltremare, puliva meticolosamente pomi d’ottone. Oggetti inutili e belli che nessuno usava: tutti spingevano il battente e il legno di quercia s’era fatto più biondo nei punti di contatto. Prima d’entrare, m’ero goduto mezz’ora di solitudine da Starbucks. Non capire nulla dell’americano smozzicato degli avventori e dei camerieri, lo aveva fatto diventare una nenia di fondo, e così bevevo caffè intingendo muffin al cioccolato, scrivevo, guardavo attorno. I visi avevano storie. Sentivo che imprigionavano case alveare, luoghi, abitudini, mestieri che volevano essere raccontati, ma non uscivano dalla coscienza perché mancava un ascoltatore che non li conoscesse. Così sentivo gli sguardi che si posavano, un pensiero fugace e poi lo scivolare via. E allora immaginavo. Per l’aria sottile di prima mattina, mi sembrava una storia perfetta. Ma cos’era una storia perfetta?  Una sensazione descritta in parole che si facevano più precise. Confezionata per essere aperta, e poi ripresa in mano. Depilata, mutata in un erotico emergere di forma essenziale, guardata e riguardata, ascoltata e capita. Un necessario continuo togliere, scoprire dopo aver ricoperto, sino all’osso limite quando il banale scompariva e restava il corpo, la sostanza, il perfetto in sé.

Senza poter parlare il processo era su di me: potevo essere una storia perfetta, come chiunque attorno. Si partiva dal banale, da una decisione che scartava: prima avevo seminato i compagni, la sera ero stato reticente, avevo infine rifiutata la bella compagnia che s’era proposta. Solo. E tutto questo perché c’era una determinazione, un canovaccio già scritto di cui, però, non sapevo cosa sarebbe avvenuto, pur avendone la sensazione positiva. Quell’attendere da Starbucks era un assaporare ciò che ancora non sapevo e ritardavo, e questo lo pensavo rafforzando il futuro immediato con scelte precise: cosa avrei fatto, il tempo che avrei impiegato, dove sarei stato per tenere la magia dell’emozione, il ritorno. E cercavo di scriverlo, scegliendo le parole che descrivessero qualcosa che ancora non c’era. Cioè cercavo di descrivere il nulla che è pieno di presagio, l’attesa non il fatto.

Attraversando la strada, notavo particolari, come dovessi poi ricostruire qualcosa. Di fatto preparavo un racconto per la memoria. Qualcosa che sarebbe rimasto, artificioso e determinato come ogni prodotto della volontà, ma al tempo stesso inerme e fiducioso dello svolgersi. Come in una partita di scacchi avevo i pezzi, cominciavo le mosse, volevo condurre il gioco con geometrica essenzialità, non importava vincere o perdere, l’importante era ciò che ne sarebbe rimasto. Per questo scelsi subito che non avrei visto tutto. Furono tralasciate molte sale, perduti tesori che potevano attendere una improbabile altra visita, le ridussi a quattro o cinque. Il numero fissava un tetto alla sopportazione della bellezza, cercava di esaltarla e così passai non poco tempo davanti a un Monet, seduto su una panca e spesso oscurato dalla schiena e dal sedere di occhi frettolosi. Chiudevo gli occhi e lo vedevo ancora, li riaprivo ed era là. Un atto estetico, inutile e per me sommo: la rinuncia. Mi beai del fatto che la sazietà era venuta prima del previsto e che in quel colore, guardato ripetutamente, potevo vedere la pastosità del farlo, la punta di bianco di un riflesso, cercare di intuire un pensiero che mescolava e semplificava. Come per le parole il pennello si soffermava nella densità per estrarre l’analogia con una forma, l’impressione tradotta in emozione, per poi sostare e vedersi riflesso. Ecco, questo mi sembrava la sintesi, il coincidere tra emozione e rappresentazione.

Tornando al racconto di me, di tutto questo vedere, immaginare, sentire, tenevo il controllo pur lasciandomi andare e travolgere. Pensai, lo ricordo bene, che tenevo il bandolo del filo del mio tempo. E non c’era altro che il sentire senza mediazione e senza qualcuno che avesse spiegato prima, il contesto e cosa notare,vedere, cogliere. Come per un incontro voluto ero inerme e disposto alla meraviglia. E per questo forte. Come una storia, per l’appunto che determina il futuro. Ed è un raccontare senza scopo che trova senso nella gratuità del dire, non nello spiegare o nel far comprendere. Il dire nella sua evidenza, a sé, anche davanti a nessuno.

Ho un appunto di quella mattina, scritto su una panca d’acero prima d’uscire:

L’ombra dopo la luce sul palazzo di fronte, Picasso, Caillebotte e altri, confusi già ora, Monet, la colazione luminosa di Renoir e la camera di Van Gogh ad Arles, una panca perfetta d’acero biondo, la pace di una scelta, poi nuovamente la luce e il silenzio. In mezzo al rumore. 

Per arrivare alla sintesi servono moltissime parole, e sensazioni, ma quando si capisce cosa si sente tutto prende il volo e resterà una sola parola.