I giornali titolano sui suicidi per la crisi, ma riempiono le pagine di commenti economici sul giorno, non scavano su quanto si perde davvero e preferiscono riferire dell’ antieuropeismo del precedente premier, seguire l’ eurogruppo, il g20, la bce, lo spread, come se da questi venisse davvero la salvazione di tutti.
I suicidi hanno la percezione tragica della crisi, quella che viene prima rifiutata, poi enfatizzata e infine scordata. I suicidi capiscono che per le loro aziende, i loro progetti non c’è scampo in questo mondo che vede il successo economico come la sanzione del successo personale. Sono rimasti soli, davanti a se stessi e alla percezione che il mondo non tornerà come prima. Soli anche da morti perché non pochi pensano che quando stavano bene non dividevano nulla con nessuno. Prima erano ricchi e i ricchi sono un’altra specie. Così i suicidi, come nel ’29, verranno rimossi assieme al pensiero che la crisi merita ben altra attenzione, perché non si vuole vedere, né sentire, si aspetta passi.
Sostengo una tesi, che è una proposta, perché il dolore non sia infinito e inutile: le persone comuni devono chiedere che venga messo un argine alla speculazione. La Tobin tax, ad esempio. Lo devono chiedere in ogni stato, in Europa, negli Stati Uniti, in occidente come in oriente, lo devono pretendere dai governi. Solo così il mercato potrà trovare delle regole che si riferiscano al reale, non agli umori o al bieco interesse del solo guadagno che non guarda al lavoro e agli uomini.
L’unica vera novità di questi anni è la crisi e pur non sprecando l’aggettivo epocale, credo che questa modificherà profondamente il mondo così come l’abbiamo conosciuto. Ma qual’è la percezione della crisi? Di essa si vedono gli epifenomeni, gli effetti, e di questi, moltissimi dolorosi, incidono sulla carne vera della persone. Se fossi la Fornero, non dormirei la notte pensando che 370.000 famiglie, per una convinzione opinabile, sono private di reddito, beffate, impoverite e che nel frattempo non solo non si fa nulla per riparare a quell’ “errore” per non toccare principi, ma ben altre spese non vengono minimamente toccate. Basterebbe un bombardiere in meno per sanare tutti gli esodati e ne avanzerebbe per qualcos’altro.
Ma il sonno della Fornero ci riguarda poco, mentre questa vicenda è un’ingiusta interpretazione della crisi, non una sua conseguenza diretta. Però altre sono le conseguenze che riguarderanno tutti e si faranno sentire, cambiando il mondo come l’abbiamo conosciuto: i nuovi modi di produrre, ad esempio, la marginalizzazione delle aree locomotiva del paese (sta scomparendo l’auto e molta meccanica, la cantieristica è in difficoltà, il legno e il mobile sono in crisi, il tessile è mera testimonianza, l’edilizia è in crisi patocca, il piccolo commercio al dettaglio sta sparendo, ecc. ecc.), l’incapacità di far emergere produzioni ed aree tematizzate in grado di dare una direzione industriale al paese, l’attacco strisciante al welfare, il sistema di protezione sociale rimesso in discussione. Mi fermo per evitare un lungo elenco di cambiamenti in corso, ma l’impressione e la realtà coincidono con un paese che scivola verso una nuova posizione in un mercato che non conosce stabilità e in cui la merce ha una centralità diffusissima, ma marginale rispetto alla finanza speculativa, che determina la possibilità o meno dello sviluppo. Non si è mai parlato così tanto di moneta e di finanza speculativa come in questi anni e mai il virtuale era entrato così prepotentemente nella qualità possibile delle vite, nel futuro delle persone, nella mobilità sociale degli individui, abbassandone il rating reale, che è poi la capacità di acquisto reale, ciò che determina se si dipende da altri oppure si è autonomi e quindi liberi. La crisi viene percepita più come solo impoverimento che come forte cambiamento, e se ne avvertono gli effetti economici più che quelli sociali di ben più lunga gittata e trasformazione delle persone. Gran parte degli imprenditori e politici che conosco, ma anche persone, famiglie, percependo la crisi come momentanea stretta di mezzi, aspettano che passi, sono in ansia con i tempi lunghi, pensano che basti fare dei sacrifici perché tra un poco tornerà tutto come prima. Magari non proprio lo stesso di prima, ma la prosperità, il benessere torneranno ad essere una sensazione diffusa, un benessere possibile anche per chi non ce l’ha.
Sono convinto che non sarà così.
Sono convinto che la trasformazione in atto stia rendendo insostenibili molte delle politiche di tutela che hanno sorretto il benessere dello stato sociale, che la sola crescita non basterà per recuperare le vecchie tutele e che comunque la crescita basata sui vecchi modelli di produzione sarà transitoria e perdente.
In un processo logico, si individua il problema, si identificano gli operatori che saranno coinvolti, si trova la soluzione. A volte il problema è così complesso che bisogna scomporlo, ma comunque i singoli pezzi di soluzione si integrano nel risultato finale. Oggi pare non sia così, perché individuato il problema le soluzioni proposte non sono in realtà soluzioni, ma tentativi di tenerlo a bada. Se qualcuno mi minaccia, mi impoverisce, rende precaria la mia vita non avrò possibilità di star bene finché non l’avrò ridotto all’impotenza, in questo momento non è così perché la minaccia è più tutelata del minacciato. Proprio questo impedisce che tutto torni come prima e le politiche degli stati, ma anche quelle personali degli individui devono interagire con il nemico, confinarlo, mettere in atto strategie che lo mettano in difficoltà. E’ evidente la sperequazione che esiste tra chi riconosce il proprio debito, uomo d’onore, e chi tende ad aumentarlo all’infinito dimodoché il debitore non possa mai restituirlo e si impoverisca, perda le tutele sociali e ancora non riesca a restituire ciò che continua ad aumentare perché è fuori della propria capacità di creare ricchezza. Il limite del debito è questo e non avere questo limite rende la crisi modificante del mondo.
p.s. qui mi fermo, avrei altre considerazioni su ciò che sembra macropolitica, ma in realtà riguarda molto da vicino il nostro presente e il nostro futuro, rischierei di annoiare ancor più di quanto fatto, mi basta che riflettiate su quanto ci sta accadendo e come stanno cambiando le nostre vite senza proteste sostanziali. O queste vite valevano davvero poco e quindi, anche se mutano, poco male, oppure davvero tutti pensiamo che questa sia una crisi transitoria che in realtà non muterà il sistema e che tutto tornerà come prima.
Tra le poche cose che resistono alla fascinazione, l’invidia eccelle. Anzi diciamo pure che l’invidia resiste a tutto. Anche alle passioni oltre che alla norma. L’invidioso instaura il dialogo, lo provoca, ma nel dialogo non si parla dell’oggetto comune, perché ciascuno parla di una sua visione dell’oggetto, solo che l’invidioso, nel mentre ne parla, lo distrugge. Prima dentro di sé e poi esternamente, finché l’invidioso viene talmente attratto dalla distruzione dell’oggetto invidiato da non volerlo più, se non scomparso; così smarrisce ogni contatto con il reale, e naturalmente con la sua relativizzazione. L’invidia altera quindi talmente tanto la comunicazione da chiuderla, pur mantenendola aperta. Ascolta solo se stessa, e della comunicazione prende ciò che le serve per il suo scopo, ovvero la distruzione del positivo dell’immagine dell’oggetto desiderato. Quindi l’invidia è una passione negativa nel suo tendere all’assoluto del possesso, nel suo pervadere interamente chi la prova e nel brucialo come nelle passioni positive, ma, al contrario di queste, si chiude in sé e si autodivora.
L’invidia ha nella mia immaginazione lo stesso color rosso della passione, me ne sono chiesto spesso il perché, dovrei vederla nera, ma il nero è riservato all’odio come altra faccia dell’amore, l’invidia si dibatte nel proprio sangue, forse per questo la vedo rossa.
Perché la ritengo impermeabile alla fascinazione? Perché la fascinazione è parte dell’oggetto che l’invidia vuole distruggere, e solo esercitando una sua impermeabilità non può essere convinta a salvarlo, a vederlo diversamente, ad apprezzarne la verità, ad accettarne la vita.
E così la fascinazione, nella sua modalità positiva dell’attrarre-essere attratti e quindi di comunicazione intima, è soccombente e non diviene un’arte del comunicare insinuante e fragile, gioco ammaliatore, sottile, biunivoco dove esiste una gara che viene vinta nell’esercizio critico e nella crescita di sé, anzi la fascinazione viene semplicemente usata, gettata nella fornace delle prove che giustificano la morte dell’oggetto di desiderio. La prepotenza ammaliatrice di don Giovanni non potrebbe esercitarsi contro la donna invidiosa, Jago non è preso dal fascino della potenza vittoriosa di Venezia perché questa coincide con Otello, Caino, pur avendo notevoli doglianze da fare per la natura matrigna e per il mancato favore della divinità, non porta le sue ragioni, semplicemente risolve il problema alla radice, ovvero lo elimina. L’invidia distrugge l’invidioso, gli toglie l’allegria, la positività, lo marchia escludendolo dalla fascinazione, e con questo lo esclude (si autoesclude) dalla possibilità di essere felicemente attratto.
E’ chiara una mia valutazione positiva del ruolo della fascinazione nei rapporti interpersonali, e anche con se stessi, ma di questo ci sarà modo di parlare.
Chi era nel seggio della piccola frazione, seggio campione, raccontava il voto e lo scrutinio come cosa epica. Alzava il mento e la schiena nel farlo, poi parlava lasciando angoli di discorso appena accennati, che erano, si capiva, parte di una storia singolare. Un anno in cui c’era particolare animosità e concorrenza, nel seggio, dove tutti si conoscevano fin da ragazzini e ne avevano viste di cotte e di crude assieme senza mai confondersi tra baciapile e mangiapreti, però tutti partecipando della vita degli altri e all’occasione dandosi una mano, tutti, dico tutti, anche il segretario di seggio, che stava zitto perché tartagliava, convennero due cose preventivamente: che le nulle (le schede) erano quelle in cui non si capiva davvero cosa si volesse votare, e che il divieto di bere alcoolici nei seggi, era giusto sì, ma riguardava solo i seggi altrimenti diventava una punizione ingiusta.
Concordato il primo punto, si convenne sul secondo che una fiasca da venti litri fosse a disposizione di elettori e scrutinanti allargati, ovvero scrutatori, rappresentanti di lista, amici nullafacenti, nonché militi che volessero sospendere temporaneamente, a turno, il servizio ed infine il segretario, a cui fu dato compito di predisporre appositi buoni da consegnare alla bisogna assieme al bicchiere, per aver conto dell’effettiva disponibilità di “rosso”. Sul colore del vino si accese una disputa non da poco, che considerava il colore come evocativo d’una parte politica e quindi non nominabile nel seggio. E poiché le domande dei votanti erano specifiche e circostanziate sul tipo, colore, provenienza, decise, com’era giusto fosse, il presidente di seggio, vecchio democristo, nell’ affiancare alla prima, un’altra fiasca di “bianco” e lasciare, oltre alla libertà di voto, faticosamente conquistata, anche la libertà di bere.
A mezzogiorno, un servizio di ristorazione predisposto dalla locale sezione dei rossi, arrivava con un paniere nel seggio, e all’interno, pane, prosciutto, salame, uova sode, focaccia, ben commisurato alla fama di un partito, guidato sì da intellettuali, ma spinto e fatto crescere da operai e quindi abbondante e preventivo per le fatiche che certo sarebbero arrivate, perché l’inazione era fatica più grande del lavoro fisico e le ore di seggio erano tante, e lunghe, e con il pensiero a tutto quello che restava in disparte e si sarebbe dovuto fare nei giorni seguenti lavorando il doppio.
Per non essere da meno, anche il partito bianco portava il suo paniere ben fornito di pane e soppressa, e pure uova, salami e dolci, perché se la politica divideva, le abitudini, il lavoro in fabbrica e nei campi, univa. I socialisti con discrezione, ma senza soggezione, pure avevano un loro paniere, del partito provinciale questo, ed essendo di analoga vita e frequentazione, pur essi mostravano salami, formaggi e sottaceti. Ed era tutto uno scambio, un assaggiare, un mettere in comune, confrontando e sfottendo, ma tutti ridendo. Repubblicani, liberali, e financo il missino, senza salmerie, erano coinvolti e pur neghittosi, a bocca piena, ripetevano sia la bontà del cibo, sia la storia del piatto di lenticchie e che loro non si vendevano per un pane e salame, erano in amicizia, ma il voto poi, e lo scrutinio, erano tutt’altra cosa da questo condividere, da questo clima allegro e fraterno. E tutti a dire che, come poi effettivamente era, che non c’erano cedimenti in questo essere insieme a mangiare, che l’amicizia era un conto e il voto, la politica, un altro, e che no, non si confondeva il dovere con il piacere, tutto era nei limiti e nella moralità dell’agire politico senza tentennamenti.
I più imbarazzati a questi discorsi erano i “rossi”, perché l’idea della rivoluzione non era mai stata abbandonata del tutto; alcuni erano stati partigiani, altri avevano partecipato alle dure lotte in fabbrica, sopportato le discriminazioni, e non si poteva, proprio non si poteva dare tutta la confidenza, per cui era tutto un susseguirsi di battute frenate, di tu e i tuoi, di e che ne dici di…, di ti ricordi di … che neppure attendevano le risposte come definitive, ma erano solo un alleggerire la piccola sensazione di intesa con il “nemico”.
Ma c’era molta creanza, il segretario distribuiva buoni e bicchieri e nelle lunghe ore di ozio si parlava di tutto, del paese, dei figli, delle difficoltà, dei matrimoni giusti e sbagliati, delle nascite in corso, del lavoro che c’era e mancava assieme. C’erano pochi votanti, in quel seggio campione, la frazione era stata importante, ma poi era stata spopolata dall’emigrazione e dalla chiusura della cartiera, lo scrutinio era breve. Nei segni si riconoscevano le mani di chi era entrato riverente e chi spavaldo, di chi voleva sentirsi dire conosciuto e non mostrare il documento (erano tutti conosciuti, ma si diceva ogni volta ed era bello sentirselo dire), delle donne che avrebbero volentieri evitato quella cosa da uomini e delle ragazze che avevano il vestito nuovo e sorridevano molto ed erano più sicure dei ragazzi, dei ragazzi che avevano già le mani grandi dei padri e dei vecchi che si fermavano a parlare e non se ne andavano. Insomma si riconoscevano senza dire, tenendo chiuso nelle teste il segreto del voto e senza dire nulla, al più c’era qualche sorriso scambiato sottecchi tra scrutatore e rappresentante di lista, come a dire: ecco è uno dei nostri. Prima che arrivasse il ’92, chi sapeva di politica era in grado di scrivere i verbali di scrutinio, una settimana prima del voto, sbagliando al più di un voto, e pur se tutti sapevano come sarebbe andata a finire, pure lo scrutinio era atteso, e vissuto, con trepidazione virile, ossia ferma e battagliera.
E dopo aver combattuto su ogni voto possibile, chiusi i verbali, salutati i militi, consumati e bevuti gli ultimi avanzi, chi a piedi, chi in bicicletta, si avviavano verso casa. Era comunque sul fare della sera, per non essere da meno degli altri seggi, e andavano verso una luce gialla, verso le domande curiose di chi era a casa, verso la ripresa della vita conosciuta. Finiva tra i ciao e gli alla prossima, e gli a domenica e i ci vediamo. Finiva, ma non finiva.
Credo di aver sempre saputo perché era davvero un seggio campione.
Il pensionato è appoggiato sul banco e si protende verso il cassiere rassegnato. Terribile nella sua calma inquisitoria, il pensionato, vuole sapere, conoscere, capire. E dietro la coda si allunga. I “giovani”, gli occupati, hanno orari che scadono, appuntamenti scadenzati, sequenze di tempo che saltano come tappi di champagne a capodanno. Soffrono ciascuno per sé, e collettivamente per sguardi e sospiri, consultano orologi inadatti, collegati ad altri tempi che qui corrono troppo. Avete mai osservato come l’orologio, soprattutto nell’uomo rappresenti il suo modo di vedere e di essere nel mondo? Ecco, il mio vicino ha un bellissimo Piaget, non è abituato alla fenomenologia del pensionato, consulta due volte e chiede del direttore. Ci abbandona e scompare negli uffici, seguito da una nuvola di Tabacco d’Harar. Il pensionato fa ancora domande e annuisce, caspita capiscono tutto questi pensionati, tutti laureati alla London school of Economics, ma intanto ho guadagnato un posto, quello del Piaget. Guardo i vicini che allacciano rapporti silenti alla Desmond Morris, comunicano attraverso microgesti di stizza e rassegnazione, meta sorrisi, smorfie coordinate allo scuotimento del capo. Tracciano grafie d’aria, esprimono frette incoercibili con piccole rotazioni di polso, tamburellare di dita su carte, gesti che si vede che si polverizzano nei pensieri convulsi.
Il pensionato ruota di un quarto la gamba, un brivido percorre la fila: ha finito. Falsa speranza, era il femore stanco: riappoggia il gomito, si continua.
La fenomenologia del pensionato non prevede che questo si presenti agli sportelli bancari alle 8.35 del mattino, a quell’ora sta facendo colazione, oppure affolla qualche ambulatorio; no, in banca va prima di pranzo e si porta il libretto di risparmio ben avvolto in carta di giornale. Così se il pensionato deve aspettare, ha cosa leggere, non noi. Non nobis domine, non siamo adeguati per tutto questo. Il pensionato ha riconquistato il suo tempo, noi invece, in questa fila disorientata e disperata che si allunga, che vede defezioni, che alza gli occhi al cielo, che s’innervosisce, che se la prende, che non ha il dominio del tempo, noi siamo destinati al naufragio delle priorità, all’incapacità di relativizzare, al precipitare nelle nostre ultimative urgenze. Vorremmo occuparci d’altro dislocando pensieri e coscienza, ma non ci riusciamo, il pensionato ci ha nel pugno del suo tempo.
La banca risparmia i cassieri e coercisce i clienti, la fila è ormai di dieci persone: la banca è il nemico. Non il cassiere che vorrebbe scomparire sotto il bancone, ma la banca che non dà il servizio, che si atteggia ad istituzione mentre taglieggia e dispone, dispone di tutto, delle nostre possibilità, dei soldi e, adesso, anche delle nostre vite attraverso il tempo.
La fila ondeggia e spera, pare che adesso il pensionato abbia finito. Sta contando con attenzione il denaro che gli è stato dato, lo mette nel libretto, avvolge con il giornale ed allunga la mano, ringrazia e si volta.
E ci guarda. Tutti. Stanchi e nervosi, ci guarda con due stupendi occhi azzurri e ci libera, noi prigionieri del suo tempo, della banca, degli appuntamenti, del parcheggio scaduto, della multa probabile, del telefonino brandito come chiave per riordinare la vita, ci libera consegnandoci al nostro destino. E lentamente, ma mi pare di cogliere un lampo di commiserazione, se ne va, lasciandoci alla speranza che improvvisamente il tempo, compresso come una molla, possa farci riconquistare la vita giornaliera perduta.
Il tempo si è ulteriormente accorciato: ucciderei se mi passassero davanti. Forse ci siamo un po’ stretti per sembrare in meno, ma mi pare d’aver già finito e ho cinque persone davanti.
Una ragazza, con una mazzetta di versamenti si precipita dal cassiere, enuncia le operazioni, il cassiere, che non deve più spiegare, chiede a sua volta, manca un codice. La ragazza telefona, cerca, aspetta, è nervosa e in silenzio. Ci guardiamo. Subentra la disperazione, mentre attraverso le finestre, si vede passare il pensionato nel sole.
Le calorie non sono serie, si comportano malamente, si accumulano silenziose e non rispettano quel bacucco del metabolismo che, pure rimbambito dagli anni, dovrebbe essere atteso nei suoi tempi.
Le calorie si nascondono e si accumulano nei posti dove non dovrebbero, in realtà sono paleo umane, hanno una memoria fossile e, per uomini o donne, il loro ideale è la venere mediterranea del paleolitico, ovvero fianchi taglia 42 e tetteculocoscie taglia 84.
Le calorie sono simili ai nostri gusti, addensano le loro voglie nelle cose buone e rarefano in quelle insipide o repellenti. Amano gli olii, gli zuccheri, le creme e se ne cospargono abbondantemente sui loro corpi tondi, fanno finta di lasciare i loro eccessi su carta paglia mentre si offrono baciose ed unte alle nostre bocche, e sono vogliose dei nostri angoli proibiti; li raggiungono con una velocità impressionante ed appena giunte, arrotondano, colmano gli avvallamenti, promanano.
Le calorie non sono oneste nella loro aggressività, sono ingiuste e contraddittorie. Negano la fisica e la termodinamica: con un etto accumulano un chilo. Non sono eque verso i nostri corpi, perché si pigiano in spazi così piccoli da sembrare inesistenti e poi si espandono dentro di noi. E mentre noi fatichiamo a tener in moto il metabolismo a loro basta essere guardate che già fanno effetto.
Mentre io pratico il fitness, loro praticano il fatness, ed allora le odio le calorie e quando sentono che le odio, allora mi amano, mi saltano addosso, mi tolgono il tempo per riprendermi, parlano suadenti, minimizzano, finché si fanno nuovamente desiderare ed allora mi dico: che sarà, per una volta lasciamole entrare.
Quando qualcosa diventa altro, eppure questo qualcosa è ricompreso, nascosto in un insieme più grande, non e’ metonimia, ma è la mortificazione in agguato. Ed anziché una parte essere simbolo del tutto quella parte sta necrotizzando qualcosa, lo imprigiona e con esso imprigiona noi.
Ci sono infiniti modi di mortificare, scrivere al posto di vivere ad esempio, oppure pensare che il piacere duri all’infinito, forzarsi di vivere nel momento togliendosi il futuro, parlare di sé senza cogliersi e sapere che il particolare raccontato è il grande paravento.
La mortificazione, tolta dalla disattenzione altrui, oppure dall’indebito rimprovero, è faccenda personale, passeggiare sul limite tra vero e falso, dove il falso non è così falso, ma solo una parte, una scorciatoia per non affrontare la difficoltà di vivere. Come una giustificazione per qualcosa che si farà, o ancor meglio, non si farà.
C’è mortificazione quando, scientemente o meno, ci si toglie qualcosa perché sostenerla non è comodo, potrebbe mutarci. Faccio un esempio se lo scrivere è un piacere che dilata il mio sguardo, mi porta problemi e li risolvo dialogando con me e non solo con la forma, con la grammatica, sono meno attento al contenitore e molto alla mia verità nel contenuto, allora lo scrivere allarga la percezione, il dialogo non è solo un soliloquio. Se invece lo scrivere è un rifugio, un rinchiudermi nel mondo personale, anzi un chiuderlo ancor più, allora diviene mortificazione della possibilità e quindi mortificazione di qualcosa che ho dentro.
L’aggiungere diviene il discrimine tra ciò che amplia e ciò che rinchiude, e l’aggiungere non è il numero, ma lo sviluppo della possibilità, il lasciare ch’essa cresca, divenga parte di noi, piccolo passo avanti. Per questo penso che la lotta tra la mortificazione e la possibilità siano una costante forte del vivere che scende oltre la superficie, e penso altresì che la scelta non debba necessariamente essere mortificazione, ma quanto più vicina è a noi stessi, tanto più essa amplia e quindi è esattamente il contrario della mortificazione.
Si dice spesso che la non scelta è una scelta e spesso di grande peso, ma nel non scegliere mortifichiamo e quindi diviene una scelta negativa peggiore di quella esplicita che evitiamo perché la consideriamo troppo contro noi stessi, troppo violenta nel suo rifiutare ciò che sentiamo giusto per noi.
Il mortificare è un topo furbo che si nasconde beffardo, è il rivolgersi in continuazione contro di noi attraverso l’ apparente piacere immediato, attraverso l’ordine esteriore, attraverso la rottura della regola per la rottura e non per l’emergere di una nostra regola interiore. Il dialogo con la mortificazione, con lo thanatos che ci accompagna è continuo, faticoso, estenuante spesso, se non affinando la capacità di non prenderci troppo sul serio, nel sorridere di noi con l’ironia dello sguardo che distingue tra ciò che ci fa bene nel tempo e ciò che ci fa bene immediatamente. Non è una posticipazione del piacere, sarebbe una visione molto deviata e fintamente cattolica dell’uomo, ma la sua tranquilla crescita in un progetto personale che comprende la vita come bene sommo e non persegue la sua costante negazione.
In fondo la vita è l’esplorazione di queste segrete stanze che conteniamo e il lasciarle aperte alla luce del nostro vedere.
Si pensa d’invecchiare come le bottiglie nelle cantine, allineate, quiete, ordinate. Ciascuna con il suo significato, la sua storia, in un ambiente favorevole alla conservazione del meglio che si ha.
Non è vero.
Quelli della mia generazione dovrebbero invecchiare per conto loro, senza commistioni, andando a trovare i genitori anziani che li fanno sentire vecchi ragazzi stanchi, senza più orecchie che li ascoltino.
Rifiutando l’età ci siamo trovati sballottati tra sogni, delusioni, ricordi, incoscienza del presente e noia di ciò che ci raccontiamo.
Per questo rivaluto l’età, proprio per non vivere di passato o di qualcosa che non si è e forse non si è mai stati.
La cosa più importante è riconoscere la propria vita, guardarla con la giusta misericordia e amore, e poi dirsi: sì è mia, cammina, ha gambe solide, da qualche parte sta andando, mi piacerà starci assieme.