il nodo di Gordio

Ti rifiuto perché non rispondi ai miei desideri.

Questa è la strada più breve per sciogliere la complessità della comunicazione. Come se la semplicità fosse solo nei meccanismi del piacere, e in questo o nella sua assenza, si muovessero gli uomini.

E’ una riflessione generale e naturalmente semplifico, però sento che nei rapporti qualche pezzo di pazienza si è perso per strada, e che la religione del fare come dimostrazione del vero, ha ripreso il sopravvento sull’interesse. Una visione utilitarista degli altri che si traduce nel: se mi servi mi interessi.E il resto sembra perdita di tempo.

L’ estate ha invaso le stagioni, gli uomini, i rapporti. Se davvero fossimo perennemente in vacanza, e non ci fosse la difficoltà del capire/capirsi, sarebbe l’età dell’oro. Ed invece siamo solo nell’era della soddisfazione dei bisogni accessori che diventano principali. La nostra fragilità ci rende invincibili e semplici, solo quando non pensiamo, non comunichiamo, non ci confrontiamo.

la bambina bionda

La bambina bionda avrà tre anni, porta un caschetto rosso in testa e sta sul marciapiedi, a cavallo della sua bicicletta. Con un braccio tiene una bici, eguale alla sua, in equilibrio. Passa un mezzo dei pompieri. rosso come il suo casco, si distrae. Saluta con la manina, viene ricambiata da un pompiere che sorride. Cade la bicicletta.

Dalla porta esce un bambino, ha un anno più della bambina. Il suo caschetto è blu, raccoglie la sua bici, senza protestare e sale. Aspettano e intanto si parlano, additano, sorridono. Forse lei gli racconta dei pompieri e del saluto. Adesso esce un uomo, avrà 35 anni, anche lui con una bici, un caschetto. Parla con i bambini, istruisce, accarezza. Partono, lui davanti, i bambini dietro. Sono sulla pista ciclabile che scende verso il lago. Lentamente, nel pomeriggio, sfumano verso il sole.

Le vite proseguono normali, ovunque, in lingue diverse, equivalenti e sovrapponibili. Fatte di affetti, consuetudini, piccole gioie e dolori, chiuse in cerchi ristretti di idee, prima che di cultura e di case fortilizi d’essere. Sfumature di caratteri, qui prevale l’ordine, altrove la fantasia. E’ lo stesso per ogni nuovo incontro. Si confrontano i caratteri, c’è curiosità, si capisce, spesso poco e male, poi la vita continua, a volte si intreccia, quasi sempre scivola via. Per caso, noi tocchiamo una vita, ne siamo toccati. Quando si segue il filo dei pensieri e si osserva, non occorre parlare. Questo vedere-sentire ci modifica, aiuta a sentire la singolarità nostra e l’eguaglianza di gran parte delle vite. Un brusio enorme dell’universo, che tocca leggero. Nelle modalità dell’essere, scegliamo cosa e con chi, il resto è appena meno importante, come le iterazioni deboli, tiene assieme l’universo e noi. Il nostro universo che è importante per noi, scorre a lato delle vite, nel flusso. Di me non resterà traccia negli occhi di quella bambina bionda, ma lei resta nei miei. E’ la percezione che la vita continua, tendenzialmente lamellare, su piani che hanno velocità differenti, si muovono assieme e solo dove c’è un ostacolo-occasione si mescolano. Lì si può accettare il confondersi, oppure riprendere a scorrere, non dipenderà solo da noi. 

E’ una percezione forte quella che mi prende: la vita continua dove me sono andato. E’ una tenera verità che genera una sensazione di pace, di continuità. Anche sul lago è sera, anche nelle case e nelle persone che conosco, e per cui sento cose importanti, è sera.

Mi basta.

il senso delle cose

Qualche anno fa pensavo ad un bimbo seduto su una tonda camera d’aria bucata, che rideva per l’aria che usciva e lo solleticava. A modo mio ne scrissi, ma qualcosa mi sfuggiva, e non era l’aria, era il senso dei miei pensieri, come se il pensare dovesse sempre essere utile o compiuto e non un’oziare che guarda attorno ed accumula, dialoga, connette. Nulla di nuovo in tutto questo, dall’Ulysses in poi, il dialogo interiore diventa parte integrante della vicenda umana raccontata, dilatandone il tempo all’infinito.

Se questo dire messo tra dentro e fuori, e non tutto dentro, come il linguaggio che sente, e non tutto fuori come il raccontare ciò che si osserva, è la mia modalità di comunicare, qual’è la sua utilità?

Nessuna.

Non c’è un senso compiuto, perché ho superato la necessità di concludere e la definitività dell’asserzione. Non esprimo tesi e teoremi, ho la sensazione di vivere all’interno di un flusso che si chiama occidente, che ha interessi politici, economici, ma ben di più sociali e personali. E quando si è all’interno di un flusso non si scrive la parola fine, ma al massimo si ragiona e sente con la particella a fianco, si traggono delle conseguenze che valgono per le sensazioni che sollevano: più giuste=sensazione di benessere, meno giuste=sensazione di disagio.

Quindi se le cose hanno senso per ciò che sono e provocano e non unicamente, per la loro utilità, lo scrivere, come il guardare, come il pensare e l’essere sono attività contemplative socializzabili, comunicabili. Non c’è un senso alle cose, perché noi siamo il senso delle cose per come le lasciamo dire, ci facciamo sentire, ci lasciamo amare. 

Mi fa piacere essere letto, ma in conto c’è anche il non essere capito, il non essere condiviso, proprio perché non c’è una tesi finale. Solo un fluire e sul fluire non c’è tantissimo da dire se non la direzione: se non interessa, si cambia flusso, si va altrove.

Per quanto mi riguarda il limite e l’opportunità dello scrivere su un blog si racchiude in due canoni:

1. lo scritto è necessariamente breve e può essere denso, o banalissimo, ma almeno dura poco. Solleva e non analizza, si conclude e passa ad altro. 

2. ciò che si comunica può essere l’allenamento, la prova, per altro di più compiuto e con un senso maggiore. Ovvero mentre ricostruire una persona attraverso un blog è una operazione che assomiglia a fare un puzzle, la stessa persona se vuole raccontare qualcosa che sia più complesso e compiuto può usare un contenitore unitario: un saggio, un romanzo, un poema, un racconto.

Conclusione: non cercateci troppo senso nelle cose che leggete, guardate le cose, il senso è proprio nel riuscire a vedere.

una tonda, nera gomma

Sulla tonda, nera, gomma, bucata,

tra polvere gialla e pezzi d’asfalto,

un bimbo rimbalza, e ride: per il gioco

e per l’aria ch’ esce e gli solletica la pelle.

E’ notte,

arrivata presto, oltremisura:

tra pensieri e passi, si spegne l’ansia,

i giorni troppo lunghi, le decisioni in fila tumultuosa,

come anatre, che però sanno dove andare.

Un sospiro fondo sparge nell’asfalto, le sensazioni

di questo buio volo

che non finisce e non ha sonno.

Guardo,

il davanzale troppo basso,

il vicolo, la strada gialla,

i lampioni pretenziosi.

Oltre.

Nel sole

il bimbo gioca ancora,

fa argine al nero che monta e invade,

traccia segni di polvere

e ride, mostrando labbra e denti al cielo:

ci è dato ricevere ed

inspiegabilmente leggere, cose

che la sabbia dei giorni non trattiene.

bollettino

Le parole del presidente sono scandite nel silenzio. A tratti, un raschiare, imbarazzato, di gole che scorrono la relazione, scritta con caratteri grandi e molto grassetto. Procede per asserzioni: sfide, problemi, colpe, perdite. Il governo è sotto accusa. anche se quasi tutta questa sala lo vota. Sono costruttori edili, non comunisti. Andavano bene i democristiani, quelli sì che sapevano cos’era la malta, la fatica del sole che dai campi si era trasferita sui tetti, la crescita per campanili. Questo Berlusconi ha detto che era uno di loro, ma era una finta. Mica sapeva davvero cos’era un cantiere, la malta, il sole d’estate sui tetti.

Le hostess alle loro convention sono sempre belle. Tubini neri, succinti, pochi reggiseni, tatuaggi discreti. Immagino sia il target dei sogni di categoria, l’immaginario dei figli imprenditori, perché qui il passaggio generazionale è cosa concreta come i rolex d’oro, le ferrarine o le maserati. La discrezione e l’apparenza si sposano, fanno fare affari, ma in fondo nessuno ci crede davvero e queste ragazze sono il metodo e la coscienza applicata al business. La famiglia è altra cosa.

Ma c’è crisi, rispetto agli anni scorsi sono diminuite le consorti biondissime e le Ferrari, tutte rimpiazzate dalle solitudini e dalle Bmw. Anche la sala, che era sempre strapiena, adesso ha larghi varchi.

Il bollettino continua: 230.000 posti di lavoro perduti in Italia, 2000 nella città e provincia. La CIG ha attenuato le perdite, ma sotto un certo limite spariscono le aziende. La nave non galleggia più.

Scadisce l’accuse nei confronti delle banche fedifraghe che non finanziano, pronte un tempo a lucrare sulla crescita, ora si negano agli appelli disperati, nascoste dietro Basilea 3.

Mi guardo attorno, quelli che stanno bene hanno ripreso a chiaccherare, altri ostentano sorrisi, se li guardi, e tacciono.

I cadaveri in economia, puzzano subito ed attivano un movimento innaturale che allontana la riva, una selezione per cui chi non ha forza, annega. E con lui le persone che lavorano nell’azienda. Bisognerebbe interpretare con le categorie di Nash i percorsi delle persone che si aggregano e sciolgono, il tenore dei discorsi, come si formeranno i tavoli per la cena.

Adesso il relatore, elenca i progetti dei grandi architetti che hanno firmato i progetti della città nuova. Torna il silenzio. Qui non amano i grandi architetti. Non aiutano, sono bizzarri, fanno cose invivibili e invendibili E costano. Sono solo belle e néanche sempre. Pare che in architettura ci sia una via di mezzo che assicura la soddisfazione di tutti, l’architetto medio, ma adesso non interessa più, qui sono alla canna del gas e sarebbero morti tutti, se non l’avessero già tagliato, il gas. Hanno bisogno di vendere, non di sognare e a questo  non servono più i gadgets delle convention, le amicizie, le reti.

Le parole sembrano strisci sul vetro. Non è un grande lettore il presidente, i basta si inseguono, sono troppi, si annullano, ma c’è l’atto di coraggio finale: noi ci siamo.

Già, ma chi? Mi guardo attorno, mancano conoscenti, quelli spariti quest’anno.  Capisco che ci sia un’eleganza, uno stile, anche nei naufragi. Qui lo stile è il silenzio. Molti di loro sono partiti dal cantiere, dalla piccola costruzione sino alle grandi opere. La complessità gli è nata tra le mani finché ancora queste pensavano, con il ferro da costruzione e la calce che non andavano mai via davvero. C’erano operai da spostare su più cantieri, crediti da trovare, macchine da comprare e materiali, e appalti, e costruzioni banali di cui andare fieri. Ci sono stati anni che ruggivano come una fornace, anni di sacco del territorio dove la burocrazia, le regole non reggevano la domanda, il mercato. Scempi immani permessi da quella politica che ora sembra essersi allontanata da loro. E loro non capiscono. Non capiscono come navigare, perché non ci sono stelle, non c’è direzione o piano, non c’è luce, oltre a quella che sta nei cervelli.

Gli interventi si susseguono, cresce la noia, ma bisogna arrivare all’ora di cena. Qui si mangia bene, il vino è ottimo, la conversazione sarà leggera, ricca di sfottò.

Molti padri sussurrano ai figli cinquantenni, commenti preoccupati. Il passaggio generazionale è anche questo, solo che la staffetta qui dura a lungo, come per le successioni in cui i re non se ne vogliono andare ed il principe invecchia.

Fuori stanno apparecchiando, i vetri rilucono, tra poco sciameremo tutti sul prato.

La notte sarà noiosa e lieve. 

p.s. forse i costruttori la usavano come ninna nanna

temporale

Di colpo il cielo s’è abbassato, scocca fulmini orizzontali. Secchi, senza preavviso, saette, seguite da scrosci brevi di grandine. Il tempo rallenta e gli occhi attendono impauriti il prossimo squarcio.
Lampo/schiocco, così immediati da fondersi nei nervi, nei neuroni, fanno salire il cuore verso la gola. 

Passa, passerà presto.

Deve arrivare l’acqua. L’acqua mitiga l’elettricità, la suddivide in tanti, minuscoli rivoli che la portano verso terra. e non fanno male. Serve l’acqua.

Non è vero, non è niente vero, ma è bello crederlo. Il fulmine scocca da terra, è solo bello pensare il contrario.

Come il cielo fosse un corpo di femmina e il fulmine il maschio, e una fica di luce li percorresse per litigare e fare all’amore.

Non è vero, non è vero niente. Il cielo e la terra sono incuranti di noi. Possiamo scriverne le leggi, ma loro le applicano secondo voglia, hanno un loro bene a cui rispondere, che non ci riguarda e che c’ignora.

La pioggia d’estate adesso scende a rivoli. La parte organica del mondo ringrazia di tanta vitale indifferenza.

La furia è passata, il cielo si alza, si stira pigramente, e s’allarga. Da nuvole di spuma filtra curiosa la luce.


green economy

Il rosso lamiera, da arrogante, sbiadisce senza decidere. Il giallo sporca, accontentandosi di riflessi, il blù sfuma verso l’avio e solo il grigio impavido resiste. Per lui sporco è già aggettivo identificativo, ma in realtà, attende spray misericordiosi di segno e di colore. Banali anch’essi nella loro ripetitività, Basquiat da queste parte non ha avuto eredi, solo l’inox, freddo nobile conscio, ostenta: non ha mai legato con nessuno.

La pioggia lava e il verde d’alberi, erba ed edera, rifulge. Colore un tempo difficile, il verde, ora sembra amico mentre evoca e mistifica. Non lui, ma le architetture, i passaggi d’alluminio e acciaio, i vetri sporchi, le strutture nate ruggini. Non acciaio corten, proprio ferro da fonderia, ferrazzo da rifusione e ganga, perché non è più tempo d’esili colonnine di ghisa, di pensieri da forgia. Tutto s’è seppellito nel secolo breve. Breve e ricco, Di visionari, fabbri d’anime e strumenti, note, parole, invenzioni, testi. Allora sì, fare pensieri multimediali e rappresentarli in piani scorrevoli tra loro, anche nell’intersecarsi, era complicato.

Vi do una cattiva notizia: è stato inventato tutto nei concetti fondamentali, adesso va di moda l’evoluzione del dettaglio. Qualche spirito libero s’esercita nel deserto: non farà danno. Basta lasciarlo dov’è, difficile da raggiungere anche per i curiosi. Vedete, guardatevi dentro, s’è perso l’elogio del brutto, del possente, dell’ordinato, del meccano che dalle teste trasmetteva moti oculari. La torre Eiffel è brutta, è un ammasso di ferraglia, basta finalmente dirlo, anche il colosseo è un ammasso di pietre squadrate, e San Pietro è sproporzionato per la vista e piccolo per l’ambizione di contenere le anime. Ma non sono banali- Perché elogiare il banale e prendersela solo con i monumenti ridicoli contemporanei? Prendetevela con il bello che non nasce, chiedetevi perché. Alemanno ha accettato un monumento banale? Colpa sua. Come si educa l’artista, se non si rifiuta. L’elogio del brutto è processo consapevole, militanza, fatica, ed invece anime tiepide, accettano, non dicono, si astengono, si voltano altrove. Per convenienza, mica per altro.

Possiamo continuare e dire che la caban di Le Courbusier è il nostro sogno, perché i sogni sono domestici, e nei geni sono ancora più domestici. Solo chi non ha sogni, ma solo voglie e desideri, deve rivestirli d’infinite pietre, d’infinite scopate, d’infinite finte trasgressioni. Nella furia iconoclasta della giovinezza tentammo di togliere lo champagne al genio, a Strawinsky o Picasso o Gadda o Hemingway, ma erano già morti, e per fortuna non se ne accorsero. Neppure le star intelligenti d’allora se ne accorsero, mettendo allegramente i fegati sotto alcool e chiacchere.

Basta non è tempo d’iconoclasti. Adesso è il verde che evolve e lega il pensiero, quello furbo e quello disinteressato. Ed io, che non ci penso, mi commuovo davanti ad un tiglio, al suo profumo. Lo ringrazio di nobilitare scelte di appalti a valore apparente e decrementante. 

Vi do una buona notizia:  stato inventato tutto, basta legare e perfezionare, leggere finalmente i manuali accumulati, adoperare le release esistenti, aspettare che i bambini crescano anziché buttarli via con i catini. Si può far fallire la apple, la bmw, la mondadori, la sony, il consumismo. Leggere tutto, sfruttare i sistemi operativi, andare al cinema, ascoltare musica dal vivo.

Il verde lega e nobilita, perfeziona legni, giri di vite e colle. Se si calpesta è tollerante, se ci si adagia è meglio.

E’ verde e se si guardano i conti non è neppure tanto economy, è la strada. Una strada. E tanto basta per mappare e ricostruire il mondo, così che sembri nuovo. Ma qual’è il bilancio vero  di questo verde che riempie le bocche? Su questo, come su molto altro, bisogna svoltare l’angolo dell’apparenza, puntare alla sostanza delle cose, accettarne la durata. Pensateci, green economy è accettare la durata e la funzione delle cose, siete pronti? 

p.s. el me par novo. Mi sembra nuovo. Non ci sarà mai nulla di così forte nella lingua come il dialetto e parere è un verbo nobile, anche nella negazione.

natale


La foto è quella di un albero di natale controluce. C’è una finestra ampia. Fuori non si vede oltre il grigio, facciamo che sia una sfuocatura, anziché neve o nebbia che distrarrebbero inutilmente. L’albero non è granché, forse artificiale, spelacchiato, con fili d’argento e d’oro che s’intuiscono, poche palle e poche luci, senza pretese. Un albero, prima dei bassi costi cinesi. Su un lato un televisore funziona con un’immagine indistinta. Siamo in un soggiorno, un pezzo di divano spunta dall’angolo in basso. Non c’è nessuno. Ovvero c’è il fotografo, ma sta guardando dietro la macchina, quindi è uno sguardo. Solo uno sguardo  ed un pensiero.

Confronto l’albero con il sole cocente di questi giorni  di maggio, è un natale finalmente depurato, senza l’atmosfera costrittiva della festa. Le cose, private dei luoghi comuni, acquistano una dimensione comunicativa nuova.

L’albero parla di qualche affetto esistente, di famiglia forse; ne parla, così in generale, che può essere qualsiasi affetto. Si sente una relazione. Ecco, l’albero parla della relazione senza ostentazione, con poca ricchezza, quasi una necessità di fare. La povertà incipiente della mezza luce del pomeriggio fa il resto ed enfatizza la sensazione. Qualcuno ha messo insieme un rito, adesso le fasi dovranno essere riempite di contenuti emotivi.

Avete presente quando ci si trova ad una cerimonia? Raramente si partecipa totalmente, la testa scivola altrove e tra l’inizio e la fine c’è spazio per il quotidiano, per i desideri, per i pensieri meno nobili, per la noia, per i sentimenti. Accade anche durante i rapporti sessuali, ci sono studi importanti al riguardo, quindi, a maggior ragione, ovunque il canovaccio preveda delle sequenze, la testa è lasciata libera. Ciò che accade dentro, è un miscuglio che approfitta di un contenitore e delle sue cadenze temporali, la forma, i convenevoli/preliminari, l’atteggiamento. Il tutto con pensieri differenti. Nella foto, l’albero e la stanza sono il contenitore, così adesso possiamo metterci il resto. Solo che stavolta non sarà ritualmente scontato, è una rappresentazione di noi, del nostro pensiero. Noi siamo i personaggi assenti, ci confrontiamo con la verità che vorremmo raccontare e che non diciamo.

Permettiamoci di raccontarla: è natale a fine maggio ed i nostri personaggi sono due o più. Meglio due. Hanno qualcosa in testa, torneranno tra poco in quella stanza, non assieme o forse sì, comunque il non detto è già nell’aria. Non lo diranno e lo diremo noi per loro. L’albero assiste e lega tempo e spazio. La rappresentazione inizia…

è compatibile

Stasera ripulisco occhi e testa dalla ricerca del positivo e neppure voglio trovare la poesia.

E’ bello questo posto, indipendentemente da ciò che penso.  Due poveracci hanno appena fatto passare la bottiglietta di succo di frutta da un cestino di bici ad un altro, è piena di dosi. Intorno ho studenti, aperitivi, loro chiaccherano, io scrivo, mi interrompo, parlo, fotografo. Ma non i pusher. Non è solo una questione di rischio, a Tirana, a Kerem, ho rischiato di più, è che inquadrerei situazioni, invece mi interessano i volti, gli occhi e le pieghe del viso. Cosa sta dietro a quel continuo muoversi e guardarsi attorno. E qui non potrei farlo.

Si vedono le tecniche di passaggio delle dosi, l’acquisto. Tutto in scivolata, tutto sulla fiducia, oppure sulla capacità di contare e di valutare in un’occhiata. Tanto se mi freghi, ti trovo.

Guardo, sposto gli occhi. E’ come vivessimo due realtà contigue e incomunicabili. Sulle scalinate dell’antico porto fluviale, i ragazzi si sbaciucchiano, io bevo e scrivo, il mondo si muove assieme al tempo. Dall’acqua bassa emergono le bici rubate e gettate. Chissà perché: per spregio? per indifferenza? Bastava appoggiarle alla spalletta del ponte. Eppure…

Ho storie di questo posto che non interesserebbero quelli che mi stanno attorno. Neppure a quelli con cui parlo. Cose vecchie, ubbie, fantasie: la realtà è altro, è successo, non interessa più.

I fischi si susseguono nell’aria. Avvisi. Polizia ed esercito fanno la ronda e i pusher parlano la lingua degli uccelli, sembra d’essere in una foresta dove gli occhi non si vedono, ma le presenze si sentono. Uccelli che non volano, senza piume e senza cielo.

Non c’è poesia. Sono poveracci, che fanno un male enorme, senza sentirne colpa. Come diceva l’evoluzionista? Dio ama i coleotteri: forse sette-ottocentomila specie, di uomini solo una. Una variabile impazzita e sfuggita al controllo attraverso biforcazioni che dovevano portare a vicoli chiusi ed invece sono emerse vie d’uscita. Un culo pazzesco e imprevedibile. Ecco chi siamo. I pusher si riuniscono e sciamano con una mobilità nervosa da amebe, chissà cosa pensano oltre l’odore della paura. La specie non è così recessiva da includerli, non è così forte da espellerli. Compatibili!

Non c’è poesia. Nessuna. Non oggi che è l’anniversario della morte di Falcone. Forse mai.

Ragazzi fanno jogging lungo il fiume. Magari ogni tanto sniffano anche loro. E’ compatibile. Un tempo si pensava che lo sport salvasse, poi il dooping amatoriale ha spazzato via le illusioni. Certo c’è un mondo pulito. Noi siamo puliti. Guardiamo, stiamo attenti, capiamo, è un mondo compatibile. Solo che non c’è poesia, neppure un poca. Non qui.

I ragazzi parlano attorno, si sta bene seduti a bere, c’è aria che trascina l’afa, il fiume, i pensieri.

La droga fa, da tempo, vittime silenti. Sembra che, a differenza dei miei anni giovanili in cui prevaleva il cupio dissolvi, il bruciare speranze e vita nell’abisso, adesso ci sia scissione e coesistenza. E’ compatibile. Qualche volta, non sempre, basta non prendere il vizio, solo la scimmia. Non al posto d’altro, come fosse parte della normalità. Penso al mondo che ci sta dietro, alla sequenza di disperazioni che porta su, su, fino ai tappeti persiani, gli attici, le mazzette di contanti che confluiranno in edilizia, azioni, attività lecite. Al capo finale della corda che si srotola verso il basso, due morali disperate, due bisogni che si incontrano per sopravvivere, ma ciò che genera tutta questa normalità disperante dovrebbe essere tagliato. La testa dell’idra dovrebbe essere recisa senza pietà. Né scusa.

Non c’è poesia, né positività stasera. Non è necessario che ci sia sempre.

Attorno, cani, genitori giovani, bambini, colombi, studenti, professori. La storia dentro, e davanti, una porta della città. Il leone è una riproduzione, l’originale è a Piazza Venezia a Roma, simbolo delle Generali. Prima, orgoglio e baluardo della Serenissima contro la lega di Cambray, contro l’imperatore. Adesso una copia: il passato è stato venduto. L’iscrizione sulla porta è omnium sanctorum, ma non basteranno tutti i santi a togliere questo posto dall’orlo dell’inferno. L’orlo, solo l’orlo. Chi sta indietro guarda con curiosità l’abisso, bene attento a non fissarlo, ricorda Nietsche, ed allora parla, beve, pensa ad altro. Non è un suo problema. Tollera la diversità finché non diviene minacciosa o da fastidio. Non chiedetemi un giudizio morale. Non è il mio mondo, eppure è lo stesso mondo. La testa è una casa, a volte sicura. Basta chiudere una porta e quello che sta fuori, mi riguarda, ma non così tanto. Basta lasciare che due tempi e due realtà scorrano, l’una dentro e l’altra fuori. Come in Sicilia, ai tempi di Falcone e dopo. Come adesso in Africa, come sempre nel quartiere a fianco. Per favore non chiedetemi di trovare poesia in tutto questo. Possiamo salvarci, dobbiamo salvarci, vedere il bello e l’indifferenza che ci sta attorno. Assieme. Il resto cascherà dal percepito come polvere dalle scarpe. Lo sapete cosa significava scuotere la polvere dai calzari? Considerare morto ciò che s’era attaccato, persone comprese. Si cammina e si chiude la vista, per vivere, per sopravvivere. E allora guardiamo i cani, le ragazze che fanno jogging, i bambini, gli studenti che parlano d’esami e ridono. Ridono perché la vita è bella. A volte è bella. Spesso è bella.

Il pensiero torna a Falcone, a quello che ci stava – e che ci sta dietro- e lì, il pensiero si ferma.

Mi fermo su quei 1000 chili di tritolo e non mi muovo.

mercurio

 

Sento disgregare la realtà,  la poesia chiudersi nelle frasi sospese, ansimare mentre chiede attenzione e poi lasciare al silenzio il compito di tenere i sentimenti. Rizzandosi dalla sabbia dei giorni, vedo attorno abitudini, che diventano corde, sbarre, prigioni. Prosa della peggior specie, priva d’ogni significato che non sia l’apparenza, il desiderio soddisfatto, il consumo-

Perché così tanta letteratura e storie e trame di cinema sprecate ?  Per rappresentare il quotidiano basterebbe un’eterna variazione di un plot narrativo. Un canovaccio da affidare ad un computer per la nuova realtà, quella che indefinitamente si ripete. Ci sono modalità nuove, m’hanno detto, il multisensoriale, che verrà prima del multimaterico da divorare, metabolizzare, rendere parte di sé. Avatar.

E’ la mia ignoranza che mi conduce oltre il limite. Quando la pressione esterna diventa eccessiva, la complessità solo da subire, allora vorrei scomporre sintassi e parole, diventare inintelligibile al banale. Anche quello complesso. Costringerlo a sforzi che superino il giorno, la luce, la sua assenza, la notte, usare la presunzione per tenere la realtà appiccicata, lasciar credere che sono accozzaglie di parole il soffrire, il sentito, l’amore, il bisogno di futuro.

Insomma, imporre al comunicare le mie regole disfatte e di nuovo solide e diverse. Una grammatica dell’ignoranza, che trovi fondamento nel sentire, nell’esemplificare in una tavola di Mendeleev dei sentimenti dove si colloca ciò che si è in un certo momento. La grammatica dell’amore imperfetto che cerca l’equivalente nel vivere. E quindi sabbia da scorrere tra le dita, da brancicare con i piedi, da trattenere a mente. Eccole le regole prima d’essere elemento: partire dall’amalgama e cercare la purezza del sé.
Se potessi scegliere ed affacciarmi alla mia grammatica degli elementi, vorrei essere mercurio imprendibile, non oro da esibire. Il mercurio, è coeso di forza interiore (mi direbbero, di tensione superficiale) , non si disgrega, si scinde e rapprende secondo sue regole d’attrazione. Metallo senza magnetismo, pesante e mobilissimo, liquido e solido pronto a sublimare, sereno e velenoso in eccesso, floccula candido, se cercato nel giusto modo. 

Dire: mi seguirai mentre mi frango in piccole simmetriche mobilissime sfere, pronte a rapprendersi per correre assieme ovunque?

Ed ancora una domanda, porre a guardia del mio cuore:

ma davvero scrivi su pezzi di ricevuta, sugli scontrini dei parcheggi a tempo? E non hai paura né della carta bianca, né di scrivere sopra parole d’altri?

Se così è, siamo della stessa materia che tesse sogni e terra,

che si fa sabbia per tornare roccia e poi sale da bere e ancora acqua da piovere e amore di sole, spuma d’onda, nebbia senza stagione, luce fatua, fulmine globulare e vento. Si, vento che solleva e posa, sbatte per gioco lamiere, frange parole, ricaccia riso e lacrime, unghia finestre, avvolge di carezze, incolla vestiti, solleva interrogativi, brividi di piacere, asciuga pensieri e corpi, tutto unendo senza distinguere, finché rompe, lui con noi, le sintassi della fisica, del tempo, del senso obbligato delle cose, e toglie il peso d’essere conseguenza: liberi. Finalmente liberi di volare in cieli senza conclusioni.

Se sopporti tutta questa violenza, questo portar fuori dai parametri comodi, su cui dopo i 18 anni ci si riposa, se accetti lo sforzo di seguire ed essere fedele all’imprevedibile, ti sembrerà d’avere tutto e t’accorgerai che è niente. Come un balzo verso il cielo, che si chiude in un momento, anche se lo senti eterno. Ma è fatica, sogno, gioia, sfida, leggerezza, rifiuto che disgrega il quotidiano e l’abitudine. E ti mostra che quello che hai imparato ti serve tutto, ma non basta ancora. Non basterà mai. Che nessuno di quelli che confondono la poesia con la noia potrà mai capire, che il reale per te coesiste, ed ha entrambe le dimensioni, cosicché ti ritrovi a maneggiare questa parola: strano e a non sentirla equivoca. Come fosse un contenitore dove ci puoi stare davvero. Un contenitore che ha tutto, solo che tutto è senza la solita pelle, e a volte questa pelle proprio non c’è, oppure è pelle diversa, e colore diverso, e tutto è acuito, forte, denso, eppure fluido, gassoso e carezzevole. Tutto assieme senza una sintassi esterna, una fisiologia che ti guardi e ti descriva e ti permetta di dire: ecco, quello sono perché sono descritto, mi ritrovo in un manuale.

In quel contenitore in cui t’affanni, (cercando di dare nome al sentire, mentre basterebbe star zitti e sentire senza suono) con quelle che, per altri sono solo un’accozzaglia di parole, lì c’è la tua descrizione che si fa giorno per giorno e diventa sintassi d’amore. 

Allora quel balzo che ti ha fatto scartare un giorno da una scia facile, vale più d’ogni tuo viaggio in aereo, d’ogni giro obbligato o necessario e ti porta sui tuoi piedi dove non sei mai stato, e ti racconta cose che hai vissuto finalmente mescolate con il presente ed il futuro.  

Scocca il pomeriggio

E scocca il pomeriggio. Quasi non me n’ero accorto.

Ecco perché il sole si butta impavido dentro finestre cosparse di pollini e di vento.

E, incurante, si perde a pezzi, come me, per rimbalzare sul legno del pavimento, sui libri, sui fogli,  sui mattoni rossi alle mie spalle, sul bordo del letto. Raggi di polvere e di luce, equilibrio instabile di costi/benefici, ma lui, au contraire, sembra indifferente d’utile e d’emozione.

Osservo la mia calligrafia, e come sta mutando. L’ordine, l’allineamento delle lettere, le lettere stesse. Penna punta dritta, sensuale di vocabolo più che d’estro. (E non è tempo oggi.)

Tratto medio, pennino smussato, inchiostro nero-blù. D’altri tempi. In tutti i sensi.

Spezzetto pensieri e frasi. Ascolto il suono. Cerco schiocchi di ritmo nella testa, sfere d’acciaio su pavimenti in pietra sonante. Suonano le pietre, le ho saggiate, sentite. Suonano le frasi, aspettano sinosuidali movimenti a fior di labbra e punteggiature adeguate. Impugnare le parole come cavità risonanti, farle vibrare. E’ il sogno dello scrivere sentendo.

Per anni le mie frasi si sono susseguite orizzontali con un ordine che mi stupiva. Forse traboccava da dentro, oppure era bisogno d’ aggrapparsi al bianco del foglio. Rispettarlo ed esserne salvati. C’è una purezza nel foglio, anche quando è scritto. L’avvertiamo nella paura di sporcare, il coraggio dipenderà dall’incoscienza, oppure dall’orgoglio di ciò che si scriverà. Mi verrebbe d’usare protervia al posto d’orgoglio. C’è protervia nel gesto del dare imperioso, nel malo modo che annulla il dare ed anche chi riceve. Così è per la carta.

Adesso non leggo le parole, guardo i segni, e vedo che le linee per essere orizzontali devono tornare nel regno del pensato. Ovvero devo pensare le parole e come le scrivo per allineare linee diritte. Il parallelo è al camminare e si traduce nel pensiero del passo, nel sentire la terra, il sasso.

Bisogno di sentire il particolare. Chissà… forse

Rileggo: Vorrei si facessero (nel senso che proprio diventassero materia da toccare e sentire) in te, amica davvero cara, le mie scuse per non essermi fatto comprendere, per non averti dato la reale dimensione di me. Cosa impossibile del resto perché neppure io la conosco. Ma almeno una traccia dovevo dartela per il rispetto e il bene che ti porto

Troppo ampolloso, circonvoluto anche se sentito, e poca cosa rispetto al tumultare della testa. Eppoi perché manca il punto? La frase potrebbe finire, ma non finisce, come non finisce davvero nulla. Fluxus. Mi tornano a mente le alghe nella corrente. Anche quest’immagine è sensuale. Immerse ed ondeggianti sincrone carezze.

Sovrabbondo. Lo noto, è un marginalia che non c’entra, scritto per traverso. Recupero il pensiero ed un sentore di punta morbida, di cannella, come quello che percepiscono i degustatori di vini prima d’ incespicare nel lieve sentore di pietra focaia. Come si fossero frequentate armerie tardo medioevali, prima dell’osteria, oppure giochi di bambini dove la scintilla tra due pietre doveva avere odore. Sovrabbondo, potrebbe essere il nome d’un prete eccessivo, non solo d’appetiti, ma dilatante di perimetri, circumnavigatore di razionalità pericolose. Invece sono mani che dispensano, larghe non d’aspetto, e generose.

La calligrafia mi descrive. Ho bisogno di controllo, ma lascio andare la mano, ascolto il cigolante amplesso tra pennino e carta. La luce che inonda la stanza è quella che il lato d’un letto s’aspetta il pomeriggio per convenientemente trarre respiro sudato prima del torpore. 

Scrivo.