solitudini

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Inizia appena nati, poi continua attraverso una coscienza indistinta, fatta di paure e di certezze inoculate. E’ la solitudine. Chi ci educa trasferisce quello che può, anche il suo bisogno d’amore trasferisce. Assieme ai dubbi e a quello che ha sua volta ha ricevuto. Per questo i genitori sbagliano sempre e non sbagliano mai. Chiamati a un mestiere che si impara in corso d’opera, con la voglia di mettere una pezza a quello che è mancato loro, al più si può chiedere la buona volontà e quello che possono dare, non quello che non hanno. Eppure il bisogno insanabile di sicurezza comincia lì, tra le prime mura che conosciamo, dove è avvenuta la scissione dalla protezione assoluta che c’era prima di nascere e che cerca ragione in un’ educazione sempre carente, perché non può immaginare quello che verrà, ma al più quello che è stato.

Credo che la vita sia un perenne elaborare la solitudine, trovarne il senso e la forza. Non è poco se si pensa che in essa c’è l’individuo e la sua originalità. E anche la felicità promana da essa quando trova la sua compensazione in un riconoscimento, in una condivisione inattesa, in quello stato di vita altra, che per comodità chiamiamo amore. E’ in questo perenne bisogno d’amore e di individualità, si svolgono le vite. Una soluzione facile e biologicamente efficiente è la vita in due, ma spesso si è soli anche in due. Chi più, chi meno, ci si adatta, si trova un equilibrio, ma le solitudini ci differenziano. Se non fossero così pesanti a volte, si potrebbe dire che sono la parte interessante della vita, non solo il refe che la cuce, perché da loro parte il bisogno che spinge al nuovo e alla ricerca della felicità. Però raramente la solitudine si percepisce così e comunque, anche in compagnia, essa emerge, attraverso la chiusura in sé perché i canali comunicativi si chiudono, perché l’ affetto non è sufficiente alla domanda, perché semplicemente le risposte non sono più adeguate. Pareva risolto il problema, ma il tempo si preoccupa di togliere gli aggettivi assoluti.  Cos’è il rifiuto dell’altro, con cui si vive, se non la difficoltà di un progetto comune? Forse si cresce anche oltrepassando i limiti ricevuti, spesso si usano termini allusivi: complicità, compensazione, coppia aperta. A volte servono per tenere assieme persone che altrimenti andrebbero per loro conto, oppure sono un compromesso che tampona le falle, comunque non sono una soluzione definitiva, forse perché questa non c’è in due e la solitudine si riporta all’individuo.

Noi scegliamo, dopo aver lasciato la famiglia di origine, con chi crescere, sia esso uomo o donna. E’ una scelta nostra, di compensazione della solitudine esistenziale che ci accompagna, una parte della risposta e il bisogno primario dell’individuo. E’ una scelta che si verifica in continuazione con noi e con quello di cui abbiamo bisogno. Per questo bisognerebbe aver più rispetto delle scelte individuali d’amore, ben oltre il genere e la parola famiglia. 

giovedì rosso

La politica si avvita su se stessa, soffoca nelle proprie spire e nelle bugie che si racconta per credere di mutare ciò che non va senza cambiarsi profondamente dentro. La politica è fatta di uomini, ma non ho mai pensato debbano essere proprio lo specchio del paese, dovrebbero essere un po’ meglio per essere riconosciuti come capi. Una responsabilità più pesante grava su chi ha governato in questi anni, quella di aver fatto emergere, e coccolato, l’animo cialtrone e falsamente anarchico degli elettori spettatori. Di aver privilegiato quelli che cambiano opinione spesso in base al guadagno di personale e di cercare quelli che pensano di non aver nulla da perdere.

Gli italiani non amano la verità, non pensano al futuro proprio, perché mai dovrebbero pensare a quello dei propri figli? Al più una raccomandazione, basta e avanza.

Qui, adesso, voto, è un gioco, che importa modificare la politica, chi governerà, cosa accadrà davvero: sono tutti uguali. Voto e non mi pentirò. Oltre l’evidenza, voto tutte le balle che mi raccontano, voto perché posso farlo e magari non voto. Voto per spaccare tutto, voto perché non m’interessa, voto perché mi lamenterò e sarà un coro. Cosa faccio io per il mio paese? Lavoro, non basta? Del resto non mi interessa, ho già troppe grane per mio conto, voto o faccio a meno, è questa la libertà, no?

Il voto in Italia non ha mai cessato di essere ideologico, i comunisti da una parte, gli “altri” dall’altra, i cattivi e i buoni. Non importa che nome hanno i “buoni”, tanto neppure i “comunisti” esistono più da un pezzo, basta non far la fatica di capire. Da un lato si dice che non esiste più destra e sinistra, dall’altro si evocano i “comunisti”. Si beve tutto per scegliere la parte in cui l’immaginario concentra ciò che non piace. Non importa se è vero o meno, se la realtà è altra : basta uscire da questa noia.

Però esiste una differenza tra destra e sinistra  ed è quella tra chi pensa a sé e chi mette se stesso assieme agli altri. Mica cosa da poco, come la verità non è cosa da poco, ma la verità è fatica, bisogna capire, discernere e poi decidere da che parte stare.

Dicono che è colpa della politica se la campagna elettorale è poco interessante, certo la politica ci mette di suo, ma penso che sia una responsabilità degli elettori chiedere -e chiedersi- cosa accadrà dopo il voto, valutare le proposte, non farsi lisciare il pelo.

Vedo la noia, il si vive una volta sola che emerge, non preoccupatevi passa, per fortuna che c’è sanremo. 

pagine chiare

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piccoli disegni, frasi che iniziano senza maiuscola e finiscono senza punto, pagine percorse per terzi, quadranti, sbiechi tagli sospesi,

finché scroscia un pensiero verticale e lascia un tappeto di lettere morte:

o si trova una strada o ci si perde tra le spire sinuose del boa che abbraccia e non stringe, si colora, cangia e prosegue verso una nuova pagina chiara

Basta leggere.

E dai tagli sui muri entra, luce festosa pulviscolo d’oro danzante quieta qualche impronta che l’accoglie : è lì, tutto, lampante e incompiuto. E…

Il pensiero non si compie, come una nassa aperta, è interminabile succedersi di guizzi, code, luci di scaglie frante, senza ritorno, avanti senza ricordo, avanti, ancora avanti…

Là in fondo, c’è il mare aperto.

nb: bisognerebbe leggerlo come una sorsata, bisognerebbe…

carnevale

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L’uomo ragno tiene per mano un uomo ragno piccolo. Un uomo ragnetto. Camminano su un tappeto di coriandoli verso il carnevale di paese. Carri mascherati molto casalinghi, a cura del comune e la pro loco, cioccolata calda e bibite gratis. Una folla di damine, zorri, cenerentole, biancaneve, tra adulti, mamme con neonati mascherati nelle carrozzine. Qualche maschera adulta, ma per ridere, mica siamo a Venezia. La statale è stata chiusa, non oso pensare la densità di bestemmie per la deviazione delle auto sui percorsi sconosciuti della zona industriale, ma un effetto straniante, e bello, è il camminare in mezzo a una strada in cui di solito c’è un’auto al secondo. Nei paesi il carnevale è dei bambini, c’è l’eccitazione del mascherarsi, dell’essere altro, ma dura fino alla folla, poi quando, a frotte, si immergono con gli altri, i giochi ridiventano quelli di sempre. Qualche damina è un po’ schizzinosa, è entrata nella parte. Speriamo non lo sappia la Fornero. Non mancano i pianti. Il pensiero di una mascherina, qual’è? Credo che i bambini elaborino tutto in relazione alla normalità, ovvero pensano che il confine tra eccezione e normalità, non sia così rilevante. Per cui un giorno particolare è tra i giorni vissuti, si ricorda e si dimentica, dipende quello che accade, ma la stanchezza è quella di sempre, come le guance arrossate, il gridare, il correre, il ridere contagioso. Quand’ero bambino non c’era la mascheratura di massa, al più qualche lenzuolo frusto, da bucare per fare il fantasmino. C’era qualche arlecchino o Colombina, ma erano rarità e cose da benestanti. I vestiti di carnevale  degli adulti, erano pochi, molta tradizione del ‘700 e riservata ai ricchi, che festeggiavano nei palazzi con il piano nobile e le finestre con i vetri a piombo. Per gli altri, la festa era fatta di galani, fritole e vino rosso e qualche mascheratura da giovani buontemponi. Vecchie cose, tabarri, qualche saio, perché il frate aveva sempre appeal.

Adesso gli adulti sembrano aver bisogno d’altro. L’eccezione. Venezia, ad esempio. Premetto che sono prevenuto, se posso evito il carnevale veneziano perché oltre a vedere qualche maschera particolarmente originale, non colgo l’allegria naturale. A Venezia comunque bisogna andarci in gruppo, perché ci si divide tra chi si mostra e chi guarda. Come nella vita. Ma il gruppo serve per ridere. A pensarci questo è vero tutto l’anno, il carnevale non aggiunge molto. Quindi non è l’eccezione che diverte, ma il mostrarsi differente. Per questo credo che i veneziani non amino il carnevale nel loro cortile di casa, loro sono eguali al resto dell’anno e la confusione non li fa ridere. Solo gli albergatori ridono, e i negozi che vendono maschere cinesi e i bar altrimenti deserti, perché aver gente in una stagione morta porta comunque guadagno. I veneziani si tappano in casa, oppure bisogna rincorrere tutt’altre mascherine nei campielli fuori percorso canonico e ci si accorge che, umidità a parte, assomigliano agli zorri, cauboi, biancanevi, omini ragno e damine dei paesi di terraferma. Non c’è commedia dell’arte, anche qui gli arlecchini non sono più di moda e i campielli sono piazze di un micro paese, chiuso ai foresti, con abitudini e regole impermeabili ai più, ma molto simili alla normalità.

Chissà a che serve davvero il carnevale adesso, oltre che ai bambini. Con i blog, fb e compagnia cantando, la gente si maschera tutto l’anno. Credo sia questo il vero successo della rete: il poter essere altro sempre e non solo quando l’anno lo permette. Ma è solo una sensazione, chissà se è davvero così.

il labirinto dei tuoi passi

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Il labirinto dei tuoi passi vaga sulla piazza.

Sarebbe lo stesso se tu sapessi camminare sul mare,

oppure a mezz’aria, 

ma qui posso dividere con l’aria delle parole

suoni gentili che ti seguono

è questo che tiene assieme noi e la luce.

L’aria fresca della sera porta traccia di temporali lontani,

un profumo che ricorda altro, non ciò che non e’.

T’ascolto e mi perdo, 

penso che nell’apparente semplicità del fare si pospone l’indecisione d’essere,

non siamo, forse, una civiltà di cose, di sensazioni al rialzo, di esperienze che divengono gomene?

Penso molto più di quanto dico,

forse in questo sta il tuo sorriso che si volge

e lascia alla meraviglia d’essere assieme, il tempo.

L’educazione al vivere toglie i miei aggettivi, 

scava le parole e le separa dagli atti,

bisogna pur trovar misura al sentire attribuendogli il valore che resta.

E di tutte queste ricchezze sono fatti i miei dubbi,

che conoscono la via e non si perdono negli anni.

l’apprendimento della libertà

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Con tempo, e con pazienza ne sarei venuto a capo. Alle mie regole. Mi era sufficiente sentirlo, oltreché pensarlo, perché la pressione esterna diminuisse. Ne veniva una tranquillità sul mio tempo, su ciò che potevo ancora fare, e avrei fatto, con me.

Allora l’angoscia dell’essere ” come tu mi vuoi”, da chiunque espresso, andava in un luogo inoffensivo. Via da me.

Questa strada è quella che percorro ancora, è la mia via all’apprendimento della libertà che continua.

il mito dell’autosufficienza

Non essere d’altri che di te stesso.

E’ un imperativo della libertà, del non essere servi di qualcosa, di qualcuno. Da qui comincia il bisogno di libertà, l’essere con altri e il bastarsi. Il servire è un dono, un dare, un essere aperti all’altro. C’è un profondo amore ed anarchia in tutto questo non sentirsi appartenenti se non a sé eppure darsi. Non bastarsi. Mi fermerei su questo non bastarsi – e per questo darsi –  come gesto naturale che ha risolto, almeno in piccola parte il problema della solitudine. Il mito dell’autosufficienza attuale è ben diverso, punta sulla capacità dell’individuo di prevalere sugli altri, genera una solitudine da potere e quando il potere non è raggiunto alla solitudine si aggiunge il fallimento personale. In azienda, nella società, si insegna la competizione esasperata, non il darsi liberamente all’altro e la solidarietà del gruppo coltivando l’autosufficienza. Da questo insegnamento proviene una doppia conseguenza: una solitudine non scelta e crescente delle persone e un’ autosufficienza fasulla, visto che porta con sé la disperazione.

L’autosufficienza vera è quella che intraprende il viaggio verso la scoperta del sé totale, della propria diversità nell’eguaglianza, perché proprio nel riconoscere in cosa si è eguali si vede ciò che è unico in noi. E come ogni viaggio vero, questo scendere nella nostra autosufficienza apre, fornisce una dimensione, assume un criterio profondo di giusto e ingiusto, trova la giusta distanza, esercita l’autoironia per vedersi.

giornali

Da anni, in edicola, compro solo giornali nazionali, il quotidiano locale  lo leggo al bar, di fretta con il caffè e quello che sbircia da dietro. Il poco che vedo mi basta, ormai sono uno specialista: trattengo poco perché c’è poco da trattenere. I giornali locali sono troppo ricchi di fatti, hanno titoli costantemente costantemente fragorosi che alla fine lasciano vuoti. A parte i necrologi, in realtà non c’è nessuna notizia che resti. E capisco la fatica di riempire ogni giorno pagine di notizie, sapendo che quello che accade è rumore di fondo, importante per pochi, e soprattutto fatto di cose che la città già conosce.  Un compito eroico attrarre un’opinione distratta che s’occupa d’altro e sa che le decisioni vere vengono prese altrove, forse per questo sui titoli ci danno dentro con i titoli. Nelle città medie quelli che contano si conoscono tutti, e ben oltre le notizie che si leggono, ciò che accade, trabocca e serpeggia tra le piazze, nei caffè, sui sagrati delle chiese, luoghi ben più informati del giornale e che passano le informazioni travestite da domande: hai sentito che… ma è vero che…

Così alla fine il mestiere si piega a questo curiosare, alla chiacchiera, alle  infinite interviste e conferenze stampa che annunciano cose importanti, sì, ma a dimensione e memoria locale perché per i destini della nazione, qui, non c’è nessuno di davvero importante e se per caso c’è, vista l’aria, quasi sempre emigra.

Allora si compra, per leggerlo a casa, il giornale nazionale, dove il rumore della notizia è più rado, le sezioni quasi immutabili, ma dà più speranza del capire dove si è, cosa si decide davvero e poi fa più fino. Però mi capita di confrontare giornali di 4 e più anni fa e se non si legge la data, gli articoli sembrano scritti ieri. Credo dipenda dall’immutabilità dei protagonisti, ma anche i giornalisti non scherzano con le analisi ribollite, c’è un  déjà vu costante, un parlarsi che è autocitarsi, che seppellisce le 40 righe asciutte che vanno al cuore del problema. A chi scrive, piace scrivere e scriversi e non a caso molti giornalisti scrivono libri che sono la prosecuzione dell’articolo con altri mezzi. Insomma anche il giornale nazionale ha un conformarsi all’ambiente, ma più quieto e senza il botto costante del giornale locale. Naturalmente ci sono le eccezioni e ci sono giornali nazionali che scrivono come un giornaletto locale e pensano di essere il grande quotidiano. Lasciamoglielo pensare, è sempre accaduto.

Nel giornale che abbiamo comprato, possiamo cercare a lungo, ma a parte qualche rara notizia che cambia qualche vita importante, oppure ne cambia molte, le parti più movimentate sono quelle sportive. Diciamocelo, la politica annoia, o è un bollettino quotidiano di sberle oppure un parlarsi tra alieni. Restano le notizie dal mondo, che però dipende sempre meno dalle decisioni nazionali e la parte culturale, quella che un tempo era la terza pagina e adesso è la 32 ? la 46?, boh. Quest’ultima spesso è fatta bene, non manca mai qualcosa di curioso che solletica verso altro: siamo o non siamo un popolo di poeti e scienziati?

Così, per non pochi penso, ma non ne ho certezza, il giornale diventa altro, apre e chiude le teste in modo diverso da come si pensa dovrebbe. Ovvero con la cultura  apre la testa, il pensare in grande, ma subito preso da spavento di quanto fatto, si affretta a chiudere il lettore nella noia della ripetitività degli accadimenti non disastrosi. Cosicché subentra una presbiopia che falsa ogni prospettiva, da un lato sembra che tutto ciò che conta avvenga altrove, dall’altro si vorrebbe capire e partecipare a ciò che è più vicino.

Far capire e partecipare dovrebbe essere lo scopo  di chi scrive, e se così non è nasce un senso di straniamento: ma dove siamo davvero nati se non parlano mai a noi?

 

la shoah raccontata ai bambini

E’ un tema vecchio e sempre attuale: come raccontare l’orrore ai bambini?

Ciò che accadde, e in altri contesti accade ancora, può essere spiegato con esattezza, mostrato nelle fotografie, legato a una qualche esperienza sensibile che lo faccia diventare reale a un bambino ancora piccolo? Perché un rischio grande, è che la vicenda terribile della shoah diventi una favola, una cosa priva di realtà e così sia il contrario della memoria, perdendo la sua funzione di insegnamento e guida. Ma anche nel caso in cui tutto l’orrore diventi reale e i fatti sentiti come accaduti, quale può essere l’effetto di questo racconto?

Lo storico francese Georges Bensoussan  qualche giorno fa affermava su ” la stampa ” che  “non si può insegnare la shoah ai bambini, non si può mostrare loro Treblinka. Perché è una memoria troppo pesante, troppo dura da portare e finisce per colpevolizzarli”.

Non so se sia l’unica risposta, di certo è un pericolo reale e i bambini col senso di colpa hanno consuetudine, ma molti libri e film, riportano una risposta diversa alla domanda se insegnare o meno la shoah, e credo che ognuno dovrebbe pensarci e trovare la sua risposta; se questo è per lui un tema importante dell’insegnamento a vivere. Non si è sempre parlato molto di ciò che accadde durante e prima della guerra, gli anni immediatamente seguenti ai ’40 furono a scuola, parchi di notizie su quanto era avvenuto. Non ne sentii mai parlare alle elementari e così la shoah vera l’ho appresa dalle fotografie di un libro di Pietro Caleffi e Albe Steiner, Pensaci uomo, quando ero già grandino e comunque fu per mia scelta. In famiglia parlavano di questa tragedia, ma più attraverso la costernazione del fatto che molte persone conosciute non fossero tornate dai campi di sterminio, che per la sua dimensione immane di tragedia umana collettiva. E dei bambini dei campi si parlava comunque poco, come fossero stati una conseguenza agghiacciante, della decisione di uccidere tutti, non un orrore nell’orrore.

Certo che le parole che usiamo noi adulti, hanno un significato molto diverso per i bambini, anche le fotografie vengono vissute diversamente, quindi il processo del condividere non è facile, però si può, e si deve, affrontare, considerarlo come un’ insegnamento fondamentale sui pericoli che ci portiamo dietro e che non sono solo in una parte malata dell’intelligenza o un prodotto della pazzia di qualcuno, ma che possono sorgere da persone insospettabili, intelligenti, acculturate e diventare follia collettiva, non un raptus di pochi. Quindi è un pericolo da trasmettere e un tema, a mio avviso, da risolvere. Nei bambini bisognerebbe ricordarsi che il percorso con loro è apprendimento comune, e che vedere e sentire come la realtà si trasfigura in loro, riemergendo dalle loro parole è insegnamento per noi, per adeguarci e capire cosa significhi maneggiare la storia. 

Mio figlio, vide da bambino a Praga i disegni  dei bimbi di Terezin, non chiese troppe cose, ma gli fu risposto. Quei disegni erano terribili più per noi adulti che per un bambino. Aggiungemmo qualcosa, seguendo la curiosità. La mia idea, di allora e di adesso, è che bisogna rispondere alle domande dei bambini, in questo caso, come negli altri. E approfittare del molto che esiste per non dimenticare. Certo, bisogna che quanto accadde sia importante anche per noi, e non è così scontato, perché non poco di quanto si agita negativamente al mondo, è parte ancora del problema irrisolto dell’intolleranza e del rifiuto della diversità. Forse anche per questo è importante parlare della shoah ai bambini e assieme a questa di altre stragi che ci furono e continuano, perché se rifiuteranno l’intolleranza e il razzismo, il loro mondo sarà migliore del nostro.

p.s. aggiungo l’intervista di Bensoussan alla Stampa, è una riflessione che suscita domande, non solo per l’autorevolezza di chi studia da una vita la shoah, ma per la necessità che ognuno, sensibile al tema, dia una sua risposta:

Saturazione della memoria:
Alberto Mattioli – ” Non si può insegnare la Shoah ai bambini “

Georges Bensoussan, Storia della Shoah, ed. Giuntina

Storico e responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi, Georges Bensoussan è l’autore di una sintetica ma assai ben fatta Storia della Shoah che La Giuntina ha appena tradotto e pubblicato in Italia (pp. 168, € 12).

Professore, il 27 è la Giornata della Memoria.

«È importante celebrarla.
Ma bisogna avere ben chiaro che in realtà l’Unione Europea l’ha istituita per celebrare la rifondazione dell’Europa.
L’unità europea è stata costruita sull’antinazismo e il simbolo del nazismo, ciò che lo differenzia dall’altro grande totalitarismo, il comunismo, è appunto la Shoah.
È la Giornata della Memoria europea, non ebrea.
È l’Europa dei lumi contro la notte della ragione».

Sulla memoria, la Francia ha ancora del lavoro da fare?

«L’idea della complicità di Vichy, dunque dello Stato francese, è recente.
Nel ’73 fu uno storico americano, Robert Paxton, a pubblicare i primi studi sull’argomento.
Ormai la tradizionale visione binaria Resistenza-collaborazionismo non regge più. In mezzo c’è una vasta zona grigia.
All’inizio della persecuzione, la maggioranza dei francesi, e le élite in particolare, non protestarono affatto.
Anche se è difficile valutare l’evoluzione dell’opinione pubblica in un regime dittatoriale, la svolta avvenne nel 1942 quando iniziarono le rafles , le retate.
La caccia all’ebreo indignò molti francesi.
Ma, in generale, è sbagliato avere una visione monocolore.
La Francia non è stata solo Vichy e non è stata solo la Resistenza.
E per fortuna circa tre quarti degli ebrei francesi si sono salvati».

Perché?

«Intanto perché la Francia è grande e fatta anche di foreste e di montagne.
E poi non dimentichiamoci che la Francia del Sud, la cosiddetta zona libera, fu occupata solo per venti mesi.
Infine, parte di questa zona fu occupata dagli italiani.
I documenti tedeschi sono pieni di lamentele contro gli italiani che proteggono gli ebrei e addirittura li sottraggono alle retate della polizia francese».
Lei ha polemizzato con Nicolas Sarkozy che aveva proposto che ogni bimbo francese ricostruisse la storia di un bimbo ebreo deportato.

«Semplicemente, da storico ho fatto presente che l’idea era benintenzionata ma assurda.
Non si può insegnare la Shoah ai bambini, non si può mostrare loro Treblinka.
Perché è una memoria troppo pesante, troppo dura da portare e finisce per colpevolizzarli.
Si può, anzi si deve, insegnare loro cosa c’è intorno alla Shoah, cosa sono il razzismo o l’intolleranza.
Alle elementari puoi parlare di Anna Frank. Delle camere a gas, no».

Sulla memoria, c’è qualcosa che si potrebbe fare e non si fa?

«Forse avere ben presente che, dal punto di vista storico, la memoria è una trappola.
La memoria non è la storia, è una religione.
E non serve a ricordare, ma a dimenticare, perché è fatalmente selettiva.
Per questo lo storico è disincantato e deve esserlo.
Mi spiego con un esempio che non c’entra con la Shoah.
Nel 1985 furono ricordati con grande riprovazione i 300 anni della revoca dell’editto di Nantes, quello che aveva concesso agli ugonotti la libertà di culto.
Tre anni dopo, lessi il Code noir , cioè l’insieme delle leggi che regolavano la schiavitù nelle colonie francesi.
Bene.
Sa in che anno Luigi XIV l’aveva promulgato?
Nel 1685.
Solo che il suo terzo centenario non l’aveva ricordato nessuno».
Insomma, della Shoah si parla troppo?

«Se ne parla troppo perché se ne parla male.
Cioè se ne parla in maniera compassionevole per le vittime, mentre la Shoah è un’enorme questione politica e antropologica.
Politica, perché pone il problema di come un popolo civilizzato abbia scientemente deciso di eliminarne un altro.
Antropologica, perché rappresenta una cesura, una rottura nella civiltà occidentale.
Lo capirono per primi certi intellettuali cattolici del dopoguerra, come Maritain, Claudel o Julien Green.
Poi il tema è stato ripreso dagli Anni 70 con uno studio della Shoah che si è giovato di nuovi strumenti, per esempio la psicanalisi».

Ma a livello mediatico, lei dice, è troppo presente.

«C’è una saturazione della memoria. Il discorso sulla Shoah, sui giornali, nei film, in televisione, è talmente invadente e basato soltanto sul pathos da diventare banalizzante.
La nostra è una società compassionevole, dove lo status di vittima è quello più ambito.
Dunque ognuno vuole avere la sua Shoah.
E Auschwitz viene continuamente evocato per situazioni completamente diverse.
Fino al paradosso di paragonare sulla questione palestinese i nazisti di ieri agli israeliani di oggi, che è una bestialità».

Ultima domanda e anche personale. La Shoah non è un soggetto troppo duro per dedicarle la vita intera?

«È sicuramente un soggetto sconvolgente.
Ci si salva con un humour nero che per i non addetti ai lavori potrebbe risultare scandaloso, politicamente molto poco corretto.
È lo stesso che hanno i medici o chi è tutto il giorno e tutti i giorni alle prese con la sofferenza.
Però vivere quotidianamente a contatto con la Shoah ti rende anche molto acuto sulla realtà di oggi.
Ti si drizzano le antenne, stai più attento a quel che senti.
E capisci che le parole sono sempre la prima tappa della tragedia».

Alberto Mattioli
«Non si può insegnare la Shoah ai bambini »
l’intervista di Alberto Mattioli a Georges Bensoussan
La Stampa 22 gennaio 2013

aggiustaio

Ho una piccola mania, che magari è grande e non me ne rendo conto: mi danno fastidio le cose che non funzionano. Tutte. Mio figlio diceva che ero un aggiustaio, non era vero, però ci provavo. Forse era una reazione al fatto che non avevo manualità e vivevo tra persone che ne avevano sin troppa. Forse era il tentativo di rimontare virtualmente una delle tante sveglie smontate da piccolo e che erano servite a fare piccole trottole dentate, prima di dissolversi nel nulla, ma comunque fosse, ci provavo.

Adesso lo faccio molto meno, si butta via molto, ma un accanimento con le penne che non funzionano, ce l’ho. E così cerco di farle funzionare, anche quelle più difficili, le biro. Non ci riesco sempre, però la considero una disciplina. Mi applico, uso astuzie, attenzioni, ingegno che non hanno riferimento al valore, ma solo al fatto che uno strumento di scrittura deve scrivere.

Non è un problema di carenza, preziosità o numero, da sempre colleziono penne e ne ho a centinaia, ma forse la piccola follia è nella rassicurazione che all’occorrenza scriveranno, che sono pronte per qualcosa e non sono solo cilindri di vario colore e materiale accumulati.

Anzi il senso di sicurezza si spinge più in là, se penso che possono scrivere qualcosa che adesso non conosco, tracciare segni, ideogrammi, appuntare pensieri ben oltre al loro valore. E’ la certezza che le cose utili servono a quello per cui sono state fatte.

Così provo penne e se posso le riparo. E  quando riesco a farne funzionare una di particolarmente riottosa, mi prende un piccolo senso di soddisfazione, quasi un piacere, che sconfina in un sorriso.