Vorrei raccontarti la sera in pianura, tra i campi, appena oltre la città. Qui si vede la sera tra le case, le facciate, i vetri si riempiono di luce rosa e poi aranciata, ma il petto un po’ si stringe. Vorrebbe respirare, s’allarga, ma lo spazio non lo contiene. Così ti racconto che basta uscire un poco per vedere il sole pieno di sé, che invade il cielo e promette mentre se ne va. Promette una notte che finisce, una luce nuova che verrà. Parte e promette, con una certezza che toglie la paura dell’abbandono.
Stasera gioca il sole e si nasconde dietro ad una nuvola grigia. E da lì preme, e avvolge nell’abbraccio la nuvola che non lo contiene, finché questa s’arrende, e paga allora lo riflette e lo spande, con la luce che trabocca, incendiando una tenda di nuvole bianche. Chissà se vedi la fila di pioppi, alti e serrati contro la luce, se cogli la finezza dei rami ancora privi di foglie, che filtrano di nero l’arancio, un confine alla terra che punta al cielo e si imbeve di luce, come fa con l’acqua, aspettando anch’essa il giorno, dopo il freddo della notte.
E sotto, la terra, tagliata in solide zolle squadrate dai lavori di primavera , velata dai confini d’alberi, eppure dilagante a perdita d’occhio. Chissà se vedi il bruno dei campi che si macchia di verde flebile e nuovo, chissà se senti il suo freddo che si riscalda nell’arancio che piove dal cielo. Se tu lo senti con me, allora vedrai anche quei piccoli pali piantati a reggere fili, le case di mattoni che s’accucciano nei cortili, la strada che percorre e non si ferma, vedrai fino a quel trattore che usa le ultime ore di luce per ancora lavorare e sentirai che sono piccole cose di noi davanti all’immane luce della pianura. Sentirai che rispettando la luce possiamo accogliere il buio sapendo che finirà. Sentirai che i sogni della notte non porteranno la paura d’essere altro, che saremo solo uomini che sognano. Sentirai, nell’arancio che si spegne nel blu, che non ci perdiamo perché la luce torna e tutto attorno a noi lo dice.
Quel vantaggio che ti faceva dire –lei, la giovane- è poi sfumato col tempo. La superiorità d’aver visto di più si scioglie con gli anni. Ma non ci si pensa quando è ora, e adesso che l’età non conta, avreste da parlarvi, ma non si può più. Del resto l’avete fatto poco anche allora: erano più le cose della vita che parlavano per voi. Tu eri ribelle e lei no.
Ricordi? ce lo siam detti che un tempo si parlava poco: c’era pudore dell’io e del sé. Ma i gesti, quelli sì, parlavano. E mentivano molto meno.
Pensando alle mie storie, capisco come posso i giovani. Le ragioni non sono mai le stesse, tranne alcune, come allora. E sono importanti perché è la vita che ci tiene assieme. La giovinezza ti si rivolta contro se non condividi e con l’età questo diventa difficile per alcuni, ma non per me.
Come cantavi piano: a conquistare la rossa primavera.
b.: credo che la sensualità e la bellezza abbiano aspetti soggettivi, personali, e che quelli si dovrebbero riconoscere per star bene con sé. Gli altri sono aspetti oggettivi, di relazione, ovvero quelli che gli altri riconoscono in noi perché sono parti di un canone comune.
A.:sentimi bellezza mia, io invece credo che la bellezza e la sensualità siano solo oggettive e comuni, cioè semplificando al massimo: io posso essere sensuale e bella per tizio o caio o per te, ma non per tutti se non sono davvero bella. L’attrazione fisica, sessuale, mentale è fatta di questo.
b.: certo, ma parliamo di cose diverse, tu ti fermi ad una idea di bellezza da rivista, mentre sei bella e sensuale sia oggettivamente, che soggettivamente ed entrambe le situazioni non dovrebbero impedirti di sentirti bella sempre e comunque. Anzi dovresti accettare che qualcuno veda la tua bellezza dove tu non la vedi e vedere dove indica il suo dito prima di escluderla. Solo così esci dallo stereotipo che ti condiziona. Prova a scoprirla, riconoscerla, non fermarti all’apparenza.
A.: sarà, a mio avviso tu costruisci relazioni per la tua testa, il mondo non funziona così, neppure la biologia funziona così.
b.: se questo fosse ci sarebbe un’idea stabile di bellezza e saremmo classificati alla nascita. Questo va bene per il senso comune, ma tu prova a vederti davvero, non con gli occhi degli altri, con i tuoi e senza specchio e scoprirai qualcosa che è solo tuo. Chiediti se è bello, riconoscilo come tale e la tua sicurezza di te, solo per te, sarà nuova, non soggetta al tempo. Lascia che la tua bellezza sia e basta.
Tutti questi oggetti, libri, cd, feticci tecnologici quando li abbandonerò torneranno ad essere ciò che sono: cose. Quel velo d’anima che li ha rivestiti nella loro scelta, nell’immaginarne un uso, nell’utilizzo e nella consuetudine che è quasi amore, si perderà definitivamente. E’ il loro destino, hanno significato solo per me. Noi viviamo sui detriti, su ciò che è stato costruito e distrutto, amato e odiato da chi ci ha preceduto. Questa enorme massa di cose ha alzato le città, si è inabissata nei mari e nella terra per sciogliersi piano in molecole asessuate di sentimento che ora girano e si ricompongono. E’ una piccola parte del ciclo della vita ben più vitale e rorido di umori. Oggetti che prima degli inceneritori impiegavano più tempo a consumarsi e passavano più identità, ora spesso sono vapore, aria, isole galleggianti nell’oceano. Ma senza vita in comune con l’uomo.
Esplorando una casa abbandonata, accanto a mobili rotti e fotografie sbocconcellate dai topi, c’era una lettera ancora in parte leggibile e scorrendola le parole hanno riacquistato senso e la carta non era più solo foglio, ma qualcuno che parlava. Ne ho ricavato una malinconia curiosa, sentendo che nel trasmettere qualcosa noi vorremmo fosse per sempre, come il nostro amore. E che ogni espressione di noi, quel pezzo impalpabile di passione, quel protendersi verso l’altro, vorremmo rientrasse nella nostra potestà. Anche nel gettare, chiudere, distruggere, non solo nell’amare e nel serbare. Pezzi di noi trasfusi nelle cose, uso e ricordo assieme.
E pur con un tempo più lungo, con qualche scia che scavalca case, generazioni, anche gli amori, gli affetti più profondi che c’hanno legato, sfumano con la distanza, in un lasciar andare che non è distacco, ma vite che si sovrappongono. Frammenti di sentimenti su cui, e con cui si vive, e finché ci siamo sono ciò che ha senso in noi e ci è più caro.
Un ricordo incipiente s’è fermato sulla soglia della memoria. E’ scomparso un attimo prima di spuntare, e m’ha lasciato tra i suoni della città stesa al sole di mattina. Eccolo, mi occhieggia davanti ad un semaforo rosso che adesso è troppo corto, per afferrarlo mentre già scompare. Dispettoso, ricompare dietro un angolo di pensiero, evoca un odore, un gusto che pare di sentire, un’emozione provata, ma è un attimo e resta solo un sentire buono.
Bisognerebbe fermarsi, chiudere gli occhi e guardarlo mentre gioca a rimpiattino con la mia memoria. Sa essere dispettoso, scappa e si nasconde, ma non sa che quando mi dicevano agli indovinelli: ti arrendi? rispondevo di no.
Ho pazienza e senza portare il pensiero altrove, sto fermo, ad aspettare che incuriosito mi ritorni appresso. Ecco, quasi ce l’ho. Preso. E già si sente pulsare, dolce e prezioso, che sprigiona la sua fragranza di vissuto.
La mia generazione è cresciuta con l’educazione all’utile. Lo spreco era aborrito per penuria, quasi tutto veniva riusato fino a consunzione. Strano che un popolo abituato a vedere l’eccesso come un segno di maleducazione e sguaiataggine, si sia riconvertito allo scialo anche di se stesso e delle proprie convinzioni oltre che degli oggetti.
In tempi di nuova penuria, gettiamo via di tutto e di più e le nostre case sono sempre troppo piene. Non voglio però soffermarmi su questo, perché è un mio cruccio irrisolto, mi basta non buttar via me stesso, ma ciò che mi attrae è proprio l’idea dell’utile. L’utile vale ovunque, nell’intelligenza, nella politica, nelle relazioni, nell’amore. Qual’è l’amore utile, ad esempio? Direi di primo acchito, quello che ci muta, che indipendentemente dalla felicità che genera, ci porta verso un riconsiderare abitudini e vita. E il cambiamento è comunque una funzione vitale. Anche l’intelligenza utile ha un suo segno, che non sta tanto nella rivoluzione che produrrà, ma piuttosto in come cambierà il nostro modo di vedere le cose e quanto ci manterrà in sintonia nuova con esse. Analoghe considerazioni valgono per le relazioni, una nuova amicizia è utile, non per i favori che procura, ma perché ci fa stare bene. Così l’utile acquista, per me, un significato nell’età dello scialo, ovvero quello che mi muta e mi rende più confacente al mio vivere, è utile. Anche i desideri sono utili, da questo punto di vista, e così il futuro che vorrei per me e per gli altri, che condividono il luogo, il tempo, i problemi, la vita collettiva. E’ utile ciò che mi cambia senza rinunciare a me, quello che davvero è compatibile con il reale convissuto. In questo sento che nello sforzo di tanti che con onestà, convincimento e scelte di vita si danno da fare per migliorare le loro e la mia vita, ci sia un profondo senso etico dell’utile. Oltre il sogno, che pur resta mio, oltre alla discussione che pur appartiene allo scambio e al ragionare, oltre alla cecità che fa vedere solo una parte della realtà, oltre al dubbio che un buon compagno, credo che nello sforzo comune ci sia l’utile di mettere insieme e non dividere, di unire spinte e voglia di cambiamento in un progetto. C’è quanto basta non solo per confermare il farmi coinvolgere, ma anche la serenità che toglie il senso dell’ inutile.
Oltre alle campagne elettorali, il vociare, le bugie smaccate, la voglia di sangue di chi si è sinora disinteressato o peggio dimentica per chi ha votato e ci ha condotto in queste condizioni, si può cambiare e il mio voto conterà davvero.
p.s. per chi non mi segue forse non è chiaro, ma voterò PD.
C’è il sole e una luce sghemba che si riflette sulle nubi. Strano tutto, le nubi, corpulente e bianche nell’azzurro, la luce dal basso, l’aria quasi tiepida. Attendono neve, molta, ma non se ne vede traccia. Verrà, forse. Il meteo è un grande argomento di speranza contro la precisione delle sfighe quotidiane. Non ci riguarda però, non ora almeno, così ti riempio di silenzi e di parole e tu colmi e apri le mie curiosità. Tra poche ore partirai, nel frattempo divideremo cibo e diversi caffè, fino alla stazione. E poi giorni di telefonate e altri trucchi che sappiamo. E ci fa ridere questo dirsi che non ha fine.
Torna presto o vengo io da te, mi basta camminare, ascoltare, sentire ciò che ti sta attorno. O anche solo arginare il grigio che ogni discorso interrotto lascia.
Però adesso vai, qui è prevista neve, ne rideremo al tempo giusto.
Con tempo, e con pazienza ne sarei venuto a capo. Alle mie regole. Mi era sufficiente sentirlo, oltreché pensarlo, perché la pressione esterna diminuisse. Ne veniva una tranquillità sul mio tempo, su ciò che potevo ancora fare, e avrei fatto, con me.
Allora l’angoscia dell’essere ” come tu mi vuoi”, da chiunque espresso, andava in un luogo inoffensivo. Via da me.
Questa strada è quella che percorro ancora, è la mia via all’apprendimento della libertà che continua.
Tortuoso, doloroso e pesante. Mi trovavo con questi tre aggettivi, alle cinque del pomeriggio di domenica, la non ora per eccellenza. Fuori un cielo di sera invernale, anch’esso indeciso e piovoso, insomma pessima compagnia, ed io lì, a chiedermi che ne sarebbe dei miei occhi senza termini di paragone, o ancor più senza speranza, ché questo sono poi gli aggettivi: misura della speranza, chierichetti di funzioni, senz’officiante, per religioni del bello ridotte a luogo comune.
Ed allora che farne di questo senso negativo che questi poveri disgraziati aggettivi si portano dietro e come rovesciarlo in un roseo orizzonte? Oltre il cielo plumbeo e l’apparenza, oltre la superficie, oltre e basta.
Il tortuoso del ragionare non era forse il mio bighellonare da flaneur, da perditempo, che non ha altro di meglio che attendere il caldo del letto e il conforto del sogno, quindi un tortuoso da gigione, simpatico perché disposto all’interlocuzione, alle culture del dubbio, con tempo a disposizione ed energia da spendere, perché è un po’ stupida l’energia che cerca il cammino più breve, risparmia un sacco di tempo di cui non sa che farsene e soprattutto con tutta quest’ansia di linearità non coglie nulla, non si perde in quelle sacche così interessanti che sono i meandri dove lussureggia l’erba dell’alternativa. Non si dice un po’ annoiata: andrò di qua oppure di la’, mi perderò oppure alla fine la strada si troverà ? E non è questa, in fondo la lezione dei fiumi di pianura, che per andare al mare distendono pigramente i meandri, bighellonano per la pianura, portando acqua, ora da un lato ora dall’altro, e soffermandosi in città o fattorie, non fanno distinzioni e neppure si peritano di far mancare la loro opera ad altri usi, se ne possano assicurare buona riuscita. Generosi e bighelloni i fiumi, che ben altro sarebbero se nella loro corsa seguissero una retta foriera di disgrazie, splendente, sì, di lucida razionalità come una cicatrice, ma gelida e scostante da sé. E ancora sarebbero necessariamente costretti da alti argini per impedire il dilagare dell’energia che si spende nei meandri, e quindi neppure porterebbero la lietezza del luccicore d’acque, il loro rinfresco agli uomini, affannati come sarebbero in una corsa al mare, senza ascolto d’altri che del proprio ansare. I fiumi vanno e fanno il minimo percorso nella minima resistenza, perdono il tempo necessario, sono in equilibrio con ciò che sta attorno, non c’è quindi un insegnamento nella tortuosità ? A domanda retorica, si dovrebbe rispondere a monosillabi, ma la riflessione è sulla capacità d’essere in equilibrio e quindi se la tortuosità non è pretesto, bisogna avere la gioia umile di seguirsi e percorrere i meandri lasciandosi attrarre non dal risultato, ma dall’utile a sé. Se volessimo discutere su quanto questo peserebbe sull’economia arriveremmo a conclusioni apparentemente disastrose, ma io credo che il lavoro degli uomini che pensano ad altro che non sia solo il lavoro, sia più utile della corsa affannosa e della competizione esasperata. Ma questo è divagare, ossia un verbo che non era in nota stasera.
Tornando ai nostri maltrattati aggettivi c’è il doloroso. Se si pensa alla condizione, vi troviamo già ansia di riposo, dopo il lancinante del dolore pieno, e nuovamente speranza e possibilità d’un preannuncio di moderato benessere. Potrà passare, sembra dirci, fa male ma di certo passerà. Si dovrà trovare il modo di mutare stato, uscire da una condizione che potrebbe diventare comunicazione e modo d’essere; perché tale può diventare il dolore se non si movimenta, e respira troppo della sua aria greve, zeppa d’umori, tendente a vedere sé dolente come centro per sentirsi, ma passerà. E il dolore questo è, ovvero un sentirsi acuto, e misericordioso, e ambiguo, che indica due vie: quella del mutare la propria visione di sé è del mondo e quindi uscire dalla sua condizione verso una rischiosa possibilità di star bene, oppure il rimanere in un bozzolo protetto che trattenendo le energie e facendo dell’immobilità una condizione permanente non s’espone più al rischio del lancinante, ma neppure della felicità. La prima strada è faticosa, però respira aria pulita, la seconda vive in un’atmosfera tiepida di malstare, che permette di dire al mondo: ecco, non vedete che sto male, prendetevi cura di me, non minacciatemi, tanto non sono pericoloso, anzi ascoltate da me ciò che v’assomiglia, riconoscetelo e nel consolare me, consolate voi. Io resto nella mia condizione per permettervi di star meglio, di dirvi: ecco uno più disgraziato di me, posso ritenermi fortunato. Preferisco l’aria e il camminare, e che il doloroso sia lo stato transitorio verso lo star bene. Preferenza che esclude l’autocommiserazione, ma non la misericordia e il perdono verso sé, anzi da questi traggo energia per allontanarmi dal doloroso e ricominciare.
Tornando all’ultimo degli aggettivi, resta il pesante. Aggettivo palestrato e forzuto, quando è lieto, mentre è faticoso nel quotidiano. Eppure dovrebbe indurre a pensare al termine della fatica, a quando la schiena si rizzerà e ci sarà un riposo che segue l’ obbiettivo raggiunto. Non è forse più lento il tempo del peso e più disteso e veloce, quello in cui, deposto ciò che gravava, subentra una sensazione di benessere che si trasporta a tutte le membra, e sembra far riscoprire piaceri inusitati in piccoli angoli che non si sapeva d’avere. Non è forse quello il momento in cui si apre una possibilità di riaversi per sé perché ciò che ci toglieva energia e pensiero finalmente e’ oltre le nostre spalle ed è qualcosa di fatto? E’ il senso della fatica utile che si conclude e, appena passata, ci consegna un tempo bianco tutto da scrivere, anche da non far nulla, ma tutto nostro. Un tempo della possibilità oltre la pesantezza del momento, di cui abbiamo buona esperienza se torniamo ai tempi dello studio e degli esami, se ripensiamo al verde e al sole che c’aspettavano appena oltre la fatica. Ed era questo il senso dell’estate che si ripeteva, oltre ai cicli del freddo, della costrizione e della luce elettrica, nel dirci che il pesante sarebbe finito e il leggero c’avrebbe portato in un vivere di bengodi. La pesantezza, insomma, si sarebbe riscattata in lunghe giornate in cui alternare il fare all’ozio, sarebbe stato libertà senz’obbligo. Un vivere così, tutto per se’.Credo che tutti continuiamo a sperare che ciò, prima o poi, si realizzi e che non sia solo il portare carichi che caratterizza il vivere, ma anche un andare leggeri, seguendo estro e passi, insomma una vacanza dall’obbligo, non dalla responsabilità.
Ecco che farmene di questi tre aggettivi nel pomeriggio della domenica e in quella che è stata definita l’ora in cui la festa finisce e già il peso della settimana s’avverte. Sovvertire l’ora, gli aggettivi, modificarne il contesto perché emerga ciò che spesso si rifiuta di vedere, cioè che abbiamo fogli bianchi e del buon tempo ancora da scrivere, ci appartiene, lo scriveremo e sarà un piacere .
Mi pesano molto più le cose non fatte che il passato o le occasioni perdute. Credo che se ci guardiamo indietro ci sia un’infinita distesa di abbandoni. Morbidi i più. Persone e cose che ci hanno accompagnato per una parte, piccola o grande, della vita e ora sono parte di noi, incorporati in qualche impercettibile modalità di essere, in un trasalire oppure nel fermarsi davanti a qualcosa che abbiamo conosciuto. Se restano gli affetti importanti, i pochi amori (sono convinto che l’amore che sconvolge non sia così frequente), che accade del resto che vive con noi silente? Quei legami del passato che di rado emergono e velano gli occhi solo per un attimo, per poi sparire, dispettosi, in un loro posto, non dove li avevamo messi. Legami che hanno tessuto fili insospettabili e tenui per loro conto, e per questo dolcemente inquietanti a noi, che pensavamo di averli definitivamente vissuti. Cose agé, da pomeriggi dei giorni di festa quando la stanchezza del troppo abbatte qualche barriera.
Cose che accadono nei giorni canonici quando si è deciso da molti anni di non fare più il bilancio della vita, ma di andare avanti e accettare i zig zag della rotta. Al più un punto nave, sapendo che neppure quello serve a molto perché l’oceano in cui navighiamo lo creiamo noi e arenarsi o vivere di vento dipende solo da noi. Quello che mi sorprende è avere così tanta compagnia, che non scrive, non manda sms, non ha più un telefono o un indirizzo, mentre invece si susseguono i segnali degli auguri che arrivano, ci sono tracce dappertutto di un mondo coevo in cui vivo. E gli altri, dove saranno, cosa staranno facendo? Chi è stato quello che per un moto d’orgoglio non ha scritto quando ne aveva voglia? Sono stato io o l’altro? La distanza fa capire tante cose, non è perdono è comprensione, un vedere oltre l’emozione di allora. E quando l’emozione è sparita il bene prende il sopravvento, ciò che aveva ferito non ha più cicatrice a cui appellarsi. Quel ricordo non significa nulla se non riconoscere la propria vita, che è importante perché un tempo è stata importante anche per altri, ha sollevato emozione. Ci sono momenti in cui i calci hanno sostituito le carezze, ma mi viene da pensare, nell’inermità del pomeriggio di festa, che le seconde siano state, alla fin fine, più importanti. E che non è un peso cercare la meraviglia del futuro assieme a tutto quello che siamo stati, ma è bello ora, adesso. Così come siamo diventati.