arlecchino e il potere: meniamo un po’ il can per l’aia

arlecchino e il potere: meniamo un po’ il can per l’aia

Arlecchino, servitore di due padroni, non è servo di nessuno. Improvvisa su un tema che conosce, il potere, e rovescia la condizione servitore/servito.  Usa la contraddizione tra apparenza e sostanza: lui sa chi è, ma chi pensa di utilizzarlo si sbaglia su di lui e ne resta prigioniero. L’errore di valutazione, la presunzione di sapere, rende prigionieri.  

L’altro paradosso che ben domina, è la parola: non è schiavo di essa. Può dire e contraddire e poiché chi pensa sia al suo servizio ha in spregio la cultura del servitore, non bada a ciò che dice e contraddice. Anzi si sente in libertà di dire oltre il lecito, perché immagina, di essere circondato dal silenzio dell’intelligenza.

Si instaura un rapporto che ha un discreto fascino e non poche conseguenze sulle situazioni. Paradossalmente il furbo incanta il potere, però non enuclea la sua condizione e non ne fa una ribellione che lo scoprirebbe. Non vuole diventare depositario del potere perché sa che ne sarebbe prigioniero, piuttosto domina la condizione servitore/servito, la usa, la ribalta, ne è superiore e se ne fa beffe.

Due sono i temi che emergono da queste considerazioni:

  • l’essere al servizio non significa essere servo.
  • chi è più intelligente, e scaltro, dell’arroganza del possesso e del potere, se ne fa beffe e la usa a proprio vantaggio.

Il corollario è che Arlecchino non vuol diventare padrone, bensì continuare a vivere, sbeffeggiando chi si ritiene importante.

Tutto questo si applica alla vita civile, ma nel rapporto amoroso, Arlecchino è cinico al pari di Leporello o di Figaro, usa il sentimento per trarre piacere dalla situazione, si conforma alle regole che gli sono attorno, non ingaggia nessuna lotta particolare che implichi la sua furbizia in amore. In questo è assolutamente post romantico, procede per bisogni, desideri e assenza di morale comune. Sembra che l’autore non conceda sentimenti elevati al popolo, o che possano essere declinati sul versante dell’intelligenza, della scalata sociale, quello lo farà la letteratura romantica, ad Arlecchino è consentito l’amoreggiare, la levità del sentimento, l’intercambiabilità. 

Quindi è nella sostanza dell’amore che Arlecchino non progredisce, mentre eccelle sul governo del potere senza mostrarlo.

Quanti riferimenti all’oggi, alla transitorietà assunta a valore, al disinteresse per ciò che riguarda l’etica del gruppo a favore di una personale morale. Ciò che ora sembra tabù, perché irrobustito dai dettami romantici, in Arlecchino è relativo. Se il potente/padrone può avere infiniti amoreggiamenti, anche il servitore lo può fare, purché resti nel suo ambito. Se il padrone vuole violare la regola, il servitore si presta, in cambio di denaro. Mancando la morale, manca il giudizio sul lecito e l’illecito, anzi l’illecito è solo un giudizio di valore: costa di più. Ma allora si rideva di tutto questo e pur praticando l’abuso, non era questa la regola. Oggi cosa si può dire al riguardo?

Nella coscienza di essere persona e del proprio stato, in Arlecchino emerge l’intelligenza del capire e dominare le situazioni. Il rapporto tra potere e sottoposti è un confronto di intelligenze dove il potere ha dalla sua la forza, ma è intrinsecamente ottuso e ripetitivo, Arlecchino, che comprende la porosità del comandare e la sua cecità, dissimula, finge, porta la maschera e apparentemente è soggetto mentre in realtà manovra il potere. Perché dovrebbe diventare padrone quando può essere puparo? Ecco un’altra metafora contemporanea: chi comanda davvero è insospettabile ed usa presta nomi per governare cose ed uomini. Però a differenza di Arlecchino, non fa ridere, non è relativo, insomma opprime attraverso terzi. Eppure questi ultimi, pessimi Arlecchini, anziché farsi beffe di lui, ne sono prigionieri. Allora chi è il servo? e dove finisce verso l’alto, la catena del servaggio?

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