gennaio

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Fuori c’era il sole limpido
rosso di pomeriggio
come il viso dopo una corsa di bambini,
il vento accarezzava con piccole raffiche fredde
e tra l’una e l’altra,
c’era illusione che fosse ormai quieta
la gelida tramontana,
ma gli abeti si scuotevano,
e i faggi vibravano,
in una danza dionisiaca d’elfi giganti
intenti a sciupare vita e ultime foglie.
Mucchi di rametti secchi,
lasciati dall’autunno attorno ai tronchi
con foglie e aghi
si disperdevano in colonne e mulinelli
danzando le raffiche di vento.
Guardando questo inverno
ancora povero di neve
attorno ai ricordi m’aggiravo
e di ciò ch’ero stato vedevo il risultato,
come in uno specchio d’acqua
che si confonde per il salto d’una rana,
e poi ritorna immoto
sentivo il nuovo nel ripetersi dei giorni,
fatti d’abitudini e di gesti,
ma ancora imprevedibili nel vento del presente,
e scordati nel loro risultato,
stupiva la radio che parlava ancora
della forza del più forte e del suo arbitrio,
e di Venezuela
come se l’uomo non fosse speranza e attesa,
desideri e carne.
Usando degli affini il noi,
desideravo l’abitudine
e del mondo giustizia e quiete
per le certezze d’umana identità
e il nuovo che in essa si produce.
Intanto chiuso s’era il tramonto
e nel tiepido del forno
tra i pensieri densi
infornavo il pane
solo per avere un profumo amato
e un porto a cui approdare.

forse per questo

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Le cose s’avvolgono d’un silenzio immoto e greve,
nella luce umida di nebbia,
è il pigro scorrere delle ore nei giorni di festa
quando sazi del cibo e di parole,
s’ascoltano echi:
ti voglio bene, ci sei,
è bello ritrovarsi nell’anno che verrà,
di certo sarà buono,
forse.
Resta l’ indecisione che si fa casa,
nel sonno da tepore e d’aria respirata,
mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale.

È passato, non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve.
Neppure la neve.
Si rammarica il cuore (?),
l’anima (?),
il semplice sentire (?),
dell’aver perso un treno,
ma da tempo non si sa dove sia finita la stazione.

Forse per questo
molti fuggono via
dalle feste, dal pensare,
da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire.
Forse per questo, o per altro,
ma nel cuore del mondo nessuno fugge più,
e stupito ascolta parole che capisce a stento,
immagina, intuisce, guarda,
mentre attorno scavano fossati.

una carola sommessa

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Ho vecchi doni,
tracce di passate considerazioni,
che fanno compagnia più dei ricordi,
e suonano come usano le voci antiche,
dolci e sommesse,
intonate nel coro assottigliato.
Molto è diverso d’allora
ma ciò che resta non sono gusci vuoti,
residui di vita altra
che la risacca del tempo allinea
e toglie dalla riva,
no, sono miracoli di vita
che si trasforma
e ancora estende radici assetate.
È buona con noi l’età
se cerca limpidezze
nell’innocenza inerme di chi mai s’arrende.
Distratti abbiamo percorso le stagioni,
c’era la foglia e il fiore,
e splendevano al mattino,
nella bellezza loro cantavano I colori
donati senza ritegno agli occhi e al cuore
e seguivano il tempo
senza opporre fatica al pifferaio lieto,
ora sono gemme fiduciose
impavide nel gelo
in attesa della promessa primavera.
Siamo rimasti non so quanti,
un tempo ci conoscevamo tutti,
alcuni han salutato,
ed ora il coro è mutato,
quasi un quartetto d’archi
dove la furia posa,
ed emerge la passione quieta
d’una carola sommessa,
guardo e mi soffermo,
come a ripassare una parte appresa,
una musica che torna alle labbra,
lieta.

I natali passati

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Nei natali vissuti
la mappa delle attese,
del nuovo che attinge alla speranza.
Nei ricordi trovo chi ora sono,
cosa si è compiuto,
quello ch’è mancato.
Ho una vita di natali diversi,
di caldi pensieri scivolati nel sonno,
di neve e cappotti spinati,
di sciarpe rosse e guanti di lana bucati,
di trepidi ultimi giorni di scuola,
di interrogazioni e disfatte,
mai perdonate nelle pagelle a gennaio.
Le notti di Natale a lungo ho cantato
e anche quando più non credevo
ho sentito l’amore che univa
I giorni e l’attesa.
Ho visto persone vagare
le notti della vigilia
e nessuna chiesa li cercava,
quando al freddo guardavano le luci,
chi usciva felice,
finché il portone chiudeva,
allora s’allontanavano nel buio
in cerca di risposta
o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava.
Chissà che fine hanno fatto
tante tristezze sotto il cielo,
dove hanno riposato,
e cosa è stato per loro il mattino di festa.
Ogni anno la neve ho atteso
e qualche volta è accaduto,
allora c’è stato il gioco e la gioia,
le guance infuocate
il cappotto con i segni delle risate,
poi a casa la cura,
la cannella, il vino bollente, le mele
una carezza sui ricci
e il sonno felice che la festa ha concluso.

Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà.
.

ancora il ragioniere

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Ero lì a cena l’antivigilia di natale,
le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, 
si mangiavano verze e cotechino
e questo faceva ridere parecchio.
Entrò un’orchestrina di fiati.
Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba.
Uno strepito incredibile
nell’ambiente ridotto e pieno di persone.
La cosa mise un’irrefrenabile allegria
gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli
urlando e poi ridendo,
assordati, c’affrettammo a dare mance generose
e loro, i musicisti, riprendevano
con un bis di ringraziamento,
finché ci fu uno scambiare di sfottò
tra le note di un’allegria generale.
Solo il ragioniere 
era rimasto imperturbabile.
Mangiava il suo brodo
e alzava appena gli occhi,
poi rivolgendosi al vuoto
distintamente disse:
ma come l’è, di nuovo il natale?
E ridacchiò.
Ecco, allora ho capito
che la mia solitudine era un lusso.

il ragioniere

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Mi piaceva quel posto,
c’arrivavo la sera da un corso,
mai solo e con molta allegria.
Mi piacevano le tovaglie pulite,
il cotone pesante,
gli antichi lini un po’ lisi, alle feste,
le stoviglie retrò, le pesanti posate.
Mi piaceva il menù consigliato
la cucina milanese e toscana,
la cassoeula ed i pici,
il parlarsi tra i tavoli,
le vecchie glorie sulle pareti,
il fiasco di chianti al consumo,
la scelta del pane tra sciapo o salato.
Tra muri bianchi rivestiti di legno
un angolo di fotografie,
e un tavolo singolo per il ragioniere.
Col cappotto addosso
d’inverno cenava,
d’estate un gessato,
la cravatta col nodo stretto
mai fatto di fresco.
A monosillabi ordinava,
un sopra ciglio o l’indice alzava,
e non i piatti ma una sequenza
del suo menù personale
in cui c’era solo L’inverno e l’estate.
D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile,
poi patate lesse e costatina Ben cotta. 
Un minestrone d’estate, a volte insalata
o verdura cotta e il pollo lessato,
un bicchiere di vino, il fernet e il caffè.
Sempre solo, in mezz’ora mangiava,
alzava lo sguardo mentre i denti puliva,
poi il cappello metteva e salutando usciva.
Il mercoledì il posto alle otto era vuoto
più tardi arrivava.
C’era il varietà e al ragioniere piaceva,
le ballerine com’erano?
Il cameriere ammiccava
il ragioniere taceva.
Sorridevano entrambi.
E la cena iniziava.

https://youtu.be/1r7s8sdrZxc?si=zKhwh4-M5rtmfQsI

dicembre ’68

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La città sembrava inerme,
pacifica, ma incredula
per le prime occupazioni.
All’università gli studenti
volevano toccare la libertà senza l’ossequio al potere baronale.
Bestemmie,
in un dialetto che le intercalava.
Era una città divertita o infastidita, abituata alle intemperanze giovanili,
altrove, però, nell’oscurità torbida
di rancori mai sopiti
covava uova di serpente.
Tornava il nero che mai era morto per davvero.
Arrivò la nuova violenza dalla strage di Milano,
troppo intelligente
per non essere parte d’un oscuro piano,
di quella destra che s’era esercitata
nei tentativi di rovesciare la democrazia. Ciò che sconvolse per un poco la città
e soprattutto me,
furono i nomi dei fascisti rivelati.
Quel Freda con lo studio d’avvocato
davanti alla biblioteca dove studiavo,
che beveva il caffè
dove anch’io andavo,
e poi quel Facchini,
conosciuto da ragazzo.
Abitava allora vicino a casa mia,
molto per suo conto
ma anche lui i fumetti li scambiava.
e mostrava con orgoglio
la sua abilità nel costruire radio
e nel trafficare con resistenze e condensatori.
E in quella valigeria di piazza Duomo,
s’erano comprate le cartelle per la scuola,
la borghesia, borse di lusso e le valige in pelle.
Tutto era concentrato in poco spazio,
in persone e luoghi noti,
in cognomi e in mestieri usati,
ma sembrava che oltre l’apparenza
sempre ci fosse ben altro d’importante.
Il Configliachi, l’ istituto per I ciechi,
dalle cui scale volò il bidello
era un posto come un altro,
ma lui aveva iniziato a dire
di questo nero di città.
E poi un filo ricuciva nella mente
Il rettorato ch’era saltato in aria
poco dopo un incontro con rettore, l’antifascista Opocher,
fatto con noi studenti.
Ricordo ancora le sue parole,
che citavano quelle dell’amico suo Marchesi:
neppure i fascisti furono in grado di togliere la libertà all’università,
volete farlo voi?
E noi non occupammo il Bo,
tramutando quella sera
la protesta, in un corteo.
Dopo scoppiò la bomba
e il caso evitò la strage
non la volontà di chi la pose.
Chi doveva capire non capi
e chi sapeva preparava altro.
Ricordare quegli anni è ricordare
ciò che venne poi :
Iniziava la stagione del terrore,
la paura di viaggiare sui treni
e capire che quelle uova di serpente,
quel nero, non se n’era andato mai
ma aveva figliato.
E figlia ancora,
molto più indisturbato.

La città era Padova ed era il dicembre ’68.

rune

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Sono rune le emozioni d’inverno,
calligrafie che cercano chiarezza,
s’allineano come percorsi d’uccelli nella neve
che cercano nutrimento per aggiungere del tempo.
Nell’invenzione del futuro
s’è cancellato il presente,
e la speranza porta fatica al nuovo giorno,
attendo si ricomponga un disegno,
un linguaggio di poche parole.
limpide di chiarezza e semplici da dire.

rune

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Quando sono partito il treno era colmo,
un pomeriggio di festa
e di folla che andava,
le storie di ognuno raccontate ad alta voce,
sembrava fosse un vagone d’allegria,
La mia tristezza taceva e cercava un rifugio,
ero giovane allora,
le rune parole smozzicate
per trattenere il pianto,
nel tempo si sono poi mutate in segni
d’una partita ancora non giocata,
ora dicono
e nell’ascoltarle c’è silenzio
che scava legno, acqua
e pietra.

https://youtu.be/-XMCneeAD08?si=Lfw7swiF8ArFlX9p

ancora l’allodola non canta

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La luce è a volte così stanca che si piega
e dorme appena fuori del cuscino,
così l’aria nella notte ascolta
e nutre il respiro, al buio
vede sogni e pensieri che si annodano
dietro gli occhi chiusi,
i timori che si vestono e danzano
parlando nell’orecchio.
C’è un tepore di corpo e piuma:
una nuvola senza tempo
s’aggira tra veglia e sogni,
mentre le cose si dispongono in attesa,
tace il buio, finalmente,
e ancora l’allodola non canta
dal caldo del suo nido.