La roccia è una prora, un bastione che si erge per 900 metri sulla valle dell’Astico. Qui finisce l’altopiano, mostrando la sua natura carsica, fessurata dagli sbalzi di temperatura; non più prati, boschi, cime lunghe e dolci, ma una roccia verticale e scabra, adatta ad alpinismo estremi, che lo limita dalla pianura. Uno zoccolo che si elevava tra le nuvole, così dovettero sentirlo e vederlo gli abitanti dell’ altopiano, così lo videro i granatieri di Sardegna in quella estrema difesa che impedì il dilagare nel giugno del 1916, delle truppe imperiali in pianura e la fine della guerra con la sconfitta dell’Italia. In meno di dieci giorni, si concluse al limite dell’altopiano, quella che gli italiani chiamarono Strafexpedition, e per gli austriaci era il modo per chiudere i conti con quell’Italia che da alleata era diventata nemica. Su quel costone di roccia, sopravvisse un decimo dei rinforzi mandati a tenere la posizione, di 10.000 uomini partiti il 20 maggio, ne tornarono in pianura, 1.000 il 4 giugno.
Percorrendo il sentiero tra le trincee, ho chiesto a un gruppo di scout, cosa si provasse a percorrere questi luoghi, a pensare che chi combatteva aveva la loro età. Ci sono delle foto che mostrano rari momenti di quiete nell’inferno della prima linea: sorrisi, mantelline, piedi fasciati e scarpe chiodate. Le stesse che i ghiaioni continuano a restituire cento anni dopo. Quei visi nelle fotografie, sono adulti, a tratti già vecchi eppure molti avevano 18 anni. Lo scout mi parla della difficoltà di credere che sia accaduto, della insensatezza della guerra. Parliamo degli inglesi che erano poco distanti, dei loro cimiteri così ordinati, gli racconto fatti, storie di famiglie segnate per sempre dalle morti, gli dico dei parenti che ancora tornano a trovare persone mai conosciute. Gli spiego la mia paura che non ci sia più memoria tra noi di questi fatti e che quindi il dolore assoluto scompaia ed emerga l’elegia delle battaglie. Il monte Cengio, dove siamo, non fu una vittoria, fu perduto il 3 giugno 1916, ma le perdite furono così alte da entrambe le parti, la resistenza così accanita, che lo slancio e la furia di morte, si fermò. Ma di quella sofferenza, di quel morire cosa resta ora che allontani definitivamente la guerra? Parlo di questo dicendo che ormai nessuno racconta per esperienza familiare, che si perde l’emozione del vissuto e tutto si allontana. Vedo che qualcuno ascolta, interloquisce, altri sono distratti, aggiustano un auricolare, parlottano guardando la valle.
Sotto di noi ci sono isole di capannoni che riflettono il sole, laghi di luce, il fiume e la piana si perde verso sud: è un territorio ricco ora, un tempo era pieno di miseria. Vicino a noi la roccia si protende nel vuoto, è un balcone che si chiama: ” il salto del granatiere”, Non avevano più munizioni, le ultime trincee furono difese all’arma bianca, con i corpi che si avvinghiavano in una lotta che non doveva avere pensieri se non il vivere o il morire. Ci sono molte testimonianze di ciò che accadde. Racconto ancora qualcosa e poi saluto. Ccon gli anni le storie si depositano dentro e ci si commuove per ciò che accadde. Ma anche ci si indigna per la retorica che rese, e rende, tutto eroico quello che era fatica e dolore. S’è perduta la dimensione della tragedia, anzi si perse subito per giustificare l’imnane dolore che sconvolgeva paesi interi e lo si ridusse a fatto privato. A questo serve la retorica. Ma chi lo provava sentiva la dimensione tragica e assoluta della guerra. Difficile che questa sensazione si trasmetta se non si racconta più. Facile che subentrino altre ideologie. Da tempo sento parlare con noncuranza delle conseguenze rispetto a ciò che ci accade attorno. Anche questo anniversario rischia di diventare un turismo di massa, fatto di cartelli, luoghi, tour, alberghi, menù. E invece bisognerebbe meditare, ascoltare i silenzi, leggere le lettere, pensare a quelle vite. Magari parlando con i coetanei di adesso dei soldati di allora e ci accorgeremmo che li abbiamo attorno e che sono i nostri figli.



