il concerto

Aveva il vestito delle occasioni importanti, la cravatta e la giacca. Attorno, a parte i maggiorenti cittadini e qualche altra persona attenta alle tradizioni, era tutto un fiorire di felpe, di camice a quadri, di abiti da mezza stagione e jeans. Molti i giovani che erano lì per la musica e non per salutarsi e farsi riconoscere, da una parte all’altra delle file di poltrone rosso fuoco. Lui era vestito bene, magari con un po’ di ferro da stiro la piega e la giacca sarebbero stati più freschi però era suo agio perché la sera meritava un vestito per l’occasione. Dopo alcune parole del direttore la musica era cominciata e il pensiero oscillava tra la vista di tutti quei musicisti sul palcoscenico e la musica che essi producevano. Gli sembrava strano che da quel muoversi, quel soffiare, battere a tempo venisse fuori qualcosa di così armonico che sembrava non avere relazione con chi lo produceva. Riconosceva gli strumenti, sentiva l’assonanza e la dissonanza, coglieva nella massa di note un flusso che lo trasportava dentro qualcosa che sembrava prescindere da quelle persone, eppure tutto era connaturato, legato: l’interpretazione, lo spartito, la direzione. C’erano stati momenti lunghi nella sua vita, in cui la musica era stata il luogo in cui sciogliere le tensioni e tenere assieme il bello col presente. La musica era stata un veicolo fortissimo di emozioni, poi le emozioni erano venute da altre parti, ma la musica aveva conservato una magia particolare che solo qualche libro aveva eguagliato. Era questione di sintonia, aveva pensato, di comprensione senza mediazione. Nessuno gli aveva spiegato nulla, le cose erano venute per loro conto, poi la ricerca, ma sempre in subordine perché troppa analisi sembrava sporcare ciò che le note provocavano. Si sorprese con gli occhi chiusi, lo faceva per lasciar entrare, per non distrarsi con il pensiero dei gesti che vedeva, per farsi sorprendere anche se conosceva la sinfonia che stavano eseguendo.

Il tempo scorreva per suo conto, in quell’udire/sentire c’era il tempo musicale che aveva caratteristiche diverse dal tempo ordinario. Era un lasciarsi vivere, condurre. Si sorprese a coincidere con il palmo, le irruzioni degli attacchi, l’entrata dei timpani, il chiudere di un assolo. Si ricompose e aprì gli occhi, l’orchestra era lì davanti e affrontava l’ultimo movimento. Lì guardò con meraviglia, sapeva che si emozionavano anche loro, ma adesso sembravano coincidere nel fluire che si gonfiava e poi restava teso, staccando improvviso in silenzi senza tempo, come un trattenere il fiato per poi riprendere. Chiuse nuovamente gli occhi e si lasciò immergere nel suono che così sembrava più corposo. Era dentro un pensiero collettivo, ma con la sua individualità, con il suo essere se stesso nelle sensazioni che provava. Ormai la sinfonia volgeva alla fine e negli ultimi tre assoli che si smorzavano in un sempre più piano, sentiva la vita dell’autore che sfuggiva. Sentiva il suo sentire, ma anche il raccontare qualcosa che riguardava tutti. Parlava della vita e del suo mutare in altro, parlava del dialogo della vita con le passioni e con la morte che le aspirava in un silenzio così ricco di mistero e buio che nulla trapelava da esso. Una lacrima cadde sulla mano ora ferma, poi un’altra. Piangeva senza sapere perché e non voleva aprire gli occhi e neppure asciugarsi il viso: si sentiva estenuato dall’emozione, ma aveva timore del ridicolo. Il finale assorbì l’ultima nota, così leggera che tutta la sala tese l’orecchio per capire se ce ne sarebbe stata un’altra. Non c’era un’altra nota, lo sapeva, e ascoltò il silenzio lunghissimo, che sembrava non finire mai e assorbiva il fiato. Aprì gli occhi e vide la mano del direttore che piano scendeva verso il leggio, e nessuno si mosse sinché non fu posata. Poi, un timido battere di mani, poi altri si unirono, finché liberatorio, l’applauso riportò la realtà e il tempo. Applaudendo scorse i sorrisi soddisfatti, gli strumenti, ora staccati dal corpo, dei musicisti, e guardando con attenzione vide che sul viso di qualcuno la luce rifrangeva. Forse era sudore o forse una lacrima simile alle sue. Pensò che fossero lacrime d’emozione e che quelle parole, che si scrivono alla fine di un racconto del sentire, non concludevano nulla, ma riportavano all’eterna ruota della vita.   

piccoli segni

 

Piccoli segni. Il crepitare delle foglie troppo secche, un fruscio nel lavandino che preannuncia lo scivolare del piatto tra l’acqua saponata, L’orologio funziona come crede facendo le stesse cose. Dilatazioni e restringimenti d’anime di cose. Potrebbe essere la stagione che sciorina ottobrate senza pudore oppure il rumore di un bacio dietro l’angolo. Pulviscolo danzante nell’aria. Sole basso e rosso, che illumina foglie denudate dalla folla sui rami. Poche e meravigliose di connessioni sottili, di nervature che irradiano da una spina dorsale, poi il picciolo, già quasi legno e il ramo che s’aggrinza di strati verso un cuore tenero. Pensano al volo.

Nel bussare sui vetri la luce ha un fare sommesso e deciso, come avesse da fare altro se rifiutata. Lontano, lo so, dispongono e spingono persone dai pensieri antichi e bambini, ad accoglierla. Ma non è troppo lontano, è appena fuori le mura, nei giardini e sotto i portici. Ieri una signora ha levato il capo e sul ponte dove cadde la città e s’innalzò una tirannia, ha visto la luce danzare sull’acqua. Ti è tirata ritta sul carrettino della spesa e ha additato le scie delle anatre tra le case immerse nell’acqua: c’era un brillio di creste arrotondate, un segnare che si ricomponeva, ma intanto frangeva i riflessi e l’oro diventava verde e poi ancora oro. Bello, e immane come la natura, ha detto. Ed è rimasta a guardare verso la torre granda. Verso ovest, dove il sole racconta il meriggio e la realtà pensa d’ adagiarsi nel sogno. Attorno, s’è formata una piccola coda di attenzioni che cercavano di rubare l’attimo con un telefonino. Le scie si erano ricomposte ed ora, dietro a loro, ciottoli antichi rilucevano per attimi prima di ritornare color del ferro. Ma non le vedevano.

Il sangue ha il sapore del ferro, lo sapevi? ha detto uno dei due bambini che hanno proseguito parlando verso qualcosa che non s’intuiva. Liberi, come il pulviscolo, che parla felice e racconta, mentre attorno s’affollano piccoli segni.

 

due giorni a cent’anni

Due giorni e le date si sovrapporranno. Neppure il calendario giuliano e quello gregoriano riusciranno a separarle, cosicché destini differenti si presteranno a essere letti, per l’ennesima volta, attraverso le celebrazioni o l’indifferenza interiore. A poco conta quello che avviene fuori se esso non risuona dentro, se non trova corrispondenza, se il passato non rende attive due funzioni, quella della riflessione su di sé e quella del capire cosa accade del futuro.

Le celebrazioni sono la sublimazione delle speranze deluse. Il contenitore di ciò che avevamo capito e non si è compiuto. E in ogni compiersi c’è l’insufficienza della somma delle realtà, il confluire delle forze che piega i rami dell’albero della storia,ma non lo sradica, lo muta alla nostra vista e percezione e quindi in noi. Per questo, e per chi lo sente come evento della storia a cui appartiene, pensare a ciò che avveniva cent’anni fa allo Smolny, a san Pietroburgo, oppure meditare sulla pace apparente del 22 ottobre nella conca di Tolmino, è materia incandescente e viva. È un guardare dentro a un vulcano che generò passioni, un insieme di braccia che presero e trascinarono la storia altrove. Nulla nasce in un giorno esatto, persino le nascite degli uomini sono convenzioni legali, ma c’è un momento in cui il presente schiocca le dita e diventa lo scollinare delle forze che hanno creato l’evento, allora dilaga la realtà e coinvolge e travolge.

Allo Smolny in una presa di potere che passa attraverso milioni di menti e di braccia, vibra e incalza la certezza che il dopo sarà definitivo e migliore per l’uomo. A Caporetto, il Kobarid di adesso, l’attesa è silente, si muove attraverso gambe e menti che si chiedono cosa sia la guerra, che speranze essa contenga, per chi e per cosa, si muore. In entrambi i casi una rotta d’un argine di certezze con qualcuno che irrompe. A San Pietroburgo, chi irrompe è la speranza di un mutamento radicale della condizione dell’uomo, di una pace nella crescita degli -e dell’uomo- finalmente libero dal bisogno. A Caporetto irrompe la volontà di un esercito avversario che vuole chiudere la partita, ristabilire l’antico ordine violato e chiudere da questo fronte una guerra che sta affamando e dissanguando i popoli dell’impero Austro Ungarico e della Germania.

Mancano due giorni a cent’anni, e se si leggono le cronache di ciò che avviene nei soviet, di come si dispongono le coscienze, le parole determinate che infiammano, mi chiedo dove sarei stato, perché questa è la domanda che pone la storia: dove ci saremmo collocati? E a Kobarid, intruppato al posto di un nonno, l’altro era morto due mesi prima poco distante, come avrei reagito alle interminabili attese di un massacro che si consumavano nelle trincee. Le scelte che ci mettono in situazioni non vissute sono solo in parte ipotetiche perché sono le nostre vite che testimoniano dove saremmo stati. Quello in cui abbiamo creduto, il nostro leggere la storia ci colloca da una parte e la rendono cosa viva, ci fanno interrogare non sul dove ma sul quanto. E ancor oggi nel misurare le speranze deluse, pongono il tema del fallire. Ricordare, celebrare per evidenziare la caduta di un sogno non la sua vacuità. A San Pietroburgo si accendeva una speranza che sovvertiva il mondo, quanto di quella speranza, in altre forme, con altri nomi e parole è ancora presente nel nostro vissuto? Quanto vige la necessità di riconoscere nell’altro diritti eguali, trattamenti dignitosi nel lavoro, opportunità comparabili, vite prive dell’assillo del bisogno materiale? E a Caporetto, in quel disfarsi della grande macelleria e dell’Italia, che trovava se stessa nelle domande, nel perché combattere e per chi, non si faceva forse un’altra Italia che si metteva assieme e rifiutava il prima, ma poi trovava in una linea di difesa i modi per essere finalmente un Paese. Come per il Comunismo bisognerebbe capire quanto c’è di San Pietroburgo nella visione personale del mondo, per l’idea di essere popolo, sarebbe necessario capire dove sia la Caporetto in noi e come essa generi una linea di consapevolezza dell’essere uniti da un destino comune. I fatti non sono mai definitivi, ma la storia e gli uomini sono costruiti dai fatti, dietro ad essi ci sono le idee, e più in basso c’è quel fondo di identità dove l’io si confonde con il noi. Ci sono i bisogni innati, la giustizia che deriva da un processo naturale e da uno di civiltà, c’è tutto questo che viene riassunto nell’appartenere. A un’idea, a un sogno, a una forza comune che evolve e che diventa più grande.

Umanità è parola femminile e inclusiva, generante storia, feconda e inesauribile. Umanità era quella che assaltava i palazzi del potere, che dilagava e bivaccava tra ori e lussi inenarrabili pensando alla propria fame trasmessa nei secoli. Umanità era quella che si difendeva sino all’ultimo uomo, che veniva vilipesa da chi era incapace di vederla, che tornava verso valle, lacera, dopo aver lasciato amici, affetti profondi a marcire nel fango. Era la stessa umanità che si ricomponeva dinanzi a un pericolo e nuovamente si riconosceva. Non per la patria e per il re ma per le famiglie, per la possibilità di avere un futuro che non fosse di servaggio. A questo servono le ricorrenze, a misurare il fallimento ovvero ciò che manca al successo, a chiedersi dove siamo adesso perché lo sappiamo dove saremmo stati allora. Servono per capire cosa ci sia ancora dentro di noi del futuro che ci attende e di cui il passato è dimostrazione del suo farsi con gli uomini. Non a caso un centenario di come mutò il mondo viene ridotto a poca cosa, bisogna togliere le punte acuminate alla storia perché non rinascano domande; la manipolazione a cui siamo soggetti è questa: non l’esame dei fatti, delle idee, non lo schierarsi per l’una o per l’altra parte, ma l’indifferenza che renda tutto obsoleto, tutto cosabile ovvero ridotto ad avere e non avere. Quando saremo solo cosa, privi di umanità, cesserà la storia. Sarà indifferente e la passione scomparirà dalle vite. Ma sono sicuro che un’idea, una bandiera comune troverà sempre chi la alza e costringe a prendere coscienza, posizione, insomma essere.

 

Riporto due ignominie di allora, ovvero come l’alto comando italiano di Cadorna cercò di nascondere la propria incapacità e di come, altrettanto maldestramente, il governo Orlando, tentò di correggere. Come a dire che le vite valgono poco solo per chi non vede gli uomini e vale allora come adesso.

Il bollettino censurato su Caporetto:

La mancata resistenza di riparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito. I magazzini ed i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere.”

Orlando comprese che al disastro materiale si sarebbe aggiunto quello morale per l’intero esercito e senza conoscere la verità, ben diversa da quella del bollettino, la stessa sera, fece sequestrare i giornali che riportavano il comunicato Cadorna sostituendoli con nuove edizioni nelle quali il bollettino nella sua prima parte veniva ammorbidito come segue:
“La violenza dell’attacco, la deficiente resistenza di alcuni riparti della II° Armata hanno permesso alle forze austro-ungariche di rompere la nostra ala sinistra del Fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare il sacro suolo della Patria.”

Circolò anche un’altra stesura, che era nefanda per il morale e all’opposto della verità, apparve nelle edizioni di alcuni giornali della provincia o fu fatta circolare, ciclostilata, o addirittura scritta a mano:
“Per la forte pressione dell’avversario, ma più ancora per l’ignobile tradimento di alcuni riparti della II° Armata e più precisamente delle brigate Roma, Pesaro, Foggia e Elba, il nemico ha potuto invadere il sacro suolo della Patria. Che Dio e la Patria li maledicano e il fango e la vergogna li coprano in eterno”.

Di questo testo misterioso non si conosce la mano, ma di certo era ancora una volta lontano dagli uomini e vicino al potere.

con fusione

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Le parole sono liquidi insufficienti, si plasmano all’interno di contenitori oppure si spandono. Dilagano inghiottite da tutti i ricettacoli che le portano altrove. E si sporcano. Possono essere gettate in avanti, in faccia, trattenute, le parole. Possono essere comprese in silenzi, espresse dalle mani, dagli occhi, dal muoversi del corpo. Quando esse diventano segno, attribuiamo loro un compito immane, ovvero quello di suscitare emozioni, trasmettere concetti, essere verità. In quel momento diventano parziali, insufficienti e reticenti, quasi sempre falsificanti. Non sempre accade, però le parole e i segni prendono la mano. Si deve finire un discorso, la sintassi ha una sua condizione costrittiva, i lemmi a disposizione hanno più significati che verranno corretti e precisati da ciò che precede e segue. E l’intuizione fa i conti con la verità della forma, sottrae energia alla sostanza per descrivere, suscitare, convincere. Un bacio è molto più esplicito e coinvolgente del dirlo, ma se devo descrivere un bacio, se voglio virtualmente darlo, o c’è un patto del silenzio tra chi lo riceve con me, un sentire così comune che non ha bisogno di parole, oppure devo circostanziare. Per questo i baci bisognerebbe darli più spesso di quanto si raccontino. E così la tenerezza, l’amore, il bene. E lo stesso vale per le parti oscure delle emozioni, per la collera, il disprezzo, l’indignazione, l’ira. Ma mentre il sentire e l’intuito sono emendabili e transitori, le parole restano, scavano, diventano atemporali. Riferiscono di un momento o di un tempo in cui avevano quella forza che si è tentato di descrivere, ed è il loro ossificarsi, diventare sasso. La parola scritta non fa eccezione e solo il vorticare, la marea del dire, diluisce il liquido, ne toglie il profumo. Come a dire che a parlare e scrivere poco, non molti riescono e se dicono una verità nel suo farsi ed evolvere, allora bisognerebbe ascoltarli con attenzione, perché sotto ogni parola, ogni gesto, ce ne saranno altri mille contenuti e pronti ad essere dati. E il con fondere diviene un fondersi assieme. 

inventario

oznor

oznor

Di trame di foglie radiografate dal sole, di vuoti e pieni di terra, di reti misteriose e sotterranee, di Karl Kraus e dei suoi detti e contradetti, di mescolanza tra blut und boden che infetta e fa morire, di rigurgiti di razze inesistenti, di sovranismi e identità coagulate in squadre di calcio, di molto io e poco noi, di buddisti inventati e di cristiani ateizzati, di atei convinti e di spiritualisti increduli, di evidenze tragiche, di democrazie tronfie, di prassi prigioniere, di libertà inenarrabili, di desideri sconclusi, di sublimazioni per mancato coraggio, di adattamenti per impotenza, di porcherie evidenti e di sottaciute convenienze, di cinismi di comodo, di spiriti stanchi, di pillole per non vedere e non sentire, di foto di mici, di cani, di cose, di umani consenzienti, di privacy presunte e di nudità esibite, di dolori apparenti, di sofferenze nascoste, di indifferenze protratte, di redenzioni egoiste, di erotismi inventati, di amori accennati, di silenzi pieni di parole, di parole piene di silenzi, di ricerche del sé dove non c’è nessuno, di solitudini volute e di speranze infangate, di bandiere che hanno significato e ora non più, di principi che appartenevano a molti cuori, di stagioni della politica, di stagioni che non ci sono più, di un mondo che si sfalda, di braccia ribelli che lo tengono assieme, di estati e di sole sulla pelle, di età, di nudità vere e pudori presunti, di notti agitate, tranquille, rigirate, sognanti, sognate, di giorni senza capo, di code senza notti, di voglie imprecise, di insofferenze vicine, di sentimenti ragionati, di scelte dovute, di attese tranquille, ansiose, disperate, di viltà proiettate, di tensioni sbagliate, di verità cercate, di verità possedute, di verità esibite, di colpe subite, di innocenze presunte, di omissioni ripetute, di riconoscimenti sbagliati, di felicità trattenute, dilaganti e traboccate, di parole senza senso apparente, di tempi coincisi, di sorrisi immotivati, di anticipazioni posticipate, di intuiti inascoltati, di voglia di non fare, di cerchi che non si chiudono, di rapporti geometrici, di politiche del meno peggio, di soluzioni che non risolvono, di politica necessaria, di politica respingente, di noi annegati nello stagno dell’io, di singolarità conculcate, di calamità naturali provocate dall’uomo, di generosità senza motivo, di misericordie negate, di persone isolate, di invisibili creati, di poveri impoveriti, di ricchi sfondati, di dignità calpestate, di ridicole gioventù protratte, di responsabilità negate, di folle che non hanno un luogo, di luoghi che non sono una meta e di molto altro. Perché non finisce, no, non finisce.

cos’è per noi una bici?

La mia prima bicicletta fu la libertà, il movimento, l’andare e il percorrere, fu la socialità e il portare la mia ragazza sulla canna, ridendo e baciando. Il passaggio dall’ età in cui si era a guinzaglio all’autosufficienza.

Oggi una bicicletta è poco o nulla, ma per uno straniero è il mezzo per muoversi verso un lavoro malpagato, è il raggiungere gli amici con cui parlare la propria lingua, è l’auto con cui portare le poche cose, andare verso un luogo in cui dormire. Non a caso i “caporali” se il lavoratore protesta gli sequestrano la bicicletta, gli tagliano le gomme, e sanno che quell’ uomo ha solo quella per fare i 20 e più km che lo separano da una minestra, un letto, una bacinella in cui lavarsi.

Per questo ho capito bene il giovane che dopo essere stato coinvolto in un incidente e mal compreso al pronto soccorso ( chissà dove finisce l’ incomprensione dell’ inglese e inizia il pregiudizio sui neri che affollano i pronto soccorso), tornando dove era accaduto il fatto è non trovando più la bicicletta, si è steso in mezzo alla strada per protesta. Oltre a non capirlo, lui che non aveva nulla, era stato derubato. Protestava per un’ ingiustizia che supera il reato, ormai di fatto derubricato, di furto. I furti non si perseguono e questo lo sanno i ladri, la polizia e i derubati, ma questa ingiustizia per lui diventava assoluta e protestava anche a nome di tutti quelli che non accettano questo ordine di cose e magari sono razzisti. Protestava per sé e voleva attrarre l’ attenzione perché non sia tutto normale ciò che è ingiusto, insomma ci ricordava che per essere umani bisogna capire la differenza dell’ altro è che solo così verrà capita la nostra.

Qualche anno fa a una famosa scrittrice, senza problemi economici, venne rubata la bicicletta nuova in una via del centro, ci furono articoli di giornale, qualcuno che prontamente rimpiazzò la bicicletta rubata con un’ altra nuova. Ma la scrittrice aveva voce per denunciare il sopruso subito, altri invece non hanno la stessa voce e sono silenti nell’ ingiustizia.

L’ extracomunitario è stato rimosso dal centro strada  è dove s’era sdraiato e tra le sue proteste , i carabinieri l’ hanno accompagnato in caserma per identificarlo, non per regalargli una bicicletta. Lui, non il ladro, e anche questo mi pare un’ anomalia a cui non voglio fare l’ abitudine. Capisco la legge se essa è legata all’ uomo, se serve a regolare i rapporti, se non coercisce ma rende più liberi.

incerta la fredda stagione

Intanto dissemina foglie e piccoli rami,

ma è incerta la fredda stagione.

Aggiunge lane sui corpi,

aggrega a crocchi sotto le luci,

in disparte, ma poco, una coppia si bacia,

stringe e non basta,

cerca, si ferma, indecisa,

poi s’allontana nella fretta d’un pensiero che cresce,

mentre attorno scosciano voci, accenni di canto: 

colpisce il ricordo, si esalta il colore della sera,

e nel cuore si conficcano parole

che vorrebbero ascolto mentre si fanno tra labbra

sono fruscio di foglie che ondeggiano,

e cadendo poi mulinano in vortici

nell’ irrisolto ancora tiepido vento.

l’anima è un muscolo?

Chissà se l’anima è un muscolo ed ha anch’essa le sue contratture, il bisogno d’essere curata per non zoppicare.

Chissà se l’anima è un muscolo che ha palestre sconosciute e solitarie, che pratica attrezzi quali l’introspezione e il discernere, ma anche la misericordia e il raziocinio.

Chissà se l’anima è un muscolo che si distende per abbracciare tutto ciò che gli occhi possono contenere e il cuore sentire, ma anche rifiuta ciò che non le appartiene. Si divincola e respinge e quando è costretta, intristendo deperisce. 

Chissà se l’anima è  muscolo che a volte trova il pudore di stendersi e finire tranquillamente una lettura che ha mosso pensieri, provocato emozioni, cambiato quello che pareva. 

Chissà se l’anima è un muscolo che capisce attraverso il suo sangue che scorre e dove prima c’era il sonno della certezza, lascia che ora viva il piacere d’una nuova percezione. 

Chissà se l’anima è un muscolo e quello che a volte mostra è la dolenzia che chiede aiuto. Nasconde la sua fatica e magari confonde le acque, fa la spavalda mentre vorrebbe farsi compatire.

E quando sembrerà additare e sorridere, magari è un artificio, una scorciatoia che si trasformerà in altro che sempre vorrebbe essere compreso.

Allora se l’anima è un muscolo, chissà quante volte si chiederà se può scrivere mi piace a un’altra anima che dice la sua pena.  

 

 

il confessionista

 

Ogni sportello genera una particolare specie umana bisognosa di un sovrappiù di relazione: il confessionista. Come faccia un bancone, un’organizzazione a generare una cosa viva non si capisce, però è così, e se lo studio del processo spetterà ai genetisti molecolari o ai neurobiologi, la specie si forma comunque ed è davanti a chi aspetta il suo turno. Guardandoli da dietro, i confessionisti, hanno una gestualità inconfondibile: accavallano i polpacci, appoggiano al banco i gomiti e si confessano all’impiegata che sta dall’altra parte del banco. Se sono all’USL, hanno con sé involucri voluminosi, sacchetti da cui spuntano buste gialle con radiografie fatte direttamente da madame Curie, referti di luminari radiati dall’ordine, ricette, buste bianche misteriose e chiuse, ed estraggono, cercano, spargono, chiedono, parlano. Raccontano la loro storia personale con i particolari intimi che farebbero arrossire uno psicanalista reichiano, indicano parti del corpo, mimano, abbassano la voce, si protendono. Elencano sintomi diffusi che dovrebbero essere utili alla guarigione o al decesso, raccontano di aver letto articoli sulla patologia e sulla posologia di farmaci wudoo, che hanno risolto il loro problema, ma si trovano solo in Costarica. Dissertano sui vaccini, sulla chirurgia ricostruttiva e demolitiva, sulle macchine più moderne per la diagnostica che sono negli Stati Uniti o in Svezia, si lamentano della loro assenza in Italia e del sistema sanitario, ma in fondo devono fare un’ecografia.  Però se ci fossero sarebbe meglio. La preparazione? Beh, non sono proprio digiuni perché la mattina gli gira la testa se non mangiano qualcosa col caffè. Che sia la pressione bassa? Eppure stanno curando l’ ipertensione. Si potrà pur fare lo stesso, no? Eppoi, non c’entra, ma proprio ieri hanno sentito una fitta all’anca. L’impiegata li guarda. Ma lei deve fare un’ecografia al fegato. Questo per un attimo li ferma, ma poi, con parole proprie, spiegano che tutto si collega e si tiene, che un medico gli ha spiegato bene che il dolore riflesso è subdolo e allontana lo sguardo da dove si dovrebbe guardare e così non si guarisce. Per questo sono lì: non guariscono.

Hanno scordato l’impegnativa. Tragedia. La sala sente un brivido collettivo lungo la schiena collettiva piegata dall’attesa, già la mattina si affievolisce verso il pomeriggio, tutti  si chiedono a che ora chiudono? Il confessionista ora rovescia l’intero contenuto della storia clinica sua e di qualche parente stretto sul bancone, la ricerca è affannosa, emergono prescrizioni scadute da anni, richieste di indagini diagnostiche che il confessionista vorrebbe rimettere assieme agli esami. Non è possibile, l’impiegata lo vuol mettere da parte a cercare. Ma il confessionista non vuol perdere il turno, finalmente dopo aver cercato di spacciare impegnative simili e già scadute (ma non è lo stesso esame?), emerge la prescrizione. Sospiro di sollievo della sala. Si passa al numero successivo, mentre intanto il confessionista raduna i suoi referti, le radiografie, gli esami ematologici, quelli sulle deiezioni varie, e ascolta distratto i mali altrui. Questo è il momento più critico perché se l’esame da fare è lo stesso ci sarà un prosieguo di confessione, in un’altra sala d’aspetto verranno messi in comune le malattie subite, i casi della vita, il futuro a breve, a medio, a lungo. E anche l’umore più positivo, virerà verso il cupo, perché nella gara a chi sta peggio il confessionista ha un vantaggio: ha provato tutto.

felici d’esser felici

C’era una sublime confusione d’acque spartite,

di procelle imminenti, d’infinite risate.

I pensieri vorticosi inghiottìvano dubbi,

girevoli porte d’hotel

che poi tornavano su te, su me,

nell’aria che sapeva d’ombra, di folla, di buono.

Si può amare molto un caffè imboccandosi il dolce,

e sommessi ridendo.

Sincronizzare il passo prima d’una corsa,

per scherzo e per bere il respiro dalla bocca,
per stringere più forte la pelle
e dire quel mio che luccica d’ acciaio.

Così nasceva e si compiva ogni giorno una parabola,
un razzo a solcare la notte e
una prua a dividere ciò che si riuniva
dietro noi,

perché non c’era un prima ma solo il giorno
e le stelle ad accennare una via.

Imprecisi come il vivere, dicevamo:
non ho mai chiesto alla rosa d’essere altro da sé,
e questo era in ogni parola, ogni carezza, ogni bacio.
Felici d’esser felici.