naufragi pubblici e naufragi privati

naufragi pubblici e naufragi privati

Chi ha bisogno di naufragare in pubblico, credo non voglia affogare, ha solo bisogno di raccontare il suo malessere. E tutto questo raccontare, senza discrimine d’interlocutore, ed empatico, sottrae energia al malcapitato che ascolta. E’ l’inverno del nostro scontento senza voglia di battaglia, rimasticature e digestioni mai finite che sperano di liberarsi nel racconto. E’ accaduto a tutti e bisognerebbe dargli la giusta dimensione in chi ascolta, perché in fondo non è né così definitivo, né così grave. Solo che non ci ricordiamo e allora tutto sembra così assoluto oltre che doloroso, senza sbocco perché non c’è possibilità d’aiuto. Nessun aiuto servirebbe in quanto è lo sfogo che conta, le parole trattenute troppo  a lungo che vogliono uscire. Lasciamole uscire, ascoltiamo, se possibile facciamo sentire che si patisce con, si comprende, ma poi mettiamo argine perché mentre chi si libera è più leggero, la pesantezza si trasferisce in chi condivide. Ci sono altri naufragi ben più pericolosi, e sono quelli silenti, privati. Non hanno voglia di dire alcunché e si avvitano in un silenzio d’assenza. Colgono di sorpresa, nel loro immergersi e scomparire. Ci pongono domande d’importanza dell’altro: Sì contava, ma perché l’ho lasciato andare, perché non me ne sono accorto? Dove si è interrotta la fiducia e lo scambio tra noi? Capita anche negli amori che non si colga la difficoltà quando si manifesta, che la si nasconda sotto l’abitudine. Ci si chiede intuizione reciproca e poi si pratica il conoscersi a memoria.

Quando scrivo di queste cose penso a fatti precisi, a cose che accadono. Penso che voglio razionalizzare per contenere e ciò che è semplice diventa ragionamento. Potrebbe restare sensazione, cercare di dargli la giusta dimensione per non essere affranto da uno sfogo. Più difficile quando il silenzio è diventato assenza. Forse anche questo bisogna accettare e lasciar andare chi vuole andarsene. Non so, il mio concetto di cura è diverso però capisco che ci sono molti tipi di atti d’amore e che hanno in comune il rispetto dell’altro, anche quando questo costa assai.

7 pensieri su “naufragi pubblici e naufragi privati

  1. Seneca diceva che “I dolori leggeri concedono di parlare: i grandi dolori rendono muti”.

    Quindi, a parte anche il possibile esibizionismo o voglia di essere al centro dell’attenzione del personaggio di turno che racconta in pubblico le proprie pene, credo che la differenza stia proprio in quel che diceva il grande filosofo.
    Poi dipende anche (e molto) dal carattere.

    Ed è assolutamente vero che l’interlocutore si vede sottratta tanta energia, spesso vengono innescati pure pensieri negativi che ne innescano a loro volta altri. E tutto questo diventa molto faticoso da gestire da parte di chi ascolta.
    Si dovrebbe praticare un sano egoismo nei propri confronti, come difesa, poiché talvolta non è auspicabile superare certi limiti.
    Si regge, ma mica tanto spesso, solo per persone care che meritano di essere ascoltate e, se possibile, aiutate. Ma in quel caso non è fatica: è condivisione, è comprensione, è accoglienza.

    Prima di chiudere: che coincidenza Will …
    solo pochi giorni fa, per fatti miei, pensavo alla stessa canzone … 🙂

    Che sia una luminosa giornata
    con il solito sorriso
    Ondina

  2. Non lo so, sinceramente penso che non ci siano canoni validi per tutti, personalmente rientro nella categoria dei “naufragi privati” perché quando c’è qualcosa che non va di grave (di importante per me intendo), ne devo uscire e trovare la soluzione da sola….poi, forse, ne posso parlare….ma non è un voler andar via, anzi!Buon fine settimana 🙂

    Date: Thu, 11 Sep 2014 22:39:47 +0000 To: silvia-1959@live.it

  3. Condivido ogni singola parola. Anche il non detto.
    Accettare e lasciar andare chi vuole andarsene, non è cosa facile. Nè indolore. A volte, però, è l’unico gesto d’amore necessario.

  4. Buon fine settimana Willy
    ciao
    .marta

    Interessante riflessione .difficile davvero confidarsi .significa liberarsi a volte.
    Ma se ci si scarica si vuole capire e recuperare. Peggio è chi resta in silenzio.

  5. Credo che l’ascolto e l’accettazione siano l’humus per lo scambio significativo in termini di intensità e necessarietà di prese d’atto di ciò che si fa essendo e per essere. Le significazioni cercate o casuali testimoniano i fatti della personalità. E’ che l’interiorizzazione capita che sia succedente, creando uno sfalzamento di tempi che può portare recupero di senso e sentire, o rimanere diagramma contestuale di situazioni diverse vissute anche profondamente.
    Ciao Will 🙂

  6. Ascolto e accettazione, dici Insenseofyou, credo tu abbia ragione. Dove accettazione non è ciò che vorremmo ma ciò che ci raccontato come decisione. In fondo ciò che disturba è il lamento fine a se stesso.

  7. La negatività che viene travasata nell’altro, spesso non lo sopporto Ondina, sento che mi ritraggo, mi difendo, e quindi la comunicazione diventa più difficile oppure relativizzo e quindi ascolto comunque meno. Limiti, lasciamo tutta la pazienza ai santi noi accontentiamoci di quella che c’è.

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