C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così emerge un bisogno di normalità che investe presente e futuro. Forse è la stanchezza di una realtà che è mistificazione e porta tutto sul presente e nel personale. Forse abbiamo cancellato troppo facilmente la sindemia da covid in un’ansia di scordare che ha abrogato i problemi che erano emersi con le paure del contagio e le convulse e parziali risposte che l’hanno accompagnato. Forse è la guerra in Ucraina e l’immane eccidio di Gaza che sembrano non riguardare e si riducono a un continuo rifornire e usare armi senza pensare che ci sono centinaia di migliaia di morti e nessuna trattativa per la pace. Forse sono i riti della politica che si ripetono, l’ eterno barcamenarsi del PD, le trasformazioni del M5S, il tramonto di Salvini che oltre a lagnarsi non dimostra alcun talento, la Meloni che diventa un gigante della destra che ama la famiglia, la sua, la fine patetica del berlusconismo, ecc ecc. Tutto annegato tra panettoni e povertà estreme. Ci si abitua a tutto e non è bene, perché il peggio dilaga. Ma anche questo è un lamento e non produce nulla, non cambia la realtà, che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, che non muta la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro. C’è una progressiva disperazione che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia e del familismo che ha potere e denaro e quando non lo ha, prende a calci chi sta peggio. Ma chi si merita davvero di essere povero, di avere fame, di non avere cura né solidarietà? Invece pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porti anche la colpa e che il nemico sia chi ha ancora meno e accetta di tutto per non morire di fame. Di dignità si parla sempre meno, il lavoro come mezzo per avere realizzazione e vita dignitosa non esiste quasi più, ma si frammenta in piccole schegge di appartenenza sociale e poi di rifiuto reiterato della realtà. Nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia dà una dimensione terribile dell’abbandono, della perdita di credibilità di un Paese verso i suoi giovani. Nessuno provvede davvero e non resta che competere. I poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, se va bene, e la dignità si perde così, pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, a questo dovrebbe pensare la politica, la sinistra in primis, ma anche chiunque pensi davvero che gli uomini valgano qualcosa. E non basta lo dica il Papa, dobbiamo dirlo noi che lo pensiamo. Anche nelle piazze che si affollano di senza partito e che esprimono questo bisogno di pulizia interiore, di solidarietà, non si percepisce che è festa tutto l’anno quando c’è un noi che difende l’io, quando ci si riconosce e si è contenti di farlo.
Verranno uomini di buona volontà, sono sempre arrivati, per far rinascere nella giustizia sociale di cui tutti abbiamo bisogno. Speriamo arrivino in tempo perché mai come ora le minacce alla vita e alla libertà sono alte, perché la guerra si afferma come ipotesi concreta e folle, perché l’ambiente non attende per gustarsi alla vita. Speriamo e facciamo ciò che è possibile, la somma dei molti possibili delle buone volontà genera l’attuazione del sogno.
auguri alle donne e agli uomini di buona volontà
Auguri a chi vuole e opera per la pace.
Auguri a chi vuole che cessi il fuoco perché rifiuta la violenza e ama la vita.
Auguri agli atei operosi di umanità che non hanno bisogno di credere per fare qualcosa per gli altri.
Auguri a quelli che hanno una fede che apre le braccia per accogliere senza chiedere.
Auguri a quelli che sono stanchi e non si arrendono perché è giusto quello fanno. Auguri a quelli che hanno il senso del mistero, lo indagano con dolcezza e lo accolgono con meraviglia.
Auguri a quelli che non s’inchinano davanti ai potenti, che dicono quello che pensano e che difendono cio che è giusto. Auguri a quelli che credono in qualcosa di grande che faccia crescere tutti e che per questo rispettano gli altri uomini.
Auguri a quelli che ascoltano e cercano di capire le ragioni degli altri.
Auguri a quelli che sono sinceri e non agiscono per convenienza.
Auguri a quelli che amano e lo fanno ogni giorno anche quando è complicato. Auguri ai silenziosi perché hanno ancora molto da dire.
Auguri a chi ha pazienza, a chi conserva la dolcezza, a chi è bambino e non gli spiace perché vuol crescere ancora.
Auguri a chi si emoziona e piange davanti a un gesto gratuito.
Auguri a chi salva le vite e in questo tempo si è impegnato molto senza essere mai ringraziato abbastanza,.
Auguri a chi dà speranza a chi vacilla e non chiede prima di aiutare.
Auguri a chi vuole il bene e lo persegue. Auguri a tutti noi che non chiudiamo gli occhi davanti alla realtà e vogliamo amare ed essere amati.
Auguri alle donne e agli uomini di buona volontà.
Se non nasce una speranza che ha bisogno di impegno e di volontà di togliere ingiustizie e violenza non nasce l’umanità. Non nasce nulla.
Auguri a tutti noi perché cambiare è fatica e se lo facciamo insieme è gioia.
Oh scarsa mia opinione, oh timidezza,
ho celato le spinte del cuore,
in rossori incongrui di sé vergognosi,
così anche la fantasia che ribolliva,
è stata gettata come dadi sul tavolo,
sperando che il doppio sei non uscisse,
per non giustificare l’essere felice.
E ancora, ciò che sapevo,
l’ho celato tra sguaiati paraventi di riso
e scarsa curanza di me,
perché volevo sì, essere invisibile,
ma pur capito,
come l’uccello che alza a noi lo sguardo,
e se ne nota il facile fraseggio d’ali,
la livrea e la grazia, ma non la fatica,
e neppure il suo essere creatura d’aria,
pensando l’essere per lui facile
ciò che a noi sarebbe impossibile.
Hai buone capacità di giudicare il carattere?
Ottime, con elevato margine di errore
racconti per notti di vigilia
Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro, supera i calli, s’infiltra sino alle ossa e lì resta in agguato per la notte, per quando sarai più vecchio. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è un freddo pesante, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, oltre mille di gradi di colata che rapprendono per loro conto, diventano billette che scivolano sui rulli. I muletti caricano, portano fuori. Nel piazzale. All’aria. Aria fredda d’inverno e alito di metallo caldo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata. Impilata. In attesa. Intanto scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve, foglie di ferro quasi molecolari, si mescolavano all’aria. Erano larghe e leggere, sembravano uccelli nel mulinare dei fiocchi. Scaglie prima grigie e poi rosse di ossido. Ruggine che volava. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che li taglia e ti guarda con sfida. Oggi non c’è neve, ma scaglie di ossido continueranno a volare dai camion in una scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci con la testa e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi, pensi con un respiro possente e lieve alle cose, ai sentimenti, li accendi e prendi fuoco con essi, poi subentra il ragionamento che è come il metallo, solido di sé. Lo puoi far fuori questo pensare, ma vicino alle siviere, tra macchine enormi, pensi a ciò che dovrai fare e che fai adesso, non hai tempo, ti muovi con il tempo del metallo. A fine turno potrai esistere altrove e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia sarà quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde.
E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Adesso il pensiero si ferma, torna indietro. Alla Tyssen, agli operai, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 17 anni. Anche dei cinesi di Prato nessuno si ricorda più, bruciati nel capannone dove dormivano e lavoravano. E dei cinque morti di Brandizzo, cinque come a Calenzano dieci giorni fa. Qui sono morti in due, sei anni fa, investiti dal metallo fuso a 1600 gradi, che è piovuto da un crogiolo. Non ha retto il supporto, un errore di fusione, c’è stato il processo, le condanne, come per gli altri incidenti sul lavoro poi ci sono gli appelli, finché nessuno si ricorda più. Solo le famiglie ricordano. Sono passati pochi giorni o anni e non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda. Il cuore è qualcosa che si costruisce e che mette assieme, che ti fa provare, sentire e vedere gli altri. Non ci appartiene mai davvero. Ma adesso facciamo fatica a stare assieme. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi come le abbiamo conosciute, sono diventate stratificazioni di bisogni diversi per età e appartenenza geografica. Da noi si sfogliano come le billette, si disperdono nei fossi dell’individualismo. E questo cambiare la società non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?
I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori vedi luci rade, buio e ogni tanto lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini. Da queste parti si usa rottame. Rottame che arrivava dalla Russia, rottame di guerra fredda, di altre povertà, adesso arriva da paesi che erano poveri. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava e non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto, colpa vostra. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata, non ha più protestato. Quando ci si stanca ci si abitua, c’è qualcosa che non si vorrebbe, ma c’è e viene confinato in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.
Per capire dove sei, in acciaieria, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano il naso, vedere le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Qui capisci che la realtà non dorme, ma fuori non ci pensi mai. Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e generale. Guardi nel piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve. Appunto.
mediterraneo
Attraverso i ballatoi delle scale arrivano voci di bambini, Si spandono nelle sale vuote del museo d’arte contemporanea.
Seduto davanti a una scultura cinetica di Eusebio Sempere, mi perdo nel suono delle voci che si sovrappongono di echi. Ascolto e guardo. Lo spagnolo è una lingua a fiotti, un blocco di parole che s’assottiglia, fino a tacere, fa una pausa come a pensare a dove è arrivato e riprende con un nuovo fiotto. E’ suono con parole che riconosco, ma m’interessa il suono, cosa so di questi luoghi, che furono la sacristia di un’ impero enorme? Poco, nulla del vivere se non assimilandolo a ciò che si contamina nel Mediterraneo e nel sud, quindi presumendo. Nulla delle sue imprese, del fare materiale che incrociava culture così composite e differenti, traendone identità strane ed orgoglio smisurato. Dal presente emerge qualche archistar, la letteratura ricca di radici che trae da lingue e un passato ameno complesso, ma mi sfuggono gli ingegneri, i matematici, le scuole di fisica. Di sicuro c’erano e ci sono, perché hanno realizzato macchine di lusso, aerei, orologi di pregio, steso strade ferrate con uno scartamento orgoglioso ed incomunicabile. Hanno costruito come dovessero conquistare il mondo dei trasporti, della meccanica, dell’aria (air nostrum recita il motto della compagnia aerea regionale valenciana) e si sono fermati ai Pirenei. E’ mia ignoranza, conosco poco, Braudel soccorre, mentre a scuola ci si ferma a casa propria. Così passa solo musica, letteratura, teatro, poesia, pittura. Cose che, con più facilità, vanno in giro per il mondo, si spostano, toccano, entrano e si confondono con altro conosciuto, senza la necessità di creare imperi. Ma cosa so davvero di questo mondo? Nulla, eppure erano dalle nostre parti poche generazioni fa, cugini dei Savoia, presenza nei cognomi, parole nel mio e in altri dialetti, scambi economici forti. Su tutto il Mediterraneo.
Il Mediterraneo non è un insieme di paesi, il Mediterraneo è un modo d’essere, fatto d’acqua, di mestieri comuni di mare e di terra. E d’ingegneria del bello più che dell’utile, aggiungo di mio. Forse per questo chi si affaccia su questo mare costruisce imperi e poi se ne disgusta, fino a demolirne altri, in America latina ad esempio. Nel Mediterraneo per demolire imperi c’è un vero talento.
Il Mediterraneo è un luogo, dove i popoli si intersecano in continuazione e soprattutto conoscono la luce, il sole, il cielo. Forse per questo la precisione e l’utile sono fuggiti più a nord dove la luce è più breve, gli inverni più lunghi. Calvino, Lutero avrebbero avuto le stesse idee nascendo a Palermo o a Cadice?
Fantasie.
Nella Spagna a dicembre è caldo, anche quando manca una settimana a Natale. Intorno abeti incongrui, neve finta che non riesce a distogliere lo sguardo dalle architetture di tufo e arenaria: sono belle gonfie, gravide di significato. Altro che ascetismo vegetale rivestito di luci, qui la festa dura tutto l’anno e il gotico è solo un mezzo per alleggerire pilastri ed archi, dando modo di riempire di più i volumi. Tutto si riempie troppo, è il calore del pomeriggio, delle notti, che trabocca, che investe il ragionamento. Anche il mistero usa altri simboli, sguazza nel colore, sfugge le geometrie e cerca i corpi. Dove altrove impera il numero, qui il ragionamento misterico prende la forma, porta lo sguardo verso il particolare che lievita l’attenzione. Non si semplifica nulla, il corpo emerge e lotta con lo spirito ed è il senso che predomina. La complessità dell’attrazione, del desiderio, della vita, è senso. E’ come vi fosse senso ovunque. Investe i rapporti che si toccano e si difendono, l’alterità diventa altezzosità. L’altezzoso si spegne nell’intimità, ma all’esterno disegna il suo ritratto, riempie l’aria di volume, fornisce contenuto. A Murcia, la cattedrale ingloba pezzi di moschea, ma non s’accontenta e contiene un’altra chiesa nella navata centrale e non c’è più spazio per la folla dei fedeli verso un unico altare, cosicché si distribuiscono in decine di cappelle laterali, lasciando a ciascuno la preferenza di santità, di grazia da impetrare, di sequela. Gli ingegneri gonfiano gli edifici, i fedeli le attese, l’aria risuona di carillon di campane, i mendicanti si contendono le uscite e i benefattori. Mediterraneo. Al freddo del centro Europa è stato donato il rigore, la regola Kantiana, in Spagna, nel sud, il rigore è regola scritta, ruolo, funzione da mostrare, come la manutenzione delle cappelle assegnate alle famiglie finché il santo diviene persona di casa, con diritti e doveri. Funzioni esteriori e rigorose, decoro e status.
Uscendo ho trovato un signore anziano che camminava con una cappa nera, bastone e cappello. Non mi stupisco di ciò che ignoro, guardo, di queste persone, non so nulla.
Intorno le auto e la spiaggia come a Cannes o a Napoli: Mediterraneo.

Elogio della verza
Con i primi freddi, anzi con la prima brinata, le verze ben presenti in ogni orto, diventavano più buone. Così si diceva, forse perché la fibra dura delle foglie esterne, ghiacciando, diventava morbida. Mio nonno allora cominciava una cura a base di zuppa di verze, il broeton (gran brodo, forse per la quantità di liquido che accompagnava le foglie), e di verze soffegae (soffocate dal coperchio, stufate). Diceva fosse una dieta dimagrante e depurante in preparazione degli stravizi delle feste, ma soprattutto era un antidoto al freddo che entrava da ogni interstizio (e ce n’erano molti) nella casa. Di sicuro qualche effetto l’aveva perché qualche chilo lo perdeva. Lui sosteneva che la verza aveva proprietà sgrassanti visto che si accompagnava così bene con il maiale. Le spuntature, le costine, i cotechini, insomma dove c’era grasso, la verza assorbiva. Così diceva mio nonno che tutto era fuorché un nutrizionista. Di certo gli piacevano i sapori forti, quelli di pianura, da nebbia e da gelo. Tornando a casa col tabarro, a cassetta sulla carrozza col cavallo o in bicicletta doveva avere un freddo terribile.
Poi era arrivata la città. Aveva occupato il guasto della lega di Cambrai di quasi 500 anni prima, assorbiti gli abitati e tutto si era frammisto nelle diete della periferia che era ancora campagna. La verdura aveva dominato estate e primavera, l’autunno era stato un po’ più parco, ma col gelo c’era poco. Era tempo di carciofi, radicchi di campo, trevigiano da imbiancare per marcitura delle foglie esterne e poi le verze, i broccoli. Le patate, raccolte a fine estate, erano scorta di carboidrati che non mancava, ma la verdura fresca serviva, eccome se serviva, visto che le vitamine della frutta erano precluse. Quand’ero bambino ricevevamo due casse che a me piacevano come contenitori per i giochi. Erano fatte di vimini e scorza d’albero intrecciate, piene di arance, limoni e mandarini, mandate da amici di Latina e sempre manomesse nel trasporto, perché gli agrumi, come datteri e banane erano merce rara e costosa. Ma erano una festa a parte, che non era né frequente né diffusa.
Per trasmissione culturale, credo, i nonni mi iniziarono alla cultura della verza, università essenziale del sapere padano. Non quello di Bossi e Salvini, ma quello che scorreva da migliaia d’anni nella valle più produttiva e a quel tempo povera, d’Europa, la pianura padana. La verza la si trova ovunque nelle ricette invernali delle regioni della valle, nella cassoela milanese, nelle ricette piemontesi ricche d’agli, fino farle parlar slavo e mescolarla con i fagioli nella jota delle valli friulane dove l’Italia non si distingue più dalle genti dell’est. A casa sarebbe stata, assieme al baccalà, ai radicchi con pancetta e gli gnocchi, una costante invernale. Come il freddo e la neve. Credo che poche piante siano generose e umili come la verza e che poche si prestino altrettanto all’estro: dall’essere bollite per stomaci deboli, sino al trionfo della stufatura e al sapore sapido che chissà da dove viene estratto considerata la semplicità che l’accompagna nella preparazione. Quindi semplicità, umiltà, generosità, doti che accompagnavano i popoli della pianura, avvezzi a conoscere invasioni d’altri e forse per questo dotati di un salutare relativismo verso il potere. Dalle mode culinarie straniere, dalle culture, traevano quello che poteva essere coltivato e incontrare il gusto. Credo che gli gnocchi conditi con zucchero e cannella di tradizione tedesca e triestina difficilmente avrebbero attecchito in alcune parti povere del veneto, nel polesine o nella bassa padovana ad esempio, se non fossero stati il succedaneo festoso ma compatibile, del blasonato agro dolce, dei saori raffinati, gloria e necessità della repubblica del leon. E così per il cren che nelle ruvide basse immerse nella nebbia, accompagna ancora i bolliti, mentre nelle parti più raffinate e pedemontane il dolce e il pepe si mescolano nelle mostarde, nella pearà, nella pevarada e poi mutano sino agli gnocchi con le susine e nelle brovade di confine .
Una cucina povera e ricca di sapore, accogliente e discreta, era la più bella metafora delle persone che ho conosciuto da bambino. Metto due ricette semplicissime, che faccio abitualmente e non per nostalgia, ma perché mi piacciono proprio nella loro ruvida schiettezza:
el broeton
La verza, meglio grande, viene lavata e privata delle foglie esterne con la costola più dura, queste vengono sminuzzate in pezzi più piccoli o affettate a strisce corte. In una pentola capiente, si mette a soffriggere una cipolla tagliata sottile con uno spicchio d’aglio, appena il soffritto è biondo si mettono le foglie sminuzzate, poi si aggiungerà anche il torsolo tagliato a pezzi. Si lascia che le foglie si insaporiscano per bene e poi si aggiunge acqua in relazione alla consistenza della zuppa che si vorrà ottenere. Si mette il sale grosso e si copre e si fa bollire molto a lungo. In pentola a pressione almeno 40 minuti, oppure un’ora e 20 e più in pentola normale. E questo è il broeton che va servito caldissimo, con olio crudo, pepe e formaggio. Una volta si usava polenta fredda dentro il brodo, oppure pane biscotto.
‘e verze soffegae
Per fare invece le verze soffegae si taglia il resto di verza in quarti, con la parte delle foglie più tenere e centrali, mondate del torsolo, e si tagliano a strisce sottili. In una padella si soffrigge cipolla e aglio (a casa usavano strutto, ma va bene l’olio) e man mano si mette la verza, si condisce con pepe e sale e con un po’ di dado granulare. Si copre e si mescola ogni tanto. Alla fine, quando le verze sono color giallo carico (25-30 minuti) si spruzza d’aceto e si consuma a fuoco alto per un minuto. Vanno bene come contorno per carni o anche da sole se arricchite di salsiccia sbriciolata e cotta assieme.
Infine con le foglie più tenere si può cucinare la verza lessa e condirla con olio e sale, oppure con la parte più interna, i cuori, tagliati sottili e soffritti, farne un brodo per i risi e verze. Insomma ci si può sbizzarrire nella semplicità.
Questo al nonno scappato di casa a 14 anni perché amava i cavalli e ritrovato dopo sei mesi in un circo a Napoli, sarebbe piaciuto.
tempo previsto per oggi domenica…






S’era messa a fare i biscotti. Farine, burro, uvetta a mollo nel latte, mandorle, zucchero, uova, lievito. Nella ciotola le farine si mescolavano in scie tra il bianco e il beige, attendevano il giallo delle uova e il paglierino del burro sciolto, ne veniva un aranciato omogeneo che si scoloriva nello zucchero. Mescolare, mescolare a lungo, con il braccio che sentiva la consistenza dell’impasto e la morbidezza crescente. L’impasto, si lasciava andare a quella violenza morbida e la densità, prima granulosa, si rasserenava diventando liscia. Un’amalgama omogenea che inghiottiva uvetta e mandorle, golosa essa stessa di sé. Una crema densa ch’era quasi un peccato suddividere in piccole losanghe, cerchi, animaletti da formina che sarebbero bruniti nella piastra: era bella così.
Con gli ingredienti e le proporzioni, con un po’ d’amore per i propri gesti, il risultato non muta. Accadesse anche nei sentimenti… Fare, pensò, era un antidoto al pensare, all’oppressione che sentiva. Sapere che dalle sue mani sarebbe uscito qualcosa di buono, sembrava rassicurarla. Come per l’accudire, fare biscotti o torte per sé e per i bambini, era mettere del dolce in mezzo alle difficoltà. Perché per un attimo restasse l’amore. Anche in bocca. Solo l’amore. Cos’era la gelosia se non una malata forma d’amore? Malata di rifiuto, d’insicurezza, di possesso. E il possesso stesso non era forse conseguenza della non certezza. Un giudizio su di sé, non sull’altro. Amato, desiderato, mancante quanto mai eppure non raggiungibile. Gelosia e cose dolci assieme, e una malinconia infinita, impotente. Come un lasciar scorrere sangue da una vena aperta, che non fa abbastanza male e intanto toglie le forze. Languore del lasciarsi andare. Scorre il sangue, lo spirito, la stanchezza. Tutto assieme. Ma prima lo stesso sangue tumultuava dentro sulle pareti, sciacquava veloce nelle curve, invadeva il cuore e colmava tutto fino all’ultimo capillare, cosicché la malinconia era in tutto il corpo. Ovunque prima di fluire. Ho un alluce malinconico. Pensò. E sorrise, con quell’allegria discreta che avrebbe voluto condividere con lui. Che avrebbe voluto potesse essere la sua allegria. Chissà che fai a quest’ora? Pensò. Con chi sei. Chissà se mi pensi. Nella gelosia non si accetta d’essere meno che importanti all’altro, eppure c’entriamo noi, solo noi, è un’importanza non condivisa. Dove ho sbagliato. Pensò. Oppure non c’era nessun errore e ciò che condanna alla mancanza è qualcosa di distante, un vuoto che sembrava poter essere colmato, ma che non ha mai limite e allora pretende d’essere esclusivo e vuole tutto per sé. Incolmabile mancanza non tollera l’insicurezza. Come ai funerali. Come si vivrà senza?
Vuoi più bene alla mamma o al babbo? Domanda stupida, inutile, volevo essere voluta bene da entrambi, non volevo bene a quel fratello che mi portava via il loro amore. quell’amore fatto di disponibilità e attenzione. A che serve essere come ci viene chiesto, se poi l’amore non è sufficiente, se non è disponibile quando necessita, se non c’è quando lo si implora muti perché afoni di dire. E poi dovrebbe essere naturale riceverlo, no? Invece non è così, non basta mai. Poi quando si cresce, s’intromette il piacere e allora tutto sembra complicarsi e s-complicarsi. Il piacere condiviso lega assieme, è la porta della confidenza, è misura di qualcosa che si riproduce sempre diverso, secondo voglia, ma è un mettere le mani avanti su un futuro partendo da una felicità. Sennò cosa resta? Per questo la gelosia è un dialogo con sé prima che con chiunque altro, un dialogo che se non ha risposte scava, disgrega, devasta. Quando emerge cosciente , la rovina è già inarrestabile. solo l’altro la può arginare, farci ridere assieme. Che stupida. Pensò. S’era seduta e le mani giocavano con gli stampini dei biscotti. Però tu rassicurami, ti prego. Chiamami. Dimmi che solo noi, solo noi possiamo essere insieme. Felici. Dimmelo in qualche modo, fammelo sentire, perché così potrò lasciarmi andare alla fiducia. Ho paura di perdermi. di scivolare in una solitudine senza fine. Ho paura di avere freddo. Quel freddo che non va via anche se metti coperte, scaldi la boule, soffi sulle mani, ma c’è sempre una lama che risale e ti prende tutta. E sai che non avrai più caldo. Mai più.
Le voci dei bambini che bisticciavano, del cane che era impegnato a chiedere un suo ruolo nel litigio, la fecero lanciare un richiamo. Alzò la voce. La fece scura, imperiosa. Minacciò. Ma era distante con la testa. Non le importava molto, presa com’era da quel flusso di pensieri che s’ingolfavano dentro, s’attorcigliavano, diventavano circolari e ripetitivi. Un mantra negativo. E anche se sembravano tanti, poi erano uno solo: mi manchi. Lo disse ad alta voce perché avrebbe voluto lo dicesse lui: mi manchi. E voleva sentire il suono avvolgente di quelle emme che si sovrapponevano, così lo ripetè sempre più rapido: mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi … finché divenne un sussurro, un soffio, come un bacio che stava per posarsi sulla nuca. E allora chiuse gli occhi socchiudendo le labbra e aspettando arrivasse. Mi manchi. Ripeté. Uno dei bambini entrò con una grossa lacrima che scendeva, cominciò a protestare le sue ragioni e si convinceva con il discorso mezzo urlato e mezzo a singulti. Arrivò anche il cane e cominciò ad abbaiare a tratti, guardando alternativamente lei e il bimbo. Come si aspettasse qualcosa. Lei si chiese perché le lacrime a volte non sono simmetriche, ma ne cade una sola all’inizio, da un solo occhio mentre la testa soffre intera. O forse non era così e si poteva soffrire a mezzo? Prese in braccio il bimbo, gli diede il dito pieno di impasto dolce da succhiare. E mentre si quietava pensò alla bocca di lui. Pensò che avrebbe voluto tornare indietro. essere bimba e donna allo stesso tempo. Essere tenuta, compresa, capita, amata. E che tutto cominciasse su un foglio bianco con una parola ancora da scrivere, da declinare, da condividere. Ci si innamora della mancanza di essere amati, e così si pronuncia quella parola. E la si crede vera perché sembra non ci siano alternative. Forse qui c’è una radice di malessere che finisce nella gelosia. Pensò.
Era finito il giornale radio, la voce dell’annunciatrice disse: Tempo previsto per domenica… Il bimbo dormiva succhiando il dito, il fratello era rimasto nell’altra stanza. Silenzioso, forse leggeva. Il cane s’era accucciato sui suoi piedi e sembrava appisolato. Guardò fuori. Era già scuro, la notte s’era mangiato il giorno, le cose, la possibilità. Le sembrava di non aver combinato nulla. E allora desiderò profondamente di uscire, camminare, essere distante da sé, mentre fuori pioveva e l’acqua lavava i vetri, gli alberi, l’asfalto, ogni pena.
un uomo comune


In questo nodo di festività che si concentrano intorno al Natale, ci sono difficoltà comuni che accomunano credenti e non credenti. Un disallineamento tra realtà e immaginario, tra visto e sentito che non di rado sfocia nella tristezza e nel desiderio che il periodo passi al più presto. Il peso delle ritualità, anche quelle che nascono per rifiuto o differenza rispetto al vuoto, accompagna un senso di privazione di qualcosa non ben identificato. E questo riceve molte risposte, ma il come uscirne non è un ridisegno ma una fuga. Leggevo uno scritto sull’indifferenza e di come essa sia difficile da raggiungere dopo un sentimento provato, in particolare quando chi ha generato la rottura con un prima, sia presente. Non c’è una invisibilità perché la nostra storia è in noi e continua a produrre, anche se è altro da ciò che veniva suscitato prima. Si reagisce o si subisce e questo avviene anche per le feste che hanno comunque altri significati. Non pochi attendono che si esaurisca il periodo, ma il vuoto rimane con le ragioni razionali.
Questa convergenza di disagio, che quindi non dipende solo dal fatto di credere o meno, dovrebbe far riflettere su quanto significhi questo periodo dell’anno e ansare oltre alle frenesia e ai riti. Quindi, non l’oggetto e la sua immagine, ma piuttosto l’essenza, ovvero ciò che si vuol rappresentare: la spiritualità. Chiedersi quanto essa ci appartenga, vedere come positiva opportunità il tempo che viene distolto da abitudini e superficialità e riportarmi a sé. Quanto ci siamo siamo allontanati dalla ricerca di chi siamo davvero, dalla nostra poesia interiore e come ci possiamo trovare in un nuovo equilibrio di relazione con il profondo?
Le religioni hanno risposte che indicano strade ma espropriano la spiritualità libera dall’uomo e la confinano nelle regole, nei dogmi, nella mortificazione del sé umano. La società di mercato compie un’operazione analoga e crea nuovi rito e felicità indotte, mai libere e rispettose dell’uomo. Chi non vuole né le une né l’ altra oppone un rifiuto, non rinuncia alla propria spiritualità e non si adegua e sa che la risposta alle sue domande gli impone di trattare la propria dimensione spirituale uscendo dai pregiudizi e vedendo dentro di sé. La religione è un prodotto degli uomini, un bisogno di spiegare, non si può essere indifferenti ad essa, né a chi crede, allora resta l’agnosticismo, e si cerca di avvicinare lo spirituale al pensiero, riducendolo, per quanto si può, al comprensibile, al razionale e dove non si può, si medita su ciò che non si capisce.
Come entri lo spirituale nelle nostre vite, è parte dell’esperienza di ciascuno, ma anche, e soprattutto, dell’accettazione di questa parte essenziale dell’uomo, che non è solo superstizione o bisogno di sicurezza, però esiste e vale almeno quanto il razionale o la parte che assegniamo ai sentimenti nel guidare le nostre vite. L’uomo, noi, siamo tutto questo insieme, nel mescolarsi di dimensioni diverse che danno una direzione, ed il prediligere l’una o l’altra dimensione orienterà le scelte che facciamo nelle relazioni, nel vivere concreto, nel rapportarci con noi stessi.
Sull’eclisse del sacro, sulla superficialità di questi giorni, chissà quanti articoli, blog, riviste manifesteranno il disagio esistente tra l’immagine luccicante delle festività e il sentire delle persone. Anche se questo riflettere sarà ben inserito tra una pubblicità di orologi, un’altra di profumi, una di un’auto seguita da quella del cibo firmato.
E chi, come me, si interroga, tornerà ai classici senza tempo, avrà rispetto della poesia e della bellezza. Cercherà con umiltà di trovare una via che non getti il positivo di un malessere che ci chiede di assomigliare a noi stessi. Dopo le reazioni che oscillano tra il rifiuto del troppo che ci attornia e la ricerca di significati a ciò che si sente e si vede, si pensa a ciò che non può ripetere l’infanzia ma può recuperarne il meraviglioso che l’accompagna, e ci si accorge che il filo che tutto cuce è nell’amore che esiste attorno.
Un ripasso di ciò che conta davvero, oltre le modalità, oltre il vincolo delle giornate, ascoltando gli affetti e le domande che arrivano. Bisogni forse troppo simili per non dire che questo senso del religioso sconfina troppo spesso nel bisogno d’amore e che forse andrebbe investigato in questo senso.
Ma come si legge, non ho soluzioni, so chi non sono ma non so chi sono. Forse perché è il cammino che conta e la riflessione che continua. Questo è uno dei temi del vivere. Almeno per me.
rendo grazie

Ogni giorno che ci è stato dato,
ogni momento che abbiamo donato,
ogni pensiero ricevuto,
ogni notte rischiarata,
ogni figura che ora è voce,
ogni possibilità che diventa amore,
ogni refolo d’aria fresca nella notte.
ogni pietra seduta, calpestata, sconnessa e consumata,
ogni bellezza che è stata donata,
ogni attenzione che ci ha visto e si è soffermata,
ogni rimorso ch’è stato consolato,
ogni attesa in cui qualcuno è arrivato,
ogni solitudine cercata,
ogni pensiero che ha capito,
ogni telefono cancellato,
ogni auto partita senza i pensieri che ha portato,
ogni nube mutata nell’acqua che ha ristorato,
ogni persona che ha visto come eravamo e ci ha parlato,
ogni metà verso cui si è camminato,
ogni sogno, tenerezza e confidenza che in noi hanno creduto,
ogni stagione che sorridendo la seguente ci ha donato,
ogni volta che abbiamo guardato l’acqua e meditato,
ogni sosta in cui abbiamo ricordato che altra vita avevamo sognato
mentre vivere e amare ci ha sorpresi,
resi forti, accolti e accompagnati,
e ogni volta ancor più ci ha insegnato a capire che siamo vita,
indefinitamente e pienamente vita, per ogni attimo,
ogni giorno e notte, sempre.
A tutto questo e molto altro rendo grazie.