Il palco era collocato in una posizione inedita, tra l’università e il municipio. Guardava entrambi come se la libertà riguardasse il sapere e l’amministrare. L’università medaglia d’oro della resistenza da cui era partito il richiamo alle coscienze di chi aveva asservito anche il sapere alla dittatura. Il municipio avrebbe aspettato il 28 aprile per cambiare idea, non molti cittadini che ritrovarono nella parola libertà il modo di fare i conti con se stessi e con le proprie scelte. Questo pensavo mentre i discorsi proseguivano e il cerimoniale, così rigido e anacronistico, scandiva il susseguirsi delle corone da porre davanti alle lapidi dei caduti; la retorica evaporava significati che invece dovrebbero essere parte delle vite.
E così guardavo la traduttrice per la lingua dei segni, i suoi gesti che erano parole sintetiche e così esplicite da riassumere, non il ieri raccontato, ma l’oggi. La costrizione, il suo rifiuto, il disastro dei corpi e degli spiriti, l’ascesa della libertà, il dentro e il fuori, rappresentati e chiari nella nettezza delle mani che raccoglievano il senso e lo redistribuivano. Ero affascinato dal suo muoversi controllato ed essenziale, che non era un riassunto, ma il senso per quanti erano sordi. Le sordità e l’indifferenza senza gesti che le richiamino alla coscienza sono nei fatti, sinonimi. Adesso l’oratore parlava delle ultime, ancora più inutili stragi, delle torture efferate che si erano svolte in un palazzo poco distante, e le mani riportavano a sé quel dolore che le parole dovevano esprimere. Non erano cose lontane, in altri luoghi stava accadendo lo stesso. Resistenza e libertà, venivano prima l’una e poi l’altra e non erano gratuite.
Bisognerebbe avere coscienza che gli uomini sono unici quando viene praticata l’eguaglianza, l’asservire toglie ad essi la loro unicità ancor prima della libertà.
Le parole e i gesti della traduttrice aiutavano a riflettere, a considerare che fruivamo di un privilegio che non era costato nulla ai figli e ai nipoti ma molto ai padri.
La religione della libertà di Croce mi è tornata a mente quando è stato evocato il nome di Antonio Gramsci, il cervello a cui doveva essere impedito di pensare, secondo lo stesso Mussolini.Oggi è l’anniversario della sua morte, ma quel cervello non smise mai di pensare, restò libero preparando la libertà di altri.
Così la cerimonia ufficiale finiva tra battimani e fanfare, si formavano i capannelli di persone che si conoscevano da sempre. Molti sorridevano perché si era sentita una giornata differente. Guardavo la traduttrice che ora parlava con le autorità, c’erano molti militari sul palco e pensavo che le sue mani, ora quasi ferme, avrei voluto spiegassero di nuovo quel gesto che aveva fatto alla fine. Sì, quando era stata chiesta, per la pace oggi minacciata, un’ azione agli uomini liberi, lei con le mani, aveva mimato la colomba che vola verso il cielo e mi era sembrato bellissimo.
Gli auguri han iniziato ad arrivare mercoledì. Prima quelli automatici di chi non ti conosce, la scelta è urbi et orbi, ovvero messaggi standard e ognuno ne fa quello che vuole. Funzionano lo stesso gli auguri così? Non so, non credo. Giovedì c’era già una discreta raccolta di messaggi. Però iniziavano i consapevoli, ovvero quelli per cui sei un viso e un nome associato. Però restavano standardizzati. Se restiamo all’ambito religioso glovedì, per chi crede, c’è la cena Domini e deve ancora avvenire la passione. Il corpo del Cristo è integro, non c’è ancora flagellazione, dileggio, tortura, solo incomprensione con i discepoli e una solitudine estrema con la consapevolezza del destino proprio e l’angoscia. Lo ricordo ad uso dei cristiani o dei presunti tali. Insomma di giovedì si dovrebbe meditare su altro, ovvero sulla condizione dell’uomo piuttosto che togliersi il pensiero degli auguri. Ma se le cose diventano rituali è meglio prendersi avanti, arrivare primi dà soddisfazione e toglie un peso. Cosi in questi giorni il flusso di auguri è aumentato e credo raggiungerà il massimo domani ma a chi e perché vanno questi auguri, chi li fa dovrebbe chiedersi cosa significano per chi li riceve, se è un ateo, un agnostico, un appartenente ad altro credo religioso. Dovrebbe chiedersi se un fatto importante può essere condiviso in funzione del simbolo e dell’umanità sottesa. Dovrebbe ma non avviene, e così gli auguri non hanno alcun significato e si va da un estremo all’altro, dal proliferare di auguri di buona Pasqua ai non credenti come il sottoscritto, sino alle iconografie buone per la scampagnata di lunedì con raffigurazioni di agnelli, uova e gatti. Qualcuno la butta sull’umorismo che ripesca qualche vecchio luogo comune sui comunisti, questo magari mi conosce e mi mostra Stalin che consiglia di salvare gli agnelli mangiando bambini. Quindi una congerie di messaggi con la parola auguri destinati a tutti dove ognuno prenda ciò che più gli aggrada e soprattutto eviti di riflettere e trarre conclusioni da ciò che viene evocato. Strano perché mai come ora l’umanità è in una fase di passaggio, va verso qualcosa e quindi la festività ebraica dovrebbe evocare qualcosa. Forse se si parla di umanità sembra che parliamo di qualcuno che è distante e non comprende le nostre vite, e invece ci siamo dentro tutti fino al collo: dove stiamo andando? La morte e resurrezione dei cristiani non era una novità nel mondo antico, più o meno tutti cercavano una scappatoia per evitare la fine del proprio tempo, anche i paradisi non erano infrequenti, magari con diverse gioie ma una restava comune ovvero il reincontro di chi era stato caro. Ci si era dati da fare con la testa per cercare una soluzione all’irreparabile. Ho un grande rispetto e sento il fascino di questa religiosità che cerca di mettere assieme il trascendente con la vita, la sofferenza e il tempo. Il cristianesimo propone la morte del Cristo per espiazione del male compiuto da altri e la resurrezione, mica cosa da poco in una visione basata sull’oggi, sul transeunte che vuole diventare materialmente eterno. È questo che viene augurato? Non lo so proprio, forse dove c’è consapevolezza delle parole si augura un inizio, un nuovo che si apre come conseguenza del passaggio. E allora se questo è l’augurio che non chiede di credere, vediamo un po’ dove siamo visto che siamo in cammino. Il mondo è sull’orlo di una nuova guerra, ci sono prove di forza e apprendisti stregoni all’opera. Vengono sperimentate armi inaudite, la tentazione di usare l’arma di cui dispone è sempre troppo grande per un militare e per un innamorato del proprio potere. Vale in ogni parte del mondo e genera effetto domino. Troppo complicato parlarne? Parliamo d’altro. L’umanità è arrivata al più alto numero di componenti mai registrato sulla terra, 7.2 miliardi di individui. Siccome le risorse disponibili, pur sufficienti per tutti sono mal distribuite nasce un problema di logistica, non arriva il necessario dove serve e chi si trova ad abitare in quei luoghi si sposta verso il necessario. O così o muore. In questa fase di passaggio loro sanno dove andare ma gli altri che non hanno lo stesso problema dove vanno? Troppo complicato anche questo per collegarlo agli auguri? Passiamo ad altro. La tecnologia confusa dai più con il progresso ovvero l’avanzamento comune dei popoli, continua a sfornare prodezze, una è quella da cui sto scrivendo. Non ha limiti di applicazione la tecnologia e genera ricchezza e quindi entra in medicina e risana, nelle comunicazioni e fa del mondo un villaggio globale, entra nel lavoro e innova le modalità del produrre oltre che i prodotti. Le fabbriche automatiche cominciano a diventare realtà e quindi il costo del lavoro non sarà più il motivo per delocalizzare, la tecnologia riporta a casa i prodotti ma non crea lavoro, anzi ne distrugge. Verso quale lavoro stiamo andando? Questo è un altro dei temi del passaggio in corso. Potrei continuare con l’evoluzione dei sistemi politici, le biotecnologie molecolari, l’insicurezza crescente nei grandi agglomerati urbani, l’inquinamento e il cambiamento climatico, ecc.ecc. ma a che servirebbe se non a dire che stiamo andando verso qualcosa di nuovo e non necessariamente buono. Il Papa dei cattolici da tempo enuncia questi temi, lo cito perché mi pare l’unica voce alta che si pone un problema molto laico ovvero la vita e l’equità. E mi pare che dica che i problemi dell’uomo devono essere risolti dall’uomo secondo buona volontà e giustizia. Gli uomini di buona volontà non mancano solo che sono disgregati, non si riconoscono come comunità, fanno e non chiedono mentre dovrebbero anche chiedere a chi sta sopra di loro di essere più giusti, di vedere che non si sta bene, che l’insicurezza cresce e diventa fonte di ingiustizia, di separazione tra gli uomini. Se l’augurio che ricevo riguarda queste persone, quelli che sono in passaggio ma si pongono il problema di dove andare e di star bene allora li accetto e lì ricambio sennò risparmiate tempo e caratteri, lasciatemi perdere.
“Pasqua è voce del verbo ebraico ‘pèsah’, passare. Non è festa per residenti, ma per migratori che si affrettano al viaggio. Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste”.
Faccio mie le parole di Erri De Luca e a chi è in cammino dentro e fuori di sé, auguro giorni nuovi, coscienti, sereni, oggi e sempre.
A quell’ora, prima del buio, cenavano i viandanti, gli artigiani, i contadini, i pescatori, chi lavorava con la luce e voleva affrontare l’oscurità senza l’assillo della fame. La fame era una cattiva compagnia nella notte, toglieva speranza al giorno e agitava i sogni. I benestanti mangiavano più tardi, col fresco che veniva dalle colline, dai giardini, dal pelo dell’acqua o dal deserto. Restavano a lungo a tavola, lasciavano che il sonno li cogliesse tra il vino e gli ultimi pensieri sulla fortuna degli uomini e sul suo alimentarsi d’intrigo e d’occasioni. Per i primi, legati a una religiosità della luce, la cena era il momento degli affetti, dello stringersi in vincoli di parole, era il promettersi il futuro e il giorno che sarebbe venuto, faticoso ma possibile di mutamento. Per gli altri era il rassicurarsi del proprio continuare nel piacere di esistere, com’erano e come sarebbero stati. Per tutti poi c’era il buio, così assoluto da contenere le paure del cuore, la luce delle stelle e la solitudine che gli uomini cercano di colmare in molti modi. Ma la solitudine è un contenitore bucato e per quanto si faccia alla fine il vuoto del fondo riappare. Così in quella sera, che è raffigurazione di tutte le sere, la solitudine ondeggiava, si colmava di parole e di compagnia, fino al momento in cui la scelta giusta sarebbe stata il sonno. E se questo non veniva e si ricacciava nei suoi ambiti oscuri? Se subentrava la coscienza che la comunicazione era fraintesa, che la parola non bastava, anzi tornava indietro frantumata di disattenzione, allora cosa restava se non il parlare con se stessi. Bere la solitudine per vedere se essa si disperdeva in noi. Altrove si provvedeva in modo diverso per non sentire il morso dello specchio. Da sempre si usa la comunicazione della vacuità e quella del corpo, si tacitano le domande con ciò che le discioglie in qualche ebbrezza. La solitudine però parla e vede tutto, coglie il presente e il futuro, diviene dentro di noi il respiro del mondo. È la notte dell’anima dove il buio entra nel cuore e divora la luce. Chi conosce l’uomo sa che solo accettando il proprio destino lo si compie e si compie la ragione per cui si vive. Quel destino che scriviamo noi quando vogliamo vedere la solitudine che ci portiamo appresso e quando la camuffiamo. Accettare e discernere, significa sapere chi siamo nel fondo e ogni atto d’amore poi non sarà lo stesso, ogni comunicazione terrà conto di chi ci sta davanti.
Una soluzione, forse tra le poche davvero buone, è avere una persona di cui ci si fida fino in fondo e ascolta. Che non giudica e cerca di capire. Che accoglie e fa propria la fatica del vivere, senza chiedere altra ragione che quella che le viene raccontata. Ma questa persona non è detto ci sia o sia disponibile nel momento in cui è necessaria e allora si torna a noi, alla crepa che ci chiede ragione di noi e del resto che capiamo. La spiritualità innata dell’uomo ruota su questa scissione interiore che cerca ricomposizione. Non occorre credere in nulla che non sia il vedere e il vedersi e cercare uno scopo che tenga assieme il tutto. Qualcuno ci ha promesso qualcosa e ci ha tradito. Senza volere ci ha messo di fronte a noi stessi e da lì si parte e si arriva per superare la notte.
inutile come le cose che ci cambiano davvero inutile come le parole che sono solo nostre e di chi le ascolta, inutile come parlare nel buio, Inutile come una lingua morta che rivive dentro, inutile come tutti i libri che contano davvero e parlano di noi, inutile come essere la minoranza della propria ragione, inutile come il presente che non osa, inutile come una recensione, inutile come l’amore che non può crescere, inutile come il tempo non usato.
Inutile, amo l’inutile, il privo di senso che si cerca, il limite che si supera, la paura che lo precede, il tempo che verrà e quello che ho usato senza senso. Apparentemente.
In questa immensa catasta di inutilità incombuste arde il senso che solo nel gesto gratuito ci sia grandezza e che quando si è troppo ragionato, l’intuito si sia rintanato offeso. L’errore ha dovuto essere giustificato e un senso di sconfitta rimproverata ci ha preso. Eravamo sotto giudizio, la cosa più utile per dire che non eravamo. Ecco, l’utile ci dice ciò che non siamo per davvero.
Prima s’addensa nel bosco, sotto i faggi, tra gli abeti e in quel gorgo di pietre, anfratti e muschio che le radici conoscono a menadito, ma non noi che guardiamo il passo che affonda nell’ombra. Poi esce e serpeggia tra l’erba, i crochi, le miriadi di fiori che piano chiudono le corolle e s’apprestano al buio. È la sera, con le vette illuminate che illudono del permanere della luce mentre le ombre s’allungano. È la sera che s’annusa nel fumo dei paioli e delle cene nelle case di pietra. È l’ora che gli animali che sentono per rientrare mentre i cani cominciano la guardia al territorio. È la sera che lascia sempre aperti cancelli di lievi malinconie, misura la distanza da un tepore, da volti cari, da oggetti conosciuti. L’ombra che si stende fa calcoli di fatica e di cammino, rovescia clessidre e traccia confini oltre i quali non andare. Sarà contraddetta ma non importa perché è testarda e paziente. Come una sirena invita a restare, a godere del silenzio che si gonfia di piccoli rumori, suadente chiede di lasciare che la luce scemi in noi assieme ai pensieri che portano distante. Riassetta il libro delle decisioni e lo chiude, invita al momento, sommessa ne racconta l’unicità. Cosa c’è di meglio, sussurra, che appoggiare la schiena ad una parete di legno ancora calda del sole e guardare la luce che disegna profili, lascia ch’essa entri a sorsate e racconti di una pace alternativa al correre, all’andare. Qui subentra la volontà del tornare che punta a un futuro prossimo oppure il consegnarsi alla pienezza precaria d’un presente infinito. Ogni attesa può essere posposta, una soluzione per la notte trovata e intanto si può godere di questo avvilupparsi malinconico che è clemente col passato: ne fa un insieme di occasioni lasciate mentre non dice nulla del futuro. Qui e ora è la vita. Libera, nel rideterminarsi. Dice la sera. Quante volte l’orlo del buio ha avvinto e poi la decisione ha accelerato il passo e trovato un cerchio di pensieri per misurare il ritorno. Quante volte si è sospesa una decisione che scegliesse la notte della solitudine. In quel confine si gioca la sera del viandante che si ferma e contempla l’ultimo fulgore sulle cime mentre un brivido l’attraversa, e sente che è freddo e consapevolezza.
Questa notte i lupi, un piccolo branco, hanno ucciso e divorato un asinello. I cavalli sono scappati lontano nel pascolo alto. Gli allevatori ne parlavano preoccupati. L’anno scorso l’orso, quest’anno i lupi. Avrei voluto dirgli che abbiamo i cinghiali in città e che nessuno se ne preoccupa se non ci sbatte contro con l’auto, ma si continua a pensare che sia colpa di altri e non delle nostre abitudini. Ma erano davvero preoccupati e sono stato zitto. In fondo sono loro le sentinelle di un mutamento che si fa evidente, continuano a produrre formaggio, a falciare i prati ma sentono che le cose mutano e che lasciano traccia nelle persone prima che nell’economia.
In questo primo aprile la temperatura più alta, inquieta tutti, anche se è bello star fuori. È stato un inverno molto mite e breve, le piogge mancano da tempo e la neve, salvo le cime più alte, è già sparita. Il clima sta cambiando.
Lontano, ma qui tutto è connesso, Trump, il presidente degli Stati Uniti, ha dato via libera all’uso delle centrali a carbone, all’estrazione di combustibili fossili per energia e ha disconosciuto gli accordi, già blandi e insufficienti, sul clima. Un paio di mesi fa, un grande quotidiano statunitense si chiedeva come mai senatori e deputati repubblicani, in grado di interpretare i dati sul riscaldamento climatico, poi sostenessero la sua inesistenza o marginalità. Eppure erano laureati nelle università da cui provenivano gli stessi studi, sono le fucine dei premi Nobel, a cui magari contribuivano come ex allievi. La risposta era il prevalere dell’interesse immediato su quello collettivo e futuro. Ci sono state grandi e continue scoperte scientifiche, ma hanno riguardato campi che poco c’entrano con l’ambiente, però si è generato un clima positivistico che ha portato a sopravvalutare le possibilità che ha la scienza di metterci una toppa a qualsiasi comportamento reiterato e dissennato. E sono gli stessi inascoltati scienziati a dirlo. Il pianeta non ha mai avuto così tanti abitanti umani e soprattutto non ha mai sopportato così tante alterazioni prodotte scientemente per solo interesse economico. È come se la specie perseguisse un fine di inversione della propria conservazione, magari non l’autodistruzione ma un riassestamento in negativo del suo rapporto col mondo. Siamo in tanti e mai stati così fragili. Dipendiamo in misura così pervasiva dalle tecnologie basate sull’energia che mezza giornata di black out scatena il panico, la violenza, l’incapacità di avere regole comuni di solidarietà. È accaduto qualche anno fa a New York quando le centrali per 6 ore non hanno fornito energia. Quindi basta poco e i telefonini non funzionano più, mancano le comunicazioni e improvvisamente siamo di fronte alla nostra inermità, incapaci di calcolo, di usare un attrezzo più complicato di un martello.
La terra provvederà da sola ad aggiustare i guai, magari a favore di altre specie, però nel frattempo la domanda che mi faccio è perché non cresca la consapevolezza che ciò che accade appartiene alle politiche e ai comportamenti. Questo impero del presente che distrugge pezzi di futuro non riguarda forse i nostri figli, i nipoti, ma anche noi stessi visto che tutto accelera? Si accumula una colpa immane fatta di tante piccole viltà e grandi egoismi ma se noi non vogliamo salvarci perché impedirlo agli altri.
I lupi uccidono per fame, non i propri simili, percorrono il territorio in cerca di un equilibrio che li mantenga in vita. E loro sarebbero il pericolo? Mentre guardavo la polizia provinciale che percorreva la capezzagna e si fermava a parlare con i piccoli crocchi di persone preoccupate, pensavo che mi dispiaceva per l’asinello ma stavo dalla parte del lupo.
Come d’improvviso, nella foresta, il sole sceglie un albero mentre gli altri sono al buio e poi un altro e un altro ancora, così sembra operare la fortuna. O il caso, ad essa sodale. E invece non è così perché ad uno ad uno il sole percorrerà i tronchi secondo angoli celesti che pur diversi si ripetono. E gli alberi ne profitteranno per trarne energia e richiamo ad animali, per viverne assieme la luce e proseguire tempo e specie, anche distante perché è così che l’apparente immobile si muove: tramite altri che da esso traggono vantaggio. Così per noi, nell’essere illuminati dall’occasione, è il coincidere che conta, ovvero quell’assestarsi dei tempi che porta il desiderio nell’accadere. Ed è un tempo circolare che pur non s’assomiglia ma si ripropone. In esso troviamo ciò che può accadere purché lo si colga, e anche ciò che non è accaduto, e a questo serve la memoria: a permettere che, diverso eppur simile e attuale, il desiderio accada. Purché davvero lo si voglia.
Alle 11 già si prendeva il numero e c’era la fila fuori della porta. Alle 12.30 era finito il dolce speciale per la festa del papà, una torta con ripieno di nocciole e cioccolato con un bel 19 sopra. E pure le focacce con le mandorle e la granella di zucchero, evocatrici di prati e scampagnate, erano finite. Oltre al profumo di zucchero che veniva dal laboratorio, restavano le commesse stanche e pochi altri dolci bellissimi, ma di ripiego. Insomma la razzia si era consumata e adesso nelle case, con le prime finestre socchiuse, ci si apprestava al pranzo con quel qualcosa in più che valeva a significare cose differenti. Alla fine, credo, fossero i bimbi a percepire qualcosa di festoso. I padri sorridevano, le madri apparecchiavano più o meno come al solito, ma in più c’era quell’evocare un ruolo, una particolarità che apparteneva ai maschi della famiglia. Eh, sì perché se uno non era padre, un padre l’aveva pur avuto e tra i nonni e i figli c’era un’intesa verso i nipoti che trasmetteva qualcosa che doveva pur continuare. Tutto questo era generato da una festa commerciale, che aiutava il pil cioccolatiero, e magari induceva a qualche dono tra compagni di vita, ma che aveva la sua maggiore rilevanza dal basso verso l’alto ovvero dalle figlie e figli verso quei padri più o meno anziani che erano ben inscritti nei codici delle vite vissute.
Nel bene e nel male.
Forse proprio in questo ricapitolare ciò che c’era e ciò ch’era mancato si trovava il senso di quella paternità esercitata e ricevuta. Tutti noi siamo figli di un equilibrio di identità, o meglio del suo disequilibrio e la gratitudine portata ai padri è la stessa che portiamo alle madri. Però differente. Nel senso che dal padre ci si aspetta un bene sconfinato e una protezione che si aggiunga ed integri quella della madre. Ci si attende che ci sia quando non si ha voglia di parlare ma la sofferenza emerge. Lo si vorrebbe interlocutore e accogliente, non giudicante e portatore di risposte. Servirebbe sicuro, fermo, amorevole. Poi ciascuno nel fare il padre dà quello che ha, ci sono padri avari e padri inutilmente prodighi, né agli uni né agli altri viene chiesto dai figli, se non di essere capiti e amati. Anche chi ha le migliori intenzioni quasi sempre travasa ciò che gli è mancato, i suoi luoghi comuni, i concetti che hanno informato la sua vita. E sbaglia, ma per fortuna le capacità di autocorrezione dei figli sono molto elevate, e se non si risparmia loro la sofferenza del non essere capiti e accompagnati in quello che potrebbero esprimere, alla fine, anche attraverso la ribellione, l’equilibrio questi lo trovano.
Però oggi c’è un fenomeno che dilaga, quello dei padri che ci sono, ma lasciano alle madri il compito di reggere l’intero edificio familiare. Padri che abbandonano, che non pagano gli alimenti, che si pensano in una eterna giovinezza fatta più di sfarfallamenti che della costruzione di futuri comuni. Credo che di questo si parli troppo poco, che le madri dopo una separazione abbiano pesi ineguali ed eccessivi se il padre diventa evanescente. Il divorzio o la separazione sanciscono la fine di un rapporto tra adulti, ma non con i figli. E si dà per scontato che le cose si aggiustino con il diritto di famiglia o con i rapporti patrimoniali, invece dopo una rottura trovare un padre adeguato è un processo di educazione del maschio che nessuno gli ha insegnato. Si parla molto più, e con scandalo, delle paternità in coppie dello stesso sesso, dove i figli sono scelti e comunque partono con una grande dote d’amore, piuttosto che del fenomeno dei padri assenti. Nell’educazione del maschio dovrebbe esserci pure una educazione ai rapporti affettivi che comprenda la paternità, e di come esercitarla in tutte le situazioni che la vita mette in campo, invece si preferisce darla per scontata. Soprattutto non si dovrebbe lasciare ai figli il compito di sopperire a ciò che manca in termini educativi, di cercare altri padri, di fare da padre a chi li ha generati. Ma questi sono pensieri scontati, che peròe non cambiano le relazioni, non si impongono con norme, non sono educazione all’affettività e alla responsabilità.
Non credo che il 19 marzo serva a questo, però tutti abbiamo avuto un padre che ha intersecato non poco le nostre vite. Sono tra i fortunati che lo hanno sentito tale, anche se quando sarebbe stata l’ora di parlare tra uomini non c’era più. Però c’è stato e c’è ancora, e tutti quei discorsi che non abbiamo potuto fare, li facciamo in silenzio. Oggi gli sarebbe piaciuto il dolce, avrebbe sorriso, e poi avremmo parlato di politica o di calcio, tra uomini. Ma non per la festa inventata per far vendere torte e regali, ma perché tra padri e figli ci si intende se si è compagni di viaggio e questo viaggio non finisce che con noi. Come il bene.
Tutto si poteva riassumere nella sensazione di una definitività accessibile. Un assoluto che non aveva bisogno di nome, ma era lì, a disposizione per essere capito, investigato. Fatto proprio. Definitivamente.
E attorno c’erano piccole cose che trascinavano via, urgenze false e fastidiose che volevano rimandare l’entrata in quella soglia di comprensione profonda. Ma a ben guardare, erano loro che acuivano l’urgenza del capire e rendevano netta la sensazione di scelta. Si sarebbe perduto qualcosa di importante, eppure sconosciuto? Oppure lo si sarebbe avuto nonostante quelle forze che volevano posporre, strappar via l’attenzione portando il pensiero nella banalità del necessario. E non era forse più necessario il conquistare l’inutile piuttosto che perseguire la facilità beota dell’utile?
Tra questi pensieri, intanto, il tempo scorreva e si restringeva, anch’esso preso da una scelta e, di fatto, attento a un proprio tornaconto che s’alleava con l’utile.
Nulla meglio della clessidra rappresenta la lotta e l’estraneità della necessità del tempo. L’assottigliarsi della sabbia o dell’acqua nell’ampolla superiore, toglie l’idea malsana degli orologi che sembrano avere una riserva inesauribile di circonferenze da percorrere. Tutte uguali, tutte con le stesse distanze d’arco circolare, e in fondo tutte prevedibili nel dire quanto manca alla prossima, mentre la clessidra mostra un tempo che pur costante, diviene più rarefatto e veloce nello scorrere via. Un tempo in relazione al volume disponibile di sabbia o acqua in quell’ampolla che si vuota ed esso è misura del nostro perenne ritardo rispetto all’assoluto. Così anche il filo di sabbia o le gocce d’acqua che scendono mostrano che c’è un’indifferenza rispetto al ritardo del nostro fluire, che guarda a quel volume disponibile di libero arbitrio.
E il tempo sembra dire: fa ciò che vuoi.
Così ne viene un’influenza cupa di scelte mancate o costrette, che ci rende irrimediabilmente in colpa verso ciò che doveva accadere e non è ancora accaduto. E per questo l’avvicinarsi al limite dell’intuizione profonda e il tempo dell’utile acuiscono le sensibilità e definitive la scelte. Possiamo essere, forse, consapevoli di qualcosa mai intuito prima oppure lasciar perdere, rassegnarci ad una necessità. La scoperta, insomma, fa i conti con quel fluire dell’utile che rende precario il superfluo del nuovo e ci consegna al grigio della prevedibilità. Non avventurarsi nel limite ci rende poveri e puntuali, e toglie la differenza che solo nell’esplorazione dell’eccezione ci rende unici.
In questo confine così affascinante e pertanto pericoloso, tra necessità (presunta) e superfluo (utile a sé), si trova l’amore per quella parte incredibile (ciò che è credibile lo conosciamo e ciò che ci meraviglia è incredibile inizialmente) che ciascuno contiene e mortifica. E insieme ad essa, la libertà del disporre di sé, del non essere prigionieri della necessità, del poter dare consistenza a ciò che nessun altro può capire meglio di noi, perché ci riguarda in senso assoluto. E questa è una geologica interiore forza che può crescere una montagna, eruttare un vulcano, piegare dolcemente un fiume e prosciugare un mare per ricrearlo altrove. È la manifestazione che noi riconosciamo in chi ci ama e ci comprende e vede oltre noi: è l’amore e il sogno che conteniamo, che urge e vuole diventare materia, noi, insomma, che dopo aver compreso profondamente non saremo più uguali.
Ecco perché nel limite ci troviamo amore.
Ecco perché in esso ciò che era ritardo non lo è più e siamo altri da prima. Con altro tempo con cui rapportarci.
Non è forse questo il senso del cambiamento che riapre le vite?
Questa mattina ci si è persi tra la festa (improbabile vista la ricorrenza e la sua genesi) e la giornata celebrativa.
C’erano sempre le donne che seguivano il ricorrere, ma non poche pensavano il rincorrere. Allora oggi era una rincorrenza? Macché, a guardar bene, sotto le discussioni s’agitavano consapevolezza e libertà. E se non dappertutto si discuteva, se i termini del discorso erano diluiti, rivendicati, accettati come processo in azione, se tutto questo era in questo angolino di mondo, però, però… una qualche differenza c’era. Insomma qualcosa accadeva e continuava ad accadere. Ma c’era un altro però e nel fare la prova finestra si notava (tutti, femmine e maschi, chi con dispetto, chi con sollievo, chi semplicemente rendendosene conto) che l’equilibrio dei colori non c’era: il rosa era un colore da lenzuolo, da fantasma, che in questo caso era davvero sostantivo femminile. Insomma poco rosa, serviva il rosso. Il colore che non accetta d’essere meno che se stesso. Voi donne direte: tientelo il rosso, noi abbiamo il rosa e questo è nostro. Anzi è una delle poche cose che voi maschi portate con imbarazzo. Vero, e se mi chiedeste perché direi che c’è una vergogna sottostante ovvero il non voler essere scambiati per qualcosa che abbia molto di femminile. Visto così, il discorso finirebbe. Io resterei con i miei pregiudizi, e prima di considerare il rosa un colore come gli altri, ci impiegherei tempo, convinzione, ma comunque non ne toccherei l’essenza, ovvero il rosa vi appartiene, è vostro. Però questa cosa del colore che ghettizza non mi va molto bene, su di voi stanno bene tutti i colori, persino l’assenza di colore vi dona. Per voi il colore non è mai banale, quindi li possedete tutti e se il rosa è solo vostro, gli altri sono in uso così personale ed esclusivo da fare una differenza incolmabile rispetto ai maschi. Un paio di scarpe rosse, un vestito rosso fuoco, non può esistere senza voi. Anzi ha senso solo con voi. Quindi i colori e ciò che sottendono, sono più vostri che dell’altro genere.
E questo attiene alla consapevolezza della differenza e alla libertà. Non sempre queste due forze dell’animo coincidono, la seconda, sicuramente, dona molta più dinamica fantasia della prima, ma senza di essa cosa sarebbe? Allora oggi potrebbe essere una festa della consapevolezza unità alla libertà?
Ma questi sono pensieri maschili, sempre insufficienti anche quando partecipano o sono imbevuti di stupore.
Questa mattina ho augurato un buon otto marzo a una manager al lavoro, con progetti urgenti da completare e, credo, senza troppa attenzione per mimose, ricorrenze o altro. Mi ha guardato stupita, ha scosso il capo e ha ripreso a lavorare e interrogarmi. Per lei è una giornata come tutte, in cui è donna e al tempo stesso soggiace e impone regole. Le ha accettate e non le mette in discussione da una posizione di potere. Il suo fantasma non è né rosa né rosso, il gessato, il tacco alto la rendono più forte, ma non la colorano.
Oppure sì?
Nel discorso molto tecnico, frammentato di commenti che rivelano le visioni del mondo, emerge da parte sua, un ragionamento sulle rappresentazioni iconiche, cioè sul fatto che ci si veste come ulteriore proiezione di sé. Mi pare strano che parli di questo, tra progetti che riguardano investimenti e sviluppo in paesi lontani, anche se il mio pensiero ritorna all’Africa e all’Oriente, all’uso del colore che fanno le donne, alla loro soggezione, alla fatica del liberarsi dai gioghi sociali e familiari e alle loro libertà che si accompagnano molto spesso al sorriso e allo sguardo. Quando le donne sorridono hanno motivi che gli uomini non capiranno mai davvero, al più possono intuirli da distante, ma non saranno mai loro. Così penso.
Per terra c’è una bellissima, irregolare corsia, azzurro carico, indicibile sfumatura della notte che è quasi giorno. Un tappeto molto folto, di lana grezza e tinta con pigmento naturale, tessuto da mani femminili e nomadi, con piccoli, rari, disegni e una lunghezza anomala. Ne chiedo notizie e lei mi parla di un viaggio, di una scelta in un luogo in cui sembrava non ci fosse nulla da scegliere, era per terra e le era piaciuto. Osservo che forse era un letto, un luogo di riposo con il colore della notte e le tracce dei sogni. Per la seconda volta mi guarda stupita, ma stavolta sorride (ecco il sorriso consapevole). L’ha scelto lei, felicemente, un uomo si sarebbe soffermato sull’irregolarità, sul colore atipico, sulla tessitura grezza e avrebbe chiesto altro. Ci salutiamo, ripeto l’augurio, scuote la testa.
Il pensiero scorre camminando, mi soffermo sul sentire ovvero sui sensi. Il femminile ha sensi differenti, ovvero ha sviluppato modalità e sensibilità d’uso degli stessi, non eguali e più penetranti di quelli del maschile. Il tatto d’una mano femminile, il percepire e attribuire gli odori, la scelta di cosa udire, lo scorrere e il soffermarsi degli occhi, il gusto e le sue connessioni che partono sin dalle labbra sono sensi collegati ad una percezione differente. Morbida e decisa allo stesso tempo, profondamente identitaria, con ascendenze che oltrepassano il ruolo e vanno oltre nella comunicazione. Quindi mi viene da pensare che anche i sentimenti sono differenti, non soggetti a un criterio di giudizio, ma più acuti per abitudine a distillare i segnali che ricevono.
La giornata dove ci porta se non a guardare con stupore che esiste una buona metà del mondo che comunica, relaziona, pensa ed esercita consapevolezza e libertà, in modo sorprendentemente differente. E se il concetto di genere ultimamente è ben più scosso di un tempo, il femminile continua da essere l’unico luogo dell’identità che prende consapevolezza (noto che ho cercato un sinonimo di polo per evitare la sua opposizione magnetica e questo mi fa stare meglio) mentre il maschile arranca sulla ragione e si aggrappa all’abitudine, ai ruoli. Consapevolezza femminile irregolarmente diffusa, ma costante nella crescita, libertà difficile però rivendicata.
Essendo stato allevato da donne, sono di parte. Credo che l’amore sia presto sconfinato in una percezione della differenza così forte e misteriosa da giustificare una costante curiosità. Così ho anche capito che le donne hanno il dominio del tempo e che solo loro possono alterarlo, ovvero modificarne le modalità di fruizione. E pian piano ne acquistano consapevolezza e libertà nuove, in questo so che ne verrà bene per tutti. Molto bene per tutti e allora ritorno al rosso: sì, il rosso è il colore che le donne a volte possono concedere agli uomini ma appartiene a loro.
Cosa vi posso augurare signore, eterne ragazze, se non di essere solo voi stesse e di continuare ad essere generose nel donare a tutti quell’amore che riconoscendovi, cambia e salva la terra.