salento

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Di tutta questa pietra gialla bisognerebbe saper che farne. Ora non allora. Allora hanno tirato su chiese, palazzi e case, adesso fanno soprammobili intricati, pigne di pietra tenera scavata, lampade di poca luce e grande sensualità, e sperano che oltre a venderle, magari ci sia un buon motivo d’uso. Nelle case ancora s’usano i lastricati e i rivestimenti, segno di pregio e ricchezza. La mobilità sociale, quella degli anni ’60, ha bisogno di riconoscibilità e i nuovi ricchi restaurano di buona voglia. I ricchi d’un tempo, o vivono in città tra cemento armato e palazzi difficili da mantenere oppure non sono più. Nei paesi, anche quelli che si pregiano dell’altisonante titolo di città, il centro storico tra tre o quattro chiese e palazzi annessi, mostra con orgoglio piazze chiare di lastricature in pietre e marmi, olivi piantati come d’alberi d’ornamento, una fontana e non di rado, una colonna che sale per appoggi e volute barocche verso il santo protettore benedicente. Ai lati panchine, vecchi che le occupano sotto il sole, discorsi laterali, di sguincio, a due, a tre. Sono di più di quelli che parlano, ma gli altri ascoltano zitti. Far compagnia è anche questo esserci ascoltando.

Appena fuori delle vie del centro, dei negozi addossati e fitti, delle motorette, delle auto parcheggiate su entrambi i lati, la campagna spunta e preme. E’ rigogliosa e ordinata, con oliveti tenuti come giardino di casa, piccoli orti, alberi ovunque. Questa parte della Puglia è il regno dell’albero. Dopo le piane sterminate del tavoliere, qui gli alberi sono identità. C’è l’ arcaico dell’ulivo, ma non è solo questo l’ albero perché i lecci, le querce, gli agrumi, insieme a specie che altrove sono piccoli arbusti qui divengono signori del territorio. La città è il luogo dei contadini, degli artigiani, dei commercianti, ma tutti questi dipendevano – e ancora nella testa sembrano dipendere- dalla campagna e dal coltivare. Anche i signori hanno i palazzi in città, ma c’è una masseria dove curano gli interessi di campagna, perché la terra non tradisce. In città avvengono le cose, si dice, si parla, ci si mostra, insomma accade il tempo, ma fuori c’è il tempo vero, quello che conta e non muta. La campagna preme sulla città, sui paesi, rivendica il diritto di primazia sul territorio. Le strade più antiche sono i confini dei poderi, l’ accesso a questi. E a questo servivano non per andare chissà dove. Diversi dolmen tra tracce di fondazioni, testimoniano la presenza prima dei greci, una linea retta da Muro Leccese arriva a Melendugno, 21 km di dolmen che ritmavano agglomerati e piccole comunità lungo un asse. E’ bello pensare che lo spirito riposi sull’asse e che il mondo gli ruoti attorno, ed egli, forte del suo equilibrio divino, lo veda, lo osservi con l’occhio che fa propria la realtà, che la raccoglie in sé come dono, ma se ne distacca e la ordina e la domina. Del resto qui la realtà ha avuto ciclicità talmente stabili da poter generare riti che diventavano sostanza del vivere e attesa. Nulla più della cura dei campi è vita, previsione, attesa e accadere. Nel lavoro della terra c’è certezza anche quando irrompe l’eccezionale e speranza che l’ordine verrà ristabilito. Stagioni per amori, piaceri, fatiche, nascite, crescita e poi di nuovo, ripetendo ciò che non si può ripetere eguale.  In questo il cielo è specchio di ciò che accade nel microcosmo umano e lo ridimensiona, lo rende relativo, accettabile, lo apre ad una infinita nascita e quindi ad una infinità speranza. Così anche cavare una pietra gialla di sole, che s’imbeve d’acqua e asciuga in fretta, è mettere radici nel cielo, come le piante che trovano il loro luogo e lo uniformano a sé. Così immagino il restare in questi luoghi di bellezza, cavare e l’allineare sapiente come lo stabilire un legame solido con il terreno, non la violenza del cemento, ma l’unire pietra a pietra, nella terra, là dove tutto si ripete e mai è eguale.

la scia dell’innocenza

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l’unghia, la punta della lingua, trovano sempre il graffio e lo percorrono al limite della sensazione.

Restare sulla riga, lasciare o non lasciare quel piccolo medicamento incongruo?

Per navigare sugli equilibri, come il mare avesse una scia difficile e tranquilla tra le tempeste a lato, basta avere cuore.

E pazienza con le indecisioni.

Finché osare è convinzione e togliere per risanare: l’innocenza sta sotto, in quella pelle appena rosea e nuova.

bastava dirlo

Mica sono scemo avevo visto che non era andata bene, che il lavoro non aveva raggiunti gli obbiettivi, nonostante le ampie rassicurazioni ottenute, i presupposti positivi. L’avevo pure scritto nella relazione conclusiva, mettendo le ragioni per cui ciò non era avvenuto, le nuove azioni da effettuare. Non si è mai approfondito. Ma bastava parlarsi, dire che non si continuava, e lì sarebbe tranquillamente finita. Invece si è chiuso con una raccomandata. Certo necessaria, c’era un contratto, però annunciarla, dirselo sarebbe stato più bello. Si avverte quando le cose non procedono, sono le telefonate, le mail senza risposta, le riunioni rinviate indefinitamente, le attese che non concludono. Poi tutto si conclude comunque, ma non c’è stato un vero chiarimento e un tempo utile ad altro, s’è perduto inutilmente.

È così in ogni relazione che finisce. Quando si capisce che non c’è futuro basterebbe dire le cose come stanno, invece di lasciare che sia l’impersonale, la burocrazia dell’anima a chiudere. Sembra esista una pusillanimità dei buoni rapporti che porta a procrastinare ciò che si è deciso. E anche un togliersi il disagio o addirittura la colpa. Di che, di cosa? Se dispiace, si condivide. Capisco che è difficile, ma questo degrada una possibilità di ulteriore comunicazione, non aiuta a trasformare il rapporto. Sarei tentato di dire che preclude un bene diverso, anche se ciò che ha fatto scattare le considerazioni è lavoro. Solo che per me è difficile non metterci emotività.

Non è tutto uguale, l’amicizia passa anche attraverso la condivisione delle difficoltà e il dire che non si può più.

siamo in due a farci le stesse domande

Soffia un vento di nulla,

neppure scompiglia i capelli, 

Eolo è forte

od almeno si crede tale:

stolto,

non tocca l’anima

ben chiusa alle intemperie.

sogni di poliestere

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Quella che sembrava una testa, 

e uno sguardo di minaccia,

si rivelò una tenda, un poco accartocciata,

e in realtà gli occhi erano fiori blu,

pervinche o fiordalisi,  ma in file un po’ banali, 

era vera la luce usata, 

il buio che inzuppava le case attorno

e una discreta solitudine

propagata e uniforme nella notte.

Bastò chiudere una persiana,

farsi qualche domanda e,

ad una ad una, le risposte, sfilarono in parata.

Conosciute da buon tempo,

allegre sembravano salutare con la mano

mentre le cullava il sonno,

finché, incuranti di tempo e luogo, furono sogni, e

fu così che venne la mattina.

Alzando la persiana,

c’era profumo di risveglio e di caffè e, 

la tenda, senza volto ed occhi

ora, allineava fiori blu contro la luce

e si gonfiava ingorda

d’essa, traboccante dai vetri,

dalle risposte,

dalle strade,

ma non pareva nulla,

era solo poliestere d’una finestra a fronte

che al più occultava qualche pensiero,

desiderio od ansia simile alle mie,

troppo poco per un sogno nella luce.

cominciamenti

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Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, forse era solo naturale come ci si muta in famiglia e lo stesso bisogno assoluto dei primi anni, quel darsi nella crescita poi tocca la voglia di misurarsi, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità. Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente cerca di unirsi, ma quella seconda unione non è una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo. Di questa fase che gli sembrava così forte, pregna di significato c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie…

Se poi quello in cui abbiamo creduto si rivela senza luogo, se la speranza cede e sembra più non esservi più parte, se le parole perdono significato e calore così si può fare? Rifugiarsi in qualche passione sostitutiva, provare sempre cose nuove perché il conosciuto in quanto non assoluto annoia, costruirsi castelli che proteggano dalle domande? Molti di noi sono orfani non della propria gioventù ma dei sogni che essa ha generato e rinunciare definitivamente ad essi significherebbe rinunciare all’idea di uomo e di società che giustifica il lottare per vivere assieme. Lasciarsi andare, rinunciare in fondo é facile se non si è creduto abbastanza, più difficile rinunciare alle passioni, alla volontà di cambiare se e il mondo che ci sta attorno. È il significato di questo mutare …

Ho sviluppato una serie di modalità sonnolente utili nelle diverse occasioni, tutte con discreta dissimulazione ovvero con la manifestazione di un atteggiamento che suscita il dubbio, ma non dà certezze, rispetto all’effettivo essere svegli e di ottima soddisfazione per le mie necessità. Importante e’ avere un assopimento vigile e un’azione sul tempo che permetta a quest’ultimo di scorrere, ma a chi dorme di controllare quanto avviene, in modo da passare da veglia a sonno in una frazione di secondo. Cose da sentinelle, insomma…

Le palestre sono luogo di stordimento, di reset, di confronto, di fisicita deviata. Gli sguardi si valutano come al corso, di odori sudati, di pensieri azzerati. Corrispondenze tra muscolo pensiero obbiettivo fatica: deve finire in un lago di sudore. E i risultati si vedono, segno della presunta superiorità della vita cogitante. I muscoli pensano a modo loro, guizzano, attirano e producono ferormoni…

La sconfitta, amica mia,è lasciare che la notte sia senza sogni, che la disperazione passi di bocca in bocca. In ogni guerra, rivoluzione, direi in ogni amore che si volta indietro, la somma delle speranze, dei mondi possibili si scontra con la morta acqua dei compromessi. E’successo sempre e ad ogni caduta qualcuno si è rialzato, ha cominciato a pensare e parlare di un mondo possibile, più vicino ai desideri, qualche altro l’ha ascoltato e il mormorio ha alzato la voce…

Il bisogno di tenerezza si esprime, chiede, cambia la voce e il gesto. E’ disponibile a dare subito e condividere. Dove si è generato? Quale mano ha cominciato a scavare e creare una voragine che non si colma se non per momenti, tempi brevi, e poi ricomincia? E’ qualcosa che si è avuto e ha creato un’abitudine di piacere oppure qualcosa che è mancato e sin da allora si è cercato. Confondendolo con altro, surrogando e surrogandolo, oppure facendone scorpacciate infinite. E’ apparentemente collegato e scollegato da ciò che accadde, la sua natura è qui e ora. Forse per questo i fortunati(?) ne conservano un equilibrio, una ragione, mentre gli altri sono senza un limite che dica basta…

Continua. Forse … 🙂

vento di NE

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Oggi c’era vento di nord est. Folate improvvise che premevano sugli infissi e sbattevano furiosamente la bandiera sul tetto. A Trieste ci sarà stata un poco di bora. Il mare si sarà riempito di piccole creste bianche e sul molo Audace non ci sarà stato il solito passeggio. Anche in piazza Unità le ciacole si saranno trasferite all’interno del caffè degli Specchi e l’Harry’s avrà ritirato i tavolini. Il vento odora di Carso, di verde giovane e di fumo di legna, vede il mare e si getta giocando con la superficie, respingendo le onde. Prima s’era perso nei vicoli stretti di Cavana, ma è stato un attimo perché il suo luogo è il mare, non le pietre, le case, la città.

Oggi leggevo diari e lettere della grande guerra, raccontavano della vita in prima linea sui colli appena sopra la città, sul Carso. Non c’era una parola del mare che si vedeva in basso. Neppure un accenno alla città. Però parlavano della bora, degli stenti, della fatica e del freddo. Parlavano dei morti e dei feriti su cui passavano per conquistare o perdere qualche metro. Ho pensato che anche la bellezza viene schiantata dagli uomini, che ci si abitua anche alla forca, ma tutto il resto scompare. E non era un giudizio estetico, ma la percezione che abbiamo una ricchezza grande a sentire il vento per quello che è, a vedere ciò che ci sta attorno, a pensare che esiste un futuro. 

i gemelli

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Seduto nell’auto in parcheggio, aspettavo e guardavo. Il piccolo prato occupava di verde metà del campo visivo, così le persone sul marciapiedi erano nella parte superiore dello sguardo. L’erba verde di pioggia era alta, frammezzata di margherite e di bottoni gialli di tarassaco e finiva in una piccola fila di giacinti, che assumevano la funzione di fingersi siepe a delimitare l’asfalto. Su quel marciapiedi passavano i gemelli. Corpulenti e larghi nei giubbotti imbottiti, camminavano piano, parlando fitto, come al solito, in quella che pareva, una serie di rimandi serrati di parole e fumando. Di cosa parlassero, non so, ma li avevo sempre visti così: vestiti senza pretese, ma puliti, vicini, che fumavano e parlavano a domanda-risposta oppure per frasi ripetute. Entrambi semi calvi, con una coda di capelli lunghi, e di un’età tra i 50 e i 60, portavano entrambi un berretto da marinaio. Si somigliavano oltre misura, ma non totalmente, come avessero bisogno di una differenza da tenere più per gli altri che per sé. Da piccoli li avranno vestiti uguali, pensavo, e poi da adulti s’erano differenziati senza un reale bisogno che non fosse l’estro. Si intuiva la comunanza che diventava sovrapposizione, come vi fosse stata l’accettazione che le loro vite fossero sorprendentemente intrecciate. Tanto vicine da non distinguerle, non solo nei tratti, ma anche nei modi. In questo stava la sincronizzazione dei gesti. Naturalmente questo colpiva me, che non vivevo la differenza dei nomi e delle identità che ciascuno di loro teneva per sé. Ma in tutto questo somigliarsi, pensavo che forse li aveva stupiti che due persone tanto diverse, i loro genitori, li avessero generati così uguali, ma che alla fine non avevano sentito il bisogno di staccarsi e, per mantenere la differenza, erano rimasti assieme.

Il giro del piazzale sui marciapiedi, attraversa 6 strade, loro lo percorrevano tutto. Li avevo visti spesso che, senza alcuna fretta, guardando ad ogni strada sincronizzati, a sinistra, poi a destra, di nuovo a sinistra attraversavano e facevano il giro. Fino alla chiesa dei cappuccini e in quell’aere sacro, a sorpresa, facevano il segno della croce, sincronizzato anch’esso. Così il fumo perenne, l’aria vagamente trasgressiva, il loro modo strano di vestire ed essere sempre assieme, nei miei pensieri, subiva un’ulteriore trasgressione: erano religiosi.

rendere colmo il giorno

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rendere colmo il giorno, l’ora, il gesto,

colmo di senso, 

di quel tremore che scalpita dicendo: ancora.

Rendere colmo il giorno

e trovarsi a notte intrisi di fatica,

stanchi d’aver sentito oltre il necessario.

Bastarsi dopo aver gettato il molto che non serve,

sapendo che sempre ci sarà chi aggiunge un limite,

ai tuoi, già così alti, 

che li hai chiamato bastioni, sorridendo,

e pensavi a una città cinta,

da dove lietamente s’esce ed entra, 

e c’è festa, lavoro, scambio d’anime, 

vita in cui liberamente vivere.

A che giova allora l’utile se diviene limite

di te, del tuo sentire?

S’allunga in questi giorni la luce

come gatto al risveglio, 

e s’inarca in nuvole nuove finalmente,

così salire al colmo di te è dolce

e dall’alto guardare la primavera

di libera vita ti riempie.

la linea del caffè

 

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C’è un caffè, ma in realtà c’è sempre stato, oltre il quale la bocca muta sapore. C’è anche un fumare, che un tempo era sigaretta ed ora mezzo sigaro, oltre il quale il piacere finisce. C’è un bicchiere, quasi sempre di rosso, oltre il quale non s’aggiunge nulla, ma anzi si toglie. E non importa che non si beva caffè o alcoolici, o si fumi, qualsiasi cosa ci piaccia c’è sempre un limite oltre il quale il corpo si ritrae. Si rapprende il sé nella mente, e genera una chiusura che muta il pensiero, prima disteso, in sensazione di limite. Quindi un argine all’eccesso, che ovunque trova una sua linea, e la distingue nell’uso di se stessi, non della propria libertà. Un argine insito, com’esso non dipendesse da noi o dalla nostra volontà, ma da qualcosa che ci conosce meglio e più a fondo. Quindi la sfida è portare il piacere a quella linea, ma non rapprendersi nel rifiuto. Restare aperti a ciò che ci succede oltre ogni difesa che non sia quella, appunto, del limite che possediamo. Una ragion pratica della libera temperanza per esplorare quella zona di nessun colore che non conosciamo e che pure è ben presente in noi. E non è l’idea del provare o dell’esperienza in quanto tale, è altro. E’ simile ad una casa d’estate in cui a sera s’aprono le finestre, e non c’è fretta a chiuderle, anzi è bello che alcune lascino entrare i sapori della notte, perché non è troppo il fresco che ne entra, ma anzi esso s’aggiunge a noi, ci accarezza e rende consapevoli d’essere parte d’un mondo più grande a cui è dolce affidarsi.

C’è una linea del caffè che definisce – e definiva – la stanchezza. Quante volte l’ho superata immemore e consapevole, vantandomene spesso e contando sull’invincibilità del corpo, sul suo abituarsi alla fatica, sul fatto che bastava poco per essere pronto a nuove prove. Superavo la linea e non ascoltavo ciò che già sapevo, cioè che le sensazioni si sarebbero attenuate e tutto sarebbe diventato una poltiglia grigia in cui l’importante era finire. Ora capisco meglio che non è la forza quella che porta a superare il limite – e neppure il coraggio o l’abbrivio – ma la mancanza di uno scopo che ci comprenda, una confusione su chi davvero siamo. Arrivare agli anni tardi e non esserci almeno intuiti, arrivare ad una ginnastica di aperture e di chiusure basate sul superare in continuazione il proprio limite non è mettersi alla prova o essere vitali, ma essere in un pantano in cui è difficile procedere verso di noi. E’ pensare troppo a noi, essere auto centrati come è stato detto, se si capisce di più ciò che non ci soddisfa nel superare il limite?  

Nell’avvicinarmi alla linea del caffè, ora cerco ciò che mi consentirà di rientrare, l’ultima tazzina, l’ultimo bicchiere, l’ultimo boccone, che sono poi immagine dell’ultimo sentire, dell’ultima emozione, dell’ultimo entusiasmo. Un attimo prima e restare aperti, ecco il governo di sé senza rinuncia. Dire a sé e agli altri la propria regola vitale che consentirà di accogliere senza reticenze. Prima era a notte, ora nella sera, cerco l’ultimo caffè del giorno. Quello che ancora mi dà piacere e  alla bocca non muta sapore.