cose più grandi di noi

Per Pasqua c’erano preparativi che iniziavano settimane prima. L’imbiancatura delle stanze era una costante che toglieva il fumo sparso dell’inverno e odorava di calce su cui poi con dei misteriosi rulli gommati, venivano sovrapposti disegni in colore. Questo trattamento era riservato alla stanza in cui sarebbero arrivati gli ospiti del pranzo di Pasqua, le altre stanze restavano in tinta unica, ma diversa perché il bianco restava in una sola e le altre erano pastello. La cerimonia della ri pittura coinvolgeva tutti i presenti, ed era uno stendere di lenzuola lise, di giornali vecchi, di stracci pronti all’uso per togliere le macchie appena formate. Quest’ultimo lavoro era riservato a me che trovavo piccole chiazze anche degli anni precedenti sui battiscopa o dietro ai mobili. Le finestre aperte portavano il profumo del canale e del prugno in fiore, mia madre si apprestava al lavoro ulteriore che avrebbe seguito la pittura, passare i pavimenti con gommalacca e mordente sciolti nell’alcool, cosa che avrebbe impedito il camminare per mezza giornata nella stanza e avrebbe conservato l’odore pungente per almeno tre o quattro giorni. Una vera catena di montaggio, dove per ultima, a sera, sarebbe rimasta la cucina ad asciugare e meditare nella notte.

Tre giorni di lavori intensi, con la difficoltà del soffitto e l’abilità del gocciolare il meno possibile, poi con una casa che sembrava nuova soprattutto per i profumi di pulito, cominciava l’impasto delle focacce di Pasqua, che poi erano sempre le stesse: la focaccia Margherita, forse in onore della Regina come la pizza, ma certamente più profumata e fragrante. Della Regina intendo. Di focacce ne venivano fatte per consumo e per regalo, da un minimo di quattro in su, la disponibilità di uova fresche era assicurata dal pollaio della nonna in campagna o dal lattaio, bisognava comperare la fecola e lo zucchero e l’aroma di vaniglia. Non ho ancora capito perché la fecola veniva messa in cartocci di carta leggera e poi avvolta di nuovo in carta marrone mentre lo zucchero veniva messo direttamente su una carta azzurra, color carta da zucchero. Per l’appunto. Pensavo che le carte avessero un rapporto strano con le cose e che avrebbero potuto far impazzire la montatura degli albumi che dovevano essere rigorosamente a neve oppure non sciogliersi nel tuorlo e mancare la creazione di quel caldo giallo che era un sole in miniatura e una delizia da leccare dalla terrina (piadena per i veneti) prima che venisse aggiunta la fecola e gli albumi montati a neve. Orbene, queste focacce infornate una alla volta e cotte nel forno della stufa, si accumulavano nella stanza imbiancata più fresca, quella da letto, e mescolavano il profumo di zucchero, vaniglia e calcina in un bouquet unico, perché era il sapore della casa e della festa.

Ci avvicinavamo alla Pasqua, i riti nella grande chiesa ricostruita dopo il bombardamento devastante del 1944, erano solenni e sobri, il parroco non puntava sulle apparenze ma era la sostanza dei significati che gli interessava. Le immagini sarebbero state coperte il venerdì dopo la feria quinta in cena Domini con la reposizione e il giorno successivo sarebbe stato dedicato alla meditazione e al silenzio per prepararsi a qualcosa che per noi era festa, ma non era solo quello. Per i ragazzini silenzio e meditazione erano attività difficili, il patronato era chiuso, andavamo ai giardini dell’ Arena, ma c’era un imbarazzo che entrava nelle libertà e nelle abitudini di gioco. Non si chiedeva nulla eppure il contrasto tra la primavera, le rondini e le fioriture con il pudore che sembrava pervadere i discorsi anche degli adulti, doveva significare qualcosa di profondo. I bambini vivono le cose, i misteri, l’inconosciuto fa parte del sentire e dell’apprendere e sanno quando fare domande o insistere, sanno che ci sono cose che matureranno pian piano nei significati. Ci sono cose più grandi di noi, lo si impara allora e non si smette mai di cercare di capire.

ritorno all’Etna, o quasi

La mattina portò con sé la luce, così forte che gonfiava le tende. Sotto casa c’erano voci che contrattavano verdura fresca da un carretto, poco oltre la spiaggia e già gli strilli dei bimbi per la voglia di fare il bagno. A noi portò la colazione, la consapevolezza di dover recuperare la Flavia, e l’assoluta ignoranza di dove fosse. Avevamo perduto un ‘auto in allegria e in allegria l’avremmo ritrovata insieme a quel votaBianco scritto sul muro. L’auto era lì che ci aspettava, bastava partire. Ne venne una contrattazione a bocca piena di pane e burro e caffelatte: noi saremmo andati a recuperare l’auto perché eravamo i detentori della memoria e le ragazze con i bimbi sarebbero andate al mare. Non ci aspettassero per pranzo perché oltre a trovarla la si sarebbe dovuta riparare: saremmo stati insieme a cena. Devo dire che forse la logica, forse l’autorevolezza nel porre le argomentazioni, forse la giornata bellissima e il mare blu, insomma non ci fu resistenza, sia le ragazze che i bimbi sembravano felici della proposta. Così partimmo verso Catania, in due navigatori, la peggiore combinazione per trovare qualcosa che esista dal tempo delle esplorazioni. I navigatori possono essere due, ma non assieme, il secondo deve trovare il primo e dirgli la frase magica: Mr. Livingstone I suppose… E così l’universo si ricompone. No, noi partimmo in due ed eravamo ricchi di ricordi e certezze. Mr. Livingstone se era per noi starebbe ancora aspettando. Superata Catania puntammo su Mascalucia, il nome suonava bene e ci avevamo pure cantato una canzone, la sera prima.

Quello che di notte era certo, di giorno diventava incerto, l’unica costante era quel VotaBianco che era dipinto ovunque ci fosse un muro. Qui ci assalì un dubbio, ovvero che quel riferimento era fallace e mentre puntavamo verso Nicolosi, ci tornò a mente la corsa ciclistica. Quella era stata l’origine dei nostri labirintici percorsi e dovevamo trovare tracce di quella gara. Qualche manifesto c’era e indicava un circuito che passava per Nicolosi. Riconoscemmo il punto di deviazione, non eravamo entrati in Nicolosi, ma eravamo stati deviati, ci eravamo persi fino a che un signore ci aveva indicato la provinciale e l’indicazione per Trecastagni. Questa era la nostra meta perché di là eravamo andati in due auto e tornati con una.

Continuammo discutendo a ogni incrocio e a ogni VotaBianco scritto in caratteri adeguati, trovando le giuste mediazioni, arrivammo a Monterosso. Non so quanto grande sia ora Monterosso, ma allora era un paese che all’apparenza sembrava allungarsi su due strade parallele, noi percorremmo una via Roma, girammo in fondo al paese e ci trovammo sulla parallela, forse una via Garibaldi. Posso ricordare i nomi perché tutta Italia, eccettuata la Val D’Aosta e l’Alto Adige, ha una via centrale che si chiama via Roma e una strada o una piazza parallela che è intitolata a Garibaldi. Arrivati in fondo a via Garibaldi svoltammo a destra e ci ritrovammo in via Roma. Praticamente avevamo fatto un giro di pista che potevamo ripetere quante volte volevamo senza trovare nulla. Anche in questo caso ci soccorse un samaritano siciliano. Una delle cose che raramente fanno gli uomini che hanno una meta, è chiedere informazioni. Forse è un poca di presunzione (un uomo vero non si perde mai), forse è timidezza, comunque il nostro benefattore seduto fuori di un bar, ci fece un cenno e noi ci fermammo. Sembra una scena manzoniana, la sventurata rispose e si risolve la cosa, no, in questo caso la narrazione che era complicata quanto la domanda, non c’era un Egidio che proponeva un piacevole intermezzo e una Geltrude che poteva accettare o meno, qui c’erano due giovani padri di famiglia che erano riusciti a perdere un auto sull’Etna e la cosa sembrava così assurda che chiedere se aveva visto una Flavia berlina abbandonata sembrava da allocchi.

Spiegammo, chiedemmo, e il samaritano disse sì, proprio come Geltrude. L’auto era appena fuori paese e già dalla mattina al bar ci si era chiesto di chi fosse un’auto targata con una città del Veneto, abbandonata. Sorrisi, sospiri di sollievo, possiamo offrire un caffè, una limonata, un cannolo? Il samaritano offrì lui ristoro e così iniziammo a parlare, la narrazione del guasto, l’abbandono dell’auto, il ritorno a Brucoli, le famiglie al mare, insomma un breve riassunto delle due giornate. E ora come fare a riparare il guasto? Caso volle che il nostro benefattore fosse un elettrauto e che si sarebbe incaricato lui della riparazione, ma prima bisognava capire il danno.

Era mezzogiorno passato e ci invitò a pranzo. Le solite ritrosie, non deve, non può, ci basta un panino, eccetera. Resistemmo tre, forse quattro minuti e poi ci avviammo insieme verso casa sua. La mia auto venne parcheggiata in cortile e facendo conoscenza con moglie e figli, mangiammo la pasta con le melanzane più buona che ricordi, seguita da secondo e contorni che sembrava fossero per il dì di festa. Una ospitalità memorabile per noi, usuale per il padrone di casa. Dopo pranzo andammo a ritrovare la Flavia che era appena fuori paese, davanti al muro con il votaBianco ( ma poi questo Bianco, l’hanno eletto?) e appena visto il motore e ascoltato l’avviamento, il nostro samaritano elettrauto fece la diagnosi: qualcuno aveva manomesso il collegamento tra spinterogeno e candele e forse anche la batteria non era indenne. Due ore ed era a posto. Portò l’auto in officina sotto casa e noi seguivamo. A questo punto ci disse che potevamo passare l’indomani mattina, lui andava a riposare perché il giorno precedente aveva diretto una gara ciclistica, era il presidente del comitato organizzatore, e si era stancato un po’. A pranzo avevamo parlato delle deviazioni subite, ma avevamo anche lodato l’organizzazione, quella che era carente era la segnaletica verticale e su questo eravamo tutti d’accordo, ma spettava alla provincia e quindi chissà quando mai si sarebbe adeguata. Criticare le colpe altrui induce alla fratellanza e con grandi assensi si era passati ad altro. Il nord, il lavoro, cosa facevamo, quanti bimbi, le notizie che fanno conversazione e affratellano. Poi il mio amico lavorava in Sicilia, Ah sì e dove? Allo stabilimento Anic, chissà quante richieste di assunzione. Eh sì, molte, le ultime le aveva selezionate la settimana prima ma non aveva assunto tutti. Chissà come ci sono rimasti male quelli scartati, disse la signora. Già, ma non erano proprio adatti, e lì era subentrato un silenzio prima di passare ad altro.

Siamo rimasti al riposino del samaritano elettrauto, noi ci offrimmo di attendere al bar, ma anche quello chiudeva per le prime ore del pomeriggio, ci venne offerto di stare il divano e in poltrona, ma ci pareva troppo. Così, accertato che per sera l’auto sarebbe stata pronta, ci dividemmo, il mio amico restava ad attendere la riparazione e io tornavo a Brucoli e mi occupavo della cena (ultimo pensiero dopo quello che avevamo mangiato).

Con questo accordo, dopo molti ringraziamenti e con una gratitudine evidente, cominciai il ritorno. Dopo Trecastagni trovai un albero che faceva onore al nome del paese e parcheggiai all’ombra, dormii un paio d’ore e rinfrancato potevo tornare. La sera ci riunimmo tutti, la riparazione era costata pochissimo, i racconti affascinavano i bimbi che volevano tutte le cose buone che avevamo mangiato, se non quella sera, di sicuro l’indomani. Dalle finestre aperte veniva una corrente d’aria tiepida che odorava di salso, di erbe aromatiche e di cespugli che cedevano alla notte essenze per profumarla. Voci nella strada e in spiaggia, risate e qualche accordo di chitarra. Mi sembrava ci fosse una pace fatta di tranquille avventure, del profumo della pelle che aveva preso molto sole, dei giochi da tavolo in cui tutti vincevano, ma i bimbi di più. Si era conclusa un’avventura che il caso aveva resa bella e memorabile, la si sarebbe potuta raccontare insieme, dabbenaggine compresa, per sorridere d’inverno con altri amici. Quello che non si sarebbe potuto rendere era la sensazione che ciascuno aveva provato sull’Etna o meglio sul Mongibello, dal Gebel arabo che significa monte, ripetuto due volte, ad attestarne la primazia e l’unicità. A me era rimasto il mistero e la forza della terra che ignorava gli uomini, eppure parlava con loro e se non capivo, mi insegnava a rimettere a posto le dimensioni. Bastava e avanzava per guardare diversamente il mondo.

una gita sull’Etna

Brucoli era splendida di sole, comprato il pesce fresco per la sera, una corsa a casa e salimmo in auto per la gita sull’Etna. I bambini erano piccoli, noi grandi e ancora pieni di giovinezza, le auto, erano quelle che ci potevamo permettere, la mia 128 Fiat con cambio modificato (ma questa è una storia diversa) e una Lancia Flavia. Tre persone in una e quattro nell’altra. L’avvicinamento a Catania cantando, poi il caffè con i cannoli in via Etnea e guardando gli orologi a il sole ormai alto, via di corsa verso le pendici del vulcano. L’Etna è una presenza quasi umana, ben lo sanno i siciliani, noi ci avvicinavamo senza vederlo, perduti sotto alberi e per strade sconosciute, ma lo sentivamo. Si sentiva qualcosa che toccava dentro, una presenza che attirava e nel frattempo parlava per suo conto. Noi eravamo immersi in un’arcaica fase di approssimazione a un desiderio, presi da una spinta che ci faceva svoltare per strade e luoghi che preparavano all’incontro.

Alle 11, in un paese non identificato, ci imbattemmo in una corsa ciclistica, le deviazioni sul posto erano ben visibili, i vigili e l’organizzazione, solerti. Ma era entrare in un labirinto di deviazioni e stradine, dove nessun cartello corrispondeva più alla carta e alla meta confondeva le idee. Non c’era google maps a quei tempi, bensì una enorme carta Michelin, interpretata dalla cosa più fallace che l’uomo conosca: l’intuito. Dopo molto girare in tondo e dopo aver visto per tre volte scritto su un muro a caratteri bianchi cubitali “vota Bianco”, dopo esserci fermati e sfamati. Prima i bimbi e poi gli adulti. Finalmente nel sole a picco apparve, un po’ sbiadito, un samaritano, definito come tale perché sapeva cosa cercavamo. E infatti con poche indicazioni e un solo votaBianco, la strada verso la presenza amica del vulcano fu ripresa.

Arrivammo al rifugio un po’ in ritardo sui tempi previsti, ma intanto il vulcano era dilagato ovunque, sopra e intorno a noi, tangibile, ricco di rumori intestinali, di cui ci fu detto di non preoccuparci perché c’era sì un’eruzione in corso, ma tranquilla e da una bocca larga la lava fluiva lenta e regolare. Il paesaggio era strano, tagliente, casuale nei pinnacoli che sembravano usciti dalla mano di un bimbo che faceva uscire la sabbia e l’acqua, dalle mani per creare statue. Era impressionante perché mai visto eguale, senza neppure un ricordo delle montagne dolomitiche che lo potesse approssimare. C’era il nero e il corallo acceso delle rocce, qualche cespuglio, rade macchie gialle tendenti al rosso. Anche i bambini erano meravigliati e parlavano piano, ma volevano vedere il fuoco e la lava incandescente, lo chiedevano con cortesia ritrosa, quasi intimoriti dalle domande che facevano.

Trovata una guida, partimmo per l’escursione, in calzoni corti, scarpe da ginnastica e maglietta maniche corte. I bambini con i k-way per il vento, noi forti e impavidi ai limiti del freddo. La nostra guida era gentile, precisa nelle istruzioni sui pericoli, paziente nel raggrupparci in modo che tutti potessero sentire. Con i bimbi a mano, cominciammo a camminare. Noi sette eravamo assieme, un unico gruppo, parlavamo veneto tra noi e italiano con la guida. Erano tempi strani, in Veneto, la lega scriveva sui muri forza Etna o forza Vesuvio, ma a noi sembrava un modo per ridere all’osteria perché poi in fabbrica si lavorava tutti assieme, così non ci pensavamo. Anche perché noi eravamo comunisti, mica della lega, e ai nostri vicini a Brucoli chiedevamo dei parenti al nord, cercando di scoprire conoscenze comuni.

Il mio amico, compagno di banco e di università, risiedeva in Sicilia da un paio d’anni, faceva il direttore pro tempore di uno stabilimento chimico dell’Anic in provincia di Siracusa, era una persona squisita per modi e gentilezza, un compagno integerrimo e se non si vedeva dal sorriso allegro, noi lo sapevamo bene. Questa notazione ci servirà per il ritorno. I bambini erano felici di camminare in mezzo a tutta quella graniglia nera, su sentierini strani che si stagliavano appena e in mezzo a una polvere sottile che s’intrufolava ovunque. Si grattavano e si toglievano le scarpe ogni 10 passi, noi resistevamo stoicamente cercando di fare domande intelligenti. Il paesaggio che banalmente si definiva lunare, aveva sole e colori nitidissimi, era impressionante, come i brontolii del vulcano, cosa viva che forse qualcosa voleva dirci, ma si distraeva per ragioni sue. Capivamo tutta la letteratura epica greca, la meraviglia degli antichi, il timore e l’ estraneità umana del posto riservato agli dei. Visto che Vulcano era tranquillo, si capiva che non ci voleva male, ma quello era un posto solo da ammirare con creanza e cercare di capire quello che si poteva del mistero e della forza della Gea primordiale, non una terra da considerare per umani. La guida ci propose di arrivare, con i bambini a debita distanza e ben tenuti a mano, fino alla distanza di sicurezza dal fronte della colata lavica. Accettammo con entusiasmo come fosse un regalo.

Tra noi commentavamo sottovoce la singolarità dei luoghi e due alla volta fummo accompagnati fino a una strana roccia grigia, larga come un torrente, che si muoveva con un fronte arrotondato come in un film di fantascienza da paura e che dalle crepe mostrava vene rosso fuoco. Tutto era quieto, non un uccello o un verso d’animale, la roccia faceva un rumore come masticasse il terreno su cui avanzava e se c’era un arbusto o qualcosa di infiammabile sul suo cammino, immediatamente questo prendeva fuoco. La guida ci raccontò le temperature, la velocità di uscita, sentivamo il calore come davanti a un camino senza fiamma, poi cominciammo ad arretrare. Qui subentrò una strana impressione, ossia che la graniglia nera e grigia e la polvere si attaccassero ai piedi molto caldi, infatti guardando le scarpe da ginnastica queste erano diventate stranamente larghe, palmate come quelle dei paperi. Arretrando con una certa fretta constatammo che avevamo un paio di pinne ai piedi, io in particolare, e che la graniglia nera si era incorporata nelle suole fuse. La cosa aveva non pochi lati ilari per i bambini ed era allegra anche per noi, che scherzavamo, pensando di ripristinare le suole togliendo quella sovrastruttura come si fa con il fango. Ebbene, non era così, anzi raffreddandosi, suola e sasso diventavano un tutt’uno. Avevamo le suole di pietra, belle larghe e stabili: una nuova moda. Con discrezione, sulla via del ritorno, considerato il peso crescente delle scarpe, ne parlammo con la guida, che in modo allegro ci confermò l’inadeguatezza del nostro equipaggiamento, già oggetto di osservazione alla partenza, e si lasciò scappare che se si incoraggia l’Etna, il vulcano benevolo, si dava un po’ da fare.

Capimmo il sottointeso, il parlare veneto era diventato un linguaggio poco gradito a chi ogni giorno faticava per guadagnarsi la giornata proprio su quell’Etna che veniva incoraggiato. Ci sperticammo nei distinguo, e credo fummo convincenti, anche perché i bimbi era così allegri mentre noi ciabattavamo verso il rifugio, così subentrò il dialogo e il perdono. Restavano le scarpe da paperi, ma quelle avremmo tentato di aggiustarle nella discesa. Cosa non semplice perché ritagliammo il profilo con il coltello e con le nuove suole, dopo saluti e pacche sulle spalle, ci avviammo verso le auto. Il sole stava calando, illuminava il nero dei basalti, con bagliori che si rincorrevano su pagliuzze che ad occhio nudo non si erano viste, l’immanenza dell’Etna era sopra e sotto di noi, un animale che dormiva vigile e sognava, così lo raccontavamo ai bimbi e a noi stessi. Si faceva fatica a staccarsi da quella sensazione di meraviglia ma il pesce fresco ci attendeva a Brucoli e con i calzini e le ciabatte, perché le scarpe erano da buttare, ci accingemmo al ritorno. E qui comincia un’altra storia di vulcani e gentilezza.

Scendendo verso Catania la Flavia del mio amico ebbe un comportamento strano. Era il crepuscolo e accendemmo i fari, io ero dietro e vedevo la sua auto rallentava procedendo a sussulti. Se spegneva i fari il motore riprendeva e le cose sembravano normali, ma non si potevano avere entrambe le cose: motore acceso e fari accesi. Passai a condurre e lui mi seguiva a fari spenti cantando Battisti, continuammo per un pezzo a scendere, ma le curve , le strade sconosciute, non illuminate e povere di indicazioni, ci persuasero che era pericoloso continuare in quel modo. Arrivammo, credo, in pianura in un paese di cui ci sfuggì il nome, parcheggiammo la Flavia lungo una lunga recinzione in muratura che portava la scritta VotaBianco e pensando di tornare l’indomani, tutti salirono sulla poderosa 128 Fiat berlina. Eravamo in sette in auto e ritenendo la cosa stretta ma normale, tornammo cantando, cercando di evitare i luoghi e le strade troppo affollate. Naturalmente sia chi era alla guida, cioè io, e il mio amico cercavamo di imprimerci bene in mente la strada del ritorno, per tornare in fretta il giorno dopo.

Tra canzoni, sfottò, sonni dei bimbi stanchi, superammo Catania, e a notte arrivammo a Brucoli. Finché friggeva il pesce cominciarono le docce e la ripulitura dalla polvere, non ho ancora capito come ne avessimo così tanta addosso e come mai non si intasò lo scarico, posso dire che dopo tre giorni alla doccia serale restava ancora una traccia di polvere nera. La serata continuò tra racconti, impressioni, giochi e vino, finché tutti stremati, andammo a dormire con l’appuntamento per la colazione, il giorno dopo di buonora, con il nuovo viaggio per il recupero della Flavia, ma questa è altra storia e la continuerò se avrete pazienza.

verdi dialoghi e confronti

Nel mio piccolo giardino le piante non sono cose, ma posseggono personalità precise. Alcune ascoltano, aspettano in silenzio d’essere curate, e deperiscono, come gli umani, in mancanza d’amore. Altre sono pensose, metodiche, spesso sotterranee nel meditare e fioriscono quando è tempo, spandono profumo, hanno un cosciente equilibrio di bellezza che si ripete, sempre nuovo e stupefacente. Altre ancora, sono arroganti, si propagano secondo oscuri amplessi, vanno ovunque, tolgono aria e respiro a chi da tempo occupa silente il luogo che pensava suo. Non bastano all’arroganza verde, i capienti vasi, si sparge nei giardini vicini, spesso viene strappata come erba ma è pervicace e molteplice d’ingegno così quella che sfugge diventa forte di radici, intimorisce i giardinieri improvvisati che lasciano crescere e poi si stupiscono d’essere prigionieri di nuovi alberi.
C’è talmente tanta vita in questo fazzoletto di terra che alberi maestosi vi vorrebbero trovare posto, le rose tranquille invecchierebbero, silenti e profumate e il gelsomino ripeterebbe la sua magia ogni anno parlando con il lento ulivo.
Le lotte verdi per il predominio trovano insperate alleanze in piante da semi ventosi e si disputano spazi, intrecciano radici e rami in dialoghi mai quieti e tantomeno casti. Ciò che prevale dipende dalla cura o dal capriccio della stagione, il caldo sceglie e modifica le resistenze di ciascuno, così l’acqua diviene il dono che posso dare indifferentemente a tutte, ma so che ciascuna ne farà un diverso uso e che ancora una volta, una sotterranea lotta s’accenderà per vivere e proliferare.
In questo battagliare salvo gli umili e i silenti, li porto altrove, in nuova terra e vasi, perché conosco l’arroganza che pretende e non fa dire ciò che necessita alla vita e alla bellezza di ciascuno. Per gli altri è un susseguirsi di rese e di nuovi assalti, di fascinazioni per uccelli prima affamati e poi golosi. Dei frutti nulla resta ma della battaglia sono osservatore attento. Partecipe, a volte, per simpatia o per stabilire un ordine, ciò che è tumulto di vita m’affascina quanto il silenzio del fiore di limone e il bocciolo di rosa, e capisco che un linguaggio per me silente, ma forte d’urli e di sussurri, sta percorrendo terra e aria che dà a ciascuno personalità e misura.
È un piccolo farsi di verde sociale dove nessuno mai rinuncia ad essere se stesso.

tra le pieghe del vero

Dai propri errori si impara, a volte, quelli degli altri si subiscono, sempre.
Eppure c’è la presunzione di chi ha un’ autorità, anche piccola, di non sbagliare. Mentre la moltitudine che si chiama pubblica opinione pensa che ripetendo opinioni altrui, di non causare danno con i piccoli assensi, con i silenzi che oscurano la realtà, che velano e la manipolano fino a non percepirne più il gusto, il profumo, la forma.
L’errore è la naturale ignoranza che possediamo, l’impossibilità di tenere nel giusto conto tutti gli elementi che compongono la realtà e ciò che si dovrebbe capire.
Quando studiavo chimica quantitativa, la teoria dell’errore veniva in soccorso, in qualche modo svelava il vero perché evidenziava la sistematicità insita negli strumenti e nelle procedure ma anche il compensarsi delle forze opposte che agivano sulle cose e proprio quel compensarsi, distinto e scrostato dalla superficie diveniva un indizio forte di ciò che agiva e mascherava il vero. Il risultato era lo stesso ma le dinamiche differenti e l’errore appariva.
In quel modo analitico di tener conto prima di emettere un giudizio, prima di una consapevolezza era contenuta una lentezza che metteva da parte l’azzardo ed era, nel suo essere vicina alla realtà, sostenibile in sé.
Se tutto questo lo si applicasse ai sentimenti, alla natura della comunicazione (anche amorosa) che conforma i rapporti e genera le cose si avrebbe, forse, una serie di mezzi silenzi, inframmezzati da parole pesate che esprimerebbero il dubbio e darebbero fiducia all’agire, perché se nulla nasce da nulla, il vero è fatica e comprensione profonda della realtà.
Ma il dubbio non è gradito, si vuole la certezza immediata e allora con il conforto di dati, di interpretazioni e autorevolezze costruite sugli errori occultati, sulle verità dette a mezzo, ciò che verrà detto sarà inconfutabile. Nei rapporti umani, nella politica, ma anche nell’ informazione che sceglie i fatti e li interpreta anziché mostrarli, abbiamo resuscitato il vaticinio e una pletora di pizie conformi che alla fine ci convinceranno che, non il loro affermare ma il nostro capire, è l’errore e così terranno intatta la ragione.
In fondo Guglielmo di Occam ci aveva insegnato a discernere e anche al chiedere se mi ami o no emergeva che non c’era via di mezzo, con la conseguenza che ogni spiegazione era superflua.
La risposta più semplice contiene più verità e se non ho la risposta che vorresti raccontami i tuoi dubbi, ciò che ti trattiene, ciò che è impossibile ma vero. Questo basterà e non sarà necessario che ci siano altre domande ma solo conseguenze, silenzi e rade risposte.

padri e papà

Alle 11 già si prendeva il numero e c’era la fila fuori della porta. Alle 12.30 era finito il dolce speciale per la festa del papà, una torta con ripieno di nocciole e cioccolato con un bel 19 sopra. E pure le focacce con le mandorle e la granella di zucchero, evocatrici di prati e scampagnate, erano finite. Oltre al profumo di zucchero che veniva dal laboratorio, restavano le commesse stanche e pochi altri dolci bellissimi, ma di ripiego. Insomma la razzia si era consumata e adesso nelle case, con le prime finestre socchiuse, ci si apprestava al pranzo con quel qualcosa in più che valeva a significare cose differenti. Alla fine, credo, fossero i bimbi a percepire qualcosa di festoso. I padri sorridevano, le madri apparecchiavano più o meno come al solito, ma in più c’era quell’evocare un ruolo, una particolarità che apparteneva ai maschi della famiglia. Eh, sì perché se uno non era padre, un padre l’aveva pur avuto e tra i nonni e i figli c’era un’intesa verso i nipoti che trasmetteva qualcosa che doveva pur continuare. Tutto questo era generato da una festa commerciale, che aiutava il pil cioccolatiero, e magari induceva a qualche dono tra compagni di vita, ma che aveva la sua maggiore rilevanza dal basso verso l’alto ovvero dalle figlie e figli verso quei padri più o meno anziani che erano ben inscritti nei codici delle vite vissute.

Nel bene e nel male.

Forse proprio in questo ricapitolare ciò che c’era e ciò ch’era mancato si trovava il senso di quella paternità esercitata e ricevuta. Tutti noi siamo figli di un equilibrio di identità, o meglio del suo disequilibrio e la gratitudine portata ai padri è la stessa che portiamo alle madri. Però differente. Nel senso che dal padre ci si aspetta un bene sconfinato e una protezione che si aggiunga ed integri quella della madre. Ci si attende che ci sia quando non si ha voglia di parlare ma la sofferenza emerge. Lo si vorrebbe interlocutore e accogliente, non giudicante e portatore di risposte. Servirebbe sicuro, fermo, amorevole. Poi ciascuno nel fare il padre dà quello che ha, ci sono padri avari e padri inutilmente prodighi, né agli uni né agli altri viene chiesto dai figli, se non di essere capiti e amati. Anche chi ha le migliori intenzioni quasi sempre travasa ciò che gli è mancato, i suoi luoghi comuni, i concetti che hanno informato la sua vita. E sbaglia, ma per fortuna le capacità di autocorrezione dei figli sono molto elevate, e se non si risparmia loro la sofferenza del non essere capiti e accompagnati in quello che potrebbero esprimere, alla fine, anche attraverso la ribellione, l’equilibrio questi lo trovano.

Però oggi c’è un fenomeno che dilaga, quello dei padri che ci sono, ma lasciano alle madri il compito di reggere l’intero edificio familiare. Padri che abbandonano, che non pagano gli alimenti, che si pensano in una eterna giovinezza fatta più di sfarfallamenti che della costruzione di futuri comuni. Credo che di questo si parli troppo poco, che le madri dopo una separazione abbiano pesi ineguali ed eccessivi se il padre diventa evanescente. Il divorzio o la separazione sanciscono la fine di un rapporto tra adulti, ma non con i figli. E si dà per scontato che le cose si aggiustino con il diritto di famiglia o con i rapporti patrimoniali, invece dopo una rottura trovare un padre adeguato è un processo di educazione del maschio che nessuno gli ha insegnato. Si parla molto più, e con scandalo, delle paternità in coppie dello stesso sesso, dove i figli sono scelti e comunque partono con una grande dote d’amore, piuttosto che del fenomeno dei padri assenti. Nell’educazione del maschio dovrebbe esserci pure una educazione ai rapporti affettivi che comprenda la paternità, e di come esercitarla in tutte le situazioni che la vita mette in campo, invece si preferisce darla per scontata. Soprattutto non si dovrebbe lasciare ai figli il compito di sopperire a ciò che manca in termini educativi, di cercare altri padri, di fare da padre a chi li ha generati. Ma questi sono pensieri scontati, che peròe non cambiano le relazioni, non si impongono con norme, non sono educazione all’affettività e alla responsabilità.

Non credo che il 19 marzo serva a questo, però tutti abbiamo avuto un padre che ha intersecato non poco le nostre vite. Sono tra i fortunati che lo hanno sentito tale, anche se quando sarebbe stata l’ora di parlare tra uomini non c’era più. Però c’è stato e c’è ancora, e tutti quei discorsi che non abbiamo potuto fare, li facciamo in silenzio. Oggi gli sarebbe piaciuto il dolce, avrebbe sorriso, e poi avremmo parlato di politica o di calcio, tra uomini. Ma non per la festa inventata per far vendere torte e regali, ma perché tra padri e figli ci si intende se si è compagni di viaggio e questo viaggio non finisce che con noi. Come il bene.

mantra della centrale o della guerra

Nel pericolo per capire bisogna avere pazienza,

quando sembra tutto perduto, bisogna salvarsi e avere la pazienza di cercare vie d’uscita.

La forza della pazienza e del bene comune è il rifugio di chi ama la vita.

e quando tutto crolla bisogna avere la speranza della pazienza.

Solo attraverso la pazienza, qualcuno si salverà.

Lo penso per chi vive nella centrale,

ma anche per quelli fuori della centrale, che ignari attendono.

lo pensavo per i tecnici ed i pompieri di Chernobyl,

per tutti quelli che si lasciavano contaminare per salvare altri anziché fuggire.

Lo pensava Rigoni Stern che parlava della vita con voce paziente

mentre in Russia, nella ritirata, c’era quasi solo morte.

Lo penso per le piccole difficoltà che riducono l’orizzonte ad un angolo acuto,

lo penso quando non c’è pazienza per capire ciò che viene chiesto e offerto,

quando l’immagine mente e impedisce di vedere.

Lo penso quando l’ amor proprio toglie la pazienza di costruirsi,

quando non si capisce e si continua lo stesso a inondare di parole il mondo.

Quando c’è paura occorre pazienza,

quando è notte, senza conta d’ore, occorre la pazienza della luce,

quando si è soli, nella centrale o nel cuore dell’universo, occorre pazienza, verità, amore.

sette anni selvaggi

Sette anni selvaggi in cui la vita si è rollata come una sigaretta con tabacchi strani e quei sette anni l’hanno preparata per sottrazione, deviazione, fraintendimento, bisogno. Tutto questo mescolato nel bidone dello scorrere dei giorni, con tutti i loro luoghi comuni acquisiti e in formazione.

La regola aurea dell’umano sentire l’ho appresa così, aggiungendo, perché solo questa operazione contiene tutto, l’aritmetica, la fisica, lo spirituale, le cose. Ho aggiunto esperienze, fatto cose banali, alcune singolari, molte inutili e scavato la terra per creare trappole mentali in cui inciampare, ma ho imparato molto. Quello che s’impara resta a modo suo, cambia natura, diventa altro da ciò che è accaduto, da ciò che si è letto, scritto, visto. E ciò che resta si aggiunge con delicatezza inusitata, rispetta l’esistente anche quando questo lo accompagna alla porta del pregiudizio. Lo rassicura che resterà una traccia, un ricordo, e nel frattempo ci muta.

Sette anni di cui posso dire che ogni errore era necessario, ma non sufficiente, che esso si è sommato in silenzio, chiudendo strade per costringermi ad aprirne altre. Quanto pesa il caso rispetto alle scelte e alla necessità? Credo parecchio, anche se la controprova non possiamo averla. Quando penso a una sintesi, la sento sferica, morbida, globulare di piccole offese e di slanci improvvisi, ora ad ardua disposizione mentre guardo il soffitto.

Brani di immagini, il sole che filtra tra le imposte, un ricordo scacciato per l’umiliazione subita, per il prezzo eccessivo pagato che si somma ad altre umiliazioni. Brucia ancora anche se ora che ne vedo le motivazioni, sono poca cosa, i fatti spesso banali, le scuse superflue eppure pretese. Come imparare quando vengono aggiunte ingiustizie grandi a corpi piccoli, eppure sono cose che restano e flettono un cammino, una realtà che poteva essere differente.

Ognuno di noi contiene molte vite autogenerate, alcune di esse continuano parallele nel presente e nel ricordo. Ciò che le separa è la relazione che esse conservano con l’idea che abbiamo di noi stessi, che maturiamo nel profondo e che hanno la necessità vitale dell’omeostasi. Ciò che esce alla comunicazione è la capacità di suscitare emozioni in noi stessi e negli altri, i pensieri e gli atti conseguenti, espliciti o meno, che generano.

C’era una forma nella sintesi che quegli anni donavano, una sfera che ora si apre, il coraggio accanto alla paura, la difficoltà di crescere perché si deve perdere molto, l’innocenza e il nuovo che è bisogno prima d’essere fascino. Non è vero che a ogni domanda c’è una risposta , ci sono molte risposte e molti pezzi di realtà che vivono dentro e si ricombinano. Non serve più cercare ciò che viene da solo, basta mettere quiete, lasciare che la distanza renda piccole le ferite, le cose, quello che poteva essere e non è stato.

Dopo notte, atra e funesta,

splende in Ciel più vago il sole,

e di gioia empie la terra;

variazioni sull’otto marzo

prima variazione:

Si può essere commossi e calmi? Sì, se ciò che si è subito ha talmente imbevuto la vita da diventare permanente parte di essa.

Con voce commossa e calma, enuncia lo stalking subito per sei anni, le minacce fisiche, le percosse, il pericolo di morte. E accanto a questa condizione assurda del vivere, enumera le denunce, la diffidenza incontrata, i tentativi di dissuaderla dalle querele, l’atteggiamento e l’insensibilità incontrate, divenuti essi stessi, percossa e violenza. Il tentativo di convincerla a capire più l’aggressore che lei stessa in nome di una inesistente unione e amore. Una parola pesante emerge tra le altre, la connivenza che è parte dell’istituzione e rende compatibile socialmente l’abuso. Anch’essa parte del torto e dell’abuso subito. Poi il racconto continua con il positivo incontrato, le persone sensibili delle associazioni di aiuto contro violenza, un graduato di polizia che capisce e chiede scusa a nome dello stato. Il narrare è sereno, ma non scompare del tutto la piega amara della voce, delle parole. Poi, l’epilogo, che non è tale, verrà col processo dopo sei anni di sofferenza. Ma non ci sarà processo, perché nel frattempo il persecutore è morto. Tutto derubricato quindi? Finito? No, perché la vittima per fortuna è viva, ma deve ricostruirsi, inglobare la violenza subita in una visione positiva di se stessa, terapie per riaprirsi alla speranza, al rapporto con gli altri.

Si può essere commossi e calmi nella voce e trasmettere, proprio attraverso la calma, il carico di dolore in atto e quello trascorso. Questo insegna, fa riflettere, rende lampante l’inadeguatezza delle parole di legge e dei comportamenti che esse generano. Non si tratta solo di sentirsi in colpa in quanto genere maschile. A che serve la colpa se non è accompagnata dal suo superamento? Bisogna essere consapevoli, e questo riguarda tutti, capire che la violenza è tra noi e che, se non la vogliamo, bisogna, non solo emettere leggi, ma fare in modo che essa non sia accolta, analizzata, resa comportamento, giustificata, relativizzata, messa in conto come danno collaterale. Non c’è nessuna guerra in atto tra i sessi, c’è solo una questione di rapporti ed eguaglianza che dev’essere modificata nella cultura, nella percezione. A partire dalla mia cultura, dal mio intendere la presenza femminile ovunque nella società.

seconda variazione:

La ragazza ha meno di vent’anni. Stringe tra le dita un mazzetto di mimosa molto sciupato. Eppure se potesse liscerebbe gli steli, gonfierebbe i fiori sino a renderli turgidi come appena colti. Lo ripara dal sole con la mano mentre cammina veloce. Potrebbe metterlo nello zainetto, ma si sciuperebbe ancora di più. Rivolge i fiori verso il basso, cerca una fontana per bagnarli e poi ogni tanto li rialza per controllare se si riprendono. Di certo li ha ricevuti da una persona per lei importante. Così ha collegato la giornata di festa che la riguarda con un atto di affetto. Forse d’amore.

Si vive anche di simboli e di gentilezza, almeno per una giornata. Ci penso poco a questo. Mi ha sempre infastidito l’insistenza avida dei fiorai, l’attenzione pelosa del donare obbligato dal conformismo che si chiude in un giorno. E al pari m’ infastidisce l’ignoranza liberatoria delle pizzerie, dei night a spettacolo invertito nel genere. Anche la risata grassa e ricca di doppi sensi mi dispiace perché ad essa corrisponde quella maschile. Mi sembra di mettere assieme la parte bassa della libertà. Eppure anche in questo c’è un passo avanti, una liberazione d’accatto ch’è poco o nulla, ma è sempre meglio del bigottismo precedente.

Un fiore, anche virtuale, tutto l’anno per ripristinare la mimosa sciupata. Ogni giorno, la predisposizione a dare gesti di cura. Anche un abbraccio può servire. Un abbraccio lungo, caldo e silenzioso. Ricco di sottointesi e appena colto dall’albero del bene reciproco.

terza variazione:

Li ho visti l’altra sera in televisione, ripresi e commentati con la levità empatica dei conduttori che mette in luce, non l’immagine di rapina del fotoreporter, ma una quotidianità assurda, sofferente. Sono le donne e i bambini della rotta balcanica. Passano la giornata in fila per un panino e una bottiglietta d’acqua, attendono che qualcuno possa passare. Inermi tra gli inermi. Donne avvolte in lunghi abiti neri oppure con gonne corte colorate, che stanno in attesa e altre arrivano. Si sistemano in tende fragili, estive. Tutti nella stessa condizione, pur venendo da diverse esperienze di rapporti familiari, di vita e di prospettive.

Non credo che oggi abbiano distribuito mimosa nel campo, sarebbero bastati i panini con un minor tempo d’attesa. Chissà se per loro prima esisteva un otto marzo, comunque non ci pensano ora. Non loro, non i tre milioni di profughi in Turchia, in maggioranza donne e bambini. Non il milione e mezzo stipato in Libano (ma forse quelli stanno meglio che con Erdogan). Non gli oltre 350.000 somali in un unico campo di tende a Dadaab in Kenia. Non l’indeterminato numero alle soglie del Sahara o sulle coste libiche. In maggioranza sono donne e bambini che attendono e mostrano la nostra vergogna.

Qui il genere scompare: quante donne che festeggiano l’otto marzo pensano che l’esodo dev’essere un problema che si risolve in occidente? Penso alle donne perché gli uomini su questo hanno gesti sbrigativi, considerano che i danni collaterali fanno parte della realtà. Poi si sa, che i maschi se la cavano, anche quando emigrano. Anche nel morire se la cavano, ma le donne come fanno a tenere a bada la paura e il dolore per i propri figli, per sé, per i compagni? Come in questi giorni in Calabria, chi penserà a loro, a ciò che hanno patito sino al viaggio estremo. Chi piangerà i loro figli, i familiari, loro stesse, ormai prive di vite sono state oggetto di discussione mentre serviva soccorso, umanità. Le sopravvissute ricostruiranno le culture, i nuclei di relazione, l’amore, anche se non viene loro permesso di avere un futuro. La mia amica danese mi dice che in Danimarca non si festeggia l’otto marzo perché i diritti delle donne sono una cosa normale. Ma per chi valgono i diritti basilari? Quelli semplici, da cultura laica o religiosa: accoglienza, rispetto, eguaglianza, sono riservati a chi ha cittadinanza e basta. Si è parlato molto a lungo di radici culturali da inserire nella costituzione europea. Questi diritti erano ricompresi, a partire dalle presunte radici cristiane. Che fine hanno fatto alla prova dei fatti? Sparito tutto. Forse anche per questo l’otto marzo non è proprio solo una festa commerciale.

treni perduti

I capostazione perdono tutti i treni, ma hanno una stazione, un luogo in cui arrivano e partono le persone più diverse, quelle che tornano per restare e altre che cambiano destinazione inseguendo un sogno che sembra eterno e lo è, ma muta e diventa altro, finché non si capisce che l’eternità è nel mutare. Nel lasciar morire il vecchio e portare entro sé il nuovo, così quei treni passati entrano nel ricordo, lo addolciscono, diventano leggeri e si posano tra parole e pensieri.

Cosa pensa chi non parte e cosa pensa chi arriva. Neppure gli addii hanno la capacità di annullare la speranza del ritorno e chi parte è sempre alla ricerca di qualcosa che è necessario.

Tra noi restavano le giornate di sole, le corse in campagna, le risate con gli amici, il fuoco, la voglia d’essere soli, la timidezza che doveva diventare coraggio. Ciò che era sperato e con sublime determinazione voluto, s’era poi, a suo modo, realizzato. Ma nel tempo che genera le cose, le forze dei nostri universi si mescolano con altri mondi, ne sono condizionati e si piega non la volontà o il fine o la realizzazione, ma ciò che si era immaginato che diviene vero e altro.


Delle volte lascio perdere il filo dei pensieri e mi prende una spossatezza che è malavoglia, spengo tutto, guardo il soffitto, lascio che le immagini scorrano. Senza desideri, tutto s’acquieta, trova un senso razionale, ma senza obblighi.

Ho imparato la scienza degli addii,

nel piangere notturno, a testa nuda.

-Osip Mandel’stam-