contro la narrazione

La parola narrazione mi suscita moti di stizza, ripulsa.

Capisce la parola?

Tutti narriamo, l’abbiamo sempre fatto, ma non abbiamo inventato un genere; a volte spieghiamo, a volte ricordiamo, a volte raccontiamo quello che sembra verosimile, che suona bene. Ecco, credo che la narrazione quando diventa genere, si alimenti soprattutto del terzo genere, intrisa com’è di sentimento e fatti. Più sentimento che fatti e quest’ultimi, piegano il reale.

Non mi piace la narrazione pubblica, mi piace l’invettiva, il j’accuse. Se si parla di camorra, di mafia o della banda della magliana, bisogna evitare il genere letterario, oppure considerarlo tale, far capire che la realtà fa male, perché il pericolo di normalizzazione diventa enorme, come pure quello dell’emulazione. Ci sono t-shirt, felpe, cappellini generati dalla narrazione, idee conformi che non toccano la radice dei fatti, ovvero che l’illegalità è un male profondo, personale e sociale, che l’illegalità genera illegalità e sofferenza, ma soprattutto che l’illegalità è intollerabile.

C’è un limite al racconto ed è quello oltre il quale subentrano i fatti, i nuovi fatti. Si usa molto un’altra parola, che m’infastidisce, spesso legata a narrazione: civile. Coscienza, cerimonia, orazione, società, narrazione, ecc. come se il resto fosse un mondo a parte, non civile. Io credo che le grandi storie, le persone che l’hanno vissute non siano santi civili, sono le urne dei forti del Foscolo, ciò che illumina la notte, ma qui sotto ci siamo tutti con la necessità di vedere chiaro, di distinguere, di schierarci.

Adesso infuria la narrazione civile, credo facciano un po’ i furbi, il discrimine è lieve, la tentazione della nicchia calda, forte; bisogna stare al di qua, comportarsi.

Capisce la parola?  Comportarsi di conseguenza.

Non abbiamo bisogno di santi civili, abbiamo bisogno di comportamenti generalizzati che sorreggano i soldati in prima linea. Chi racconta le retrovie, le storie di ordinaria umanità di Napoli o Casal di Principe, chi sostiene oggi i successori di Peppino Impastato, o di Ambrosoli? Prendo Loro ad esempio, ma, in testa, tutti abbiamo i nomi dei caduti in prima linea, molti ce li siamo dimenticati perché sono stati troppi e perché nessuno li ha santificati, fossero giudici, parlamentari, poliziotti, giornalisti, persone per bene. Anche per le medaglie d’oro c’è una narrazione che piega i fatti ai sentimenti.

In questi giorni c’è il programma di Saviano e Fazio, l’ho visto a tratti, è un programma televisivo, non diamogli un significato eccessivo, se fosse due volte alla settimana per 6 mesi, dopo il primo mese lo guarderebbero in pochi. I soliti, quelli che pensano in un certo modo, e perdonano le ripetizioni, cercano ragioni.

C’è un bisogno forte di segni, di unghiate, cose che la narrazione racconta con dita di velluto. Se Grillo fosse in tv, e non sulle piazze dove anche i pidiellini lo vanno a sentire, sarebbe meno della Gabanelli.

Vi siete mai chiesti perché la narrazione rappresenta il limite dell’impotenza? Perché il potere è più forte oppure perché la narrazione, indigna quietamente, attiva quel senso di sdegno che spinge più ad astenersi che a fare ? La mia risposta è sulla seconda opzione.

La sinistra soffre di un complesso di castrazione culturale e informativa che ai tempi del PCI non aveva. Strano vero? Se si narrasse di meno ed accusasse di più, il suo popolo si sentirebbe meno solo, con il suo bisogno di allegria, di obbiettivi e politica, di entusiasmi, di commozione. Per questo la narrazione non serve al cambiamento se non quando diventa carne e sangue del fare, dell’esserci, del partecipare.

Con la narrazione Dreifus sarebbe ancora in galera e Zola avrebbe una rubrica su le Figarò.

Capisce il concetto?

lettura emotiva del salone del libro

L’impressione, entrando nell’ immenso salone, è d’un altrove scatenato a terra che addensa segni, parole spiaccicate nei libri, ronzio gonfio di voci, sudore di calca, visi disfatti, persone stravaccate su cubi in pelle rigenerata, soddisfazione di vedere Tremonti che firma in solitudine le copie del suo ultimo libro, così impara a dire che con la cultura non si mangia, panchine oggetto di desiderio, e angoli, molti, troppi angoli, che amplificano ciò che non si può amplificare, il pensiero, e lo frangono, emozionano, lo fanno riflettere la luce prima di disperderlo in decine di altre scatole craniche, finalmente attente ed ascoltanti. Insomma, un flusso inarrestabile di intenzioni e desideri, dove ognuno cerca qualcosa e spesso lo trova, in una frenesia caotica e direzionata.

E’ uno spazio tempo del quiadesso, un coagulo di volontà che si risolverà in pochi giorni, immemore dell’altro, altrove passato.  E l’altrove di prima, lo si vede innalzando gli occhi, filtrando tra i pannelli, verso le capriate d’acciaio ed i muri alti, verticali, grigi ed inutili ora, per cose a misura d’uomini, ma qui gli occhi s’ alzano poco, per cui il ricordo si confina nel mio: qui costruivano motori, un tempo l’aria era compressa e percossa dal clangore delle calandre, l’ozono e i minuscoli soli di saldatura, frizzavano nelle narici, in un sincopare di schiocchi e rumori ritmici d’aria compressa. Il luogo del fare è ricettacolo del pensare, dal materiale all’immateriale, eppure… Eppure c’è un nesso profondo tra ciò che spinge a leggere e ciò che si fa, chi legge non vive solo in un mondo parallelo generato dal cervello di chi scrive, ma segue una realtà fatta di oggetti, di cose concrete che arredano il pensiero. Immagino il pensiero degli operai d’un tempo, degli impiegati con il tinello e i volumi rilegati di Conoscere o di qualche enciclopedia ereditata. I classici, la scrivania in un angolo, e per i più vivi, il grigio delle rilegature Einaudi oppure il marroncino della Bur. Quel leggere entrava in fabbrica e dalla fabbrica, con la sirena, usciva nei quartieri, spezzava a tavola il profumo di minestra, riusciva dopo cena nei bar fino a notte, oppure si stemperava davanti a televisori a rate. Era un altro modo di sapere e i saperi si sono confrontati ed assimilati in altri anni. Volponi, Olivetti, Levi, Ottieri, Calvino sarebbero felici del mescolarsi così alto di simbologie, qui, in questo luogo, e di questo flusso di persone in cerca (di cosa, di chi? ),  che trova, compulsivamente trova.

Questo luogo non è il mio per l’ atto dello scegliere libri. Ho una libreria, un libraio che conosco da sempre, con cui parlo e che accoglie in restituzione ciò che non mi piace, scaffali di cui conosco la disposizione, banchi in cui mi fermo in lettura, persone con cui converso e scambio impressioni. L’orgia del pensiero, la bulimia dell’acquisto la consumo altrove, però qui sono dentro le parole, e il mondo, che non è né quieto né ordinato. E mi piacciono entrambi. Ho anche una scelta da fare: passo al digitale oppure continuo con la mia amata carta? Credo che un dinosauro debba essere felice  della sua specie, dell’essere quello che è, di questo me ne rendo conto qui, compulsando la tentazione: che mi costa? mi regalano anche 4 libri, c’è l’offerta salone. Quasi quasi mi prendo un tablet che così ho tutto, pesa però, per leggere, 680 g, poco per un computer molto per la mia testa quando m’addormento. Cheffò, lo prendo? No, non lo prendo, varrebbe la pena solo per il dizionario incluso, è bello, poi parla e traduce. Quasi, quasi…

 Non l’ho preso, ma non è finita e a modo mio qualche altro inutile aggeggio arriverà. Il salone è stato utile anche per questo, bello il digitale, ma meglio l’odore della carta. Magari potrebbe essere un’idea per Amazon quella di dotare i lettori di un profumo e di un crepitio di foglio, quasi quasi la brevetto.

Non solo di parole si nutre l’uomo, ottimo il pecorino e pure il cannonau, dello stand Sardo, la cultura ha gusto e peso proteico. Avete mai osservato come un buffet culturale ecciti gli appetiti più famelici, persone compassate, professori e maestre dalla penna rossa davanti al buffet si trasformano. In coda ad un convegno sull’attualità di Leopardi, ho visto il tentativo di consumare un tentacolo crudo di piovra, arredo del banco, brandito trionfalmente da un’insegnante che l’aveva strappato nella ressa. Sabato ho avuto modo di ascoltare un testo in sardo, letto con una voce bellissima, non ho capito nulla, ma mi sembrava la voce della terra, dell’acqua, della roccia che per suo conto diceva di sé.

Al salone ho incontrato persone di cui conoscevo solo lo scrivere, bloggeur come me. E’ bello sovrapporre il viso alle parole scritte, e chi frequenta i blog conosce il rischio della delusione nell’incontro, ma se non c’è doppio fine e non si raccontano balle, ci si accorge con stupore che la persona è quella che avevi in testa. Anzi di più perché parla in diretta. Abbiamo arricchito ( ;-)) i Benetton? Non credo, ma che miseria nella terra dello slow food, io però ero contento, di quella contentezza immotivata e un po’ bambina, del conoscere amici, del consumare quello che c’è con loro; come si aprisse una porta e la luce che ne veniva fosse calda, profumata di buono.

Questo degli incontri è un tema che vorrei consigliare ai gestori del Salone, ovvero configurare uno spazio per bloggeurs con tanto di caffè e tavolini, un bistrot da rive gauche. Sarebbe un appuntamento annuale per gli amanti della parola, un percorso inverso dal digitale al reale.

La sera, a cena dal Parin, secondo turno; alle 23.30 eravamo ancora all’antipasto. Siamo andati via per non coincidere con il primo turno del mezzogiorno successivo. Per me, che sono perverso, è stato divertente e molto, anche il non cenare, merito della compagnia.  

Il giorno dopo Torino, era Juventina, assonnata, spazzata da folate di pioggia. Mi pareva logico che il Salone fosse lì fuori, nelle piazze, nei viali vuoti di persone, nei caffè che aspettavano mezzogiono per diventare ristoranti. Mi pareva logico che nel Circolo dei lettori, il buffet fosse sommesso, i bicchieri appropriati, il parente piemontese della cassoeula, giustamente indigesto.

i.s. è sempre stato presente in questi giorni, il pensiero grato per questa visita torinese, per chi mi ha dedicato attenzione, regalato un inconsueta quantità di sorrisi, estorto gentilmente parole che tradivano la mia timidezza. E, cosa singolare, mi ha fatto retrodatare la settimana come inizio al sabato. Come dire che l’effetto dura tutt’ora.

Grazie.

è allora che il cuore respira

Ci sono momenti in cui la grazia o la tenerezza (o la bontà, ma il discorso si farebbe lungo) d’un momento, sembrano sospendere l’ordine usuale delle cose. Che poi tanto ordine non è, ma condiziona così tanto le nostre vite da renderle infelici. In questi momenti emerge la possibilità che il mondo, il nostro mondo, sia altro, come quando una consapevolezza improvvisa, una stanchezza da troppo tempo ricacciata, fa emergere il basta, quel basta che e’ riconquista di noi, di un futuro che irrompe nel presente e per una volta, non piega noi, ma spezza una sequenza che sembrava incoercibile di logica, di necessità, di comodo star male.

Insomma qualcosa che spiazza il procedere segnato dell’esistenza ed apre uno squarcio da cui si intravvedono colori: l’azzurro, il bianco d’una nuvola, il nero che torna ad essere pavimento su cui camminare, una lieve inquietudine d’aria chiara. 
Attendere l’inatteso procura soddisfazioni e piccole svolte che non si narrano, ma esso, è condizione d’animo oppure un regalo che non si dovrebbe rifiutare.  E bisogna pur sapere che dopo ch’e accaduto, la mano è più leggera, prende con gli occhi quello che vede, se ne ciba nei pensieri e canticchia musiche speciali. Tutto come sempre e come mai prima.

E’ allora che il cuore respira.

la buona notizia

Stamattina mamma anitra, seguita dai suoi quattro piccolissimi anatroccoli, è riuscita a passare indenne la strada di adduzione alla tangenziale.

Le auto hanno rallentato, alcune si sono proprio fermate. Mamma anitra, contenta dell’impresa,  è scesa nel fosso e ha cominciato a impartire lezioni di nuoto ai piccoli. 

Il sorriso è nato negli automobilisti che, scuotendo il capo, hanno pensato: sono belle le cose.  

il grillo saggio siede sul muretto al sole

Sediamoci al sole, sul muretto degli scontenti: questo è un paese vecchio, fatto di pensionati. Spesso talmente giovani che non lo sanno e hanno semplicemente mandato il cervello in pensione anticipata. Non parlo di chi si ostina ad avere speranze combattendo tra partita iva e call center, tra precario è bello e affitto da pagare. No, parlo di quelli che con il sedere al caldo, non partecipano, non si preoccupano, hanno una risposta pronta al loro disimpegno. Tanto… 

Allora sediamoci su questo muretto e godendoci il sole, parliamo di cosa faremmo, se noi fossimo gli allenatori di questa immensa squadra di calcio che ha quasi 60 milioni di giocatori. Parlo di strategia di gioco, di rosa dei titolari da mettere in campo, di massaggiatori ed allenatori dei portieri. Parlo di quello che servirebbe per vincere la partita. In questo siamo bravissimi, tutti, ma confesso che da qualche tempo, in questo campionato mondiale in cui la globalizzazione ha portato squadre nuove, sconosciute, senza rispetto per i vincitori naturali, non capisco più molto. Capisco ad esempio qual’è il campo, ma non chi sono gli arbitri, e spesso neppure le regole e chi sia l’avversario. Qualcosa dev’essere accaduto nell’89 o giù di lì, ma non ho (abbiamo) ben capito come si sarebbero svolte le partite successive. Dovrebbe consolarmi che, visti i risultati, neppure i vari allenatori che si sono succeduti devono aver compreso molto. Però non mi consola, come non mi consola la sconfitta della lega e del pdl, né mi preoccupa la vittoria dei cinquestellini, di cui sento la proclamazione della stampa che osanna qualsiasi vincitore. Neppure la tenuta (di che, di cosa) del mio partito, il Pd, mi rincuora, anzi ho l’impressione che anche al suo interno ci sarà la corsa all’oblio per iniziare una nuova partita, senza nessuna analisi seria di quanto accaduto. Siamo un popolo di lotofagi, smemorati non va bene perché qualcosa bisogna pur mangiare per dimenticare, ma adesso abbiamo un’agenda che trilla di continuo appuntamenti, scadenze, impegni, e francamente pare non si sappia che pesci pigliare, oltre ai soliti.  Eppoi chi ne ha le scatole piene non riesce più a vedere nulla di buono in chi si ostina a condurre la cosa di tutti, cambiare almeno un poco sembra la soluzione, basta una faccia, un provvedimento diverso, una svolta, ma se tutto è mediazione, il nuovo, anche qundo c’è, non riuscirà mai ad emergere.

Riassumo ciò che capisco: quello che chiedono quelli che non sono d’accordo, con l’attuale gestione della squadra, è il nuovo e la capacità di giocare con competenza.

Qui potrei fermarmi perché condivido e se questo è vero, qualcun altro dovrebbe dire cos’è nuovo e cosa significa competenza. Le mie sono convinzioni vecchie, si basano sulla mia storia e per me, nuovo, significa cambiare alcune persone che contano davvero, adottare provvedimenti mai presi prima e di buona ragionevolezza, tagliare qualche ingiustizia, spreco, rendita di posizione, potere non giustificato. Competenza, invece, per me significa non rinunciare al nuovo possibile, ma sapere di cosa si parla, non avere paura degli effetti del cambiamento, però conoscerli prima. Insomma non cambiare tutto perché nulla cambi, ma quello che è necessario e utile. 

E poi farlo questo nuovo con competenza. Farlo, non annunciarlo.

Non so se i partiti o il paese siano all’ultima spiaggia, francamente questa immagine non mi ha mai convinto perché il mare è sempre foriero di novità e di vita, ma io spero che i partiti, il mio almeno, capiscano che anche in un disastro si distinguono i buoni dai cattivi, che qualcosa si può salvare, che oggi, cambiare subito, è l’unica strada per dare una possibilità al paese, ai cittadini, alla squadra di calcio a cui apparteniamo.

Non c’è nulla più della verità che cambi in profondità e rivoluzioni. Basta vedere ciò che sta mutando sotto gli occhi, interpretare, agire di conseguenza. E serve un Paese coeso per affrontare la più grande sfida dell’umanità dai tempi della sua nascita, ovvero far sì che il benessere diventi un parametro di misura mondiale, non locale, un costituente della democrazia tra popoli e che non sia la finanza a dettare le vite e le democrazie che governano gli uomini. Quindi emerga un’economia che diventi condivisa.

Nel nostro Paese, abbiamo la possibilità di avviare un processo che può portarci davvero a pieno titolo in Europa. Ben oltre la sovranità di un piccolo Paese e dei piccoli governanti che esprimiamo, può nascere un processo politico in cui nuovi protagonisti entrino in gioco senza buttare la competenza. Non è una novità, ovunque questo viene fatto, e quale sarebbe la carta in più che potremmo giocare? Quella che non fa nessuno, ovvero l’autoriforma radicale della politica, un potenziale talmente forte, che pur nelle mutate condizioni mondiali dell’economia, nessun paese europeo è stato in grado di mettere in campo.  Allora nella nuova politica della squadra di calcio, non ci può più essere l’ AlfanoBersaniCasini, ma neppure Berlusconi e D’Alema, o Veltroni. Grillo deve tornare a farci ridere, se ne è capace, Vendola lasciare spazio ai suoi che non hanno narrazione, ma problemi veri. Il parlamento sarà nuovo se farà leggi nuove con teste nuove. Ed in questo, e finisco, ho poca fiducia su quello che verrà da un partito vincente grillino che proclama di essere fatto di cittadini prestati alla politica. Lo dicevano anche i verdi italiani, con il risultato che praticamente esistono solo i comitati che difendono un campo di terra, ma non una forza coerente che difenda in parlamento le ragioni dell’ambiente. E’ il teorema del muretto, dei pensionati di testa, la politica è una cosa seria che si apprende con umiltà e intelligenza. Chi viene amministrato deve pretendere di star meglio, e non di pagare gli errori di chi non conosce il gioco che sta facendo.

Non mi dicono niente i teoremi se non servono a qualcosa, eppure sono d’accordo su moltissimo: via gli indagati, acqua pubblica e acquedotti funzionanti, non più di due legislature, via i privilegi, tagliamo parlamentari e stipendi della casta, a casa chi perde, a chi ruba il carcere e l’esclusione da qualsiasi carica, ecc. ecc. Ma voglio sapere come si sviluppa il Paese, come si mantiene il benessere, chi paga i costi del cambiamento, quanti disoccupati ci saranno cambiando modello, come si occuperanno. Chiudere un’acciaieria, un cementificio è sacrosanto, se fa male alla salute, ma devo occuparmi di chi ci lavora dentro, creare nuova occupazione per quelli che vengono messi fuori squadra, prevedere come andrà a finire, avere una strategia. Ecco in questo serve la competenza e se posso permettermi, a me che il sindaco sia un cinquestellino o del mio partito, poco importa se è competente e bravo e tiene in ordine conti e città. Se invece è un lamentoso, che dà sempre la colpa agli altri per nascondere l’incapacità propria, allora può essere nuovo, giovane e pure bello, ma non mi serve a nulla.

L’impressione che mi è rimasta dopo le elezioni, e in quello che sta accadendo, è che stiamo perdendo tutti. Anche la speranza stiamo perdendo e questo è davvero il baratro, nella spiaggia si gioca, nel baratro si precipita e basta.

l’iconoclasta

Con leggerezza e passione scalpellava facce da mosaici ed affreschi, ma non riusciva ad eliminare tutto; c’era talmente tanto lavoro, accumulato da secoli di immagini umane e divine, impalcature da elevare per raggiungere absidi e soffitti, e sabbia, tanta sabbia che copriva i pavimenti, nei villaggi e città abbandonate, che non poco gli scappava. Lo sapeva ed agiva con determinazione degna d’ un sogno, che poi era un incubo, percorrendo una fascia larga come il Libano e la Syria messi assieme, ed era instancabile, a piedi e a cavallo, dall’ Egitto all’odierna Turchia, senza trascurare l’Italia nell’esarcato. Investiva, con ferocia allegra, chiese grandi e piccole, frequentate e abbandonate ed è per caso ed interesse veneziano, se abbiamo ancora i mosaici di sant’Apollinare e di Ravenna. Era l’iconoclasta.

La  sua epopea durò quasi un secolo e mezzo, con oltre 200.000 morti connessi. Fossero riottosi, pagani, ingenui, il nostro, convinto o meno che fosse, si ingegnò ad eliminare il culto delle immagini, il dipingere la figura. In Syria, Libano, Egitto, Giordania, Turchia le sue tracce sono evidenti anche oggi, molto più degli occhi fatti cavare a quelli che possedevano una immaginetta sacra, oppure delle mani tagliate a chi modellava qualche statuetta o la stringeva come preziosa, ma spesso c’era solo la morte e questa, come si sa è solo un numero, pochissimo evidente.

Roma s’opponeva, più o meno decisamente, l’esarca cercava di ammazzare il papa se protestava troppo, molti non sapevano da che parte stare, ma erano anni in cui stare da una parte comportava un rischio non da poco. Eppure ci stavano da una parte, quelli che sapevano, ci stavano. Vi siete mai chiesti cosa significò essere pagani od eretici per circa 1600 anni? Facile essere agnostici nel 2000. Certo fu, che l’iconoclastia non scomparve nel nono secolo, serpeggiò nella cultura d’oriente, in occidente aiutò, non poco, a distruggere buona parte della civiltà Maya e Inca, le rappresentazioni di altre divinità, libri unici e di inimmaginabile preziosità, ma soprattutto uomini; tanti uomini che neppure si riesce a immaginarli.

Chissà se l’iconoclasta adesso fotograferebbe, oppure entrerebbe nei musei, finalmente guardando la mano dell’uomo e il suo genio anziché distruggerla senza vederla. Gli islamici lo fanno, anche se a quel tempo proprio dalla loro cultura e da quella ebraica era emerso il rifiuto di rappresentare la figura. E anche adesso non lo fanno in ambito religioso.

Chissà se l’iconoclasta riconoscerebbe in Kandijnskj, in Mondrian, e nei tanti altri pittori e scultori contemporanei, dei suoi pronipoti, generati proprio attraverso quell’anima russa e slava, ricca di immagini, ma anche di schermi alla divinità attraverso ori e iconostasi come limite di separazione tra immagine e realtà. Vedrebbe nell’arte del ‘900 un riaprirsi della intuizione della divinità nella geometria, che pure già c’era in Pitagora ? Certo fu che, per fortuna, perse la battaglia ed a noi furono regalati 13 secoli di pittura figurativa, statue, ritratti e riproduzioni infinite di capolavori e ciofeche. Ma ciò che lo animò, nella sua orrenda follia, aveva una radice di discussione non banale, e mi chiedo quanta idolatria ci sia, quanta magia, quanti interessi innominabili siano sempre stati connessi all’uso delle immagini, allora, ma anche oggi, quando queste immagini sono state spacciate come cose che eccedono il solo pensiero dell’uomo. Nel popolo, fino ai nostri giorni, i santini erano conservati o, se troppi, bruciati, ma mai buttati. 

Noi, in fondo, stiamo lasciando per strada passioni e riflessioni, mentre la grande conquista dovrebbe essere finalmente la discussione senza la distruzione dell’avversario, ma questa in realtà, l’abbiamo rivestita di ipocrite spoglie e non l’abbiamo mai lasciata davvero.

dal tempo esatto al tempo probabilmente 2

I tempi d’Africa sono quelli della sospensione, si vive in quella nicchia di tempo in cui probabilmente le cose accadono. C’è chi si lamenta che così non c’è più certezza di nulla ed invece non è vero, le cose continuano ad esistere, il pullman, l’albergo, i villaggi, le persone esistono, ma i fatti accadono per incroci di possibile, di tempi che si accolgono tra loro festosi.

A Kaolak arriviamo in ritardo di 8 ore, l’incontro del mattino, si svolge alla sera, bevendo birra analcoolica per solidarietà, si fissa un’altro incontro fra un paio di mesi, non è ancora avvenuto, avverrà. Penso.

Il pullman, l’albergo, gli appuntamenti hanno un’ora, ma potrebbero non averla, in fondo è il caso e il flusso che ci mettono assieme. Capisco che molti non sopportino, quelli per cui il tempo vuol dire molto, anche in termini vitali, non si adeguano, hanno ragione. La stessa ragione di chi abita in questi paesi e considera diversamente. E’ casa  loro, al massimo si può crescere assieme. 

Il rapido, il presto, esistono, ma non coincidono. Le persone corrono per motivi differenti. In una contrattazione -e si contratta quasi tutto- il presto può durare ore, giorni, non chiudersi e non finire. Non c’è un criterio di convenienza immediato, se non nel negozio in cui si deve consumare, ma il resto è un vivere, accettando ciò che accade. In questo, io occidentale, pur adattandomi, faccio fatica perché voglio che accade il mio volere, ma in questi paesi non funziona per tutti, funziona solo per me. Sono asincrono finché non cammino allo stesso passo. Questa dimensione del tempo è dimensione dell’accadere, ovvero ciò che accade, poco o tanto che sia, è il possibile. Una dimensione che introduce altro, perché l’attesa genera la sorpresa che è dietro l’angolo. Senza questa attesa sospesa, quello che sorprende -ed è molto più frequente che in occidente- non ci sarebbe stato, sarebbe stato previsto.

Ciò che è determinato non lo è più tanto con questa nozione del tempo; capisco la difficoltà degli occidentali che lavorano in questi paesi, gli viene tolto uno strumento essenziale di lavoro, ma io non ho questo problema. Per ora. Quando posso andare in Africa, semplicemente mi adatto. Mi viene da pensare a come ci portiamo dietro il tempo come bagaglio, a come, tra noi, viviamo in una bolla che ci isola dal contesto anche quando viviamo in paesi differenti.  Parlare, litigare, far l’amore, sorridere, sono necessità contingenti, e sembra che, nell’Africa che ho viaggiato, abbiano il futuro che ciascuno gli assegna e mai così importanti da determinare vite. Accadono, e sono, come tutto il resto, importanti e in movimento. Ecco, penso che questi paesi senza il mio tempo, siano in movimento come nel treno di Einstein e guardino fuori, mentre si muovono nel vagone. Se il treno non si schianta, la vita prosegue per suo conto senza necessità di accordo tra due velocità differenti. 

Probabilmente.

dal tempo esatto al tempo probabilmente 1

Percorro la città a passi lunghi e veloci, un’andatura da studente per raggiungere un tempo che non è il mio. Il tempo personale viaggia con me, mi accompagna, accelera o rallenta secondo segreti nostri, che ci borbottiamo reciprocamente. Sapere che ci sono molti tempi, che se possiede più d’uno, aiuta non poco a sistemarci nel mondo in cui si vive.

In Ucraina, in Moldova, in Russia, e in genere nei paesi dell’est, il tempo scimmiotta il correre dell’occidente. Ci sono spesso interlocutori con colori giusti nei vestiti e tagli sempre un po’ sbagliati , l’orologio troppo evidente, le ventiquattrottore che andavano di moda dieci anni fa con dentro tre fogli, un parlare urgente e serrato. Quando si discute, il tempo, e la sua urgenza, irrompono, diventano parte concreta nell’alzare il prezzo di qualunque cosa e non si capisce perché, visto che attorno c’è il deserto, ma non importa, se il tempo ha un valore dovrà essere pagato. Si tratta dell’uso appreso sui tempi d’occidente, appreso chissà dove, forse nei film, oppure nei libri o nelle rimasticature di chi c’è stato e che vengono proposte assieme all’inglese farcito di tecnicismi. Basta concludere e poi il tempo vero, riprenderà il suo corso. Mi ricordano, queste persone, i commessi viaggiatori d’un tempo, le riunioni dei dei venditori di enciclopedie, dove non occorreva conoscere ciò che contenevano i libri, bastava usare il linguaggio giusto con le persone che dovevano comprare, la stessa aggressività e la stessa tristezza mescolata alle barzellette.

Diverso è il tempo dell’Africa, di quella meno occidentale almeno. Qui gli avverbi cambiano significato: adesso può essere tra un’ora, un giorno, un mese, di sicuro non è tra un minuto. Presto ha lo stesso tempo e significato, in realtà vuol dire che accadrà quando si può. Non credo dipenda dalla religione musulmana, forse neppure dal clima, è proprio una diversa concezione del tempo. Il bidello della scuola dell’Asmara, quando gli chiedevo quando m’avrebbe portato i soldi cambiati, mi diceva: dopo. E se io gli chiedevo: dopo, quando? Lui rispondeva stizzito: dopo, più tardi, presto. Ecco che torna presto, come tornava in Senegal: quando arriviamo che siamo stanchi? Presto. Ma alle sei ci siamo? Probabilmente. E arrivavamo alle nove. Basta sapere come funzionano i rapporti tra parole e tempo, adattarsi al tempo del luogo. Poi subentra l’impressione che tutto accada quando è ora, che solo il muezzin abbia un orario vero, che il resto segua una sequenza in cui ciascuna cosa matura e succede quando può. Succede è conseguenza di qualcos’altro, perché affrettarlo? Quello che ad un osservatore disattento potrebbe sembrare imprecisione, scarsa valutazione, in realtà è rispetto per il flusso delle cose: bisogna salire sul tempo comune, lasciarsi trasportare, non guidare il convoglio, lasciare che i fatti si incontrino con noi. Questo tempo accelera e rallenta, ma non dipende da noi, è nell’aria spessa di calore, nelle buche della strada, nei problemi risolti momento per momento. Si direbbe provvisoriamente, qui, nel tempo d’occidente, ma in realtà è il modo, un modo alternativo per risolvere le cose. Diverso e reale, il cui effetto è principalmente economico, impedisce il controllo delle prestazioni secondo i nostri parametri di guadagno, si negozia volta per volta, dal taxi all’albergo, e anche il signore della foto, bisogna svegliarlo se si vuole comprare, ma è davvero un problema quando si sa che funziona così ?

pensieri del genere

Chissà cosa pensa una donna quando rimette in ordine i cassetti, oppure quando cucina, rifà i letti o pulisce il bagno. Credo esista un pensiero legato al genere, all’educazione e che questo abbia effetti diversi anche su ciò che si sta facendo. Quando metto in ordine il mio pensiero si perde sulle cose più che sull’imperativo di fare ordine, diciamo che al massimo faccio largo. Quando cucino sento invece la necessità di lasciare una mia impronta su quello che sto preparando, emerge un fare che non segue le ricette pedissequamente, anzi aggiunge e toglie immaginando un effetto finale che mostri una cosa e ne faccia sentire una leggermente diversa. Lo stesso mi accade se offro un vino, molto spesso preferisco vini che non conosco, ma che mi ispirano. Mi piace condividere la scoperta. Una vicenda a parte è la pulizia del bagno, il togliere polvere o rifare i letti, qui la testa si concentra e cerca di raggiungere il risultato nel minor tempo. Mentre negli altri casi è l’ego che prende il governo e si diverte, nel pulire è la necessità del controllore che guida: pulizia, efficacia e niente divagazioni.

Se penso al piacere di fare, questo si concentra sulle attività in cui scelgo, le altre diventano necessità. E me ne accorgo dall’uso del tempo: infinito nel riordinare i cassetti, le scatole, i libri, i giornali, la musica. Ben delimitato nel cucinare. Se aspetto ospiti cerco di calcolare come arrivare alla cena e sedermi con loro, quindi il tempo parte lento e poi scivola nel frenetico quando si avvicina l’ora dell’arrivo.  Tempo distratto, invece, e costretto nel pulire, ovvero cerco di uscirne al più presto, ma senza impormi limiti, se non il risultato.

E cosa penso? di tutto, tant’evvero che mi perdo se ciò che faccio mi interessa, il tempo non è un problema e il pensiero scivola su persone vicine o lontane, fatti, oggetti, pezzi di memoria, cose da fare o da scrivere, telefonare, meditare. Mi fermo, riprendo, metto da parte, lascio emergere domande insolubili sull’esistenza, la mia, mi comprendo e perdono. 

E, infine, mi chiedo cosa pensano le donne quando fanno i miei stessi lavori, riordinano i cassetti, cucinano o aprono le scatole che attendono da tempo di essere riaperte. Chissà…

primomaggio

Oggi il mio pensiero va agli amici d’una cooperativa fallita. Persone per bene, che hanno sempre aiutato gli altri, oltre a fare il loro lavoro, senza mai calcoli di convenienza. Quando serviva sistemare una persona bisognosa d’aiuto, si telefonava a loro; e loro rispondevano, aiutavano. Con la cooperativa, se ne sono andati anche i risparmi di molti lavoratori. Nelle cooperative accade che per autofinanziarsi i soci versino somme personali. Tutto perduto. Ma non basta, con la cooperativa fallita sono a rischio le case, parliamo di abitazioni popolari, dei dirigenti della cooperativa: erano state date in garanzia per ottenere prestiti dalle banche. La frana è nata con un comune che non ha riconosciuto un pagamento, poi le banche hanno fatto il resto. Chi fa impresa sa che gli equilibri sono sempre precari, che basta poco perché tutto frani, basta un pagamento perduto, una banca che chiede il rientro, il mercato che non tira. Così tra mercato e banche, sono andati in fumo 40 anni di lavoro e un patrimonio di conoscenze, ma questo è il danno sociale, che dire delle vite di queste persone che non sanno più che fare?

In un film di Capra: La vita è meravigliosa, quello che passano ogni Natale, l’intero paese si stringe attorno al protagonista, riconosce il bene fatto, ma qui non è stato così. Qualche intelligente ha detto: è il mercato, qualcun altro: è crisi per tutti, ma nessuno ha pensato che il lavoro e le persone sono più importanti del mercato, che molto bene comune, lavoro, reddito era stato dato.

Non ci sono favole per questo giorno, ma neppure la realtà va bene e se non si cambia la realtà saranno le persone per bene a pagare di più.

Se dire buon primo maggio significa voler impegnarsi perché non continui così, allora buon primo maggio a tutti quelli che lo vogliono.