C’erano dei luoghi, a est, che erano incongrui alla mia immaginazione. Non sapevo quello che avrebbe dovuto esserci, ma ciò che c’era era diverso da quello che mi aspettavo. Ero in un paese doppiamente straniero, straniero a me stesso e pure a chi ci abitava. Così ho conosciuto il realismo socialista e anche l’architettura imperial austriaca, tutto mescolato alle cupole dai colori accesi, le chiese piene di marmi dei gesuiti, i mattoni dei francescani, i finestroni alti e i fregi sui portoni. Gli uni avevano copiato dagli altri, in pretenziosità, come si dovesse sempre dimostrare qualcosa. E’ tipico degli invasori non essere sicuri, lasciare tracce, prima sui corpi e poi nei luoghi, mettere lapidi, imporre lingue, regole che devono trovare una espressione che resti. Per questo scelgono la pietra.
Appena fuori c’erano le casupole basse allineate lungo le strade fuori dagli itinerari europei.
Erano, quelle lunghe file di case color fango, con i giardinetti minuscoli davanti, con i cancelletti di legno, con gli stivali di plastica appena fuori della porta, affacciate su marciapiedi di terra e strade affollate di camion e biciclette, quelli erano i luoghi veri dell’abitare. Erano le dalie e i cavoli, i tumoli di terra nera cosparsi di torsoli, le vecchie latte di conserva pieni di terra e fiori, quelle erano le case di chi c’era e non era stato conquistato da qualcosa. E quando un viso di vecchio mi guardava da una doppia finestra, da quei vetri piccoli, incorniciati tra profili bianchi e quadrati, pensavo che di lì a poco sarebbe comparso il viso di un bimbo. Con le guance rosse, i capelli biondi e lo sguardo serio dietro gli occhi azzurri. E puntualmente accadeva. Allora ero soddisfatto e mi sembrava d’aver capito, d’essere meno straniero.
Più di dieci anni fa, pochi se ne ricorderanno, ci fu un pasticcio per la creazione di un deposito di scorie nucleari a Scanzano Jonico, in Lucania. C’era il governo Berlusconi, e ancora pochi se ne ricorderanno che Berlusconi ha governato a lungo, tanto che si vantava, che il suo era stato il governo più lungo della storia della Repubblica. Sarebbe meglio ricordarsene quando le cose non vanno bene, che comunque c’è stata una genesi, che qualcuno non ha fatto, ha tranquillizzato o rimosso. Ma questo vale per tutti, perché si rimuove molto in questo Paese. Ad esempio quand’ero ragazzo, non si riusciva a parlare di fascismo a scuola, eppure tutti, o quasi, insegnanti e bidelli erano stati fascisti o nel immersi nel fascismo fino a non molti anni prima, possibile che nessuno si ricordasse. Me ne stupivo da piccolo, ho continuato a stupirmi da grande. Divago. Tornando a Scanzano Jonico, in quell’occasione, poi sventata dalla protesta popolare, si era pensato di ficcare in una miniera abbandonata di salgemma, tutte le scorie radioattive d’Italia. Quelle passate e quelle future, perché oltre alle centrali che sono state smantellate, di scorie radioattive se ne producono in continuazione in ospedali, laboratori, industria. Quindi si risolveva un problema togliendolo da molti posti e mettendolo in un posto solo. E questo non è sbagliato in sé, ma parte da un fatto che coinvolge tutti, ovvero quando si fa qualcosa non si pensa alle conseguenze, tanto poi qualcuno risolverà. Come dicevo, alla fine non se ne fece nulla, ma sarebbe istruttivo ricordare chi era il sindaco del comune, chi il presidente della Regione, chi il ministro, chi il generale che fu incaricato di preparare il terreno, quale impresa doveva agire, ecc. ecc. e anche il problema sarebbe istruttivo chiedersi che fine ha fatto. Ma come per Report e Presa diretta, queste sensibilità, durano poco.
Sono partito da questo ricordo per collegarmi ad altro, in fondo quelle scorie che abbiamo rimosso dall’attenzione e non risolto, assieme a tantissimi veleni sono rimaste nelle nostre anime e hanno generato il relativo in cui ci dibattiamo. Certo, Calvino non si peritò di venire in Italia per predicare il rigore delle anime, restò in Svizzera forse perché pensò che era una battaglia persa, oppure, considerato il passato e il presente, già allora capì che i veleni erano ormai nel corpo italico e il mitridatismo impediva all’organismo di soccombere, ma c’era una propensione ad assuefarsi più che a depurarsi. Sembra un ragionamento moralistico, non sia mai, penso invece che tanti anni di preti, incenso, e digestioni difficili nelle sacrestie e nei confessionali non hanno scalfito (oppure hanno favorito) una doppiezza di pensiero che porta a rimuovere, mettere da parte. Si deve pur vivere, no? Sarà per questo coltivare le anime che rimetteva tutto all’aldilà che il degrado non ci impressiona più di tanto, oppure si sarà formato un cuoio dello spirito che porta a tener dentro, come ci fosse sotto la scorza, un giardino di bellezze che comunque resta nostro mentre attorno le cose cadono a pezzi.
Si dirà, c’è una crisi feroce, la gente non sa come finire il mese, il lavoro manca ai giovani come vuoi che ci si preoccupi di quello che è accaduto o sta accadendo attorno, è il particulare che trionfa, risolto questo si potrà pensare ai problemi comuni. Credo che questo modo di vedere faccia bene a chi risolve i problemi mettendoli sulle spalle di qualcuno più debole oppure occultandoli. La nostra casa è sporca e ha sporcato anche il nostro spirito, il nostro modo di vedere, di sentire. Le priorità diventano difficili da individuare se non sono comuni. Spesso si allargano le braccia, ma non per volare, piuttosto per testimoniare le terreità delle nostre capacità. Non ce la facciamo, anche quando siamo sensibili, e così è meglio rimuovere.
Oggi guardavo la fotografia di una scuola fatiscente in Puglia e leggevo della rivolta dei genitori e degli alunni, prima degli insegnanti. E cosa potevano fare gli insegnanti, come i soldati non possono scegliere il campo di battaglia, al più chiedono collaborazione alle famiglie, ma si adeguano. Come farne una colpa, non lo è e non lo può essere. Ma quelle aule cadenti e sporche, gli intonaci scrostati, i mobili sconnessi e i banchi disastrati impoveriscono anche loro. Chi riceve un messaggio guarda il messaggero, il contesto, la busta. Se tutto questo è malridotto quanto valore sarà perduto, quanta fiducia banalizzata e dispersa.
Guardo il mio tavolo ingombro, non c’è sporco, ma c’è disordine. L’ordine non è un obbligo, rimuovo e rimando, quindi capita anche a me. Prendere coscienza è fatica, ma è indispensabile quando non si sta bene nella vita. Allora penso che rimuovere è un artifizio che da insieme ci fa diventare soli, che ci pone davanti ai nostri problemi senza alcuna possibilità di affrontarli assieme. Che strano, quando abbiamo un peso eccessivo nell’anima, una pena d’amore, una modalità di vivere che ci fa soffrire, si pensa a un aiuto, a parlare con qualcuno. Magari si cerca un medico, uno psicologo, un analista, per chi ci crede, un confessore, oppure uno dei tanti “esperti santoni” che rovesciano le vite. E invece di questa casa che ci cade a pezzi attorno non parliamo con nessuno, come fosse una vergogna irrimediabile o qualcosa che non ha poi così tanta importanza. Gli estremi si ricongiungono e noi mettiamo sotto il tappeto della rimozione quello che non vogliamo vedere perché ci interpella.
Vi do una cattiva notizia, in questi anni non si è risolto nulla sulle scorie, di qualunque tipo, la monnezza è ancora nelle balle ecologiche in Campania, i cornicioni e gli intonaci delle chiese e dei monumenti continuano a cadere, anche sulle frane e sul rischio sismico si è fatto ben poco. Vi do una buona notizia, se vi guardate attorno, anche qui in rete, quelli che si interessano non mancano, continuano a spazzare anima e mondo che ci sta attorno. Non è una soluzione ancora, ma almeno qualcuno con cui parlare c’è.
La scorsa settimana, ho curato un convegno sulla possibilità di invertire la tendenza all’uso di suolo e sulla ricomposizione del rapporto tra città e campagna.
Direte: ma cosa c’importa, tanto queste cose sono fuori dalla nostra portata. E invece io penso che i consumatori hanno un grande potere in mano per determinare come vivere, ma ancor di più possono imporre come configurare il territorio che determinerà la vita nostra e dei nostri figli e nipoti. Le città sono nate come risposta alla conservazione/consumo di cibo prodotto dalla campagna. Come luogo dove conservarlo e poter sopravvivere. E le città, e le loro attività di manifattura, si sono prioritariamente indirizzate a soddisfare i bisogni di tecnologia e di trasporto che la campagna e il cibo generavano. Ma capisco che così non convinco nessuno. Che gli orti di città, il verde verticale, sono vissuti più come bizzarrie o risposte alla crisi piuttosto che come segno che si può andare in direzione diversa rispetto al solo cemento. E sento questa distanza dalla coscienza di poter modificare il modo di vivere, non solo come fatto individuale, ma collettivo, soprattutto ora che la crisi fa accettare molto di poco accettabile. Eppure questo sarà il tema dei prossimi anni perché c’è una tendenza mondiale a costruire megalopoli immani, da cui l’Italia, per fortuna, sembra restare fuori. Pensate che in Cina si programmano città da oltre 200 milioni di abitanti, l’equivalente di tre Italie messe assieme. Ma riuscite a immaginare come avverrà la gestione di questi aggregati immensi di individui, veicoli, abitazioni, di quanto territorio dovrà essere al servizio di tante persone solo per soddisfarne i bisogni primari. Eppure anche se fuori dalla competizione ai grandi aggregati urbani, l’Italia arriva, dopo oltre vent’anni di discussioni, con un procedimento legislativo sulle città metropolitane a rendersi conto che il paese inurbato ha una struttura e una complessità diversa dall’italietta che era fatta di campagna e piccoli centri.
Quindi pur restando fuori dalle progettate megalopoli, è certo che il panorama territoriale italiano muterà. Ma quali saranno gli effetti e soprattutto le nuove possibilità che il governo delle reti di città e delle città metropolitane potranno generare per una migliore vivibilità del territorio?
Se ci saranno razionalizzazioni infrastrutturali, nuova urbanistica e nuove suddivisioni degli spazi dell’abitare e del produrre. Se i cittadini delle reti di città prenderanno coscienza del loro consumare allora si genereranno nuove abitudini a ciò che il territorio produce, si rispetteranno le stagioni e crescerà il benessere. In pratica si tornerà ad un territorio che ha smarrito la sua cultura negli ultimi 50 anni e che ha confuso la possibilità di acquisto con il benessere. Una risposta possibile e relativamente facile, che apre prospettive inedite dal punto di vista qualitativo ed economico, è l’agricoltura di prossimità, dove campagna e città tornano ad integrarsi e si esce dal paradosso che schiaccia sotto i trattori la frutta in eccedenza, che manda al macero il cibo, perché il prezzo non vale il trasporto mentre contemporaneamente cala la possibilità di acquisto. La campagna e il territorio agricolo tra le città possono essere quasi autosufficienti e sopperire ai fabbisogni di frutta, verdura, carne necessari al buon vivere, conservando tradizioni, immettendo nuovi standard salutistici, producendo energia e ottimizzando i consumi.
Quindi le città, oltre a non consumare ulteriore suolo, possono, attraverso i loro cittadini consapevoli, generare una crescita compatibile verso produzioni a km zero, che creano lavoro e cominciano ad incrementare un benessere gestito localmente. Alcune risposte a questa domanda di qualità del vivere e di crescita sono già in essere. Sono le risposte dell’auto organizzazione del consumo, i GAS, i mercati di vendita diretta dei produttori, ma questo è ancora insufficiente rispetto alla domanda che attende di essere organizzata e di diventare interlocutore di prossimità. Attraverso il consumo e la sua domanda selettiva, si apre un ambito di organizzazione nuova del vivere e del produrre, molto compatibile con l’ambiente, perché, oltre a rispettarlo, lo migliora nell’attuale uso, abbatte la produzione di CO2 da trasporto, sviluppa nuove specie vegetali e conserva le culture del produrre, con una redditività e sviluppo nell’agricoltura di prossimità, difficile con l’uso estensivo e indifferenziato delle coltivazioni.
EXPO 2015 vuole dare una risposta al bisogno di alimentazione del mondo, e comunque essa sia, l’agricoltura di prossimità ne interpreta il lato più ecologico e più vicino al consumatore, fornendo una risposta economica e culturale di assoluto interesse per l’Italia, ma anche per altri Paesi dove la sovranità alimentare non è un’opzione ma una necessità.
Tutto questo si potrà fare? Dipende da noi, da quanto queste possibilità diventeranno consapevolezza prima e domanda poi. Mangiare le fragole e le ciliege a natale è una curiosità, ma se noi conoscessimo il percorso di quel cibo, se avessimo coscienza delle relazioni tra allergie e conservanti, forse si preferirebbero le arance. L’anno prossimo sarà l’expo di Milano a portare il tema del mangiare a sufficienza e con una nuova coscienza, al centro dell’informazione, ma chiusa l’expo torneremo alle abitudini facili del tutto, tutto l’anno? Se così fosse avremmo sprecato un’occasione di libertà, per questo ragionare di queste cose riguarda tutti, ci dà la possibilità di mutare il mondo che ci attornia. E credetemi, anche se vi ho annoiato, provarci non è davvero poco.
Non è tutto buono. Le strade sono ben lastricate, tortuose dove il medioevo ha soppiantato l’impianto romano, i palazzi hanno finestre fitte e alte. Come vi fosse bisogno di luce, in realtà mostrano sfavillanti lampadari, schienali di poltrone e sofà firmati, angoli di colore che sfuggono da doppie tende leggere. Far vedere, vedere e non essere visti. Qui i garage si inabissano quel tanto che la sovraintendenza ha permesso. Qualcuno ha restituito, stizzito, steli romane a decine, le ossa s’erano ormai sciolte. Dormiva su un cimitero e finché non ha scavato per mettere l’auto nella pancia della casa, non lo sapeva. Ha speso un patrimonio, ma aveva qualcosa da raccontare. Un problema della ricchezza è avere qualcosa da raccontare che attragga e resti, che porti fuori dall’ostentazione. E questo è maggiore se le fortune sono davvero tali perché c’è un che di melmoso nel denaro che produce denaro, un sudato che s’appiccica agli abiti, che trasuda dal luccicore delle carrozzerie, che parla filippino o moldavo per bocca di ignari, vestiti di giacche in rigatino rosso nero o in abitini mezzo polpaccio, attillati e neri. S’accomodi, la signora o il signore arrivano subito. Si accavallano le gambe, si prende in mano una rivista esclusiva d’arredo o d’orologi e si guardano i dorsi dei volumi allineati, gli intellettuali mostrano Einaudi e Adelphi, i bibliofili e i millantatori il marocchino impresso in oro. Un pianoforte s’intravvede nella stanza a fianco. Chissà perché lo slancio d’una borghesia ricca di possibilità si è poi ritratto di fronte al cambiamento. Cavalcare la tigre, non è questione di censo ma di coraggio. Nella città un animale divora gli interni e restaura le facciate. Il libro d’oro di chi conta è sempre aperto e pieno di lamenti. E pensare che i facoltosi officianti della ricchezza rintanati negli studi di libere professioni sono ancora considerati servant, pur essendo loro i veri rivali dei committenti in ricchezza. Nelle città borghesi di pianura il denaro oscilla nelle fasce più basse dei parvenu, in alto è una costante che al più si dissipa. I nomi dei palazzi lo testimoniano, doppi nomi spesso, quello del proprietario attuale e quello originale, l’architetto si perde nei rifacimenti, resta l’epoca, non di rado retro datata come facevano le schiatte nobili, su su fino a Roma e alle gens perché andava bene essere stati pecorai, ma di genio e nel posto giusto. Qui anche nelle case che furono dei poveri ci sono mattoni romani, pezzi di marmo, rocchi di colonne annegate tra intonaci e tracce d’affresco.Tutto antico? Più o meno, si recuperava tutto, dalle rovine e non molti anni fa, dai bombardamenti. Andando a scuola, facevo la prima elementare, una mattina d’inverno vidi che davanti alla latteria c’era un grosso buco e sotto, tre o quattro metri, un mosaico. A me pareva identico a quello sotto il portico del palazzo nuovo vicino a casa. Adesso è al museo, grandissimo e ricco di volute di code d’uccello, grottesche, sprazzi di antico rosso e d’azzurro. Li sotto c’è l’intera villa, ne hanno tratto il possibile, ma era una piccolissima parte, forse un boudoir o un camera, il resto dorme sotto le case. Per fortuna.
Aria bassa, alito di pianura, non tutto è buono. Dopo aver dormito per secoli si è entrati nel rifacimento ( che alcuni, i più, hanno interpretato come rinascimento) ma la cultura vivacchia tra i blasoni dell’università gloriosa, i master all’estero, non c’è nessun premio nobel che allieti una storia, un’epoca, un sapere. Il denaro antico dura sepolto nelle abitudini, in cento anni le famiglie che contano davvero sono ancora le stesse, bisognerebbe seguire i dna per capire che, oltre i fallimenti e le rovine, si trasmettono geni e ricchezza in ambiti ristretti. C’è sole, suoni inediti eppure le finestre, sempre aperte, non si aprono al nuovo, al più plaudono al potente di turno. Qualche ritratto nuovo arriva nei salotti, ma le ville in montagna e al mare che restano sempre più chiuse. I giovani hanno altre abitudini, si muovono molto, i parvenu si adeguano al vecchio e se rappresentavano il nuovo, la rabbia, la voglia, ne hanno perso memoria. Non tutto è buono, c’è poca aria, digestioni lunghe e malmestosità. Si vive di più in mezzo alle piazze. Troppi ricordi e poca storia, è un vizio del denaro che fa denaro, non pensa in grande e chiude forzieri. I caveau delle banche custodiscono collezioni uniche e preziose, ma da troppo tempo nessuno regala più nulla al museo o all’università, è questa micragnosità che impedisce la gloria, la grandezza, il nuovo che sarebbe possibile.
Non tutto è buono e anche se lo conosco ogni volta me ne stupisco.
Palazzo Zabarella è un posto particolare, dimora antica, anzitutto. Negli anni di Corcos era abitazione importante e negozi e artigiani nel cortile. Come nel medioevo. Le sale sono quelle di una casa nobiliare-borghese, lo scalone importante, ma non eccessivo, c’è altro a Padova. Qui i quadri stanno bene per la dimensione raccolta, quasi domestica, si possono immaginare appesi nelle case in cui erano destinati. Case di nobili, di borghesi ricchi, la nuova aristocrazia mercantile ebraica e quella antica dove il bello, il decoro e l’apparenza fanno parte dell’educazione. Sono le istitutrici ai giardini, il piccolo Pierrot, il marinaretto, la ragazza nell’educandato: una infanzia che si prepara ad un ruolo assieme agli uomini di profilo, pronti per un affare o una festa. La prima guerra mondiale spazzerà via quel mondo, ma qui è ancora palpitante, pieno di vita, di ideali, di conoscenza che vuole prendere in mano il proprio futuro. Mi viene a mente l’uomo senza qualità di Musil, la forma, la sostanza, le vite: stessa epoca e stesse traiettorie.
E prima, e più,, che le donne bellissime di Corcos, mi colpiscono i ritratti dei famosi di fine secolo. C’è il racconto delle sue amicizie importanti. Un ritrattista borghese, attento alla sua crescita economica, al suo successo, punta alle case più che ai musei. Si sarà gloriato il pittore di quelle presenze in salotto e ne avrà coltivato le relazioni. L’abilità, l’ingegno diventano mestiere nel far emergere lo sguardo, metterci dentro un messaggio inequivocabile. Carducci, Mascagni, un vecchio, ma forte e ritto Garibaldi redivivo, il critico letterario e l’editore, gli amici pittori, Lega, Yorick, altri. Uomini infervorati, sguardi penetranti. Nell’ultimo quarto dell’800 è accaduto molto in Italia. Si vedono le passioni fresche dopo le rivoluzioni. Un bisogno di dire, essere, di rappresentare l’acuto del singolo, del genio e la coralità di una nazione nuova. C’è una forza che solo la giovinezza delle idee può assicurare, un farsi determinato. Gli uomini in questa pittura così esplicita, si mostrano come le donne, si propongono, ma della seduzione esprimono la forza, il potere che punta in alto più che la bellezza.
Le donne sono sempre eleganti. In 100 quadri non c’è una popolana, una lavandaia. I vestiti attillati, le crinoline, si alternano ai decollete arditi per l’epoca. Fanciulle in bilico per diventare donne, piene di sogni e d’attesa. Ruoli pronti, maternità che verranno, feste, conduzione delle vite di casa, in una ricchezza che è negli abiti e nei gioielli. Corcos usa il photoshop dell’ammiccare, del migliorare collocando, correggendo anche le età. Molta seta e broccati, squarci di sfondi, di pareti dipinte con il liberty e il decò, ma anche l’esotico. Qualche sollevare di drappo ricorda che la vita è palcoscenico, recita e attesa dell’applauso finale. Furbizie, si smarrisce l’età della protagonista nel dettaglio, ciò che non è giovane propone il fascino del saper vivere. Mi sono chiesto cosa pensavano quei volti così diversi e ripetuti, quelle espressioni piene di luce. Come si guardavano quelle giovani donne nel ritratto appeso in casa, nei matrimoni giovani, ho pensato alla gioia della giovinezza che ha l’infinito essere davanti e l’inconsapevolezza che accompagna i mondi che non governano, ma sono trascinati dal mondo. Bisogna guardare il particulare, questa è la dimensione domestica della felicità, cose alla portata delle vite. Per questo le donne sono così diverse dagli uomini di prima, gioiscono e attendono, mentre altrove è la passione civile o degli affari a governare le vite. Sembra un giudizio, ma non lo è, in un’epoca segmentata nei ruoli e nelle classi, ognuno ha il suo posto, le sue passioni, il suo destino. Sembra tutto scritto, poi il mondo si incaricherà di strappare i libri.
Ma c’è un dubbio che emerge e quelle due donne, sua figlia ed Elena Vecchi, rispettivamente in Lettura al mare e in Sogni, sono due sguardi in avanti, diversi, sfrontati, inquieti. Modelle d’eccezione perché svincolate da una committenza, guardano il mondo, s’interrogano e mordono la realtà che arriva. La chiedono. Rappresentano la domanda di un pittore che dipingeva ritratti, piaceva al bel mondo, ed erano gli stessi anni in cui il mondo della pittura si rivoluzionava così tanto da scavare in ben altri modi gli spiriti, il vedere, le passioni. Quelle passioni che si sarebbero perdute con gli uomini della bella époque, trascinate altrove, superate e chiuse nei salotti mentre si spegnevano. In quei quadri così particolari per lui, il dubbio e la rassicurazione successiva, il successo in fondo non è forse questo: la rassicurazione di esistere. Corcos, morì poco prima delle leggi razziali, fu risparmiata a lui, ebreo, la nefandezza intellettuale di un pezzo di quel mondo che aveva ritratto. Forse questo non l’aveva capito ed è stato un bene.
Padova è bellissima in questa stagione, queste righe sono suggestioni mie, oggi c’è quasi il sole.
Chi ha bisogno di naufragare in pubblico, credo non voglia affogare, ha solo bisogno di raccontare il suo malessere. E tutto questo raccontare, senza discrimine d’interlocutore, ed empatico, sottrae energia al malcapitato che ascolta. E’ l’inverno del nostro scontento senza voglia di battaglia, rimasticature e digestioni mai finite che sperano di liberarsi nel racconto. E’ accaduto a tutti e bisognerebbe dargli la giusta dimensione in chi ascolta, perché in fondo non è né così definitivo, né così grave. Solo che non ci ricordiamo e allora tutto sembra così assoluto oltre che doloroso, senza sbocco perché non c’è possibilità d’aiuto. Nessun aiuto servirebbe in quanto è lo sfogo che conta, le parole trattenute troppo a lungo che vogliono uscire. Lasciamole uscire, ascoltiamo, se possibile facciamo sentire che si patisce con, si comprende, ma poi mettiamo argine perché mentre chi si libera è più leggero, la pesantezza si trasferisce in chi condivide. Ci sono altri naufragi ben più pericolosi, e sono quelli silenti, privati. Non hanno voglia di dire alcunché e si avvitano in un silenzio d’assenza. Colgono di sorpresa, nel loro immergersi e scomparire. Ci pongono domande d’importanza dell’altro: Sì contava, ma perché l’ho lasciato andare, perché non me ne sono accorto? Dove si è interrotta la fiducia e lo scambio tra noi? Capita anche negli amori che non si colga la difficoltà quando si manifesta, che la si nasconda sotto l’abitudine. Ci si chiede intuizione reciproca e poi si pratica il conoscersi a memoria.
Quando scrivo di queste cose penso a fatti precisi, a cose che accadono. Penso che voglio razionalizzare per contenere e ciò che è semplice diventa ragionamento. Potrebbe restare sensazione, cercare di dargli la giusta dimensione per non essere affranto da uno sfogo. Più difficile quando il silenzio è diventato assenza. Forse anche questo bisogna accettare e lasciar andare chi vuole andarsene. Non so, il mio concetto di cura è diverso però capisco che ci sono molti tipi di atti d’amore e che hanno in comune il rispetto dell’altro, anche quando questo costa assai.
Credo che i giorni di impegno dovuto siano fatti apposta per farci apprezzare meglio i giorni di quiete. E anche se poi, quando si ha tutto il tempo a disposizione, quelle cose che abbiamo dovuto posticipare, non sono più così desiderabili come allora, un messaggio comunque ci arriva sull’uso del nostro tempo e su quanto ne sacrifichiamo a qualche deità mai messa in discussione.
Se riusciamo a rifiutare, o almeno a limitare la continua ingerenza del dover rispondere, la vita sembra spostarsi dall’attesa di una tregua al vivere del giorno e tutto acquista maggior senso. Questo bisogno di senso riguarda anche l’inutile e l’insensatezza, che non ci sarebbero se non vi fosse una loro necessità per noi.
In questo agosto così piovoso ho imparato ad apprezzare il sole e me ne sono ricordato oggi, e in altri giorni zeppi di difficoltà piccole e fastidiose che stancavano e ti lasciavano spossato da una fatica senza nome. Conservare la capacità di vedere innanzi e di vedere prima, cogliere il mutamento e parteciparne. Sono cose che appartengono solo a noi e ci collocano fuori dalle mode, dal pensiero senza critica, fanno resistere e prendere altre direzioni. Nel riposo forzato della pioggia, nella lettura senza obbligo, ho sentito una dimensione forte e feconda che portava l’idea di una alterità del vivere, perché il riposo ci dice che non esistono molte delle necessità e urgenze di quando si corre. E così molto di ciò che sembra non modificabile rivela non poca inconsistenza. Così nei giorni della fatica necessaria e dovuta dovremmo essere sereni per dominarla. Come nella tempesta che la prossima volta non sarà eguale, ma la serenità la ricondurrà al suo essere transitorio. Passerà.
Oltre le parole, sempre difficili in politica nei loro tempi, affidabilità e univocità, mi inquieta quella fotografia dei 5 giovani leader sul palco della festa dell’Unità di Bologna. Guardiamola: tutti vestiti allo stesso modo. La camicia bianca aperta e le maniche arrotolate, i pantaloni informali, per 4 sono neri, per lo spagnolo ci sono i jeans. Il messaggio sulla gioventù che cambia il mondo e si ritrova assieme, è evidente. I segni non sono banalità nella nostra società. Insomma si consacra un’ iconografia. Sul terreno delle idee e del cambiamento le cose sono più complicate, i poteri forti sono ancora forti e vecchi. In quei poteri anche i giovani sono subito vecchi perché i principi del denaro non perdonano, sono evangelici, o dall’una o dall’altra parte, il barcamenarsi non è consentito. Lo sappia Renzi, ma forse lo ha ben compreso. E oltre alle parole che attendono concretezza, cosa m’ inquieta? Quell’assonanza con una vecchia fotografia di Berlusconi in vacanza dove tutti avevano la stessa tenuta e la maglietta a righe. Non posso fare a meno di ricordare che anche qui valeva il dentro o fuori e il dissenso aveva vita grama. Divise, modi d’essere, di appartenere. A me ancora piace il pensiero libero per quanto può, la possibilità di dissentire, il dire ciò che si vede e si pensa. E’ strano, una verità, pur parziale, dipende da chi la dice, dalla sua età, dalla sua storia. Difficile discutere sull’oggetto, sull’evidenza, meglio parlare di ciò che muove le parole, anche il dire la verità, che cessa di essere tale. E questo è vecchio, terribilmente vecchio, in politica è il processo alle intenzioni.
8 settembre: comunicato del generale Badoglio che l’Italia ha chiesto un armistizio agli americani. Badoglio è lo stesso di Caporetto, quello che una commissione parlamentare riconobbe insufficiente nella sua azione e nei suoi ordini per evitare la disfatta. Allora, nel ’17 non dette ordini necessari, non fu rimosso, fece carriera e l’8 settembre ’43 si ripetette. Nel comunicato, non ci sono ordini, nessuno sa che fare, neppure il nemico è determinato. Chi ha voglia e tempo di leggere su quei giorni, si accorgerà che da qualunque parte si guardi fu chiesto ai soldati l’eroismo e l’amor di patria e dall’altra parte ci fu la fuga a Brindisi e l’abbandono dell’Italia ai Tedeschi. Una vergogna incancellabile.
Mio padre era a Bologna l’8 settembre, divisione Ariete, i resti di quanto rimasto dopo El Alamein, Alla mattina del 9 settembre, in caserma c’erano 1000 uomini, oltre cento carri armati, nessun ufficiale. La caserma fu circondata da un battaglione tedesco, non c’era neppure chi potesse discutere la resa. Il 10 i militari, erano già incolonnati per essere deportati in Germania. Mio padre scappò durante il trasferimento, gli andò bene, spararono ma non lo presero. Poi gli anni di macchia fino al ’45. Parlo di questa storia di casa perché non pochi morirono nei trasferimenti e in Germania, altri in Italia, ed erano persone che non avevano scelto di morire, ma semplicemente avevano detto di no all’arruolamento nella R.S.I. o tra i tedeschi, o alla vergogna.
8 settembre. Ieri in piazza della frutta a Padova, c’era don Ciotti, e 2000 persone a sentirlo. Poi hanno cenato assieme senza distinzione di censo, età, religione, colore della pelle, sesso. Come dice la costituzione per i cittadini che hanno scelto di vivere in questo Paese. Era bello vederli in fila che attendevano di poter riempire un piatto magari con cibi mai mangiati prima. C’erano menù di vari paesi e tutto era gratuito ed è finito anche troppo presto, perché le persone avevano voglia di stare assieme, di essere in piazza, di sentire la città, mentre arrivava una notte finalmente tiepida e amica. Don Ciotti aveva detto, concludendo, che le mafie e l’illegalità sono più forti nei momenti di crisi, che non bisognava avere paura ma opporsi, vivere una vita per ciò che si sente giusto, perché quello è vivere. Poi s’è fermato, è stato un momento, come un pensiero, e ha ripreso dicendo, non ho paura perché non sono solo, ma siamo noi. E quel noi mi è parso così grande che non era settembre ma primavera e noi non avevamo davanti il declino, ma la speranza.
8 settembre, sembra sia tornata la stagione giusta, fa caldo. Finalmente. E’ bello pensare che settembre è un mese che contiene cose, ricordi, possibilità, futuro. In fondo non cessiamo mai di essere scolari e la scuola di allora ha ancora un senso dentro di noi ben oltre ciò che si è appreso. L’anno successivo alle elementari tornai nella mia vecchia scuola: era tutto diverso, non appartenevo più, eppure quei luoghi così distanti erano stati la mia dimensione. Lì ero cresciuto ed era divenuto piccolo il cortile e il banco, ora crescevo altrove, ma capivo già allora che quello che era accaduto non se ne sarebbe andato. Mi sembrava assoluto e solo poi ho compreso che gli assoluti durano meno della vita di un uomo.
8 settembre, sembra che si apra un nuovo attraversare gli anni e il tempo. E’ bello pensarlo, come è bello guardare attorno, vedere ciò che mi piace e ciò che non gradisco. Non assolversi dalla capacità di vedere, capire, prevedere. Ieri pensavo ad un autore che amo assai: Heinrich Böll, al fatto che diceva che amava tutto della vita, il dormire e lo svegliarsi al mattino, l’amore e la sua difficoltà, la fatica e il riposo. Ciò che non amava era l’essere costretto a fare cose inutili, la burocrazia, gli obblighi senza senso, e mi sono ritrovato così tanto nelle sue parole che ho ripreso un suo libro. E leggendolo sentivo che settembre è un mese per iniziare bene, ma non è un mese per i furbi, per i potenti, per i codardi, è un mese per gli uomini. Quelli normali, quelli che si oppongono se pensano non sia giusto, per quelli che vogliono amare ed essere amati, per quelli che sentono che hanno da fare, e pure molto, e che quel fare li riguarda. E’ cosa loro.
Camminare per quei viali mi fa sempre impressione. Oggi è altro, anche se un servizio di igiene mentale c’è ancora. Tutto diverso dai luoghi della follia d’un tempo, però gli edifici ridipinti, gli spazi verdi, le alte mura e i cancelli, sono gli stessi. Ancor oggi ci sono le sedie e panche messe a fronte. Non c’è nessuno, fa già freddo in questo settembre senza estate, ma sono gli oggetti che definiscono, nella loro posizione, il giudizio, la soluzione mentale di chi ha potere all’ordine delle vite. Se vale nelle nostre case per le disposizioni delle piccole cose, dei libri, di quello che ci sembra utile e pare essere un prolungamento di noi, a maggior ragione lo si vede qui, dove la follia è sempre stata intesa come un disordine. Allineare le sedie lungo il vialetto, mettere i piccoli gesti di riferimento e controllo nella giusta posizione, ha uno scopo, pensano che questo rassicuri, faccia parte della terapia assieme agli psicofarmaci e all’analisi. Sopire, smussare, ordinare. Questa è l’impressione.
Vedo fontane che non hanno mai dato sollievo, secche d’acqua chissà da quanto. Involucri e metafore d’altre condizioni. Gli alberi enormi, i laghi di foglie gialle a terra, tutto vuoto di passi e di grida. Per fortuna, mi dico, questo significa che Basaglia comunque ha avuto successo, c’è stato un passo innanzi, ma poi sembra che tutto abbia rallentato e pian piano si sia fermato. Accade dopo ogni rivoluzione, fuoco, passione e poi si derubrica, si pensa altro. L’edilizia manicomiale del primo ‘900, forse inconsciamente si ispirava a caserme. Un corpo centrale e poi tanti edifici bassi che ospitavano camerate e luoghi di cura. Qui è così. Per questo l’impronta è rimasta. E’ la disposizione dei luoghi, degli spazi che riporta ai percorsi mentali di chi interpretò l’architettura come parte funzionale della cura. Nei corridoi imbiancati di fresco, ora c’è altro, sempre sanità, ma quella normale, da piccolo cabotaggio, poliambulatori, punti di prelievo, sale raggi. Però le panche di lamiera verniciata di bianco, i mobili dello stesso colore tradiscono ciò che un tempo era il maggiore male dell’uomo: l’attesa. Oggi si attende poco, un tempo l’attesa durava l’intera vita. Si usciva poco da questi luoghi, quasi mai, eppure le persone attendevano. La follia era una galera senza redenzione, però attendevano. A modo loro, attendevano. E’ difficile non pensare alla diversità della percezione del tempo, il tempo dei sani e il tempo dei folli non era, e non è, il medesimo. Mancando una gestione della quotidianità, chissà come si accumulava il ricordo e l’esperienza nella memoria.
Percorro i viali che mascherano l’uso antico della separazione tra un mondo maggiore ed uno minore, c’è molto verde preservato. Mi sembra inutile, senza scopo, senza grida di bambini, confusione di giochi, corse. Nella riforma non è stato previsto che aprendo i cancelli il verde potesse essere ricondotto ad un uso comune, come se il mondo di fuori si sia comunque fermato alle soglie delle barriere, ora aperte. Salvo in un piccolo padiglione, qui non c’è più chi era l’oggetto della contenzione. Le parole hanno un senso, contenzione, tenere a bada, oggetto, qualcosa di cui si può disporre per un ordine. Tenere ed evitare che si potessero fare del male o farne, fino a dimenticare che ci potesse essere un limite o una soluzione. La follia si è razionalizzata e diffusa, è normale, e così in gran parte è guarita, oppure si nasconde in recessi impensabili e tende agguati al proprio vivere che si manifestano in altro modo da quello di un tempo. Se la grande industria farmaceutica continua a investire somme enormi nella ricerca di panacee a tempo, qualche motivo ci dovrà pur essere. In fondo la ricerca della felicità è qualcosa di talmente articolato nelle risposte e nella personalizzazione che si è allargata la normalità per contenerla, piuttosto che farsi domande sulle cause della sua assenza.
No, non riesco ad essere indifferente in questo luogo, posso rimuoverlo quando ci passo davanti, ma quando per mestiere, ci entravo, aveva persone vere che camminavano per i viali, stazionavano al bar, costruivano con la vita gli aneddoti e le barzellette sui matti. Già, anche le barzellette era un antidoto, un tentare di togliere il dolore e portarlo in una dimensione che mettesse assieme interno ed esterno, ma nel riso c’è una crudeltà che rivendica la propria differente normalità oltre al moto affettuoso. Ubbie, pensieri sull’ordine e il disordine. Ho l’impressione che quella rivoluzione (rivoluzione è il cambiamento del modo di vedere le cose e le vite) si sia fermata, che il disordine sia diventato non fonte di vita, ma una nuova contenzione. Come avessero allungato il guinzaglio. Ma chi lo tiene, chi?