la ricerca del telefonino come mezzo di socializzazione di massa

Suona un cellulare con una musichetta soffocata, le mani cominciano a rovistare, con frenesia crescente, dentro una borsa taglia XL, alla fine aprendo una cerniera di una tasca interna, estraggono un contenitore di stoffa? plastica? pelle?, cercano freneticamente l’apertura, non immediata del contenitore ed estraggono il telefono che adesso suona a pieni polmoni. Le mani cliccano il tasto di risposta e finalmente un pronto? instaura la comunicazione.

Ho alcune domande da porre ai fabbricanti di cellulari e gestori di rete:

1. la durata in secondi del tentativo di comunicazione espresso  dalla suoneria, è funzionale alla ricerca del telefono da parte dell’utenza femminile all’interno della borsa, oppure risponde ad altri dettami di mercato?

2.si ritiene utile considerare la ricerca del telefonino come una componente della comunicazione e quindi facilitarla, oppure è un esercizio manuale/mentale già perfetto e funzionale che non dev’essere toccato?

3. la suoneria, considerati gli stati di tessuto, di coibente, di materiale in cui viene seppellita, può essere incrementata all’inizio e poi decrementata, oppure si considera che il primo pigolio sia già di per sé sufficiente all’individuazione?

4. considerati i rivestimenti, i contenitori telefonici che spaziano dall’uncinetto alla paglia naturale, il kitsch telefonico è un inalienabile diritto individuale oppure viene semplicemente subito dal fabbricante che ha trasfuso enormi quantità di denaro per creare forme stilisticamente nitide?

5.considerata la ricerca nelle capienti borse, tagli XL,XXL e maggiori, che naturalmente contengono di tutto, l’esposizione di particolari intimi relativi ad abitudini, relazioni, biancheria o altro della proprietaria si considera un incitamento alla socialità ed alla condivisione/conversazione facilitato dalla ricerca del telefonino oppure un semplice incidente di percorso?

6. il coinvolgimento degli astanti nell’angoscia del ricercatore, si considera manifestazione di partecipazione di massa oppure è considerata come normale stress collettivo sociale?

7. Visto che la partecipazione collettiva può indurre ulteriori effetti del tipo, ma non puoi tenerlo in un posto più comodo? hai paura che lo rubino? con il successivo commento, al ritrovamento: quel telefono neppure se lo regali lo vogliono, con conseguenti risate e commenti, di questa iterazione, con gli effetti sui rapporti personali, nel motivare giudizi, innescare discussioni, è stata considerata come un incentivo commerciale al ricambio telefonico oppure semplicemente è stata ricondotta ai normali rapporti personali?

8. poiché l’uso di suonerie particolarmente delicate inibisce totalmente la ricerca del telefonino, si è provveduto ad esporre all’utente/cliente, il problema, per cui questo possa tenerne conto in sede di scelta?

9. Al contrario del precedente punto, considerato il volume particolarmente elevato che viene indotto dal seppellimento abituale, nell’utilizzo privo di coibente acustico, tale scelta potrebbe risultare oltremodo disturbante per i vicini, si è spiegato all’utente/cliente di cambiarla a seconda del luogo in cui si tiene il telefono ?

Attendo fiducioso che qualche responsabile del marketing di fabbricante telefonico o gestore di rete mi illumini, nel frattempo mi delizio delle ricerche e se posso le provoco. 🙂

continuità

Instancabili le rose rifioriscono, nel giardino abbandonato,

spargono petali,

sull’erba che si regola da sé nel crescere,

e sempre in alto cercano, gli alberi, la loro luce ed aria

senza incrociare i rami,

ché, crudeli di pudicizia, seccano le braccia che non amano,

e ancora i frutti s’appendono tra becchi d’uccello e foglie,

per poi rotolare sull’erba

a sciogliersi, nell’abbraccio con la terra:

tutto continua.

Eppure mancano i tuoi passi,

le mani a cogliere, e riordinare le confuse idee di piante e semi,

manca la tua voce che sussurrava ai fiori il crescere,

stanca di fatica, all’inizio della sera.

Le foglie faranno il loro lavoro, prive del tuo raccogliere, 

e la luce, ancora, filtrerà tra gli alberi,

komorebi, pare si dica da qui lontano,

ma tu non lo sapevi, solo ti fermavi

e detergendo il sudore dal viso, assorta, sù guardavi,

nella bellezza della luce verde,

come a recitare in te, una preghiera.

recensione

Delle 342 pagine se ne possono togliere almeno un centinaio, il romanzo perfetto, senza ambizioni di eternità, dovrebbe stare sotto le 250 pagine. I personaggi? Francamente troppi e si mescolano troppo con le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti. La scrittura è nervosa, spesso indecisa, chiusa in frasi corte, a volte cortissime: è ghiaino che scricchiola sotto i piedi. E’ impossibile muoversi in questa storia, che poi sono molte storie intrecciate, smozzicate e lasciate spesso all’intuizione, senza far rumore. Quindi ghiaino e passi nel buio per il lettore che procedendo non capisce più se il rumore dei suoi pensieri-ghiaino, faccia parte o meno delle storie del libro. Questa è la cosa curiosa e, a mio avviso, di maggior pregio, ovvero un attrarre-respingere continuo del lettore. La mia copia è alquanto ammalorata perché ho interrotto, buttato il libro, anche materialmente, e poi l’ho ripreso, più volte, spinto da una curiosità pettegola su come voleva andare a finire. No, non bastava leggere la fine, o a tratti all’interno, serviva immergersi in un guazzabuglio tenuto lessicalmente assieme da un editor di rango, il vero autore del libro, ed è il cumolo di parole che generano fili di possibilità ad essere attraenti, non i personaggi mal scavati, privi di spessore, nessuno memorabile. La quarta di copertina dice un sacco di bugie, ma questa è una costante, mai fidarsi della quarta e neppure del colofon, alla fine se sarà il libro del mese o dell’anno, saremo noi a deciderlo. Questo, ha vinto anche un premio, e allora? All’editor dovevano darlo il premio, ma ai manovali nessuno pensa mai, ai più basta abitare la casa.

Insomma storiettee, raccontini cuciti con fatica, e non senza fatica si giunge alla fine, resterà un’impressione di orecchiato, di aver sentito qualcosa che prometteva molto e si è risolto nell’ennesima occasione sprecata.

Giunti all’epilogo, vi ripeterete: anche questa è fatta, adesso basta. Ma non vi ha obbligato nessuno. Ricordatelo la prossima volta.

p.s. mi chiedono spesso di scrivere una recensione, eccola.

scegliersi il giudice

Per eccesso di fiducia, scarsa valutazione od improvvisazione, non di rado nelle relazioni (trascuro i fatti d’amore che hanno altre implicazioni) ci si espone al giudizio di persone inadeguate. A giudizi che non accetteremmo mai in condizioni di parità.

Una partita a scacchi o qualsiasi gioco che metta in moto l’intelligenza e non abbia il solo schermo della fortuna, ha un momento in cui si ha la misura di sé. Se allora la somma delle nostre inadeguatezze è eccessiva, l’intelligenza ci porta a subordinarci per debolezza, spesso a giustificarci. Questo lascia un fondo amaro dove, non tanto il giudizio dell’altro, ma noi stessi ci giudichiamo inadeguati alla situazione e lo sappiamo ben più di chi abbiamo messo in posizione di superiorità. E’ la consapevolezza che abbiamo affrontato un rapporto senza la necessaria preparazione e ci siamo inutilmente esposti. E c’è un bel dire che la prossima volta si farà meglio, resta un bruciore che affonda nella considerazione di noi inutilmente ferita.

Se proprio ci serve qualcuno che ci dica i nostri limiti, è almeno necessario scegliersi il giudice e stimarlo quel tanto da sentirne l’incitamento a migliorarsi. Un buon giudice sarà intelligente ed amorevole, giusto ed equo; questo è quello che dovremmo cercare per sentire che siamo sì sciocchi, ma valiamo pur qualcosa.

Oppure, come Bertoldo, conservare almeno la discrezionalità dell’albero a cui impiccarsi.

matite

Mi piace temperare le matite, sentire l’odore del legno e della grafite: è il profumo delle vecchie cartolerie della mia infanzia. Ce n’era una vicina a casa, minuscola, un buco alto e pieno di scaffali con la carta, gli inchiostri, le matite, le file di colori esposte.  Andavo il pomeriggio, anche con una scusa, e m’incantavo a guardare le matite colorate e a pensare a tutti i disegni che contenevano. Dietro il banco, altissimo, c’era una signora, che a me sembrava bella oltremisura, come la maestra, alta, signorile. Sembrava in attesa che le servissero il the, e intanto vendeva, non i quaderni, ma i disegni colorati e le parole che si potevano scrivere. Quelle belle, nuove parole, che a fatica leggevo nei libri e poi compitavo nei quaderni.

I quaderni avevano la copertina nera, una pagina di frontespizio e poi le righe, sottili, azzurrine; le lettere formavano le parole, con sforzi sovraumani, si costringevano in quei binari, andavano a capo, si tenevano serrate o larghe come bambine in cerca di girotondi. Era un apprendistato ad una facoltà che, miracolosamente, metteva assieme quello che si formava sotto i ricci con la realtà e, pensa un po’, restava fermo, anche dopo che i pensieri erano andati, pronto ad essere riletto, rivissuto. 

Non ho più smesso. Da sempre mi piace scrivere con le matite tenere, sentire il taglio netto del temperino, vedere la scia di grafite che scorre veloce sulla carta. Se tengo stretti gli odori del passato è perché mi piacciono adesso, non rimpiango nulla, ma farei un profumo che odora di cedro e grafite temperata, lo chiamerei graphis, oppure mots, od anche lettere. Ne metterei poco sul collo e sulla punta delle dita, e lo annuserei per scrivere nel pensiero.

In silenzio, guardando dentro e fuori, quando l’aria è dolce.

prima del viaggio

Non mi piace partire la domenica pomeriggio, mi sembra un giorno rubato, anche la preparazione è un giorno di festa rubato. Ma accade non di rado, anche se poi passa: partire e’ un lavoro, e resta un lavoro, per questo non si dovrebbe partire la domenica. La sensazione resta finche’ non ci si avvia alla stazione, all’aeroporto. Allora, sono già in viaggio, e mi piace l’idea del viaggiare, non sapere cosa troverò, l’impressione del primo trasbordo, le prime difficoltà facili, la lingua, la registrazione alla concierge, l’ ispezione della stanza dell’albergo, gli asciugamani del bagno (se c’è un bagno), la valigia da aprire, i canali stranieri della tv (se c’è una tv). Mi sento già in una vita diversa e la diversità continuerà fino alla valigia che si rinchiude nuovamente, però si potrà ripetere, finché avrò voglia, forza, spirito di andare.

Ho atteggiamenti diversi nel preparare le valigie, anche se sto diventando essenziale. Me lo dico, disponendo le cose e pensandone l’utilizzo: tolgo, lascio a casa. Il mio obbiettivo è arrivare allo zaino anche per le trasferte formali. Ad ogni inizio del viaggio mi chiedo, se la prossima volta non riuscirò a trovare l’equilibrio perfetto, il bagaglio che ha tutto ed ancora più leggero del precedente.  Solo al ritorno vedrò le cose che non sono state usate, che hanno semplicemente viaggiato con me, vorrei vederle prima.

Intanto mi rendo conto che con la previsione della partenza, e’ sparita la settimana, il giorno con le sue abitudini è mutato. Ogni giorno ha sue abitudini, ha abitudini generali buone per tutti i giorni ed abitudini particolari che ti fanno dire: oggi e’ domenica, oppure e’ giovedì. In viaggio quasi tutte queste abitudini scompaiono.

 Anche le gratificazioni mutano: ci sono cibi che mangio solo in viaggio, che a casa non compro,  i tuc, ad esempio, oppure i biscotti con la cioccolata farcita, o la coca cola di pomeriggio, sono cose che nei rituali giornalieri non ci stanno.

Alcune cose mi seguono sempre, ad esempio, in viaggio ho sempre troppo da leggere. Penso che restare senza lettura sarebbe una sofferenza, per questo mi carico di giornali e libri, ma anche la scrittura fa la sua parte, con la carta, i taccuini, quello in uso ed uno intonso, le penne a inchiostro liquido, una stilo, le matite, come il viaggio durasse molto più di quanto durerà davvero, ci fosse un tempo infinito ed occasioni giuste per stare con me. Poi non accadrà, lo so anche prima di partire, ma è bello pensare che ci sia un tempo infinito per il nuovo e anche per me. Cioè essere io con le mie predilezioni e al tempo stesso cambiato, stupito da ciò che mi accade attorno. Trascurerò le abitudini e sarà un bene, eppoi  non metto in conto la stanchezza, ma come per i cibi da viaggio, metto assieme voglie nuove, pagine che a casa farei fatica a leggere, come se il viaggio mi rendesse diverso e più forte.

Non manca mai la macchina fotografica, anzi due, la piccola, che è il mio notes, e la reflex con un paio di obbiettivi. Anche qui bisognerebbe ridurre e in fondo l’ho fatto in questi anni, rispetto al momento in cui avevo troppa attrezzatura con me, adesso c’è un migliore equilibrio tra vedere con gli occhi e con la testa e vedere attraverso il mirino. Non è cosa da poco, altrimenti l’intero viaggio passerà attraverso la macchina fotografica, sarà ridotto da questa. Mi devo ricordare che è un mezzo, che quello che ricordo è molto più importante di quello che si fissa con uno scatto. Diventare multimediale, come del resto siamo tutti fin dalla nascita.

Avrò poche guide, le leggo solo il necessario, per il resto mi piacciono le persone, perdere qualcosa e trovare qualcos’altro che sarebbe sfuggito è il mio ideale del viaggiare.

Penso al bagaglio mentale e materiale e non ho ancora una meta, ma mi serve: il viaggio è sempre più una vita parallela. Lo era anche quando il lavoro mi ha occupato troppo, adesso è un piacere che fatica a diventare tale finché si prepara, ed è una condizione positiva, rafforza l’idea di andare: so che andrò e sarà bello.

la vita sobria

Il cuore degli uomini, temo, dev’essere in continuazione fatto, confermato. E’ una verità ambivalente, ostica al desiderio di certezze e d’immutabilità che ci percorre, ma senza trarre subito dinieghi, pensate a quanto dei nostri giorni è rete di consuetudine, quanto si misura con tempi che non sono nostri e che neppure, forse, vorremmo, e quanto di noi è paziente costruzione, per capire che il rifarsi del cuore è un impegno necessario e costante. Ci si rende conto che l’educarsi al sentimento, all’affetto, alla percezione dell’altro, è l’opera nostra di costruzione del sé. Che questa s’affianca all’opera che altri, ben più forti ed arroganti, mettono in campo: la famiglia, la società che c’attornia, le convenienze, le regole, sino ai limiti fisici nostri confrontati con quanto si giudica forte, bello, adeguato. Chi non è bello secondo i parametri altrui dovrà scoprire la propria bellezza e di questa convincere il cuore per evitare l’infelicità. Come pure varrà per la forza e l’adeguatezza, il mediare con l’esterno il proprio benessere, sottoporlo, anche quando questo sia arrogante, ad una serie infinita di aggiustamenti che ne consentano l’equilibrio. E ciò vale per le conseguenze di questa ricerca al ben stare, ovvero il benessere economico, oppure quello affettivo, od ancora quello sessuale, ciascuno di questi esigendo un compromesso tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è davvero. E quanto l’essere, sia esso stesso un mescolarsi di evidenza e di parti celate, lo sa il cuore che trova in suo punto d’equilibrio nel parlare con sé, mostrandoci ciò che siamo davvero. Superata l’età della sfida, della ribellione senza pensiero di conseguenza, ciò che viene dopo è un’intrecciarsi di forze, di fili che collegano e tengono, ma che se s’ingarbugliano portano verso nuove, intollerabili, prigioni. In questo c’è un dipanare, un pensiero d’ ordine che mette priorità, un prima e un dopo, valenza nelle persone e nelle cose. Ed in questo ordinare interiore c’è molto del fare e dell’educare il proprio cuore. Usare la parola cuore per ciò che sta nel cervello, significa mitigare la lama della razionalità dalla propria insensatezza, il vincolo che ci metterebbe costantemente in decisioni che, proprio per la loro nettezza, prescinderebbero da noi e non sarebbero parte di quella educazione al vivere bene che in fondo fa parte di tutte le aspirazioni e di tutti gli eccessi che comprendano la vita e il vivere. Ma questo cuore, costantemente rifatto e confermato, è quanto di più nostro abbiamo, quanto possiamo mostrarci per riconoscere ciò che siamo e da esso partire per riconoscere come abbiamo vissuto.

Se un pensiero mi attrae con maggiore forza, è quello che per scelta, semplifica, riporta a sobrietà il ribollire barocco delle vite, l’uso interiore degli aggettivi (ci sono aggettivi interiori che c’illudono, danno la sensazione d’onnipotenza, portano a crederci eterni) che scatenano la meraviglia fugace e la disperdono in infiniti rivoli di senso, tanto che alla fine, d’esso non resta traccia, inghiottito com’è dal predominare delle abitudini e dei condizionamenti, cancellato dalle pulsioni soddisfatte e subito dimenticate, riportato in una perenne eccitazione al fare confuso con l’essere.

La vita sobria è una vita complessa che si scioglie in pensieri forti senza dominio, che c’accompagna in stanze che si liberano di pesi, in archivi virtuali che s’ordinano ed in scelte che quietano. Forse il mio rappresentare le vite come poligoni di forze, sempre mutanti in relazione a ciò che improvvisamente diviene importante e tira in una direzione, non è quello che vorrei, perché è un equilibrio che ferma il movimento e trova un compromesso statico in attesa d’una nuova tensione che rimodelli il tutto, ma vorrei piuttosto il conformarsi ad una vibrazione d’onda che percorra il dentro e il fuori, faccia sentire che s’è parte dell’universo e di se stessi assieme e che questo vibrare, talvolta, all’unisono, non è solo la felicità, ma la consapevolezza d’essere all’interno d’un mondo al quale ci conformiamo senza subirlo, e continuando a crescere. 

Insomma l’uno che prosegue la sua infinita corsa e ricerca che mai non avrà fine ed il tutto che si disvela mostrandosi per pezzetti di scoperta e meraviglia, includendoci e fluttuando assieme a noi.

Non si esaurisce nulla, il processo (il vivere) continua, e sapere d’esserne parte rimodella in continuazione il cuore.

limes

Non si tratta d’ uno scarto improvviso, d’ un colpo di polso sul volante che sbanda e poi raddrizza, ma d’una lenta deriva verso il ciglio, corretta in continuazione eppure attratta da questo.

Frequentando il limes, lo fanno in molti, si sente l’odore del vuoto, dolce e pungente come l’ozono, che è simmetrico a quel piccolo vuoto interiore dove qualcosa se n’è andato, s’è disperso per aria. E’ accaduto indietro nel tempo, prima, cosìcchè non se ne può sentire il profumo, ora. Si può pensare a com’era, immaginarlo, e lì ci pare d’averne ancora traccia addosso. Ma è andato via qualcosa d’importante, lo sappiamo, come aria da un pneumatico forato che pian piano s’affloscia, e sente sempre più le asperità del correre e della strada e devia dalla veloce linea che si pensava sicuramente tracciata.

Guardando indietro, si trova la ragione, ma essa soccorre poco, è causa di quel piccolo-grande vuoto, non rimedio. E questa consapevolezza crea l’attrazione verso il limes, come a volerne spostare il confine, mantenendo una vita in continuità, solo un poco mutata. In questa percezione d’una estensione del solido sotto i piedi s’immagina che, prima di tornare indietro, ci sia un altro passo per andare avanti (che è invece follia, ma quale contraddizione d’immagini, l’indietro come necessità del procedere) e si possa avere esperienza d’un vuoto maggiore che non impaurisce, perché catatonicamente lo si guarda e se non ci si getta in esso è solo per indifferenza, e per un piccolo, esile, filo rosso che ci racconta di nuovi aspetti di quell’assenza già stata, come se fosse il ricordo ad essere ragione, a farci tornare, e di nuovo andare e dare speranza.  

Tornare è andare innanzi, trovare una ragione forte che non mantenga sul limes, perché lì non è vita, è solo odore di rischio, di emozione per essere vivi.

il piacere

Il piacere finisce, è il suo limite. Ha bisogno di filo di ricordo per essere ricucito, è cornice e non quadro. Non resta nulla, neppure il ricordo se qualcosa non lo lega a noi. Quando mi viene detto che ogni lasciata è persa, non capisco cosa si sia perso. Semplicemente si addiziona, ma la somma è polvere con il tempo. E diviene ripetizione, abitudine, ha bisogno di variare, sperimentare, cercare, mentre si esaurisce nell’abilità. Anche quella, infine, ripetizione.

Ho bisogno di aggiungere senso, altrimenti mi perdo nei miei pensieri, ad ogni pulsione ho bisogno di aggiungere senso e so che è una contraddizione in termini, ma a che mi gioverebbe essere uomo senza saper gestire, e crescere, sulla contraddizione.

europa

A mezzogiorno, vicino alla fiera, c’erano 37 gradi ed un corteo di cosacchi con stivali, pantaloni larghi di panno e bluse lunghe, che si muoveva lungo il corso. Non distante, un gruppo di ragazze e donne meno giovani ancheggiava camminando, con gonne lunghe fino alle caviglie, a righine bianche sul beige, le bluse bianche avevano corsetti molto ricamati e molto colorati, cappelli bassi a cilindro e qualcuna portava  un velo che scendeva dal cappello. I visi e gli occhi erano stupendi, zigomi alti ed il taglio allungato delle palpebre si apriva su iridi nere, verdi, azzurre. M’han detto ch’erano, circasse.

La città è percorsa da 250 gruppi folcloristici europei, 4400 persone che vengono dall’Atlantico, dal Mediterraneo, dal mare del Nord fino agli Urali e al Caucaso, per l’Europeade. Si esibiscono ovunque, sia nei luoghi deputati, le piazze, i centri culturali, il prato della valle, sia per loro conto, perché gli prende la voglia di cantare, suonare, ballare. Stanotte, con un gruppo irlandese, pian piano ha cominciato a ballare la piazza, prima le ragazze degli altri gruppi (sono sempre prime le ragazze), poi i maschi, poi si sono uniti gli spettatori, poi gli extracomunitari che abitano in prato d’estate, poi i bambini e genitori. Una voglia incredibile di muoversi, nonostante il caldo, di ballare e cantare assieme, di battere le mani e ridere. I bambini, e non solo, erano felici ed eccitati.

A mezzanotte, quando è finito lo spettacolo, qualcuno ha tirato fuori una fisarmonica, altri una tromba ed un ritmo nato in due luoghi molto distanti si è riconosciuto, le mani hanno ritmato, le ragazze hanno sfilato le scarpe e ballato a piedi nudi.

Alla fine sorridevano anche i vigili e i poliziotti ed un corteo di persone si è avviato verso l’isola Memmia, al centro del Prato, per continuare sull’erba.

Guardandoli passare, vedendo le spalle che si muovevano, sembrava, ma era così, che il camminare fosse diventato danza e che il resto, tutto il resto, fosse davvero lontano.