Ci sono parole che durano poco, altre lasciano nell’aria il sapore frizzante della frutta troppo matura. Parole aspre si confondono nei noccioli tondi di significato, altre parole restano sole, chiedono, torcendo interrogativi. Con le parole si può fare molto, arrotarle per ferire, oppure renderle tonde e polite per accarezzare. Si possono plasmare o lasciar scorrere, trattenere o sbottare. In fondo le parole sono facili come i gatti di casa: dormono molto e graffiano il necessario. Diverso il silenzio, o meglio, i silenzi. Dipende dal loro peso e imposizione. Bella forza, questo s’impara da piccoli, magari ricordando la punizione del silenzio imposto come una privazione di amore prima che di libertà di dire, ma uscendo dal ricordo, non è sempre così. Ci sono silenzi pubblici e silenzi privati. Silenzi che non parlano e silenzi che gridano. C’è un silenzio amoroso che non ha bisogno di parole e un silenzio d’intelligenza che è avido di concentrazione.
Ci sono silenzi politici che assomigliano molto alle parole della politica, non dicono quello che davvero pensano. Non dicono e sono conniventi col peggio. Mentono di più dicendo di meno e portano avanti un’assenza di coerenza che confonde, fa male alle idee e alla speranza. Pensate al silenzio di questi mesi su Gaza, la carneficina di donne e bambini oltre che di civili. Il fatto che non ci siano aiuti alimentari in una popolazione che muore di fame, che non ha più case, ospedali, scuole e cibo. Tacere su questo e dire che si è per l’uomo, per i suoi diritti, che la famiglia, l’essere madri e padri è un valore fondante è una contraddizione terribile, non vi può essere un silenzio che riguarda i principi su cui si fonda un vivere comune, le leggi internazionali, il rispetto dei diritti di sopravvivenza. E la voce flebile della sinistra storica ha fatto molta fatica a condannare, come fa fatica anche ora. Parlare e dare significato alle parole in questi casi, significa sospendere trattati, riconoscere i diritti dei deboli conculcati, imporre la propria voce con la conseguenza di dare un senso alle parole. Ci sono troppi silenzi imbarazzati, proni ad equilibri inconfessabili, silenzi che non sono rispetto, ma incapacità e malessere per sé stessi e per la verità. La mutazione antropologica dei costumi portata innanzi in questi anni, fino a giustificare tutto nel nome del denaro, della forza e del potere, è esiziale al poter dire ed essere ascoltati. Essere coerenti verso i valori importanti per tutti, non basta dirlo ad alta voce se non è seguito dai fatti. Questi fatti hanno un valore politico e il silenzio in politica è omissione, confonde chi attende una parola chiara, un segnale che gli sforzi hanno un senso, che il vivere assieme e avere delle leggi, ha un senso.
Anche nella vita quotidiana, in quella dei sentimenti, in particolare, il silenzio ha un valore se è legato al cuore. Altrimenti il silenzio può essere assenza ribadita d’amore e quando subentra dovrebbe essere colto, almeno per quanto esso sta raccontando, ovvero una scelta differente, un’ incapacità, un patto che si rompe. L’innamoramento è ciarliero, entusiasta, fatto di flussi di parole dove anche i silenzi sono talmente ricchi di condivisione da assorbire la stessa parola, per questo nei sentimenti, il silenzio parla, proprio perché fa parte del sentire comune. E quando smette di parlare è perché la comunicazione si è interrotta e con essa il sentire comune. Quindi il problema non è stare in silenzio, ma dare ad esso un senso univoco, farlo parlare. E questo non è difficile, anzi al contrario della politica, il silenzio tra le persone può essere articolato in tutte le sue gamme, anche quelle oscure e pesanti, frutto del disamore, ma importante è che non nasconda, che sia inequivocabile.
Chi frequenta il silenzio, conosce la sua chiarezza, la forza che esercita su di sé prima che sugli altri, che lo porta verso la verità. Ecco, importante nel silenzio è che ci sia la verità interiore, ovvero ciò che si sente. La parola cerca di fare le stesse cose, ma fa fatica, si porta su terreni ambivalenti, e quando subentra la stanchezza dell’essere confusi, un po’ di silenzio fa bene. Aiuta molto a capire ciò che si vorrebbe dire e non trova le giuste parole.
esami di maturità
Chissà cosa significa oggi l’esame di maturità per i ragazzi che lo stanno facendo. E cosa sia oggi questo esame, che pur sempre è un giudizio su chi lo sostiene. Oggi si tende a giudicare l’esaminatore più che l’esaminato e allora cosa è rimasto delle antiche paure che facevano perdere il sonno ai diciottenni?
Mi chiedo anche quanto distante sia la percezione dei ragazzi da quella dei genitori, che rivivono qualcosa che li ha colpiti allora. Certo è che l’esame di maturità è mutato molto negli ultimi 30 anni.
Quando l’esame di maturità nacque, nel 1923, pochi anni prima, a 17 anni, i ragazzi avevano fatto la guerra e comunque, anche in tempo di pace, a quell’età la giovinezza si avviava alla fine. L’università, per i pochi che la facevano, era l’anticamera del lavoro che avrebbe garantito uno status sociale, non di rado professioni liberali o comunque di responsabilità. Per gli altri maturandi il lavoro iniziava subito, ed erano stati privilegiati rispetto ai coetanei che avevano iniziato a lavorare 6-7 anni prima. Gli uomini a 18 anni facevano il militare, che veniva considerato un altro passaggio verso la maturità, ma comunque tutti erano convinti di essere grandi e autosufficienti.
La maturità non rappresentava forse questo, sia pure camuffata da esame? Ovvero l’inizio della capacità di disporre del proprio presente, del costruire un futuro, avendo un posto proprio nella società. Era proprio questo lo snodo: il posto nella società, il ruolo, l’essere titolare di famiglia, generare figli, ecc. ecc. Oggi questo non c’è più, ovvero non è garantito e infatti l’essere maturi non certifica nulla se non il superamento di un esame scolastico e al più fa cambiare scuola. E allora, forse adesso, il solo significato della maturità è che in essa c’è la prima vera prova in un mondo iper protetto apparentemente ma che non assicura nulla e tantomeno protegge con l’istruzione.
Ci si dovrebbe anche chiedere se la maturità aiuti davvero a crescere, se l’esame sia sufficientemente severo da proiettare sugli anni precedenti la sua ombra e quindi essere formativo anche in tal senso. Come un rito di passaggio avrebbe bisogno di preparazione, attesa, senso. Se si guardano i reclutamenti che avvengono in Ucraina o in altri Paesi dove la leva militare è porta dell’inferno, diritto di uccidere, probabilità di essere feriti, mutilati, uccisi si capisce che la società bara nelle regole, non dice nulla di ciò che avverrà se si vuole, ma impone e getta in un calderone le vite che devono essere mature. Era così anche nella descrizione di “Niente di nuovo nel fronte occidentale”, nella corsa all’arruolamento, ma nello studio era diverso. C’era un percorso che metteva assieme conoscenza e ruolo.
Nel ’69, durante le occupazioni, si studiava come funzionava l’università altrove, secondo il buon principio sul colore dell’erba del vicino e un esempio che mi piacque fu quello francese di allora, dove tutto avveniva alla fine con l’esame di accesso alla professione, dopo la tesi. Una sorta di esamone di maturità, che faceva di uno studente un laureato vero, cioè una somma di nozioni che diventavano competenze. Non credo sia ancora così in Francia, ma in Italia l’impressione che si ha, è che in questi anni gli ostacoli della corsa si siano abbassati e che si corra più veloci, ma verso dove nessuno lo sa.
p.s. non è che mi piaccia il brivido nefando dell’esame di maturità, tra l’altro l’ho fatto quando si portavano tutte le materie e la commissione, tranne un insegnante era fatta tutta di esterni. Neppure vorrei che si restaurasse qualcosa che non ha più senso. Quello che mi chiedo è proprio questo: il senso. Se la maturità è la prima vera prova allora come tale dovrebbe essere vissuta, ma mi piacerebbe che non fosse una finzione, perché allora servirebbe a poco e soprattutto nasconderebbe altro, ovvero la volontà sociale di non dare un ruolo alle persone estraendo invece tutto dall’individuo. Competitivo, forte, spietato, senza regole. L’atro versante scolastico di completamento di un ciclo formativo è il suo convergere verso l’iperprotettività, quella che insomma non aiuta a crescere e neppure ad apprendere.
Dubbi di un attempato che talvolta ancora sogna di rifare l’esame di maturità e di acquisire altre competenze, perché la vita si riscrive da tanti punti di partenza, ma bisogna sapere che questi esistono e che c’è un percorso dignitoso per tutti che sarà possibile fare.
del tempo le finzioni corrompono il possibile

Per approssimazioni successive di piccole mancanze si arriva alla convinzione che il tempo ha corroso le possibilità. Non molte, ma abbastanza da non poter dire a se stessi che tutto è sempre a disposizione, che basta applicare la volontà, o la fantasia e le cose desiderate accadranno. Non è grave, è solo la coscienza progressiva del limitarsi e del limitare che si aggiunge alla spensieratezza dell’osare il nuovo, il non percorso ancora. Che sia dal corpo o dalla mente, arrivano segnali che la realtà ha una nuova configurazione da scoprire e che essa è disponibile purché si sappia appieno cosa vogliamo e possiamo collocare in essa. Eppure, in questi confini di nebbia ci si sente comunque se stessi, si acquisiscono tempi e abitudini differenti, ma il nocciolo interiore sembra produrre un vedere e sentire nuovo.
Noi, ad un certo punto, scolliniamo e pur mantenendo desideri e pulsioni, ad esse aggiungiamo una incredibile biblioteca di vissuto che attinge a chi è stato prima di noi, che noi stessi abbiamo sviluppato in un continuo mutare, perdere parzialmente, acquisire esperienze e conoscenza, sentire appieno o in distrazione. Da qualche parte è rimasto molto più di quanto pensiamo. La lingua appresa nell’infanzia, gli errori e le correzioni severe, gli sbagli mai confessati, la gioia del sentire per la prima volta e poi il suo ripetersi diverso. Le abitudini nate da un piacere, le frasi apprese, quelle costruite, quelle dimenticate. Guardare dentro è un cercare tra gli scaffali del vissuto, passare le dita sui dorsi, risentire il profumo e la consistenza della materia, ma soprattutto lasciare che le storie si collochino in un insieme che non c’è più materialmente ma ancora vive e vivrà finché ci saremo.
Le memorie hanno sempre un ingresso comune, molto controverso, che chi c’era ha vissuto in modo differente, poi una stanza in cui ci sono materiali confrontabili e in fine un luogo personale dove c’è stata l’emozione, il senso di un vivere e di uno scorrere che non appartiene altri che a noi.
Ho la lingua e l’etimologia dei miei giorni, ma sempre meno persone con cui parlarne. E così parlo e ricordo da solo. Ho le emozioni della crescita, il parlare e il sentire comune a persone che non ci sono più, ma la loro presenza è ancora in non pochi nodi piacevoli al sciogliersi. Avverto che ciò che sta mutando non è più parte di uno scorrere lento che portava a rafforzare la comprensione profonda, che era acquisizione comune, ma sento che sono le parole che hanno mutato il loro significato perché descrivono una realtà differente e che devo imparare nuovi significati, sentire cosa essi producono nell’evolvere e nel raccontare, altrimenti non capirei il mondo. Così la mia casa è un insieme di appreso, provato, immaginato che si muove silente dentro di me e che acquisisce nuove regole del guardare e del sentire. La vita evolve e mentre conserva, desidera, considera al tempo stesso guarda e intuisce che qualcosa si aggiunge. Così si modificano le possibilità concesse, viene cercato un equilibrio che mantenga in buona relazione ciò che è l’essenza del vissuto, con il vivere e cerca di farli convivere perché ci sia nuova vita da vivere con se stessi e con ciò che ci attornia.
Anni fa lessi e vidi di una pratica che in oriente, in questo caso era il Giappone, ma anche in Cina c’erano pensieri analoghi, teneva come ricchezza comune artigiani di mestieri ormai superati dalla serializzazione dei prodotti. Ad essi dava una pensione perché continuassero il loro lavoro, formassero degli apprendisti, continuassero a lavorare e usare tecniche e materiali che altrimenti sarebbero stati perduti. Il sapere connesso al lavoro era una parte del patrimonio comune, della cultura che si era formata nei secoli. Queste persone avevano vite e abitudini non dissimili da quelle del mondo che era mutato, ma in esso portavano innanzi una cultura materiale estesa, che non rientrava nella moda, anzi era la sintesi di processi millenari a cui si aggiungevano nuove conoscenze. Questo riguardava anche pratiche liberali che spaziavano spesso dall’artigianale all’artistico, i copisti di codici, ad esempio, ma che erano anche comprensione di testi e di modalità di agire relazionale altrimenti incomprensibili. Noi pensiamo che la storia comune, basata su grandi avvenimenti, ci esaurisca e ci basti, ma non è così, ogni conoscenza che non viene trasmessa è perduta nella sua evidenza e di essa avremo solo labili tracce in quel fare per abitudine o in quei modi di dire che non dicono più nulla e non provocano alcuna emozione. Quello è lo spegnersi culturale che nel mentre viene sostituito, sotto di sé ha una schiera di persone che si sentono noiose perché hanno visto, sentito, provato altro da ciò che viene ammannito come nuovo ed è invece un artefatto che massifica e riduce molto a una accettazione o negazione.
Mi spiace non parlare la mia lingua madre se non a me stesso, mi spiace vedere cose che non ci sono più, profumi che erano parte di ciò che era il tempo atmosferico, le case, l’acqua, le stagioni. La mia generazione lascerà tracce poco interessanti, labili perché lente, memorie che non insegnano. Una cultura si spegne, era povera e molto materiale, accade in continuazione ovunque nel mondo, ma non consola. Il tempo ha corroso, ciò che si è disperso ora è molecola nell’aria.
una torcia lanciata nella notte

Certe storie sono una torcia lanciata nella notte,
che illumina finestre chiuse,
usci attoniti,
e alza gli occhi dietro i vetri:
qualcuno, sovrappensiero, volge il capo al cielo.
Una parabola breve
che lo sguardo non stringe,
un fuoco che s’allontana e ci vede,
nudi d’anima, come sempre siamo
nel buio che avvolge case e cuori.
Che resta di quella scia?
Scintille sparse,
piccoli lumi che possono generare,
incendi nei pensieri,
oppure un fuoco altrove,
o ancora, un suono, che è già un ricordo
mentre la luce apre il cielo.
Tra le case s’è formata una piazza d’aria,
che nella notte cuce assieme sospiri dalle case,
e di giorno le rondini le corrono attorno,
ma stanotte gli occhi cercano ricordi,
che i muri tengono stretti
storie che non s’affacciano.
la violenza è diventata il diritto
Per molti anni ci siamo svegliati la mattina ascoltando il giornale radio che riferiva le notizie della notte. Non sempre erano positive, c’erano guerre e disastri, ma erano molto spesso lontani. Assistevamo, prendevamo parte, manifestavamo perché il mondo non migliorava. Anzi. I venti di guerra agitavano uomini, popoli, ideologie. Ma un accordo alla fine si trovava, un equilibrio faticoso era raggiunto. L’equilibrio del terrore era pur sempre un equilibrio, con regole, patti da rispettare. Ora la guerra è alle porte di casa, nessuno può dirsi sicuro. La nostra presunta civiltà, la tranquillità del poter crescere in pace è sacrificata in nome di arbitri e racconti di minaccia. Siamo arrivati al punto di sperare che le alleanze non funzionino, che vengano fermate le azioni sul bordo del baratro.
Con grande egoismo dobbiamo con più forza chiedere la pace, per i nostri figli, per noi, per continuare ad esistere come specie, come speranze di vita, di giustizia, di amore, di possibilità di avere un futuro. Facciamo ogni giorno ciò che è parte delle nostre vite, portiamole avanti queste esistenze, ma aggiungiamo ad esse la necessità che esse possano essere migliori.
Per chi amiamo, per noi, per un’ umanità più giusta, mai come ora la riprovazione per chi appicca fuochi deve essere netta, per chi governa e agita la paura facendone arma non ci può essere scusa. Bisogna esecrare chi governa la guerra non i popoli. Cessare il fuoco è la prima necessità ma non basta più, serve la pace. La pace come condizione di vita. La pace come presupposto per ogni società equa, giusta, attenta all’uomo. Pace, nient’altro che pace. Subìto. Partecipiamo a ogni manifestazione che porti innanzi la richiesta di pace, iniziamo subito e non stanchiamoci. Accanto a ogni cosa che conduce le nostre vite ci deve essere la pace come sentire profondo, politico, sociale, umano.
E ricordiamo che quando si deve scegliere tra chi si ama e gli altri, quando tra te e me l’importante, il necessario, sono io, il confronto infinito tra giusto e ingiusto, si è concluso. Resta solo la violenza che consente di sopravvivere. Per questo il diritto, la pace sono la condizione della vita, l’alternativa reale ed unica alla forza, alla sopraffazione.
le sconfitte
La notte è profonda e fa così caldo, in questo preannuncio d’estate, che allungare il percorso è un sollievo. L’aria è piena del profumo dei tigli, a terra, i loro granuli gialli si sono disposti in scie secondo i capricci del vento. Aspiro e ascolto la notte. E i miei passi, pesanti tra le mura del vicolo.
Come si gestisce una sconfitta? Cercando di capire quanto il risultato si distacchi dalle attese, analizzandone i motivi, verificando se essa chiude una contesa oppure se la apre con maggiore necessità di cambiamento.
Veniamo da una storia di sconfitte relative, di piccoli passi compiuti con enorme fatica. Cambiare stabilmente il disagio di molti in benessere non è mai stato un processo facile, né stabilmente conquistato nel tempo. Così le sconfitte passate nel ricordo sono anche la materia di un percorso di vita, di coerenze faticose, di scelte fatte in tempi in cui il futuro sembrava infinito. Eppure anche allora faceva male se ogni volta si doveva ricominciare.
La domanda che ogni volta ci siamo posti, era: le idee che si ritengono giuste e buone per tutti, hanno davvero perduto?
Credo però che non si sia capito abbastanza che il mondo è mutato, con esso i linguaggi, ovvero la rappresentazione della realtà e che sia finito un ciclo in cui mettere assieme le proprie difficoltà e bisogni, già creava le condizioni per un sentire comune. La mia generazione conclude un percorso. Era ora, eravamo stanchi, ma questo cos’ha a che fare con le idee di futuro? Se perde la solidarietà e l’equità, se fa un passo indietro lo sviluppo sostenibile ed emerge come unica vincitrice la logica del profitto, abbiamo perduto solo noi sognatori di un bene equo, condiviso, comune?
Sentirsi sconfitti è più che esserlo sul campo, così cerco di pensare che è una battaglia di una guerra infinita, ma intanto, al bivio, la nostra piccola storia ha preso un’altra strada. Non si torna mai indietro, bisognerà immaginare altri percorsi che intercettino più avanti il cammino. Non tocca solo a noi, ci dovranno essere altri accanto per demolire il muro dell’indifferenza.
La notte è calda, materna sembra ascoltare i pensieri, suggerisce di raccogliersi, mettere assieme il dentro e il fuori.
Ma come si gestisce una sconfitta?
Riconoscendola, mettendosi a servizio delle idee e del loro attuarsi, in silenzio. Siamo stati troppo a lungo in scena, adesso è ora di andare, il racconto, anche di ciò che ci sembra giusto, ha bisogno di nuovi interpreti. E l’impegno è, e sarà questo, dare spazio, costruire , aggregare, ascoltando, sostenendo, permettendo che il nuovo che ci attornia venga letto, interpretato, analizzato, reso umano e capito da molti.
Per tutto l’ingiusto che serpeggia e ci avvolge, per tutto ciò che grida e non viene ascoltato, ci è chiesto dalla realtà di dare spazio e capire di non capire abbastanza per superare le solitudini, di essere più radicali, di sostenere il cambiamento senza metterlo sempre sotto le compatibilità di chi detiene intero il potere. Le parti nella società si confrontano, hanno pari dignità formale, ma chi soffre il malessere ed è nel bisogno, ne ha di più, e mai hanno pari forza. Bisogna dare forza a chi non ne ha, più ragione alla giustizia sociale, questa è la strada. E la notte fa capire, che non finisce. Che non finirà mai.
interstizi d’amore

L’amore negli interstizi,
tra un diniego taciuto e una voglia,
l’amore dell’ombra che cova il sole
quando cattura particelle di polvere e acari danzanti,
struscia i dorsi dei libri,
compita lettere del segno solo curioso,
e tradisce, traduce svelando,
volando, svegliando,
reticenti sforzi,
di accurate seducenti fanciulle
già state, ma fiere d’essere
da alcuni scordate.
Come chitarre mal compiute ,
ricche di suoni d’ombre imprecisi, ascoltati,
prima del sonno, liberati
nell’aria. Denudati
perché solo il corpo, a fatica,
si capisce.
6 giugno…
Hai vissuto in lungo e in largo e la prendi un po’ distante. Per questo la fai lunga che non si capisce dove finirai. E ti pare di considerare tutto, comprese le ragioni che non son tue, ma a vivere di rabbie non si capisce nulla. E allora capisci e allarghi il braccio per comprendere in un abbraccio. C’è spazio e tempo al mondo, ma non ci credi che lasciato far da solo il tempo sia galantuomo, nel tuo gesto largo c’è bisogno di un cuore che ti raccolga. E in quel battere forte quand’è l’ ora c’è quello che vorresti subito: un po’ più dei desideri, un poco meno della pazienza. Poi nel ritmare lento, trovi il guardare senza fretta, lo spazio per ascoltare e poi capire.
C’è tutto quel che serve: gli amici, le ore che si fan dolci, il vino e il cibo buono, le chiacchiere, le voci sovrapposte, le risate. Ti vien da sorridere perché 6/6, è un pieno di vita che ti porti addosso e non sapevi d’avere tanto affetto fuori che aspettava, anche se è voglia di baldoria che si mescola agli affetti, ma in questo groppo di giorni che abbiamo condiviso, è rimasto quello a cui non si dà nome, e tiene e lascia, filo che ci cuce le vite addosso.
Che povero il tempo che non può fare a meno di noi per la bellezza, di lui ci sarebbe solo traccia di disfacimento e invece in questa notte balla per cerchi larghi. Con noi. Anche se manca sempre qualcuno che vorresti e che l’innocenza tiene legato al cuore, lo metti in un sorriso come un tango in una piazza vuota. Il brindisi è all’aria, al cuore, a noi e a ciò che non si consuma.
le discese e le risalite

L’antica contrada delle beccherie scendeva verso il fiume, diventava piccolo porto e poi le pescherie. Il ponte continuava la strada medievale tra le case e congiungeva palazzi e torri. Le poche rimaste. Anche la torre a fianco dell’antico albergo al bo era stata prima privata della lanterna, rinforzata con catene e raccorciata, ma teneva ancora le campane che suonavano a carillon l’inizio e la fine delle lezioni e battevano le ore. La casa che guardava le pescherie e il fiume era sorretta dalle altre case vicine. Un crocchio di eterne ragazze che ospitavano artigiani, piccoli commercianti, botteghe, operai. La via era la traccia di un retroporto romano appena fuori delle prime mura medievali e poi inglobata nel reticolo di strade che riempivano di case e orti lo spazio tra i palazzi di professori e nobili.
La notte, complici le ristrettezze comunali, l’oscurità era morbida e si spingeva sotto i portici seguendo le imprecazioni degli ultimi arrivi dal lavoro o dall’osteria. C’era il silenzio che solo le città possiedono. Animato, robusto e sornione, custode di vite che si ritengono appartate e condividono i sospiri. La torre batteva le ore, in mezzo ad esse un respiro profondo di basso si gonfiava e poi espirava il fiato già caldo dei muri. Su quel ritmo e con quell’accompagnare, ogni canto diventava sommesso, ogni nota appropriata, ogni voce era piena di promesse e di possibilità.
Le prime voci che ancora ricordo, furono quelle della mamma, sudata, affranta, contenta. Di mia nonna, che bestemmiò piano perché non ero una bambina, di mio padre che era felice come solo lui sapeva essere. La voce di mio fratello, che uscì dal sonno e in piedi sul lettino cercò di capire il trambusto inusuale, venne appena dopo, Ed era interrogativa. Chi era arrivato a quest’ora di notte?
Se esiste una tavola periodica dei suoni che li sistema assieme ai sentimenti, quelle voci erano nella parte primigenia, quella che trasforma l’energia in materia e nella sua semplicità costruisce l’evolvere delle cose. La complessità di ciò che si estrae dalle possibilità delle vite attinge a quei suoni che sono i primi uditi, tenuti stretti come buoni, conservati per discernere le vicende di ciascuno.
O almeno così io credo sia. E a quei suoni, tanto amati e tenuti da conto, unisco ciò che era fuori di quella stanza con le imposte socchiuse e le finestre aperte. Metto la notte che percorreva la via e che ha ascoltato il mio primo strillo. Unisco il rintoccare delle tre nella campana piccola della torre, i passi di qualcuno che andava verso casa. E senza avere nessuna pretesa di capire, penso che il tempo nato allora, abbia stabilito relazioni con quei suoni, tracciato segni per ritrovare una strada su cui tornare. Sono i suoni dentro che lasciano andare e correre, gioire, capire, dispiacersi, piangere, ricominciare. Quei suoni sono una perfetta circonferenza che riporta il tempo dove è nato e dove ha acquistato il nostro senso. Ognuno di noi li ha.
Io ricordo i miei e così la notte mi parla quando è quieta e nella veglia collega voci e vibrazioni, la prima compagnia, gli amori già prima sbocciati, speciali, mai esauriti.
la festa della Repubblica
Penso a come l’avrebbe immaginata Rodari (un comunista allegro), la Repubblica e la sua festa. Una sfilata in cui ci fossero gli insegnanti e gli studenti, gli operai e gli impiegati, i ragazzi e i pensionati, le mamme e i bambini, i medici e gli ammalati ( quelli che han bisogno d’aria e che negli ospedali attendono d’essere guariti), gli avvocati e i poliziotti, i giudici e gli imputati, gli artigiani e gli statali, i ricchi e i poveretti, i santi e quelli un po’ dannati, gli immigrati e i razzisti, gli incazzati e i buoni, gli esodati e i pensionati baby, i disoccupati e quelli che non vogliono andare in pensione, i calciatori e i ginnasti, le ballerine e gli attori, gli evasori e i finanzieri, i ladri e i carabinieri, i clandestini e i rifugiati, i raccoglitori di pomodoro e di carciofi con in coda i caporali, gli agricoltori e i camionisti, i pastori e i lattai, i ciabattini e i commercianti, i fornai e i fioristi, i pescatori e gli artisti, i pasticceri e i salutisti, gli osti e i camerieri, i baristi e i parrucchieri, le prostitute e i clienti, gli scoppiati e i cantanti, gli onorevoli e le badanti, le commesse e i clienti, i postini e i naviganti, gli ignoranti e i sapienti e tutti quelli che non ricordo, ma che ci sono e stanno qui attorno. Certo anche i militari, ma in mezzo a tutti quanti. Solo gli indifferenti terrei fuori, i cinici e i codardi, tanto non verrebbero, troppo impegno essere tra gli altri.
E così, mentre le bande suonano, i bambini lanciano coriandoli e battono le mani, il paese sfila, si guarda e scopre d’essere quello d’ogni giorno, finalmente diverso e unito.
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