sulla chimica del bacio

canon 100 (16)

Agostino guidava e cantava, orribilmente stonato, “guidare nella notte a fari spenti per vedere se poi è tanto difficile morire”. E spegneva i fari. E mentre dietro, le ragazze, lanciavano urletti di paura, lui affermava che c’era il plenilunio e si vedeva. Ma poi i fari li riaccendeva, perché tra occhiali e strada tortuosa non ci vedeva un accidente. Stavo al suo fianco, nella 600, privilegio infausto dei lunghi, ero inquieto, ma più per gli ormoni che rimbalzavano un po’ ovunque dentro, che per i colpi di testa del mio amico. Noi studenti di ingegneria chimica, le ragazze immerse nelle lezioni di lettere. Quell’anno più che analisi e geometria frequentavo volentieri filologia romanza e letteratura italiana. Per interesse, perché mi piacevano le lezioni ma anche perché lì c’erano le ragazze. Molte ragazze. E andava bene così, dava una leggera ebbrezza spacconcella parlare, sia di letteratura, che di chimica generale. Eppoi si occupava l’università molto di più volentieri a lettere che a ingegneria. Forse non avevo le idee chiare, non quelle che servivano nella vita codificata, ma il sangue correva veloce, e tutto sembrava mutare, mentre il mondo era all’unisono con me.

Con Agostino percorrevamo l’altopiano in auto e a piedi, m’ero invaghito dell’amica bionda, facevamo il bagno in pozze d’acqua verde e ferma, tra ranocchie e fango, facendo i nudisti sulle rocce piatte. Per dirle tutto il mio amore, avevo scoperto i sonetti di Shakespeare, glieli mandavo in lunghe lettere in cui c’erano considerazioni poetiche e garbate profferte, non ricevevo risposta, ma attribuivo alle poste il ritardo. O forse non sapeva scrivere a tono intendo, e la mettevo solo in imbarazzo. L’altopiano l’ho conosciuto così, attraverso i racconti del padre della ragazza, un marxista fuori luogo, lì erano tutti democristiani, e lui era pure carabiniere. Camminando di giorno e andando a ballare la sera, dormendo in tenda, prendendo il sole, ingozzandoci di polenta, formaggio e funghi. Avevo dei calzoni attillatissimi e senza tasche, camicie fantasia altrettanto attillate e la sera un freddo boia sulla pelle esposta.  Ci furono dei baci, non erano i primi, ma capii finalmente che la chimica aveva un senso. Se un bacio apre qualcosa le reazioni avvengono appena le labbra si toccano, se invece tutto resta quieto, allora magari ci sarà altro, ma non la magia che ci si aspettava. Lì in fondo non accadeva molto di quello che attendevo, lei era distante e poco interessata. Io, un po’ tonto, insistevo con Shakespeare e con la Dickinson, mentre sarebbero servite la Valduga,  la Merini, la Gualtieri , ma non c’erano ancora alla ribalta. Però la chimica dei baci mi aveva già detto tutto e la poesia, oscuramente lo sapevo, sarebbe servita a poco. Ma già allora pensavo che la parola contenesse ben più del significato apparente e quindi un pezzo di chi la pronunciava. Vero, ma questo accade solo con chi la pensa allo stesso modo e la bionda pensava ad un altro. La lezione di chimica generale dei sentimenti fu che ciò che non scattava con i baci difficilmente avrebbe avuto altri catalizzatori, non i miei almeno.

Imparavo, continuavo a camminare, a leggere Shakespeare, che mi faceva comunque bene, e vivevo l’estate che sembrava infinita, con un tempo che si srotolava e si riavvolgeva come una molla pronta a scattare. Tutto era memorabile, tornavo a casa per due giorni, mi rifocillavo di leccornie casalinghe, ripartivo. Agostino cantava Battisti, lo cantavamo tutti, io un po’ meglio, e stesi al sole sembrava che tutto quello che sarebbe venuto poi sarebbe stato nelle nostre mani. Sembrava, e forse a lui è andata così, per me la vita ha preso tante e tali svolte che nulla di quello che immaginavo allora, si è poi verificato.

Penso a quei baci senza rimpianto, non era cosa, anche se ci misi un po’ a capirlo. Sono ripassato per quei luoghi la scorsa settimana, molto era ancora riconoscibile e mi ha sorpreso che neppure la nostalgia della giovinezza mi prendesse, mi sono chiesto dove fosse finita lei, la bionda, sapevo che poi era scesa in città e che faceva l’insegnante.  Ma era solo una curiosità, meglio non incontrare il proprio passato, ci deluderebbe. La chimica dei baci invece m’ha fatto pensare ben di più, chissà perché non l’ho capita subito allora e perché a me sembrava avesse a che fare con Shakespeare, e poi anche con la Valduga. Questioni di piccole reazioni forse. Pensieri oziosi tra le foreste di abeti, mentre andavo con i fari ben accesi. 

déjà vu

La sensazione m’ha preso finché impastavo il salame di cioccolato: avevo già vissuto quel momento. Era stato in tempo diverso dove qualcosa di piacevole e qualcuno m”attendevano fuori di una cucina. Adesso era questa cucina. Sono cose che non durano a lungo, la razionalità fa strage di sensazioni, ma tanto è bastato perché continuando a lavorare, rimanesse un retrogusto di indecisione. Cos’era accaduto? Allora ero io, come adesso, ma diverso. Di certo più giovane, in altro posto, forse stavo facendo la stessa cosa, ma non mi pareva. E’ stato come un singulto di passato, poi diventato essenza, non era una sostanza con tutte le sue noie e ripetizioni, una sensazione bella e basta, come un pezzo di realtà espunta dai contesti.

Ho letto articoli su queste sensazioni “fasulle” del già stato, del riconoscere luoghi in cui non si è mai stati, del riprendere situazioni che ci sembra di non aver mai vissuto. Gli articoli spiegavano tutto, anche come il già vissuto, per analogia, si traspone e diventa sensazione reale di un altrove. Spiegavano che questo sentire non aveva relazioni, se non combinatorie, con la nostra vita e metteva in relazione connessioni tra un passato e un presente senza portare con sé il resto delle storie già vissute. Tanto che così erano ricordi senza contesto. Insomma, ciò che avevo letto mi diceva che prendevo degli abbagli e che sommando sensazioni mi raccontavo una storia. Dopo aver ricordato gli articoli e ragionato, m’è venuta una piccola malinconia perché quella sensazione l’avevo ancora eppure me la stavo sottraendo, come il rifiuto d’un sogno. Una deprivazione della bellezza di quel moto di cuore che, assieme alla sensazione di aver già vissuto, nella stanza a fianco collocava una persona, un affetto, un moto d’amore che altro raccontava. Ho anche pensato che in effetti molto si spiega, ma molto resta insoddisfacente nella sua razionalità e che se un amore, un affetto che nasce sono impalpabili, pur essendo moto d’ormoni, stimoli elettrici e piccole chimiche trasformazioni, la sensazione di un piacere annunciato e di un déjà vu che si ripeteva era un irrazionale moto del cuore da tenere ben stretto. E qui la storia finisce, ma la sensazione è rimasta, e così stasera le ho scritto.

Già che ci sono allego la ricetta del salame di cioccolato che stavo facendo:

250 gr, di biscotti secchi sbriciolati,

70 gr. di mandorle a pezzetti,

30 gr di burro a pezzi,

40 gr di cacao amaro in polvere,

un etto di cioccolato amaro sciolto a bagno maria con un po’ di latte,

poco zucchero, a me piace amaro.

Si impasta bene con le mani e poi si compone un cilindro su un foglio di alluminio. Si avvolge il tutto e gli si dà la forma di salame. Poi si mette in frigo. Non è garantito che nel farlo vengano dei piacevoli deja vu, ma se accade potrebbe essere allucinogeno.

 

pedemontana

canon 100 (71)

Potrebbe essere un film di Germi, la partenza è da un centro commerciale. Quelli che si mettono fuori dei caselli autostradali e che hanno tanti negozi dentro oltre al supermercato. Negozi che aprono e chiudono, perché, prima che merce, contengono speranze e illusioni. Chi apre s’indebita, tenta e poi se sbaglia prodotto o c’è la crisi, si mangia tutto e chiude. Così nel centro commerciale le serrande sembrano chiuse per ferie, ma in realtà sono chiuse e basta. Una bocca cariata, ecco cos’è diventato il ventre opimo del nord est. Seduto su una panca, aspetto. E guardo. Entrano uomini con i calzoni corti e i sandali, le donne hanno vestiti leggeri e trasparenti, caricano i carrelli di offerte. Si avvicinano alla cassa, tolgono qualcosa, poi dell’altro, tacitano i bambini che protestano. Promettono. Poi escono. Dietro alla mia panca c’è un bar pizza e coca cola, ma nessuno mangia e le ragazze puliscono i tavolini per ingannare il tempo. Fuori fa finalmente caldo. L’autostrada era meno affollata del solito, il parcheggio è quasi mezzo pieno. Fa speranza dirlo, ma con gli occhi bisogna pur vedere che c’è ripresa. Di cosa? Cosa riprenderà? Conosco bene le zone industriali che non si fermavano mai, qui ci sono ancora molte imprese, tra qualche capannone vuoto, ma adesso sono ferme. E’ agosto. Speriamo su settembre, così m’hanno detto. Quando cala il lavoro, spariscono i sogni. Era un sogno, abbiamo sognato tutti, ma poi ci siamo svegliati. Qui c’era benessere e piena occupazione, adesso no e allora comprano il necessario al supermercato e scelgono le marche e i costi più bassi.

Attraverso il piazzale, entro in un altro edificio commerciale, qui c’è anche una palestra per fare free climbing, ci sono ragazzi che arrivano con la loro borsa, si mettono la tuta, e cominciano ad arrampicare. Ci sono anche ragazze che arrampicano, snelle nelle loro tutine, si parlano finché sono in parete, scherzano, ridono. Sotto c’è un bar, ma siamo solo noi a consumare. I ragazzi vengono, arrampicano, si rivestono e ripartono. A fianco del bar c’è un negozio specializzato in attrezzature e alimenti dietetici da palestra. Qualcuno entra, guarda i bottiglioni, poi saluta ed esce. E’ importante essere educati sempre. Noi intanto parliamo, diciamo, prevediamo. Troviamo un accordo, ci salutiamo. Ognuno va verso un punto cardinale diverso. Punto ad ovest. Fa caldo e me lo godo, apro il finestrino. E’ mezzo pomeriggio, il piazzale è ancora mezzo pieno. Comincio una sequenza di strade statali e provinciali. Sullo fondo c’è l’azzurro delle prealpi. Azzurri tenui, nostalgia. Quando cammino a lungo in montagna, mi sorprende sempre la distanza che si riesce a fare a piedi:. Si vede una montagna lontana e si comincia a camminare. Poi pian piano si sale e si arriva in cima, si guarda e si vede lontana la pianura, il posto da cui siamo partiti, neppure si scorge. Poi si ridiscende e si torna dov’era rimasta l’auto o la casa, e in mezzo alla stanchezza ogni volta capisco la percezione fasulla che ci portiamo dietro. Distanze, luoghi, oggetti, tutto alterato. Non credo sia solo un mio problema, è proprio che non sappiamo dove saremo, come fa un corpo che porta se stesso a spostarsi così tanto e restare se stesso. A me meraviglia sempre, magari per gli altri è normale.

La pianura è un susseguirsi di alberi ai lati delle strade, case, capannoni, e più dietro campi. La pioggia insistente ha reso tutto verde. Inopinatamente così verde d’agosto quando il giallo e il marrone erano ben presenti. Alla radio, Molesini parla del suo ultimo libro. E’ ambientato al Lido, allo scoppio della prima guerra mondiale, al grand Hotel Excelsior. Mi torna a mente il gran ballo con lo stesso nome, il positivismo, la nascita di tutto quello che oggi conosciamo. Einstein con quattro articoli cambiava la fisica e la percezione del tempo e dello spazio e così ci consegnava in luoghi che ancor oggi non capiamo bene per le loro conseguenze. Freud cercava di dare ordine logico alla mente e alle sue manifestazioni, la pittura, l’arte faceva esplodere la percezione e tutto prendeva il volo o velocità. Su terra, mare, aria. Facile dire adesso, piroscafo, transatlantico, ma allora c’erano ancora navi di legno e vele. Tutto ribolliva e il mondo sembrava un’ immensa femminilità feconda che forniva piacere e nuovi figli. Poi i padri avrebbero sacrificato i figli in un immenso massacro. Ben presenti da queste parti le tracce di allora. Ogni uomo contiene una meraviglia: i suoi anni, bisognerebbe dargli modo di viverli, sia quelli passati che quelli futuri, ma pare sia difficile viverli davvero bene. Anche da giovani. Forse di più da giovani adesso.

Strade, rotatorie, pubblicità, altri centri commerciali, città piccole che per chi ci abita sembrano grandi e minuscole allo stesso tempo. L’attività umana non è solo cose, oggetti costruiti, simboli, denaro, successo con tutti i loro opposti. Attività umana sono anche questi campi di grano ceroso che alimentano la più grande pianura per animali da carne d’Europa, sono questi fossati mal tenuti, i canali, la gora di un mulino che gira una ruota di un ristorante, gli infiniti filari di prosecco che rigano le colline. Attività è il dubbio, l’indecisione tra un amore per il proprio lavoro, la terra, il guadagno, la contraddizione di tutte queste case, villette, giardini e aree industriali che sono ingresso e arrivederci dei paesi.

La strada è quasi una schioppettata e sino a Bassano non ha dubbi. Lì poi dovrà scegliere, o puntare su Trento inerpicandosi per la Valsugana, oppure continuare a lambire i monti per andare a Vicenza e poi a Verona. Altrimenti si sale sull’altopiano, ma questa è un’altra storia. Quelle montagne che erano azzurre ora sono verdi e grigie di rocce, schermano la luce, la ricevono dalle nubi che riflettono. Tutto si corruga, si semplifica e si addensa. I prati, le case, i capitelli, le strade che perdono le intersezioni. Nella mappa dell’andare in quest’arco sotto le prealpi, emana pensiero, cura dell’esistente, stravolgimento, ferita, violenza, riordino, ipotesi mal riuscite e slanci d’ingegno. Poi qualcuno si ricorderà il nome di un ristorante famoso, ma non saprà nulla della gipsoteca del Canova a Possagno, né della bellezza di Feltre, però calzerà scarponi iper tecnologici, senza dolersi di non sapere che da queste parti è nata la stampa a caratteri mobili. Ci saranno evidenze che lo colpiscono, ci passo in mezzo, qui si vende la cultura di un fare antico, sia esso un formaggio o una ceramica, un vino, un assale, un liquore, che qui è nato, anche se poi non sempre viene fatto qui. Però spesso lo è, ci provano. Andrea Molesini parla di un tempo sospeso: è il 28 luglio 1914 e in un grande albergo, la notizia che il mondo entra in guerra dev’essere filtrata, ricondotta alla normalità. Anche qui il tempo è sospeso, pare anche normale lo sia, ma per fortuna non c’è nessuna guerra, solo che non si sa più dove andare. Cosa accadrà. Per questo rallento e guardo attorno, come per apprendere risposte da ciò che mi circonda. E che non dev’essere muto. Sono io che non capisco. Deve pur significare qualcosa tutto questo dimostrare d’essere, costruire, fare, mutare. Ascolto e cerco di recuperare un senso, ricucire uno strappo, trovare un nuovo futuro, ché quello vecchio ormai non ha più risposte. Così penso mentre vado e viene sera.

argini

La malinconia tradisce il viso che s’adegua,

e a mente viene il fiume di pianura,

che talvolta esonda,

e poi  tranquillo torna, riprendendo vita

e corso.

Ma c’è pazienza in lui ,

e tenta,  s’impone, finché vince 

oppure si riduce in rivoli di misera cosa

sapendo ci sarà tempo per un’altra prova.

E mentre noi innalziamo argini

agli stimoli che  scuotono le vite,

e li reputiamo poco educati e confacenti,

quella forza si disperde e s’aggroviglia,

per poi fluire infine

altrove che da noi.

eccessi e finte virtù

canon 100 (91)

Camminando, dove non ci sono strade, ci si accorge della semplicità e rarefazione dei simboli rimasti. Le cose perdono ambiguità e ridiventano ciò che sono. Si semplificano, apparentemente, acquistando identità e profondità. Non o che effetto abbia tutto ciò sul corpo, magari qualche neuro scienziato lo spiegherebbe con i flussi, stimoli elettrici e quant’altro, ma sarebbe leggere una mappa, non sentire un territorio. La mia sensazione è che il corpo si accordi e forse da questo -e dalla fatica antica e nuova- si svuota la mente e subentra una serenità legata al luogo. Anche per questo dovrei spegnere il cellulare e casomai raccontare dopo.

Decodificare in continuazione stimoli e simboli affatica, anche se è in automatico. Riempie di semplicità apparenti, perché molti simboli contengono divieti. Lavora la testa e non il corpo. Nella natura, e non occorre che fatichi, le cose per me s’invertono, è il corpo che sente e comunica.

Ho l’impressione che si sia confusa la razionalità con l’intelligenza e l’efficienza con il benessere. Ciò che mi consente di comunicare mi rende più difficile sentire, come agisse costantemente un giudizio di valore che mi dice ciò che è buono e ciò che non lo è, e che tutto questo confliggesse con il piacere, ma per analogia non per esperienza. Una cultura edonista che ghettizza il piacere nel momento in cui lo esibisce in forma di eccessi o lo sottopone a finte virtù, ha ben poco di naturale, al più è un altro sistema di regole che si aggiunge ai precedenti. I limiti, in natura, sono più sinceri. Si può frequentare il pericolo, ma non a lungo perché la natura non lo tollera ed espelle, quindi il cammino è più piacevole , meno adrenalinico. Il corpo ascolta e dice, stabilisce ciò che fa bene. Anche sui pensieri lavora. E quando non libera mostra almeno una strada, e la lascia al nostro arbitrio. Finalmente libero.

Finalmente

Dopo giorni d’inusuale freddo, la magia dell’aria sul corpo nudo al mattino, il leggero aggricciare della pelle prima della carezza del sole, il profumo del caffè appena fatto. C’è la sensazione d’essere vivo nel mondo. E il pensiero si conforma, segue il succedersi del giorno, finalmente libero da vincoli e pareti.

lettera di ferragosto

Mia cara, 

in questa estate che si spegne, l’acqua percuote il tetto, riga i vetri, si unisce in rivoli gagliardi e gorgoglia intrepida verso i chiusini. L’auto, è sotto i faggi del confine e si riempie di foglie. Stanotte il vento ha scosso a lungo i rami e anticipato l’autunno. Tornerà il bel tempo, il sole, il caldo, com’è da te credo. Pensavo prima al mare, al suo calore indolente, alla bellezza del lasciare che il tempo ci percorra stesi, ai pensieri e ai sensi pigri, i desideri senza fretta, le cose che non urgono. Anche qui non urge nulla, ma i pensieri non si sciolgono e penso che a volte siamo troppo densi di significati. Per natura, forse, come attendessimo qualcosa che riveli l’arcano di nascoste connessioni e trovi il legame profondo con chi vorremmo e con quello che ci sta attorno. Ma,troppo immerse nel divario tra attesa e presenza, le cose s’annodano come capelli ricci. Se volessimo dare un nome a questo sentire, incongruo a noi e al tempo, dove per uso l’utile soverchia i progetti e le vite si consegnano all’ immediato, dovremmo concludere che questa persistenza del sentire profondo, è una lingua della terra del romanticismo. Una piccola penisola, spesso flagellata dal mal tempo della fretta, ma splendente nei giorni di sole e che si stacca lieta dal continente dei luoghi comuni e della conformità di pensiero.

Sarà per questo essere fuori tempo,e nel sentire la malinconia che a volte t’invade, che mi prende la voglia dell’abbracciare muto, del silenzio al posto del racconto. Ascoltare e basta, mentre il respiro si accorda, come un avvolgere e tenere. Dei tanti abbracci possibili questo mi viene, partecipe e senz’altro scopo che non sia l’esserci. Come si può e meno di come si vorrebbe. Poi le vite serpeggiano, trovano la loro strada, ma al contrario dell’acqua che si raggruppa e sceglie il percorso più facile e breve per la sua forza, chi ha densità di pensiero, ondeggia, torna sui propri passi, ristà. Mi torna in mente l’infinito dibattito sulla memoria delle cose, e mentre loro, per qualche sensitivo, conservano i desideri nostri , ciò che le ha tenute, toccate, volute, e per altri sono solo oggetti, per noi la memoria indugia sull’impalpabile che ci ha deluso, su ciò che ci ha lasciato monchi di una possibilità. Era, a noi grande, e su di essa, si era generosamente investito, così luoghi e cose, diventano i testimoni di quello che non è riuscito a essere e sembrano avere la nostra impronta di tristezza. Mi pare allora che da questa memoria togliamo ciò che siamo diventati, la crescita che è seguita al dolore e così la possibilità futura ci pare tanto distante e piccola, da giustificare la malinconia dell’assenza di ciò che non è stato. Mi verrebbero, parole inutili, così è meglio il silenzio che avvolge e rincuora chi abbraccia e condivide. Di questo ci si rende poco conto, ovvero come la malinconia scavi in chi nell’altro l’avverte, e che quel vuoto chieda d’essere colmato. C’è chi fa l’indifferente, chi semplicemente non si cura, chi vorrebbe, per una volta, essere un guaritore che cancella le ferite. E per chi non è nessuno di questi uomini, che resta? Resta il partecipare, il mettere assieme, il sentire.

La pioggia ancora cade, morbida e fitta. Nella casa vicina, qualcuno ha acceso il camino, alla finestra s’avvicina una donna che fuma e tiene i vetri socchiusi. Mi guarda e non mi vede, chissà a che pensa. Forse alla stagione. Preferirei pensasse a sé, a come scorre la vita e se la imbeve oppure se le scivola addosso. In paese stamattina, rincuoravano i villeggianti raccontando di antiche nevi d’agosto, come a dire che al peggio c’è sempre qualcosa da aggiungere, mi veniva da sorridere e pure gliel’ho detto che bisognerebbe ricordarsi di quando siamo stati bene e felici non dei momenti bui. Ma questo pare non dia speranza nel futuro e così, attorno il verde, che non lo sa, cresce a dismisura e nessuno lo guarda con meraviglia. Eppure mostra, in piccola parte, cosa sarebbe questo piccolo angolo di monti senza le nostre strade e case di villeggiatura, senza i recinti e i boschi limitati dall’interesse di chi costruisce.

Sulla strada corrono auto verso qualcosa. Ci sono molti posti e luoghi per dimenticare le domande utili che il tempo ci pone. Mangiare ad esempio. Oggi i ristoranti saranno pieni, più del solito ferragosto in cui anche i prati facevano la loro parte. Le pasticcerie saranno state prese d’assalto stamattina, e molti, riempiendosi di sapore, cercheranno la conferma del momento buono, del benessere raggiunto, del futuro quieto e positivo, oppure solo di scordare il presente poco amico. Una tranquillità del non pensare e del trovar conferma nelle cose, quelle tangibili e che hanno ricordi di possesso. In fondo l’esser pieni ha molti significati e per fortuna, qualcuno positivo e felice.

In questi giorni avrei voluto parlarti di ciò che penso di me, dei libri che leggo e soprattutto di quelli che non leggo, delle ultime musiche che mi hanno dato gioia, di ciò che m’ha annoiato. Ci sarà tempo, per chi scrive il tempo non manca. E in quell’abbraccio che ti ho mandato, ti stringo e t’ascolto. Ti sento nella pioggia che nutre e parla del suo andare senza voglia, ti sento vicina e questo è più che abbastanza.

palliativi

Ho bisogno d’aggiustar qualcosa,

un orologio, una penna, un libro,

anche una cornice potrebbe bastare.

Ho bisogno di piccole cose che corrano per il tavolo,

di vitine da stringere a fatica tra le dita,

della necessità di mettere a fuoco, 

e aguzzando gli occhi, intanto pensare

perduto in problemi che hanno soluzioni.

Si potrebbe pensare che ciò sia metafora di qualcosa,

che altra sia la pena o il disagio

ma che conta se dalle risposte ingegnose,

verrà poi una strana pace

senza guerra né oggetto?

.

bradipo

Corro, divoro vita.

Io no, aspetto che mi venga addosso. Ho esaurito da tempo l’idea che la corsa mi dia di più del capire, che l’esperienza abbia un valore se non mi da nulla e non mi rende almeno per poco felice. Ho anche l’impressione che non sia la corsa ma la leggerezza il vero modo di andare innanzi. Che nella leggerezza ci sia un puntare all’essenza, un trovarla e poterla scambiare con chi ha tempo per condividerla.

Magari sono gli anni che si accumulano, ma la stagione delle corse ormai non mi attrae più. Ciò non significa che rinuncio ad andare incontro al nuovo, anche se mi attrae più la bellezza della novità. E la bellezza ha bisogno di tempo e leggerezza. Per accoglierla e per darle spazio dentro di noi.

Credo ci sia generosità nella bellezza, che sia un uscire da sé che non ha equivalenti se non nell’amore. Eppure è difficile trovare categorie morali nel fruire della bellezza. In una astrazione immemore di limiti  è davanti a noi e si propone, basta coglierla. Sì credo ci sia generosità e semplicità nella bellezza. Se c‘è una cosa che il pidocchioso non potrà mai fare è innamorarsi della bellezza, perché vorrà possederla. Ma la bellezza è qualcosa che oltrepassa i mezzi, stabilisce un rapporto dove l’impossibile non è il possedere ma il non esserne posseduti e prigionieri. E dopo tutto diventerà più opaco e privo di luce, se la si perderà come cognizione. Per questo nella velocità e nel nuovo mi chiedo se c’è bellezza, e quando c’è non è né veloce né nuova, al più lo è a me che la scopro. 

8 agosto: nasce la categoria politica del dissidente

Non vorrei scrivere così tanto e spesso di politica. E neppure sono sereno ed equanime al riguardo. Oggi si è approvata una riforma costituzionale importante, spero che chi l’ha fatta non voglia dirsi padre costituente al pari di chi scrisse la Carta nel 1947. L’Italia esce nei suoi equilibri più sbilanciata e fragile, da questa prima lettura parlamentare e purtroppo difficilmente questa legge verrà modificata nei successivi passaggi. Resterà il referendum. In futuro, con l’italicum, la legge elettorale già approvata alla Camera, che assegna gran parte del futuro parlamento, ovvero del potere legislativo (ed elettivo degli organi di garanzia) ad una minoranza del corpo elettorale, chi vince potrà vincere tutto. Essere controllato e controllore. Era questo che il Paese voleva?

Non ho apprezzato il modo con cui la maggioranza del mio partitto ha condotto il dibattito e il confronto, neppure l’opposizione del m5s e di sel, mi è piaciuta. L’una e l’altra più rivolte alla stampa che alla sostanza delle cose, entrambe accomunate dal calcolo politico a futura memoria più che al risultato in aula.  Ringrazio invece i ‘dissidenti‘ per aver rappresentato chi, come me, vuole modificare le cose e dire la propria opinione, lottando fattivamente. A Felice Casson, Vannino Chiti, Walter Tocci, Corradino Mineo e gli altri liberi dissidenti, va la mia gratitudine per la battaglia combattuta anche in mio nome. Da oggi essere dissidente assume una nuova dignità, diventa categoria politica e qualifica chi pervicacemente ribadisce una visione, una alternativa,  senza sentirsi minoranza, perché la ragione non può sentirsi tale. Essere dissidente oggi travalica la questione di coscienza, il sentire personale, diventa una possibilità collettiva e libera di far politica, di modificare la società. Un modo per impegnarsi e lottare senza per forza uscire dalla politica e mettersi in disparte o cambiare bandiera. Praticare il dissenso come coerenza a sé e alle proprie idee, praticarlo ovunque, senza pretestuosità e attese personali, andare in direzione contraria per far emergere le contraddizioni e la ragione, diventa categoria collettiva e quindi politica.

In questo giorni ascolto e penso a quanto sta accadendo in Italia e altrove. Non sono pessimista, spero solo che ciò che è sbagliato non sia irrimediabile. Capisco però che continuando a questo modo, non si risolverà molto: il tempo verrà perso su questioni importanti sì, ma non urgenti né centrali per la vita sociale. Come a Bisanzio si disquisisce e il turco scorrazza dentro i confini. Vorrei astrarmi ma non riesco a non pensare a ciò che capisco, Renzi, ieri sera, invitava ad andare in vacanza tranquilli che tanto ci pensa lui, è una idea che sotto intende che le cose non ci debbano coinvolgere poi tanto. Ci penserà qualcun altro. Una variante del non disturbare il manovratore. Mi spiace non condividere, è così semplice assentire, ma la vacanza aiuta a vedere più chiaro, e così non sono affatto tranquillo. Mi viene in mente l’ashtag per Letta, lo stai tranquillo di pochi mesi fa e anche se parlo poco, sento il peso di ciò che accade. Penso e cerco di capire, se parlo, parlo troppo, ed è come se si desse stura a un contenitore in pressione. Si è accumulato troppo in questi anni e non vedo chiarezza fuori. Ho idee semplici, distinguere tra amici e avversari, tra equità e mercato, tra solidarietà e carità. Vedo un’economia che non viene scomposta dai suoi veleni, vedo sopraffazione e iniquità. Tutto uguale? no, non lo è. Quindi le priorità per me diventano chiare: il lavoro, la giustizia, il falso in bilancio, l’evasione fiscale, i privilegi, la tutela dei giovani e delle parti più deboli della società. Non so quanti sentano le stesse cose, l’impressione è che si seppelliscano i dubbi perché implicano il coinvolgimento e in fondo, vacanza o meno, si vorrebbe che qualcuno risolvesse i problemi senza che fossimo obbligati ad occuparcene, non è mai stato così e quindi non c’è alternativa, o chiudersi in casa e quello che sarà sarà oppure essere dissidenti. Basta scegliere.