l’inverno del nostro scontento

“ora l’inverno del nostro scontento 
è reso estate gloriosa da questo sole di york,
e tutte le nuvole che incombevano minacciose 
sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo
dell’oceano…

…ebbene io ,in questo fiacco e flautato tempo di pace ,
non ho altro piacere con cui passare il tempo se non
quello di spiare la mai ombra nel sole e commentare 
la mia deformita’.
percio’ non potendo fare l’amante
per occupare questi giorni belli ed eloquenti,sono 
deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi
piaceri dei nostri tempi.Ho teso trappole ,ho scritto 
prologhi infidi con profezie da ubriachi ,libelli e
sogni …”

Riccardo III  W. Shakespeare

Ciò che si ha non è sufficiente. E non per ingordigia od altro, ma proprio perché sembra non rispondere a qualche bisogno. Servirebbe una teoria soddisfacente di controllo dei bisogni, c’hanno provato per secoli. Ancora ci provano, deviandoli, negandoli, attribuendo loro aggettivi negativi e infine inducendo la colpa. Se non si è soddisfatti è perché sbagliamo qualcosa non perché ci manca qualcosa. La ricerca dovrebbe essere concentrata sui bisogni, sul far emergere come essi/esso sono parte della nostra vita. E a volte sembra di individuarlo, il bisogno, ma alla prova dei fatti ci si accorge che ci deve essere dell’altro. Forse per questo ci circondiamo di sostituti, di palliativi più facili perché esiste una fatica nel bisogno e nella sua soddisfazione. Ciò che ha distillato la civiltà è il farsene una ragione, trovare una medietà che non faccia né troppo male né troppo bene, perché entrambe le situazioni sono davvero difficili da gestire a livello singolo. Figurarsi a quello collettivo. Non ci sarebbe ordine. Ifatti il bisogno, il desiderio sono una rottura dell’ordine e questa è una colpa grave, da espungere dal consesso comune. Quindi vanno bene i bisogni modali, positivi perché comuni, gli altri no, sono devianti. Anche nei sentimenti funziona allo stesso modo. Ma tornando a noi -per fortuna esiste l’individuo- forse un modo di vedere il rapporto bisogno soddisfazione, oltre ad identificare davvero il bisogno è quello di considerare che queste insoddisfazioni sono uno specchio e un percorso dove si mostra ciò che manca e si indica una strada che tenta e non ricongiunge se non in pochi fortunati momenti. In qualche momento il recipiente si è bucato e non si colmerà più, ma continuare ad attingere è ciò che lo fa vivere.

p.s. molti anni fa studiavo Agnes Heller e la teoria dei bisogni, sullo scontro tra soggettività e potere. Eravamo, in molti, convinti della sua giustezza e ciò che era materia di riflessioni filosofiche entrava nella vita quotidiana. Parole e vite che si modificavano reciprocamente. Poi il marxismo venne messo in disparte, vinse il capitalismo e i bisogni confluirono nell’edonismo e nella competizione. Come se l’etica calvinista avesse alla fine fatto piazza pulita del desiderio e del bisogno (e dell’uomo), dello stesso Freud e della psicanalisi, per sostituirli con una nuova, molto terrena e laica, cultura della grazia e del favore degli dei. Ciò che ne ha fatto le spese è la passione: l’uomo che tempera eccessivamente il desiderio e il bisogno, elimina le passioni forti. Ma questo non è un male per la società dove il cambiamento è solo fluidità.

Indignez-vous !

Il vecchio partigiano Stéphane Hessel c’aveva chiesto di indignarci, ma nessuno non s’è indignato davvero abbastanza a lungo per cambiare il mondo. E’ morto, il vecchio partigiano, senza saperlo, forse sperando che le parole potessero mettere in moto cuori e cervelli, com’è stato molte volte. Ora non funziona, o almeno non sembra.

Confesso che ho vissuto e attorno a me vedo molta difficoltà a vivere. Forse per questo mi confondo, ho l’impressione di avere verità e idee comuni, ma la realtà mi contraddice. C’è sofferenza e non c’è protesta. Il mio secolo è a cavallo tra un secolo che non finisce ed uno che non inizia. Hobsbawm l’ha definito il secolo breve per contrapporlo al lungo secolo 19° , ma chissàà se lo pensava davvero vista l’opulenza di cui si è nutrito il ‘900. Un secolo bulimico la cui voracità si estende a questo secolo. Un secolo che ha divorato e divora, tempo e vite. Non si è concluso nulla o quasi, un secolo inconcludente, abitato da tragedie e persone inconcludenti, da ideologie mutate nel loro peggio, da lotte che si sono placate non nel cambiamento, ma nella stanchezza, forse per questo si è vissuto così tanto.

Indignatevi. Per la velocità che nasconde la ragione. Il secolo breve era cominciato con l’ideologia della velocità.

Indignatevi per tutto ciò che vi lasciate togliere. Oggi fate la spesa la domenica e lavorate sempre.

Indignatevi perché il giusto non è ridurre uno stipendio abnorme, non solo, è abolire il privilegio che l’ha permesso, che discrimina, tra chi ce l’ha e chi non ce l’ha. E’ questo il confine del potere e c’è chi sta una parte e chi dall’altra, io scelgo quella che non ha privilegio.

Aver derubricato la lotta di classe, non ha tolto le classi, ma ha fatto perdere l’idea di eguaglianza. Ha tolto sostanza al rapporto tra le forze che dovrebbero gestire l’equilibrio tra economia e società, tra diritti e ricchezza. Così si è vanificato il diritto comune all’eguaglianza sciogliendolo nell’acido della finanza e della speculazione. Non il lavoro, ma il denaro è diventato il soggetto che riguarda l’uomo. Basti pensare che ciò che si ritiene un diritto non negoziabile, quello alla vita, è ogni giorno, in occidente, come nel resto del mondo, messo in discussione dall’esistenza di un lavoro, di una sua continuità, oppure di una pensione, di un sussidio. La Grecia insegna molto, ma non s’impara nulla.

Indignatevi perché si è accettata la povertà come funzionale, la diseguaglianza come elemento strutturale e come motore della mobilità sociale, seppellendo la possibilità di un’eguaglianza vera di base, di una valutazione del merito. La perdita di diritti ne è conseguenza perché in questa visione, sono stati monetizzati ed era naturale quando si è affidata alla sola parte del capitalismo, all’impresa e alla sua proprietà e non al lavoro, il compito di condurre il mondo. Il denaro compra i diritti e gli effetti si vedono con le diseguaglianze che crescono, con la democrazia che diminuisce.

Indignarsi qui, oggi, ha un significato ben diverso da ciò che abbiamo attorno, è la protesta che analizza, lotta e cambia la società, ecco cosa manca oggi all’occidente. E ciò che manca contiene la speranza del cambiamento vero, permanente, contiene la maggiore equità, ma nel lessico comune invece, la speranza si è trasferita nella crescita economica. Per questo mi confondo e vedo che i migliori ingegni, la meglio gioventù sente l’estraniazione dall’occidente. Non pochi scelgono di esercitare un cambiamento nel terzo mondo piuttosto che a casa propria, nelle situazioni al limite, piuttosto che nella normalità. Mai come ora la normalità ottunde, e addormenta la speranza. Mai come ora è necessario che sia il quotidiano a verificare se ciò che ci attornia ci va bene oppure no.

chi va in direzione ostinata e contraria

DSC00096

Se la mattina si ascolta prima pagina su radio tre, dai commenti arriva un’altra Italia. Parlano persone di pareri diversi, uniti dalla passione per quanto accade. Non di rado piccole storie, difficoltà, soprusi e indignazioni. Dall’emozione, che spesso attraversa le voci, si capisce che quando non se ne può più, bisogna pensare di non essere soli, e dire ad alta voce la propria opinione, il rifiuto e la condanna di ciò che non va. Chiedere che cambino le cose e crederci.

E’ il silenzio su ciò che accade che condanna all’isolamento e all’impotenza. E quando si sente la solitudine nel fare bisognerebbe pensare che ogni giorno questo Paese è mandato avanti da milioni di persone oneste, da gente che lavora e fa cose meravigliose senza alcun privilegio, da persone che si ammazzano di fatica per mantenere dignitosamente una famiglia. Persone che non hanno mai perduto la speranza che le cose cambino, che devono, con fatica, convincersene ogni giorno e che non hanno alternative, perché scivolerebbero nella disperazione. E la disperazione uccide la voglia di fare prima delle persone e loro per responsabilità personale e collettiva, non possono permetterselo.

Questi milioni di persone hanno bisogno di rispetto e di attenzione. Attenzione della stampa, dei media, della politica, ma anche di tutti noi. E’ su di loro che si regge il presente e buona parte del futuro. Hanno bisogno di rispetto perché nulla potrà essere fatto se non collaborano. Hanno bisogno di essere considerati, difesi, condivisi nel loro sforzo di fare. Sono loro, con il coraggio, l’intelligenza e la caparbietà quotidiana, a fare l’Italia, assieme alla cultura e al patrimonio artistico. Le poche grandi imprese e le tante piccole e medie, a nulla conterebbero senza di loro. Se c’è un motivo per essere fieri di essere italiani, di avere speranza, di rimanere, è perché ci sono ancora tante, tantissime buone notizie silenti che fanno il loro dovere.

E’ importante riconoscere queste donne e questi uomini, ringraziarli in quello che fanno, pensano, sperano, ed essere con loro, perché l’Italia, sarebbe il deserto dei cuori, se non ci fosse chi va in direzione ostinata e contraria rispetto al cinismo della finanza e della politica e si accolla il peso della speranza, della giustizia, della fatica di esserci sempre e comunque. 

io non ho paura

Parlare di B. con la giusta distanza, non farsi coinvolgere nella canea rabbiosa, usare l’indifferenza e occuparsi di ciò che conta davvero: l’Italia e gli italiani. Bisogna ripeterselo il mantra : io non ho paura. Ripeterlo perché con la paura si accetta tutto, anche le regole dell’avversario e adesso dopo 20 anni, e nella condizione di sofferenza in cui ci troviamo, non è più tempo. Io non ho paura, per quanto minaccia B. e i suoi, perché la miseria cresce, le speranze dei giovani scompaiono assieme all’energia del Paese, la rassegnazione investe tutti. 

Io non ho paura  che B. venga trattato come un cittadino normale e che venga affidato ai servizi sociali o sconti la pena ai domiciliari non mi interessa. Mi interessa invece che si esca dal pantano in cui siamo finiti anche per grande suo merito. Come vedete non gli attribuisco tutta la colpa, molti sono stati i conniventi, i distratti, gli interessati che non si sono opposti, ma non c’è dubbio che la visione del Paese di B. ci abbia portato in questa situazione. Basti pensare che la sua azienda ha sottratto soldi al fisco e così agli italiani anche finché era presidente del consiglio. Questo hanno detto tre gradi di giudizio, una garanzia che nessun paese occidentale ha, per una presunzione di colpevolezza, e ancora non basta. Ma questi soldi sottratti al fisco a agli azionisti, e sono tanti, sono il modo di vede il Paese del signor B., ovvero il prevalere della forza e della furbizia, il fare i propri interessi, senza alcun ravvedimento. 

Quello che sarebbe punito negli Stati Uniti e negli altri paesi occidentali, semplicemente con il carcere, una multa colossale e l’espulsione dalla politica , qui è oggetto di minacce, ricatti, manifestazioni contro l’assetto del Paese. C’è una condanna, chi ha commesso il reato è giusto paghi ed è giusto che paghi fino in fondo perché non c’è ravvedimento, ma ostentazione, uso inaudito di mezzi di comunicazione per ribaltare la verità dei giudici. Chiunque di noi sarebbe già stato colpito da altri provvedimenti giudiziari in un comportamento consimile, il vilipendio, l’oltraggio, sembrano esistere solo per i normali cittadini, e questo fuorvia le persone, fa pensare che la giustizia non sia equanime. Non occupiamocene più, pensiamo ai problemi veri dell’Italia.

Io non ho paura di andare ad elezioni, di affrontare la realtà, di uscire dalla necessità che rischia di diventare omertà e accettazione supina. Basta governi di larghe intese, salviamo davvero il Paese che sta affondando nella mancanza di lavoro, di prospettive, nell’indifferenza di chi non crede più. Basta omissioni, rinvii, reticenze, teste che si girano dall’altra parte, necessità che pagano solo i più deboli. Basta. 

Io non ho paura, ripetiamocelo guardando il pantano in cui siamo finiti, è l’unico modo per uscirne. Lasciamo che la dimensione del signor B. torni normale, ignoriamo le minacce, usiamo l’indignazione e l’ironia, non spaventiamoci davanti ai gradassi allevati a denaro e prebende, riportiamo la normalità tra noi. Ridiamoci sopra e occupiamoci del nostro futuro, non di quello di B. che non capirà mai i danni inferti a tutti noi. E’ ora di dire davvero basta e per farlo non dobbiamo avere paura di perdere qualcosa di importante, casomai quello ce l’hanno sottratto prima.

Io non ho paura.

p.s. in questi giorni circola su FB , la riproduzione del rifiuto della domanda di grazia scritta da Pertini al Tribunale speciale dopo l’intervento della Madre. Rifiutiamo i paragoni: la distanza, gli ideali, la testimonianza dei valori, la vita profusa per la democrazia da Pertini o da Gramsci (altra persona che non volle la grazia) sono incommensurabili con quanto sta accadendo.

connivere

Se Berlusconi verrà condannato può essere che salti il patto tacito che coinvolge in modo largo e trasversale la politica del paese, ovvero l’insieme delle pratiche al limite della legalità, che consentono a una parte dell’economia, e delle fortune personali, di crescere e mantenersi. Questo Paese ha innumeri rendite di posizione, una politica che costa perché fondata, non sulla maturità dell’elettore, ma sulla capacità di scambiare favori, assicurare reddito, di esercitare potere indipendentemente dalla competenza e del merito. Si badi bene che questo non riguarda l’illecito evidente, ma è un modo di fare che pervade le vite di tutti. E tutto questo non riguarda la sola parte pubblica, ma anche il sistema privato, che attraverso le lobbies ha sempre pesato sulle scelte politiche industriali, sugli accordi internazionali, sugli appalti interni. Ciò accade da sempre, e tangentopoli l’ha dimostrato in modo inequivocabile, che il groviglio del lecito e dell’illecito accompagna una parte fondamentale del potere, quella della decisione del chi e cosa dare di pubblico. Non è che tutto sia marcio, anzi credo che gran parte delle procedure siano sane, però è un atteggiamento diffuso, un’acqua in cui nuotano i pesci e quindi con la tentazione costante a provarci approfittando di una impunità che proprio il potere sembra assicurare.

Se Berlusconi verrà condannato in via definitiva ed escluso dai pubblici uffici applicando la legge, una parte dell’impunità del sistema verrà toccata e con essa tutto il castello della distrazione e dell’omertà potrà essere messo in discussione. Resta da chiedersi se questo è ciò che davvero vuole il Paese e se questo sia in grado di sopportare, non la verità che già conosce, ma le sue conseguenze. Una per tutte, la modifica del sistema in corsa verso una pulizia che sostituisca la discrezionalità con il diritto, l’aggiustare con il rigore. Oppure se questo non causerà ulteriori crisi, e che dopo aver masticato qualche reo, a fauci quete, l’opinione pubblica non riporti la spinta verso il mantenimento dei privilegi, dello status quo, dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza. Perché il sistema è pervasivo e appena scavando vengono fuori privilegi e diseguaglianze ovunque. Quando Craxi fu incriminato, in un discorso alla Camera chiamò in correo tutti i partiti, l’intero sistema, il Paese. Per il molto che ho avversato Craxi, posso dire che aveva torto nel dire che ciò era lecito non che non fosse vero. In quell’etica di allora, che è la stessa di adesso, tutti avevano qualcosa da perdere. Purtroppo dal 1992 non è cambiato molto, così il tema è rimasto sotto il tavolo e non si è affrontato per via politica, anzi ha preso altre forme ed è peggiorato, perché anche la necessità di far coincidere privato e pubblico nel potere, è stata messa in discussione, raccogliendo nel caso di Berlusconi, un consenso assolutamente imprevedibile. Come fosse questa la vera natura di gran parte del Paese. Per questo motivo la legalità diviene un’arma anziché un modo per ristabilire un equilibrio turbato, ed è rivoluzionaria se trova il suo compimento, perché toglie l’impunità del potere e rende uguali. Ma la legalità rende evidente il privilegio, le distorsioni esistenti, le rendite di posizione che, se non immediatamente ascrivibili all’esercizio discrezionale del potere, mostrano la loro ineguaglianza: nei territori, nei cittadini, nell’accesso ai diritti, in un processo di conseguenze dove la differenza non è la norma, ma l’eguaglianza.

Mi si dirà che non c’entra, è vero non c’entra immediatamente, ma se esistono cittadini di serie a e di serie b, regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale, enti inutili e lavoratori forestali altrettanto inutili, persone che fanno un lavoro che non porta nulla alla comunità eppure genera uno stipendio, trattamenti privilegiati, ordini professionali inattaccabili, farraginosità di legge che obbligano a spese inutili, tasse e accise di scopo che non hanno più oggetto, se mai l’hanno avuto. Tutto questo, assieme a mille altri esempi e pratiche, moltiplicato nella vita di tutti i giorni fa della questione dell’eguaglianza e della legalità la questione del cambiamento del Paese. Ma è questo che vogliono i cittadini?

Per questo mi chiedo se nel rifiuto alla condanna di Berlusconi non ci sia dietro una parte grande del Paese che non vuol cambiare, che rifiuta gli effetti perturbativi della condanna del potere, perché tutto viene messo in discussione. Se i templi ritenuti intangibili sono violati, quanto di questa fatica verrà trasfuso nel mutare le coscienze, nel riconoscere i propri piccoli privilegi, nel mutare gli stili di approccio al diritto, nel vedere ciò che ci riguarda?

Ecco questo è il tema che riguarda l’Italia, che diventerà cogente oltre il giustizialismo, e che nel far saltare il meccanismo del non vedere mostrerà ciò che è il Paese. Berlusconi cercherà di trascinare con sé l’Italia e stranamente scoperchiare il vaso della distrazione, del lasciar fare per non essere disturbato, sarebbe un merito, genererebbe una grande operazione di efficienza e di cambiamento oltreché di giustizia. Spero che questo accada ovvero che la connivenza finisca, ma anche che tutti noi siamo pronti a metterci in discussione.

il limite del manga, ovvero parliamo tanto di me ma solo di ciò che vedi

IMG_0180

Il manga è stereotipo, espressione certa, teatro del nð estremizzato in disegno. Rappresentare la vita per emozioni nette elimina i punti morti, quello di cui parlava l’Ulrich di Musil, è la semplificazione delle vite mettendo sotto il tappeto la consuetudine, il quotidiano.

E’ tutto così irraccontabile, signora mia… Ma anche nello scrivere non si scherza, tra stilemi, modi di dire, rimasticature che vengono da chissacchè, insomma superficie, ovvero ciò che si mostra e si vuol far trasparire. Il vetro colorato è pietra preziosa se intravisto tra fessure, e si dimentica il legno che lo racchiude per un barlume. Ma poi ci si stanca. Avete osservato che le emozioni stancano, che la superficie stanca? La stanchezza, come la schiuma, poi vela le cose, non permette di cogliere la sostanza, attiva un resipicere, una riluttanza all’immergersi nell’altro. Se l’ira, la gioia, la tristezza, la stessa noia, sono maschere, come si potrà capire la differenza che abbiamo dentro? Pazienza gli altri, s’accontentino, ma noi cosa sentiremo davvero di noi stessi? Occorre tempo. Per capire occorre tempo e capire non è solo intelligere, ma fare proprio, possedere. E per farlo, serve tempo. Invece si crede più all’intuizione che allo scavo, al lampo più che alla fatica del percorrere. Si crede all’intuizione del manga e al più si passerà al pregiudizio in un percorso che dalla superficie elabora modalità di capire/prevedere le cose che esimono dall’analisi. Capire, invece, è una faccenda seria, spesso lunga. Non è questione da geni, anzi spesso le persone geniali lo sono in un campo specifico, fuori di questo assomigliano a tutti, ometti non di rado incapaci di comprendere, ma almeno la loro funzione è certa e soprattutto non riguarda le relazioni tra persone, casomai il rapporto con se stessi. Anche loro usano stereotipi per esprimere la superficie, hanno bisogno di non essere disturbati. Forse sono tra i pochi ad essere giustificati nel loro semplificare le cose. Eppoi perché parlarne, se geni non si è, resta il quotidiano, l’adesso, i rapporti che intendiamo profondi, qui il manga disturba perché è un velo che nasconde altro. Il manga ci semplifica la vita, ma davvero vogliamo una vita semplice, oppure la vorremmo intensa e piena?

ai grandi elettori del capo dello stato di pd e di sel

oggi avete fatto fuori prima Prodi, e non se lo meritava, poi Bersani, e neppure lui se lo meritava. Certo in politica la pietà non esiste, forse neppure il giusto esiste, ma ciò che abbiamo visto in questi giorni non fa sperare bene, per noi e neppure per voi. Eppure abbiamo bisogno di sperare bene, ne abbiamo bisogno, perché molti di noi sono in difficoltà, hanno un presente incerto e un futuro che non si vede, non vorremmo che subentrasse in noi la sensazione di aspettare inerti qualsiasi cosa, perché qualsiasi cosa è meglio di ciò che state facendo accadere, ma è anche peggio di ciò che siamo ora. Dimenticavo di dire chi parla: siamo il senso comune, o almeno un pezzo del senso comune, insomma quella parte del Paese snobbettina e adesso molto  demodé che crede nel pd e in sel. Siamo un po’ fuori, è vero, pensate che prediligiamo il lavoro come strumento di sostentamento e promozione sociale, crediamo nelle istituzioni e, siccome abbiamo tempo libero da perdere in cose futili, ci interessiamo pure ai problemi di tutti i comuni mortali. Con molta supponenza arriviamo a pensare che problemi come la carenza di lavoro, di eguaglianza, di legalità, di diritti individuali e collettivi, siano anche i problemi del Paese e se prima di dormire non siamo troppo stanchi, ancora ci ostiniamo a sperare che le cose cambino risolvendoli quei problemi. Molti di voi hanno tradito questa speranza, magari questo non vi dirà nulla, ci prenderete per sentimentali e illusi, ma qualsiasi cosa farete adesso, a noi non servirà per cancellare le ore pessime che ci avete fatto vivere. Voi non avete fatto fuori Prodi e Bersani, ma anche l’idea politica che vi ha messo dove siete. Eppure bastava poco, bastava dire che non eravate d’accordo, gli uomini fanno così, sono fedeli alla propria coscienza, prima quando dicono una cosa e poi quando la fanno. Che esempio state dando al paese, che modo avete di rappresentare il nuovo? Io credo che uno su quattro di voi si debba vergognare non per quello che ha votato, ma per quello che aveva detto di fare. Magari non vi interessa nulla di tutto ciò, solo che abbiamo capito che il scilipotismo non è una eccezione che appartiene ad altri, ma anche a noi e ce l’avete fatto capire. Anzi Scilipoti è stato più coerente di voi, che tristezza…

Forse penserete che passa, che tutto si scorda presto in Italia, se è stato votato Berlusconi da nove milioni di italiani, perché dovremmo ricordarci di voi? E invece vi sbagliate, esistono gli immemori e i furbi di professione, poi ci sono gli altri e se pensate che siamo una minoranza aliena significa che stiamo parlando con le persone giuste, che queste parole sono proprio dirette a voi. Noi non vi abbiamo scelto, qualcuno ha scritto i vostri nomi sulla scheda elettorale e con euforia vi abbiamo votati, ma potendo scegliervi, molti di voi non sarebbero lì dove siete, allora capiamo che in fondo siamo reciprocamente sconosciuti. Avevamo una possibilità usando le stesse parole, ad esempio: cambiamento. Cosa significa per voi cambiamento? Per noi significa che il nuovo è diverso dal vecchio, nei contenuti e nel metodo.  Ma per noi ciò che è avvenuto in questi giorni non ha niente di nuovo, forse la vostra paura era nuova, l’insicurezza che avete, la capacità di sbagliare così tanto, che fa pensare che improvvisamente abbiate perso il senso della realtà e la testa, è nuova. Ma comunque siete inadatti a rappresentarci e non vi giustifichiamo. Bersani è una persona per bene, ora non serve a nulla, Prodi è una persona per bene, ora non è più utile. Qualcuno di voi avrà pensato che era l’ora di regolare qualche conto, ma le vostre non sono faccende personali, siamo noi che vi abbiamo votato che avete usato come stracci. Molti di noi si aspettano una parola di scusa da parte vostra e un comportamento degno, non vi perdoneremo, ma la dignità almeno ve la riprenderete. Non avete distrutto un sogno, sappiamo di cosa parliamo perché la nostra vita è concreta, avete distrutto una realtà, ecco di questo a molti di voi resterà la colpa.

Non si preoccupi di aver detto la verità professor Onida

Ogni giorno si scoprono notizie che si conoscono, verità che sappiamo, comportamenti che sono sotto gli occhi di tutti e improvvisamente questi diventano notizia, argomento di scandalo spesso ipocrita. In questi giorni si parla di impiegati che fanno la spesa in orario di lavoro, di tangenti senza questo nome, di favori e funzionari consenzienti. Li vediamo tutti, li abbiamo semplicemente derubricati a normalità assieme alle  aziende che chiudono silenziosamente, alle persone che chiedono lavoro abbassando gli occhi, alle scortesie inutili di chi fa un lavoro al servizio del  pubblico, alle persone che non pagano il biglietto in autobus senza cessare d’essere benpensanti, ai furbetti che parlano di legalità. Crescono i poveri, li vediamo ovunque, si aprono mense silenti che mettono in mano del pane senza chiedere e ci sembra normale, la scuola taglia il necessario che non si può acquistare e si regge sulla passione degli insegnanti, centinaia di migliaia di precari tengono assieme i servizi di prima necessità, gli ospedali, gli uffici pubblici e ci sembra normale.

Stiamo vedendo tutto, ogni giorno sotto i nostri occhi, dignità e piccole malversazioni, arroganze, silenzi dolorosi, povertà crescenti, ma quando tutto questo diventerà notizia, urgenza, oggetto d’azione? Chi è il giornalista che aspetta che sia un finanziere zelante ad accorgersi che i dipendenti di un comune fanno la spesa o vanno al bar? Dov’era, cosa vedeva e vede attorno? E noi cosa vediamo, cos’ è notevole per noi?

Ieri sera alla fine di un dibattito nervoso, ascoltavo un deputato che mi parlava, a fronte delle mie proteste per il mancato decreto sui debiti della pubblica amministrazione, dei vincoli assoluti di bilancio dello stato e in più m’ha detto: lo sai perché non fanno il decreto? Perché non ci sono soldi, eppoi gran parte di quei lavori erano in sovrappiù, inutili, una eredità dell’epoca delle vacche grasse. Che vuol dire questo, gli ho obbiettato, che se a casa mia faccio un lavoro inutile non pago l’artigiano? Ma se ogni spesa pubblica per essere fatta ha bisogno di una copertura di bilancio, come si sono spesi oltre 100 miliardi senza copertura? Perché non si mandano in galera gli amministratori che hanno creato un disavanzo che dovremo pagare tutti? E degli F35 che mi dici? Mi ha risposto: quelli non sono soldi, ma impegno di spesa, forse si spenderanno. E le missioni all’estero possiamo permettercele allora? quello è denaro contante, e la tav allora? Io non sono contrario alla tav, ma adesso questo paese non si può permettere di spendere soldi su opere che non funzionino subito e non producano benefici immediati, non possiamo più permetterci un sacco di cose. Viviamo da poveri, che senso ha viaggiare in alta velocità quando non ci sono i soldi per spostarsi? 

Mi ha guardato come uno che non capisce la realtà, che è un sognatore. E allora gli ho detto che la mia è la realtà, non la sua, che i problemi li conosciamo, e che non serve pagare chi non li risolve. Che non ci interessa più chi ci racconta ciò che vediamo tutti, ma ci interessa chi cambia questo stato di cose. Che a chi non ha un lavoro, un reddito, un conto in banca, dell’Europa non gliene frega più nulla e che senza risposte sul lavoro, un partito riformista, di sinistra, è semplicemente inutile. E che Grillo è una conseguenza dell’insufficienza delle nostre risposte,  della disattenzione con cui abbiamo circondato il fare e il cambiare. Non solo noi che eravamo minoranza, ma anche noi. Certo Grillo è un incosciente, non vede la realtà, non si accorge del disastro che c’è e che sta accelerando. Le sue risposte sono fantasiose, impossibili per buona parte, come quella di dare un reddito a tutti senza che nessuno paghi, oppure  fare subito la riforma elettorale, trascurando il fatto che se si abroga il porcellum semplicemente c’è il nulla, come ha sancito la corte costituzionale, oppure che il parlamento può legiferare senza le commissioni, mentre non è possibile e che queste si devono inventare in quanto, anche grazie al 5 stelle, non si sa chi è maggioranza e chi è minoranza. Questo e molto d’altro è vero, difficile, impervio, ma stiamo discutendo della marca della macchina o del fatto che si è rotto lo sterzo e i freni e stiamo puntando sul burrone?

Tutta questa impasse dovrebbe essere coscienza di tutti, ma come la realtà che tutti vedono e semplicemente fa scuotere il capo, non è notizia, non rileva, fa parte di questo paese che sta crollando nella sua incapacità di essere Paese. Non è solo colpa della politica se non siamo normali, c’è un menefreghismo abissale che non fa vedere la realtà come deviante dal normale, dal giusto ( la signorina Ruby insegna), che non spinge i giornalisti a tempestare le pagine di etica, di comportamenti, di pubblica riprovazione per ciò che non va. Folclore finché non viene perseguito e la situazione diventa tragica. Nessuno tra noi, tranne i soliti potenti e ben informati, è in grado di uscirne intero da questa situazione e i segnali li abbiamo attorno. La vogliamo vedere e dire la verità, perdio, la vogliamo mettere nel presente, perché adesso non vedere è una colpa, non fare è un delitto contro noi stessi e contro tutti. Vogliamo almeno salvarci visto che la crociera è finita malamente? Non si preoccupi professor Onida per aver detto la verità, ovverossia che i saggi non servono e che Berlusconi vuole semplicemente salvare se stesso, lo sappiamo tutti. Piuttosto qualcuno dica a Grillo, a Renzi, a Berlusconi che questo è un gioco terribile, che non è il potere ad essere in gioco, e neppure i destini personali, ma l’intero Paese e che questo chiederà ragione, non di quello che è sotto gli occhi di tutti, ma di ciò che accadrà. E qualcuno lo dica alla stampa, all’informazione che sta giocando a creare le notizie piuttosto che a vedere la realtà. Anzi, per favore, diciamoglielo tutti.

far finta di essere sani

Questo è un luogo particolare. Chi ci viene per scrivere, chi per leggere, chi per vantarsi, chi per chiedere aiuto. 15 anni fa neppure c’erano questi luoghi e le persone facevano lo stesso tutte queste cose. spesso con un contatto fisico. Pare sia meno necessario e la tecnologia ha creato un luogo di solitudini dove mettiamo in fila i bit cercando di farli assomigliare alla vita, a quella che abbiamo, a quella che vorremmo avere. Come se la realtà fosse eccessiva e avesse bisogno d’una valvola di sfogo: c’è chi sta meglio e chi sta peggio, ma qui non conta basta far finta di essere sani. 

Come stai? Benissimo. Ma tu cosa vuoi sapere davvero? Perché c’è l’obbligo a star bene, ad essere sani. E felici. Il resto disturba e non interessa davvero, se non a pochissimi e quelli te lo chiedono con la voce, con gli occhi, con le mani, e lo sanno. Ognuno c’ ha i suoi guai e questo è un buon luogo per raccontarli, sublimarli, capirli. Hai detto poco. Ma la solitudine non se ne va e dopo una sbronza di parole resta la sensazione che il mondo rarèfi, sfugga come aria e bisognerebbe inseguirla quell’aria, vedere dove va. Qui basta far finta d’essere sani.

presidente Napolitano, non dia spazio a chi vuole intimidire un potere dello Stato

Già il fatto che chi dovrebbe fare le leggi per tutti i cittadini, protesti contro chi le deve applicare, è incredibile, inusitato, e purtroppo significativo dello stato in cui ci troviamo. Ma questo non nasce da ora, basti pensare che molti dei deputati e senatori che ieri erano davanti a palazzo di giustizia, erano in Parlamento e certificarono che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak. Si parla di accanimento giudiziario, mentre le violazioni di legge si sono accumulate negli anni ed è palese la continua reiterazione di impedimenti all’azione giudiziaria. Un qualsiasi altro cittadino avrebbe a quest’ora le assoluzioni o le condanne in giudicato, ci sarebbe chiarezza sulla colpa o meno, ma il signor B. non accetta di essere sottoposto a giudizio per ciò che fa e lo ritiene sempre e comunque lecito. Questa è una ferita intollerabile alla certezza del diritto, se il potere soverchia la giustizia e assolve i suoi, nessuno potrà mai stimare  il potere e accettarne le decisioni. E’ la demolizione del principio di governo democratico, equanime di fronte ai cittadini. Vorrei sapere in questo momento quanti ricoverati per uveite ci sono nei reparti di oculistica italiani. Per chi l’ha provata sa che un pronto soccorso dà una cura di cortisone e rimanda a casa l’interessato. Con la pressione alta convive una parte non piccola del Paese, che semplicemente si cura e continua la propria vita, magari andando allo stadio a vedere le stesse partite che vede il signor B.

L’ anomalia non è la giustizia, ma un modo di fare che corrompe, guasta il rapporto tra cittadino e Stato. E ci rende impresentabili a noi stessi, al senso del giusto, alla eguaglianza dei cittadini fino a pensare che sia questo il vero rapporto con le leggi.  Se il denaro e il potere comprano tutto, se i giudici non vengono tutelati in modo da rispondere solo alla legge, se i procedimenti non sono eguali per tutti, signor Presidente, questo non è il mio Paese.