scosso

Ci pensavo stamattina durante l’ultima scossetta, 3.5 Richter, una sciocchezza, ma gustata in bagno. Nei giorni scorsi, un po’ ridendo, mi chiedevo com’era la fuga come si è, in quei momenti quotidiani, naturalmente per sdrammatizzare. Qui anche se scuote bene siamo distanti dall’epicentro e dai disastri veri. Però…

Però l’insicurezza che sta instillando questo terremoto tocca ben altro. Ridimensiona tutto, consegna ad una dimensione del non prevedibile cose a cui non eravamo più abituati. Il vivere quotidiano ad esempio. La natura, nome un po’ degradato a ubbia dei verdi, riprende il suo posto splendente, che non è fatto solo di tramonti, mari e montagne scintillanti, ma di forza e imprevedibilità. Quello che viene detto è l’imprevedibile, nell’alzare dotto delle mani testimoni del non sapere. L’esattezza della fisica, l’ascendere inesausto matematico, la tangibilità dei prodotti delle reazioni chimiche ci hanno abituato a considerare ciò che non è impresa risolutiva a breve della mente, come materiale di serie b ed invece ci si accorge che, mentre si sono fatti passi enormi nell’infinitamente piccolo, che tra gli astri si snocciola una teoria al mese, basta scendere di una decina di chilometri e non sappiamo più nulla, i modelli predittivi fanno ridere gli scommettitori del superenalotto, la capacità di descrivere rientra nel pressapoco.

Uso una parola cara ai greci (e molto a me): meccanica. L’ordinato svolgersi del moto, il confronto e la composizione delle forze, ché sempre queste hanno un ordine e qualcosa a cui rispondere che a noi qui sfugge. Bene, in questa parola sta anche il terremoto, i disastri delle nostre, piccole cose, inadatte all’eccezionale, l’economia fatta, banalmente, sempre di un prevedibile andamento senza intoppi che non siano i mercati, la vita quotidiana assuefatta al controllo del futuro e non all’indecisione. In questo sta il timore controllato che mi assale. Mi hanno abituato a considerare la scienza come unica risposta al mondo, l’uso dei suoi proodotti e della tecnologia per convincere il succedere degli eventi, delle ore, delle abitudini, ad accadere davvero. Ed ora?

Capisco che esiste un ossimoro della scienza che imprigiona le menti, quando questa viene intesa come solutore e non spiegazione del reale. Che la scienza tratta del reale, ovvero di ciò che accade e lo spiega quando può. Troppa fiducia viene riposta da chi attende una risposta, nelle capacità risolutive di persone, magari distanti migliaia di chilometri, ed esiste una profonda, enorme differenza tra chi studia un fenomeno, ci ragiona sopra, emette delle teorie le verifica o falsifica, trae delle conclusioni sulla ripetitività e chi invece quel fenomeno lo vive e lo considera negativo nel ripetersi e vorrebbe una parola che dicesse basta. Una parola in sé salvifica ed autorevole per riportare a sé il controllo del suo destino. Sappiamo di non sapere, ma quanto ce ne rendiamo conto? In fondo il mondo è fatto di scorciatoie, di risultati che poggiano su giacimenti di numeri. Nel fare c’era la comprensione del risolvere un problema, trasformare e portare ad un ordine maggiore, trasferibile nelle vicinanze, ma c’era anche il limite, si sapeva dove si poteva arrivare, ora tutto si nasconde in una complicazione che si esaurisce nell’uso nella prigione dell’uso e nella sua accelerazione. Compro qualcosa che mi permette di fare un sacco di cose, la cui esattezza non posso verificare perché tutte poggiano su uno strato di algoritmi. Io parlo con un’interfaccia, credo, penso, che sapere come muovermi con essa sia conoscere il mezzo, con il terremoto non ho interfaccia, vado alla ragione che non capisco e ne provo paura, anche se non sono minacciato direttamente la minaccia dell’inconoscibile emerge.

La parola scossa di per sé contiene lo stupefacere dell’inatteso, sommuove e mi mette di fronte a me stesso, alla mia dimensione. Non mi sento piccolo, mi sento fragile e incapace di previsione e controllo. Mi oppongo alla scossa, non oscillo con essa, l’esorcizzo quando la rappresento come il gigante in giardino, ne cerco un lato non offensivo, esperienziale senza danni, so bene che sono alla sua mercè, qualcosa di oscuro, non prevedibile, che non si capisce bene nella dinamica, può disporre di me e la scossa sarà un’occasione per vedere diversamente il mondo se mi risparmierà. Me e il mio mondo. 

Sono scosso, ovvero senza cavaliere, come nel palio di Siena e corro e rincorro, senza paura, qualcosa che non capisco, ma so che con lo scemare dello sciame sismico, tutto tornerà come prima ed il conto sarà solo tra danni e ricostruzione. Invece proprio la scienza, adesso negletta dall’assenza di effetti, mi riporterebbe al fare, quello che capisce, che è fatto di messa in sicurezza, di mani di muratori, di materiali e ferri correttamente applicati, di pesi, norme e precauzioni. Il risultato di questo riconciliarmi, sarebbe che alla fine oscillerei con la scossa, ne porterei il timore, ma la paura non investirebbe il mio mondo fatto di interno ed esterno, finalmente ricomposti nel vedere.

E se parlo di vedere, parlo di ciò che vedo nel presente e nel futuro, come conseguenza di un modo di vivere dove l’economia si scuote e si orienta come gli uomini al possibile ed al compatibile con la natura.

Vorrei che le scosse non fossero inutili, ecco!

baristi tristi

I baristi tristi ascoltano silenziosi dietro al banco, hanno il senso del tempo del tramezzino al pomeriggio inoltrato, conoscono i volti.

Li conoscono tutti, anche quelli che non hanno mai visto, i volti dei cappuccini con poca schiuma, con tanta schiuma, con latte tiepido, con deca, con caffè d’orzo (alla parola caffè, quando si parla d’orzo, un brivido li percorre nel simpatico), in tazza grande, col ginseng, ( in Africa si beve col ginger o al cardamomo, in sud america con il cacao, vuoi che gli racconti che nel caffè si mette ciò che viene dagli stessi posti dove cresce? non capirebbero, il ginseng lo mettano sul the, lo mettano). Solo al caffè doppio e al ristretto 32 gocce accennano il sorriso. Ma mai una barbagliata, un nero alla triestina, una cioccolata amara fatta espressa, al più l’americano. E l’espresso alla francese, nessuno che beve l’espresso alla francese o il café creme all’austriaca?

E le brioches? con crema, integrale (come il nudo rifatto esibito: senza fascino), alla marmellata, con mirtilli (che ci troveranno nei mirtilli, ‘sti cannibali, gli gnomi?), ai cereali, 4/5 cereali (voglio vedere se li contano), con chantilly, chantilly con frutti di bosco ( i funghi ci metterei, i funghi canditi), la sfoglia, la sfoglia con mandorle (eh lo so che ti piace, botta di vita, ma oggi allappa e lo vedrò dalla tua espressione, silenziosa più della bocca, ma sai l’umidità ammassa e il pasticcere assonnato fa il resto…), il ferro di cavallo, l’occhio di bue (come mi piaceva da piccolo, me lo comprava mia nonna, magari ho fatto il barista per questo…), la frolla, le brioches ripiene di ananas (una mattina mi ha detto: sa, fa dimagrire, l’ananas. Ma si puo essere piu imbecilli), il riso, il semolino, la mela al cartoccio e poi la brioche vuota (il niente finto ha sempre una grande audience, non ne avanza mai una, andrebbe bene per un santone indiano in vena di meditazione), i crapfen vuoti (???), pieni di marmellata o di crema, i mini. Le mini brioches vanno molto: mezzo peccato (mezza vita, ometti e omette con il mezzo che giustifica il fine).

La mattina alle sei e mezza sembra l’esercito cinese di terracotta, allineate in file ordinate le brioches attendono. Il barista ha un ordine, davanti le truppe leggere, dietro le creme, le marmellate, sul lato destro la cavalleria del riso, del semolino e l’artiglieria pesante dello strudel (roba tedesca, pesante e d’attacco come il krapfen), è bello riempire il bancone, guardare le file ordinate e croccanti, poi arriverà l’attacco e comincerà la decimazione, reparti interi si immoleranno in mandibole trancianti o sbocconcellanti. Da questa parte del banco si vede il rapporto con il cibo e la vita, i problemi, gli estri, l’umore, gli amori.  Si vede e si tace.

Poi passata l’ondata della furia, gli ultimi s’accontenteranno. E alla fine vince il banco perché gli ultimi si giocano ciò che avanza. Potevano venire prima, potevano.

E’ così fino a mezza mattina poi inizia il salato, il barista deve parlare poco, lo stretto necessario e solo con quelli che gl’assomigliano.  Non è un barbiere.

L’anno scorso ho visto Caos calmo, ho lo stesso rapporto del protagonista con i clienti: solo gli amici superano la barriera, il resto passa.

segnali di cambiamento

Ad un certo punto capisci che non potrai bere tutto il vino che meriterebbe d’essere bevuto, e neppure tutti i libri che ti interessano potranno essere letti, la musica la ascolterai per eccezioni e per spunti maniacali, di qualche film conoscerai i dialoghi a memoria e perderai il troppo nuovo per piluccare di tanto in tanto quello che t’ispira.

Anche il cibo non ti eccita più come un tempo, il sesso non e’ rincorsa di piaceri ma tenerezza e profondità. Ti commuovi più che da giovane, quasi sapessi come andrà a finire, ma non vuoi chiamarti vecchio per questo; tieni aperto qualche ideale, conservi delle rabbie con piglio gentile e ci sono ancora cose che non faresti o subiresti mai.

Sei più curioso d’un tempo e ricco di tracce, duelli con il tempo, ti metti alla prova, canti da solo in auto, lasci che il cuore trabocchi in quello che senti e vedi, rifiuti il cinismo.

Cammini, cammini molto e se non corri e’ perché ti farebbe male alla schiena. Ti ricordi di quando ti sei rotto due vertebre e poi hai pensato che ti era stata regalata una vita. Chissà perché ti viene in mente un verde assoluto a Friburgo, che entrava dentro con gioia; a te che il verde non piaceva.

Pensi che quei discorsi in riva al mare d’estate, o davanti a un bicchiere di vino d’ inverno, di alcuni ne segui ancora il filo, e sai che continueranno chissà come e dove.

Ti ricordi di un sottopasso di Kiev, di una signora che offriva tre biscotti allineati su una scatola di cartone e i fiori di casa, e dei ragazzini che giocavano a  calcio a Palermo, con pallone mezzo sgonfio, ti ricordi, ma era Buenos Aires non in Sicilia e sai anche i ricordi non ti basteranno mai per questo continui ad andare.

E’ il tempo mio caro, quello che e’ sempre un lenzuolo che volteggia al sole e sbatte al vento, che si raccoglie e stende, libero. Tu tienilo con polso largo come un aquilone, tienilo e fallo volare.

inshallah

Nei primi anni di università frequentavo un gruppo di studenti arabi, c’erano palestinesi, iraniani, giordani, qualche siriano. Ci vedevamo a lezione, al bar o in sala studio, si parlava con le ragazze, c’era sempre molto caffè da bere, risate, curiosità reciproca. Erano anni in cui le guerre tra i Paesi Arabi ed Israele si susseguivano, in Iran c’era molta resistenza, cercavamo di capire senza darlo a vedere e  per questo parlavamo tutti con generosità di parole, di tutto, ma anche molto di vita quotidiana. Inshallah concludeva tutti i ragionamenti pratici: gli esami, una serata programmata, un approccio possibile con qualche ragazza, l’appuntamento per il cinema.

Non mi rendevo molto conto del valore che c’era dietro a questa parola, m’affascinava il suono, come accade per la lingua araba quando scivola tra le vocali ed addolcisce consonanti. Mi chiedevo come si potesse rallentare una vita fatta di slanci, perché tali erano i loro e quelli della loro storia, temperando il governo delle cose e del tempo, con l’attesa e l’ accettazione di una volontà esterna così forte da essere l’ultima a dire la parola. Sembrava un affidarsi operoso: ho fatto il possibile adesso tocca a te.

I miei amici erano laici, bevevano e mangiavano senza preclusioni, comunque non credenti e come noi spesso agnostici, si parlava di religioni comparate come fenomeno culturale più che come insieme di precetti, eppure inshallah emergeva come modo di vedere prima che intercalare. L’impressione che ne traevo era quella di essere altrove, come venisse aperta d’estate la porta d’ una chiesa ed il fresco che usciva, prendeva, non occorreva credere in qualcosa per star bene, e si capiva benissimo che quello era il logico accompagnare di ogni sereno preannuncio di impresa, di programma futuro.

Pur sentendone il fascino, mi sfuggiva allora questo affidarsi dinamico, lo capii di più in seguito, con gli anni, e con i viaggi. La parola ed il suo significato tornava, mentre si allargava il suo confine e diventava un modo di vedere il mondo. Credo che il probabilmente a cui aderisco quando vado in africa, o l’affidarsi vigile di quando viaggio nei paesi arabi siano il mio modo di aver capito che ci sono posti e regole in cui lasciar fare agli eventi. E che questo è un aiuto al compimento  dei progetti. Inshallah così diventa anche il mio intercalare, ed il modo per ritrovare una serenità messa a dura prova dagli orari mancati, dalle deviazioni continue, dagli accidenti che spostano di albergo, di cibo e di tragitto. Non arrivo ancora a pensare che la vita, la salute siano poco da tutelare perché comunque un caso benevolo le difenderà, mi premunisco per quanto possibile, ma dove non arrivo, spero e lascio fare.

Mi viene da pensarlo in queste giornate di terremoto, quando l’imprevisto diviene più forte e la scelta è tra alternative inesistenti: è meglio restare o andare? correre od attendere? Scelgo e mi muovo sperando che sia la scelta giusta. Per me il significato di inshallah è questo, fare con serenità una scelta che presa, non dipende più da noi soli, ma da una miriade di variabili per cui è meglio che la loro somma conduca pressapoco dove dovevamo andare.

Ecco, facciamo, impegnamoci, portiamo noi e il nostro mondo verso qualcosa che ci porti avanti, ci faccia bene e speriamo che tutto vada per il verso giusto.

Inshallah.

gli anni inutili


Sono i nostri gli anni inutili, quelli della mia generazione, che per propria responsabilità e per la gioia della Fornero, tira innanzi anni in cui non ha vocazioni e progetto. Sono anni dove i nostri figli non crescono, anni che sono fatti di giorni spergiuri delle nostre speranze giovani, anni in cui il mondo e’ cambiato solo per noi, anni in cui lo spread tra le età continua a salire. Questo e’ il vero debito pubblico, un debito fatto di energie stanche, di luoghi comuni che hanno preso il posto della fantasia, un debito arrogante e ingiusto.

Anni inutili se vissuti senza la forza di immaginare vite nuove, prolungando giovinezze improbabili perché prive di sogni, ricche di illusioni e poggiate su zampe di cinismo. Anni senza coraggio, anni ripetuti di giovanilismi, di conti che non sono stati saldati a tempo.
Penso, invece, al coraggio dei ragazzi che vivono da precari ed ogni mattina vanno a lavorare pensando che cambierà, penso alle famiglie che costruiscono ed hanno timore di chiamarle con questo nome perché, se si lavora a tre mesi, mancano i progetti, non i sogni di famiglia. Eppure questi giovani, che sono ormai legione, continuano, cercano, provano.

Penso, anche, alla disperazione dei cinquantenni che perdono in continuazione il lavoro, ma magari la Fornero non sa che a 50 anni si perdono i lavori, non si trovano. Penso alla chiusura sociale che sta avvenendo tra chi sta bene e chi ha nulla, o ha poco.

Penso al discorso a pranzo, oggi, dove il tema del ristoratore era l’immatricolazione delle barche oltre i 12 metri in Croazia, e la grande idea di un mio coetaneo era pagare tutti poco, perché così non c’è evasione, ben sapendo che gran parte del prelievo avviene su chi non può cammuffare i propri redditi. Pensavo che se i miei anni saranno anni egoisti, saranno anni inutili, ma che in questi anni, che abbiamo a disposizione, qualcosa di buono si può fare, ad esempio, attivare una cultura che consideri l’età non come un privilegio ma un bene comune.

E comportarsi di conseguenza.

è un segreto: il posto, l’aria, il profumo. E non parlatene se non a chi non capisce

I platani capitozzati sono tirati a pergolato, e scendono con fiumi di glicine azzurro e bianco verso il castello di Miramare. L’aria è piena di profumo, l’azzurro viola riempie il cuore, le nari, il cervello. Si può riempire un cuore di colore, di profumo? qui si può fare , così anche i pensieri, poi a Barcola, davanti al mare, sono meno assillanti e la mia vita, le cose che faccio fatica a chiudere, anche quando non ho evitato il dolore, divengono storie.

Una storia, tra le altre, mi è rimasta da pensare, perché non l’ho capita. Ora ho certezza di essere caduto in una volontà senza decisione, così la cosa è rimasta sospesa, il mondo è andato avanti e le cose, il mondo, le vite sono cambiate, ma ciascuna per suo conto.

Pensavo: ecco in questa mancanza di comprensione profonda si consumano molte storie, noi proclamiamo la leggerezza come strumento per non lasciare orme sulla vita, pensando di danzare, mentre in realtà siamo fermi e simili ad alberi nei nostri percorsi. E se guardassimo bene l’albero del nostro vivere, vedremmo infinite ramificazioni che, al più, finiscono in una foglia, rami che non saranno mai fusto, ed un tronco, solido, piantato nel terreno in cui ci è dato vivere. Il tronco ha un bisogno enorme di crescere, di essere albero – quell’albero- e il resto che compie, con volontà e leggerezza, sono tentativi di luce. Essere albero esige determinazione per la propria vita, e pur vivendo del rapporto con gli altri, donando profumo e ricevendo luce, la determinazione alla fine riguarda solo noi stessi.

Pensavo, mentre il mare e il profumo di salso avevano tracce di glicine, a quanti silenzi chiudono un lasciare qualcosa per cui si è patito e gioito, e quanta forza è necessaria per dare espressione a quel silenzio, che è un nostro parlare e serve a dare senso ad una sofferenza, che sarebbe annacquata dalle parole. Forse solo la consapevolezza del perché si soffre chiude le sofferenze, pensavo, e ci riporta a noi e ci fa capire cosa amavamo davvero in quelle storie che si chiudono. Soffrire non dà una ragione, ma un significato a ciò che si prova.

Io, pensavo, per anni non ho capito che la parte maggiore di ciò che mi impediva di essere sereno nell’ andarmene era il senso del fallimento, e siccome non l’ accettavo, riprovavo, come se una sconfitta avesse una prova di riserva. E’ la sindrome del giocatore che pensa sempre che la prossima mano gli permetterà di rovesciare la fortuna avversa e di riprendere se stesso. Ma in realtà non è così, quando subentra la comprensione, il gioco, quel gioco, è perduto, non coinvolge più. Resta un buco dello strappo e si deve attendere che si riempia. e qui, pensavo, che cercare di capire perché non si è soddisfatti sembra sia la necessità di colmare quel buco. Ma un riempire è un fatto statico, non considera la vita come qualcosa che procede. Ecco, avrei voluto ricordarmi sempre che la vita procede, che quello che avevo era meno di quello che mi stava attorno, e che sentivo nel colore, nel mare, nella sensazione di ben essere. E che guardandomi esclusivamente dentro, mi perdevo molto della vita che pullulava e chiedeva di essere letta. 

Non c’era tristezza in questa percezione di essere fuori e dentro altro, anzi il confronto con il molto di buono e bello che avevo conosciuto, portava allegria, fiducia. L’allegria che ci permette di sbagliare e poi di riprovare, con mezzi uguali, e diversi, con attenzioni che ci sembrano nuove, con il senso che davvero c’è molto più fuori di noi che dentro i nostri piccoli razionali, pensieri, che prevedono il futuro.

Siamo solo maghetti di pianura consegnati alle arti magiche del già visto, provato, vissuto, all’ illusione di vivere che si consuma, se ci si sofferma in questo sapere senza meraviglia. 

chi sarà il nostro Steinbeck?

Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passos o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, o l’Ottieri?

Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo. 

Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai, e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano, parlano di un mondo di pochi, un sogno che dovrebbe essere di molti.

E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci vissuta di ricordi e di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, chi parlerà delle case al mare, delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che proprio il loro mondo è fuori della realtà?

Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio. Passerà. Meglio parlar d’altro.

Non resterà traccia. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.

famosi, ciascuno, per una sera

Il pubblico dopo la lettura del comunicato dell’orchestra, applaude. Alcuni, dal pubblico, si alzano, con gli occhi lucidi battono le mani a dissipare la commozione. Le parole sono scarne: si taglieranno concerti e stipendi già magri, anche l’orchestra sarà più magra, meno collaborazioni esterne e più precari. 

Il pubblico di appassionati, 450 persone, è colpito, pensano applaudendo che qualcosa che vale, che li ha allietati, commossi, emozionati, potrebbe sparire. Quante volte d’inverno, o d’autunno, con la neve o la pioggia fuori dalla sala, ci si affrettava, ma la parola non mancava per dire ch’era stata una sera importante. E quanti ritorni a casa più lenti per non disperdere l’impressione; era importante il tempo dopo, le luci gialle dei bar, il percorso, le parole scambiate, che rimanevano pudiche, prima di scorrere a descrivere ciò che s’era sentito. 

Gli orchestrali sono commossi, pensano alla loro vita; è strana la vita di chi riceve applausi a 1300 euro al mese dopo 20 anni di orchestra. Pensano che gli applausi, come le emozioni, siano di tutti e magari stavolta restano. Ringraziano, battono con gli archetti sugli strumenti, poi riprendono il posto e scende il silenzio: il rito e la musica inizia. Famosi, ciascuno, per una sera, più di sempre, per consapevolezza.

Speriamo non finisca. 

è tornato il gigante nel cortile

Mi sono svegliato di colpo, la piccola scossa precedente era stato appena un brivido, ma questa era lunghissima, sento cadere cose e libri, e continua, continua: 22 secondi ho letto poi. Il tempo nel terremoto, non finisce mai, anche quando la scossa è finita resta la sensazione e tutto sembra essere in procinto di oscillare. Ma intanto bisogna decidere.

Rivestirsi, che fare, uscire, restare, le scale sono anch’esse lunghe, la casa reggerà? I libri, i cd che volano dalle doppie file, frana una pila giornali. Devo riordinare questa casa e la vita. Mi mette allegria da naufraghi, una delle vetrine che s’è aperta ed è diventata un sismografo sensibilissimo, rovescia piccole collezioni per terra e tintinna in continuazione. Nell’altra casa avevo appeso al soffitto un triangolo da orchestra e il suo martelletto, suonava con le scosse anche piccole, qui sono i vetri che vibrano e si accordano.

Scendo in strada, qualche macchina si addensa nel piazzale, in prato ci sono persone oltre ai soliti, notturni, suonatori di bonghi e jembée, accendo un mezzo sigaro, torno a casa.

L’aria è frizzante di mattina, percorsa da aliti caldi di scirocco, è l’alba, ma le allodole tacciono, mi pare appena inquietante. 

Poi mentre leggo, a letto, arriva, più lieve e tintinnante, la scossa delle 5. Ricadono libri, mi giro e cerco il sonno in una quiete tesa.

Caro gigante che ti diverti a scuotere la casa, per favore sorridi e siediti a parlare con noi.

la rivolta delle cose

Stamattina lo scotch attaccava poco.

Ci sono questi momenti nella vita, basta capirlo, sta sempre così arrotolato su se stesso…

Comunque, s’incollava alle dita ed accarezzava la carta, forse aveva paura di sporcarla, d’essere appiccicoso; di certo c’era un patto segreto tra loro. Un patto che escludeva me, le mie necessità. Mai che il cerotto usi la stessa attenzione alla mia pelle; gli dico: dai, uno strappo e via, ma è una scia di peeling che se ne va e per un orso è pur sempre un trauma d’assenza quando si guarda il braccio o la gamba. In quei momenti capisco la pazienza della ceretta femminile, la capacità di sofferenza per piacersi, capisco e divago.

Lo scotch, dicevo, attaccava poco, e le foto, le poesie appiccicate sulle porte dell’armadio aspettavano solo che mi girassi per staccarsi e cadere. Sembrava autunno con tutti quei fogli per terra, raccoglievo in silenzio e riattaccavo. Credo esista una pazienza per le cose diversa da quella che usiamo alle persone, una pazienza che parla loro, le interroga, chiede ragione di tanto accanimento e riflette. La pazienza è uno specchio, deve riflettere, deve far capire cosa si agita dentro quell’immagine che la guarda. La ragione del perché le cose non funzionano sta lì, in quell’immagine che pensa ad altro, che non si cura del mondo piccolo attorno. E’ la meccanica dell’uso che offende le cose.

C’è anche un’ira per le cose, un’ira distruttiva, anch’essa diversa da quella degli umani, un’ira che distrugge e butta via perché, tanto, le cose non capiscono. Gli si spiega che non c’è tempo, che devono essere efficienti, che sono fatte per questo. E le cose si rifiutano; riottose, mule, dinegano, è così l’ira prende e strappa, distrugge, getta. Ma loro, pur a pezzi, ridono di noi. Ho visto una volta gettare a terra con rabbia e forza, una calcolatrice meccanica, le rotelle, gli ingranaggi andavano dappertutto, correndo allegri, mentre l’iroso, ormai contrito, contemplava la sua sconfitta e l’irridere delle cose.

Ma non è colpa delle cose, se si rivoltano una ragione c’è: non abbiamo più il controllo, le abbiamo sopravvalutate prima e gettate in un canto poi. Lo scotch, ad esempio,  sta lì arrotolato, ma è diventato telescopico, il calore della scorsa estate lo ha trasformato in un cono, se adesso appiccica a rovescio e si ribella, è per trascuratezza. Lo abbiamo trascurato perché ce n’è troppo, troppe chiocciole con lo scotch in giro e pochi utilizzi e lui capisce che è finita l’epoca del nastro adesivo. A malapena resistono le graffette e i fermagli. Negli anni del post it e della virtualità si attacca meno. Tutto. Così anche la colla è seccata, proprio incazzata nel tubo rosso e si rifiuta di uscire, non attacca più, piuttosto si strugge a pezzi di consistenza gommosa e inservibile. Un giorno ho detto a voce alta: ma ti ricordi il profumo della coccoina? anche se non mi serviva la colla, aprivo il barattolo d’alluminio per annusarla. aveva un odore di mandorle, di noccioli aperti e poi il pennello a setola dura che scorreva sulla carta, vuoi mettere… Dev’essere lì che la colla s’è offesa e ha detto: adessotisistemoio, perché ha cominciato a sbavare, a venir via a pezzi. Userei lei per i fogli da incollare sull’armadio, ma è secca, rincagnita dentro il tubo e quello che ne esce è solo rabbia collosa, a pezzi bianchi che sporcano, ma non attaccano.

Bisogna parlare alle cose perché non si rivoltino, ripetere loro la funzione che hanno, fare qualche complimento: lo vedi che se vuoi attacchi, sei vecchiotta ma funzioni benissimo, come te non ne fanno più. E bisogna stare attenti, non pensare cose diverse da quelle che si dicono, perché le cose sono telepatiche. Se ad esempio si pensa: come te non ne fanno più. Per fortuna. Le cose sentono e si ribellano, sono permalose le cose. Bisogna stare attenti, parlargli piano, lasciare che diano la fantasia oltre la funzione, ma soprattutto considerare che aspettano, e chi aspetta nel migliore dei casi, pensa ad altro.

p.s. poi alla fine un accordo l’abbiamo trovato