evoluzione di un amore

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In ogni amore, sia esso grande, piccolo, conclamato, o ancora in nuce, c’è il momento della consapevolezza. Da allora si sa se esso potrà crescere oppure si trasformerà in altro. Se in un sentimento così poco razionale e sociale come l’amore (perché è anzitutto rapporto a due con conseguenze esterne), la razionalità irrompe, è perché esso stesso lo richiede, ovvero pone la domanda: quanto? E questo quanto comprende la durata, il coinvolgimento, la disponibilità, l’appartenenza, ovverossia, il futuro.  

C’è quindi un momento della crescita di un amore in cui esso cessa d’essere il presente (e quindi di per se stesso illimitato perché ogni giorno è nuovo, e ogni giorno la gioia e il bisogno dell’altro, non ha limite) e diventa projezione sul futuro ( che invece è limitato, perché anche il per sempre è un farsi della volontà e quindi di sua natura limitato). Questa consapevolezza verrà negata, celata nella sensualità, aperta e rinchiusa, sparata nel cielo e seppellita dentro di sé. Diventerà caparbietà e sublime oblio, rifiuto della realtà, pena del quotidiano, sublimazione somma, invenzione del vivere. Sarà posticipata, negata, modificata, evoluta e trasformata, ma dal momento della consapevolezza si sa ciò che è possibile e quindi ciò che accadrà. Questo scollinare del sentimento, e mutare del sentire, è l’inizio o la fine di un amore.

selfcare

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Mi ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Mi sembrava che essere coincidesse con esserci, che sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava la corsa senza fine. A volte mi trovavo stremato da continue sensazioni, sembrava che il tempo non fosse mai sufficiente, che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto.

Qui ci si potrebbe aspettare una conclusione, ovvero quando è cambiato tutto ciò. In realtà questo non lo so dire, forse neppure è cambiato, solo capisco meglio cosa vale la pena di provare. E non è accaduto per assuefazione, non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio vivere, che tutto sommato non è granché differente negli anni. Non sono particolarmente stanco, annoiato e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità, forse quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo, non poteva essere diversamente perché la spinta a fare non poteva mai esaurire tutto ed ero incapace di mettere da parte ciò che non era possibile in quel momento, volevo tutto. Però era un tempo ansioso, dove tutto accadeva in fretta, mentre ora c’è calma e il tempo è cosa mia.

La mia vita è così, le persone hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, e l’interesse per il profondo fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere a cui donano molto alcune persone, non tutte consce di farlo, altre in misura minore, con una graduatoria, non del sentire, ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sono/sento è una costante della mia vita.  In tutto questo gli assoluti non sono mai necessari, perché non sono come tu mi vuoi, ma come sono davvero e in quel sono ci sei anche tu. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa. Se mi chiedo chi sia la persona a cui devo essere più fedele, nel senso che a lei devo moltissimo e concludo che sono io stesso e questo aiuta a porsi in verità, come si è. Alcuni lo capiscono come un prendere o lasciare, se si fermano a questo, hanno ragione, se invece hanno tempo e voglia di mettere in comune qualcosa di consistente allora inizia la comunicazione vera. E comunicare non ci lascia mai come si era all’inizio. A cosa si riferisce allora, la fedeltà a sé, semplicemente a quello che si sente come propria essenza, il rifiuto delle mode, delle cose troppo facili, delle ingerenze, del mercimonio del proprio modo di pensare in cambio di qualcosa, foss’anche un piacere. Se si capisce che noi valiamo a noi stessi, la fedeltà a sé è naturale, anzi solo quella è possibile e ci salva.

una sola vita non ci basta

Una sola vita non ci basta, chissà se è per questo che la inzeppiamo di sensazioni, di parole, di gesti, di cose. Distrazioni, qualcuno afferma, ma da cosa, da chi? Non è forse un modo per metterci in colpa rispetto all’efficienza che dovrebbe occultare un fatto semplice: una sola vita non ci basta.

Non ci basta per correggere le svolte che ci hanno portato nei vicoli, però una vita diritta non ci piacerebbe. Non ci basta una vita per respirare tutta l’aria che vorremmo, per vedere tutto ciò che desideriamo, per sentire tutto quello che pare meraviglia e a volte lo è davvero. Sembra non ci basti il tempo, ed è l’unica cosa che invece c’è sempre a sufficienza, ciò che spesso manca è la voglia di viverlo. Quanta noia ho usato per consumarlo? Eppure anche la noia aveva molto da dirmi, l’ho negletta solo perché era priva di fare, perché generava sensi di colpa per ciò che trascuravo, perché riportava a quel punto in cui si guarda davvero ciò che sta attorno e non se ne vede il senso. Così pensando di non avere tempo ho eliminato dal sentire positivo, la noia, l’ho confusa con l’accidia e ho pensato fossero peccati contro me. Non era vero, ma questo dipendeva dal fatto che avevo una sola vita e le cose da fare, da sentire e da vedere sembravano davvero infinite.

E ho voluto pure tenermi i ricordi, ciò che mi ha scaldato, colpito, cambiato, ho voluto tenerli per riconoscermi ogni giorno, per ricordarmi che ho vissuto, per capire che la vita, era un unico flusso e ciò che avrei provato non avrebbe assomigliato a nulla che già conoscevo. Ma non c’era fretta, c’era tempo, lo dimostravano le tante cose fatte e vissute e gli anni di cui non ricordavo nulla, o quasi, le lunghe teorie di false ricorrenze, ciò che era stato senza lasciar traccia.

Il tempo è circolare, come l’amore che è curvo, si avvolge ed attorciglia, mette assieme pelle e pensieri. L’hai mai pensato? E così genera passione, voglia che le cose tornino, ma sempre differenti, con il vago sentore di ciò che sarà e spinge a provare, ma sempre nuovo nel curvarsi assieme nell’abbraccio. Potrei dire che la passione è multivariata, che ha equazioni che tentano di descriverla e poi si arrendono abbandonandosi nel piacere del sentire. E’ il conflitto tra razionalità, limite e ciò che sconfina e dilaga. L’amore ha bisogno di matematiche nuove perché è semplice, e quando lo si racchiude in una formula, si ribella e deperisce.  Quindi i percorsi lineari saranno pure rapidi ed efficienti, ma quanto perdono per strada, se perdono l’amore, i sentimenti. Alcuni li sostituiscono con il provare e il sentire. E’ un modo per sentirsi vivi, riempire gli spazi contro la domanda che assale: cosa sto perdendo se la vita è una sola? La mia risposta è curvare il tempo, togliere l’ansia di ciò che verrà e camminarci verso, anche se vorrei che le vite si moltiplicassero. Così vivo quella che ho a disposizione come se ci fosse sempre tempo per fare ciò che desidero. Ogni mattina vedo la giornata che si apre, annuso il primo caffè, mi lascio prendere da ciò che sollecita, da un pensiero che intenerisce, accolgo una piccola felicità. E’ una giornata, è mia e di chi la condividerà con me. Una giornata che si riempirà seguendo percorsi curvilinei mentre procedo, torno, in realtà mai fermo.

Mancano le vite che spengo per seguire quella che procede. Ma non le perdo del tutto, le cerco sui libri, nelle storie che immagino, capisco che per bulimia del vivere, servirebbero più vite, non per sbagliare di meno.

porta ticinese

Parecchi anni fa frequentavo, a Milano, una trattoria a porta Ticinese. Vecchi camerieri, piedi piatti e passo strascicato, foto autografate di personaggi che ormai non dicevano più nulla a nessuno, legno alle pareti e mattonelle per terra. Segni di un qualche momento di gloria, quando le trattorie qualcosa significavano nella vita e ne facevano, rara, ma consolidata parte. Allora il mangiare in trattoria aveva due significati: la festa, l’eccezione, oppure la solitudine di chi non aveva nessuno a casa. Anche ora ho amici che descrivono come un’impresa il riuscire a prepararsi da mangiare, che hanno vite, specie dopo le separazioni, di trattorie ovunque e comunque. Vite in grado di competere con il gambero rosso per conoscenza diretta e che tra piatti e conti, nascondono l’incapacità di star soli a cena.

Mi piaceva quel posto, la sera ci arrivavo da un corso oppure dall’albergo, quasi mai da solo e con non poca allegria preventiva. Il posto metteva di buon umore. Mi piacevano le tovaglie pulite, di cotone pesante, a volte di lini antichi e un po’ lisi, le stoviglie retrò e le posate pesanti. Mi piacevano i consigli del cameriere, la cucina commentata, milanese e toscana, la cassoela, i pici. Mi piaceva il parlarsi tra tavoli, i cappotti appesi alle pareti, il fiasco di chianti al consumo, la scelta di pane tra quello con il sale e quello sciapo.

Nell’angolo, tra pareti rivestite di legno e fotografie, c’era un tavolino singolo. Non era l’unico, ma lì ho sempre visto il ragioniere. Cenava con il cappotto addosso e il Borsalino grigio sulla sedia. D’estate aveva un gessato e una cravatta con il nodo troppo stretto per essere fatto di fresco. Ordinava a monosillabi, alzando un sopra ciglio o un dito, non i piatti ordinava, ma una sequenza. Le pietanze erano sul suo menù personale, dove c’era solo l’estate e l’inverno. D’inverno un brodo di pollo, con pastina sottile, consolatoria, poi le patate lesse o il purè e la costatina. Ben cotta. D’estate, un minestrone e gli stessi secondi. A volte un insalata o un pollo lesso. Un bicchiere di vino rosso, il caffè. Sempre solo. In mezz’ora mangiava, cinque minuti per pulire i denti e poi si alzava, salutando con un bnsera e usciva. Il mercoledì arrivava più tardi. C’era il varietà, e al ragioniere piacevano le ballerine. Il cameriere faceva sempre la stessa domanda e otteneva sempre la stessa risposta. Sorridevano entrambi.

Un anno, ero lì l’antivigilia di natale, guance arrossate dall’aria precedente e dal chianti, a mangiare verze e cotechino e ridere parecchio, quando entrò un’orchestrina di fiati. Suonavano canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba. Uno strepito incredibile nell’ambiente ridotto e pieno di persone. A me la cosa mise un’allegria irrefrenabile, e così a chi mi accompagnava, ma credo a tutta la sala perché gli occhi e i commenti si scambiavano ridendo, ad alta voce. Tutti ci affrettammo a dare mance generose perché la smettessero e loro, i musicisti, ringraziavano, accennavano a qualche bis di ringraziamento, finché ci fu uno scambiare di sfottò e accenni di note in risposta in un’allegria generale. Solo il ragioniere era rimasto imperturbabile. Mangiava il suo brodo e alzava appena gli occhi, poi rivolgendosi al vuoto disse distintamente: ma come l’è, di nuovo il natale? E ridacchiò.

Ecco, allora ho capito che la mia solitudine era un lusso.

commosso da un’idea

Ieri guardando questo video mi sono commosso. Mi dirai: mona, ma te diventi pianzoto, desso? La xe publicità. (…ma diventi piagnone adesso. E’ pubblicità). Sì lo so, è pubblicità, ma il progressivo sommarsi della musica come fatto corale, la sua iterazione con le persone, il mescolarsi di queste che pur restano se stesse, l’emergere di uno spirito comune, mi ha fatto pensare alla politica buona. Non alla buona politica, ché quello è uno slogan, eppoi serve solo a stabilire una demarcazione sempre incerta tra chi fa politica, no, pensavo alla politica buona. Quella che mette assieme le persone, quella che fa scoprire l’altro, che ascolta, che produce cose elevate e non le inaugura perché è la normalità fare cose grandi. Se l’uomo non fa cose grandi è davvero un quaquaraquà. Ma le cose grandi sono quel mettere assieme i diversi, tirarne fuori lo spirito comune, non chiedere chi sei, cosa voti, cosa pensi, ma cosa possiamo fare assieme. Mi dirai che, al solito, sogno troppo, che l’uomo è fatto di interessi, di competizione, di contrapposizioni. Se polemos è madre di tutte le cose, un motivo ci sarà. Eppure tra Eraclito che guardava il mondo e ne traeva teoremi empirici e il mondo possibile qualche possibilità di mutamento c’è. Magari un mutamento occasionale, come il soldino della bambina che provoca la nona di Beethoven, magari come i tanti gesti gratuiti che si perdono in giro per il mondo: ali di farfalla che sbattono gentili e purtroppo non provocano uragani di bontà e comprensione reciproca. Pensa, guardavo un video di una banca e pensavo alla politica buona, a chi si muove senza rumore e fa quello che pensa giusto, a tutto questo stare assieme che buttiamo via e che diventa pulviscolo inutile di luci e frenesia in questi giorni. Non ci pensavo, no, alle feste, pensavo e sentivo a tutto l’anno. Sai pensare e sentire è prerogativa dei giovani e dei vecchi, chi sta nell’età di mezzo non ha tempo per queste cazzate.  Pensare e sentire aiuta però a vedere, a discernere, ad essere uno, unico e inimitabile, e a sentire l’unicità degli altri e a metterla assieme alla propria. In quella piazza che canta, si muove, è ricca di bambini che parlano ad alta voce, ridono, piangono se gli viene. In quella piazza, ci sono sentimenti possibili, ecco io l’ho sentita così. La politica buona mette assieme le persone e attiva sentimenti, li ordina in un coro che ha geometria, inventiva, capacità di disciplina, ma soprattutto bellezza. Se lasciamo irrompere la bellezza lo stare assieme diventa possibilità di gioia. Così in questo grigiore che ci sta attorno, ho pensato che la politica buona è possibilità per le persone di essere contente. Non diritto alla felicità, quella è cosa da americani, ma la possibilità di stare insieme e di provare sentimenti positivi comuni.

E così mi sono commosso per un’idea.

il senso nei luoghi

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Arrivano le feste, metto in un piccolo mantra le necessità:

-raccogliere i piccoli grandi disturbi delle abitudini,

-farne legna per il camino che riscalda la testa prima del corpo, come accade per le passioni nuove,

-non fare bilanci, guardare dentro con spirito nuovo. 

C’è un luogo dietro piazza dell’Unità a Trieste, che ora sarà freddo. Scuro della collina che lo sovrasta, scuro della bora che s’infila tra le stradine, passando sotto il volto del municipio, scuro del vento che taglia i visi e che si butta in Cavana, o su per via commerciale verso Opcina, ma non si disperde. Sembra infinito il vento, la bora in particolare. Però in quel pezzetto di strada c’è una libreria antiquaria. La vedi dalle vetrine che semplicemente mostrano il dentro stracolmo di oggetti, e libri, e lampadari, e boccette bicchieri vasi, e tovaglie, e tessuti, e giocattoli, e persone, tutto stipato in stanze che si infilano l’una nell’altra, come una bestia grossa che s’è accoccolata. E dorme. Le persone s’aggirano curiose al calduccio, prendono in mano, stropicciano, guardano in trasparenza, vanno altrove con la testa, annusano la polvere, il sentore di tempo. Lo vedono sulle cartoline, sui libri, sui bicchierini da rosolio, sui pizzi che li hanno accompagnati. Svevo, Slataper, Joyce, Saba e via andare in questi angoli incrostati sono oggetti preziosi caduti in acqua, visti in controluce rilucono di ciò che è stato immaginato e vissuto.

Ma non m’interessa la libreria, non questa notte. Appena dopo le sue vetrine, c’è un ristorante che ho sempre visto troppo tardi. O s’era appena mangiato, o non c’era tempo, oppure era chiuso ed io, ogni volta, mi ripromettevo di andarci a pranzo. In un giorno di bora. Sedermi, passare le mani sulla bella tovaglia bianca, un po’ inamidata come adesso non s’usa, e attendere che il vecchio cameriere, con la giacca nera e la camicia bianca, arrivasse. Mi sono visto prendere il menù dalle sue mani, guardare, alzare gli occhi mentre aspettava che decidessi, parlare quel tanto che superava un nome sconosciuto, evocare un ingrediente, trascinare un giudizio (qui si va sul pesante), con un sorriso. Poi scegliere e attendere il cibo caldo e lento, sperando che la bora, nel frattempo, dimenticasse dove siamo. Ché quando s’uscirà, il pensiero non sia il che fare fino a sera,  sennò si passa da un caffè all’altro, da un piccolo desiderio di vetrina al successivo, così senza meta né luogo vero. E invece il protagonista di questo andare, che poi è essere e raccontarsi, è la solitudine che sta meglio se ha un luogo.

Difficile parlarne davvero, chi la conosce non ne ha bisogno, gli altri ti sollecitano a metterci buona volontà. E invece la solitudine è quella sensazione che ti impedisce di lasciarti andare completamente, di dire una sciocchezza in più, di pensare così leggero che neppure pare, di fermarsi su una sedia lasciando scorrere le parole, o i silenzi, che tanto fa lo stesso, di frequentare il limite della veglia come un vedere senza guardare. E’ tutto questo e altro, insomma le sensazioni che ciascuno porta dietro come sa, e che nel mio pensiero erano il protagonista di una strada, di un luogo preciso, di un andare che essere lì perché non si sa come rapprendersi altrove. Perché la solitudine rende solidi come blocchi di ferro e insieme gassosi. Se guardi un parallelepipedo di ferro ti sembra leggero, ti chini per provarlo e il suo peso ti sorprende, fai fatica a prenderlo con le mani, alla fine, con fatica, lo sollevi e ti sembra già inutile averlo fatto. Non è quel che sembra, ma è ciò che è, eppure tu non sei quel blocco di ferro, però ora ne senti il peso. Anche se ti pare di essere un gas rappreso in una nuvola, qualcosa che sta in aria, che non afferra e non è afferrata. Questa è la solitudine. E quella stradina di Trieste con la sua libreria e il ristorante e il cameriere, è il racconto di tutte le domeniche pomeriggio senza amici, di tutte le letture senza comunicazione, di tutto il cibo mangiato per abitudine, di tutte le ore che hanno atteso qualcosa che si compisse e quel qualcosa non si è poi compiuto. Potrebbe essere una sala d’aspetto di piccola stazione il luogo, ma ormai non ci sono più, potrebbe essere un vicolo che conosci bene a Mantova, o un piccolo angolo di Roma, potrebbe essere ovunque. Ieri sera mi veniva in mente Kiev e la tristezza che vi ho visto. La tristezza è oltre la solitudine, si conoscono, ma non sempre vanno assieme, a Kiev c’erano entrambe. Perché Trieste? Forse per il suo essere sempre passato, altro che è avvenuto, eppure presente. O forse solo perché mi piace, è una città in cui vivrei perché  c’è il mare e i triestini sono allegri per combattere la solitudine che hanno dentro.

La solitudine è una turista provetta, una buona compagnia che ti segue ovunque, se a volte parla più forte è per attirare la tua attenzione. Come quella sera in una latteria di Alfama, a Lisbona, a mangiare baccalà tra mattonelle bianche e due signore anziane che canticchiavano il fado e alla fine s’è parlato in due lingue e si sorrideva. Oppure potrebbe essere quella strada di Buenos Aires, dove ti avevano detto di non andare, vicino a La Boca, e finché parlavi con il tassista hai scoperto che erano tutti genovesi e veneti rimasti poveri. Mi ha regalato un coltello, il tassista, e non ha voluto che gli pagassi la corsa, però l’ho ascoltato che cantava un tango di Carlos Gardel e alla fine ci siamo abbracciati.

Potrebbe essere ovunque, basta che la porti con te, l’importante è parlarle, stabilire i desideri reciproci, strapparle una sensazione positiva o almeno la promessa che qualcosa si proverà assieme e che da questa condizione per un poco, oppure per sempre, si uscirà. Chissà che significa non provare più solitudine, chissà come si vive semplicemente vivendo. Chissà. Non riesco ad immaginare una vita senza questa presenza, non so neppure se mi piacerebbe sempre. Quello che capisco è che questa vita potrebbe esistere, che altri la vivono, ma io non so che  cosa sia. E così convivo, mi tengo l’ironia per sorridere, uno scuotere del capo per non dare troppa importanza e capisco che questa presenza spinge a trovare qualcosa che manca, che è un motore, allora mi pare che non ci sia un’età dell’innocenza in cui essa non c’era, ma che ci sia sempre stata e che l’importante è viverci bene assieme. Ecco perché una jota bella calda stasera spazzerebbe via la bora, allungherebbe le gambe sotto il tavolo, alzerebbe un bicchiere di refosco in più, fino al sonno. Poi domani si comincia.

Mais où sont les neiges d’antan?

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Ci sono cose che sorprendono con poco, basta una data e ci si chiede cosa sia stato del tempo sinora. Forse per questo bisognerebbe vuotare cassetti e armadi da ciò che si mangia e s’indossa, perché uno scontrino, una scadenza ci mette davanti a un grigio che fluttua: cos’è accaduto in questo tempo? Gli specchi, infedeli e benevoli amici, non aiutano, troppo lenti nel misurare ciò che accade in noi. Spesso neppure i volti sono sinceri. Guardo una fotografia e so che ero io allora, ma ciò che c’è stato in mezzo si è smarrito in miliardi di connessioni e di nodi ed è lì che attende, confuso nella sensazione di un’ innocenza d’antan.

C’è una beffarda tirannia nelle date: un sacchetto di pasta dimenticato, un conto di ristorante si possono buttare con facilità, ma ciò che ci separa da quelle date è in noi, eppure non ha consistenza, restano poche evidenze e il resto che ci ha fatto come siamo ora dov’è? Cos’è accaduto del nostro tempo, delle passioni d’un giorno? Ricordi che nel loro sciogliersi tra poche pietre miliari ci celano ciò che veramente siamo stati. E da sempre, inermi, puntiamo sull’eccezione, lasciando che i giorni si sciolgano senza tempo.

Nevica sul blog e tra poco è di nuovo natale. 

sciocchezze

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Mi turbano inezie, l’insipienza verso i disastri dell’agire quotidiano nei confronti del mondo in cui viviamo, il debito pubblico che toglie ogni prospettiva a tutti fuorché ai furbi, il tirare avanti sperando che qualcosa risolva tutto, il girarsi dall’altra parte, il dire sono tutti uguali, la politica e la sua incapacità a reagire, la difficoltà a perseguire il possibile come alternativa all’obbligato. Mi turba l’inerzia che accompagna gran parte delle passioni collettive, l’incapacità a vedere oltre il proprio interesse, l’esposizione delle persone in mondi fasulli, l’illusione degli amici che si possono cancellare, la difficoltà a sentirsi parte di un insieme vero, di un popolo. Mi turba l’incapacità di legare esterno e interno, la mia vita con le vite degli altri, la scelta di una dimensione piccola perché quella grande si fa fatica a capire, il rifugiarsi in ciò che si ha, il chiudere gli occhi e gli orecchi, il rifiutare ciò che sta fuori delle nostre vite. In definitiva il non capire. E tutte queste sono inezie perché gran parte delle persone cercano ogni giorno di affrontare i problemi del quotidiano, cercano di salvarsi oppure rifugio nella soddisfazione dei desideri, non si pongono più il problema del mutare, casomai se sono giovani, pensano di andarsene. E allora temo che stiamo tutti invecchiando velocemente, che abbiamo rotto gli specchi per non vederci, che nel difendere la nostra casa non ci accorgiamo che la città cade. Tutto questo pensare oltre è sciocchezza se non è pensiero collettivo, è solo dolore personale, incapacità che rende inani di fronte a ciò che è troppo grande per uno o pochi, ma che sarebbe risolvibile da molti. Ecco quel sentirsi soli o pochi traccia il limite della sciocchezza, la porta a colpa individuale, irrisolvibile e quindi senza speranza di soluzione personale. La sensibilità quando prevale l’egoismo è sciocchezza e purtroppo il turbamento nasce da lì.

continua sull’appartenenza

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Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto; forse era solo naturale evoluzione, crescita. Come ci si muta in famiglia secondo l’età, ciò ch’era accaduto – e accadeva- sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si forma autonomi in famiglia, quel darsi nella crescita senza un criterio, che non sia il seguire tutto quello che prorompe e preme sugli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che mette in campo la voglia di misurarsi, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità. Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo. E questo riunire era più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché era un riunire restando individualità forte, un sentire comune che aveva  sentire diversi. Di questa fase, che gli sembrava così forte, e già l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie. Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima. Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile. Ciò aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria, così gli pareva, velocità e intensità. C’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo. Profondamente capirlo e farlo proprio.

nota sull’appartenenza

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Gli pareva, anzi ne era sicuro, di non voler appartenere più a nessuno se non a sé. Non più, almeno, come un tempo. E non era un bastarsi, ché era ben conscio dei propri limiti. e anche del bisogno di bene era conscio, della necessità d’amore, di compagnia, ma piuttosto era il bisogno di crescere per suo conto che prevaleva. Il camminare secondo voglia, necessità e volontà propria. Insomma quelle caratteristiche che esternamente noi chiamiamo libertà, e sembrano semplici, esistenti in natura, ma interiormente sono ben altre tempeste e faticosi equilibri prima di giungere ad una consapevolezza che faccia di essa un dirsi: questo mi va bene, questo lo scelgo, questo lo voglio e di questa libertà metto in comune ciò che sono. Il bisogno di bene allora, restava intatto, tutto quello che i sentimenti sollevavano veniva percepito profondamente e trovava terreno fertile per crescere, restava solo in più quella libertà d’essere anche per altri, ma restando comunque sé. Ecco, questo sentiva.