Da mezzogiorno, su radio e tele giornali, la prima notizia era la trascrizione, in Campidoglio, delle nozze tra omosessuali italiani celebrate in altri Stati. La seconda notizia, che adesso è diventata prima, è quella del sinodo dei Vescovi che apre su gay e divorziati. E si spacca. Quindi oggi davvero non ci doveva essere molto di importante se si gira attorno a questioni becere e vecchie come il cucco. Per quanto mi riguarda, sono contento che i vescovi discutano, sono contento della trascrizione delle nozze, ma proporre questo piccolo angolo di novità come il più importante, è testimonianza di quanta pruderie ci sia ancora in questo Paese. E credo che anche dimostri quanto distanti siano i diritti dalla normalità. Perché di diritti si tratta, ovvero della libera scelta di due persone di amarsi e di stare assieme, e con questa unione generare diritti affettivi, assistenza, diritti patrimoniali, identità civile. Nell’amore lo stato dovrebbe occuparsi solo di tutelare la parte debole, non entrare nell’amore stesso. Ma in questo non c’è alcuna notizia, sui ritardi dello Stato nei confronti dei cittadini si può disquisire, dividersi, dissentire, concordare, ma alla fine non c’è nulla di nuovo. La novità sarebbe una legge italiana sulle nozze tra omosessuali e sulla possibilità di avere figli, adottarli, crescerli, ma questa legge non c’è e allora dov’è l’importanza di questa notizia? Credo che per essere cittadini del mondo, ma anche solo dell’Italia bisognerebbe che la stampa ci proponesse una visione diversa del Paese. E invece ci liscia il pelo, tocca le corde che fanno alzare gridolini di compiacimento o biasimo, ma sempre gridolini sono, Paese visto dal buco della serratura. Cosa c’era di davvero importante attorno oggi: cortei per il lavoro, scontri con la polizia, la Libia che sta esplodendo, Kobane che resiste e contrattacca, l’ebola, la crisi e le sue soluzioni, una manovra economica che avrà effetti, positivi e negativi, sulle vite di tutti. Sciocchezze? Non notizie? Credo che ci siamo lasciati prendere in giro per troppo tempo, che a furia di non guardare siamo diventati miopi e che questa miopia abbia bisogno di essere coltivata attraverso le non notizie. Bravo sindaco Marino, ma vorrei che la sua notizia fosse un articoletto di quarta pagina e che in chi ascolta e legge, ci fosse la coscienza che essere cittadino implica sapere dove si è, capire se le cose ci vanno bene e, nel caso che così non fosse, modificarle. Insomma farsi un’opinione del mondo. E se permettete il mondo è anche e soprattutto altro.
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Mantegna agli Eremitani
La porta d’ingresso laterale era una staccionata da cantiere, fatta d’assi sconnesse e legata col fil di ferro. Appena dentro il buio, forte e poi penombra, il fresco d’estate e il freddo umido d’inverno. E un immenso cantiere che andava in verticale dal pavimento, già a rettangoli di marmo rosso e bianco, al soffitto, ricostruito nel legno della carena di nave rovesciata; poi, in senso longitudinale, per più di cento metri, si andava fino a quell’abside rabberciato, quell’altar maggiore sbeccato dalle bombe, quelle pareti di cappelle che erano state una chiesa colpita, offesa, polverizzata, che ora ritornava pian piano ad essere edificio, memoria, vita. La guerra era finita da dieci anni e quella ferita rimaneva. Anche in noi ragazzini che pure la guerra non l’avevamo vista ed ora correvamo scivolando su quei pavimenti lisci, facevamo battaglie con pigne tra le staccionate, ci arrampicavamo sui ponteggi inseguiti dai carpentieri. Era accaduto l’irreparabile, ma noi eravamo vivi, spensierati, pieni di voglie piccole e immediate, giochi, dolciumi, corse, stanchezze felici.
Cosa può interessare del ricordo personale a chi non l’ha vissuto ed oggi vede una porta grande, in noce di una chiesa apparentemente, ben conservata? Poco o nulla, ma facciamo un esperimento e provate a seguirmi nella grande chiesa che allora non era più tale, alla fine degli anni ’50. La chiesa degli Eremitani, era stata bombardata per stupidità e incompetenza dagli alleati, l’11 maggio del 1944. Dovevano colpire un edificio vicino, il distretto militare, centrarono una delle più belle chiese di Padova, e un caposaldo dell’arte distruggendo il ciclo di affreschi del Mantegna giovane che aveva cambiato il pittore prima della pittura. Quella cappella Ovetari era stata contrastata sin dall’inizio, piena di lotte tra giovani e anziani artisti, gloria di una famiglia e altempo stesso di una Padova che voleva rivaleggiare con Venezia. Mantegna veniva da un paesino del contado, Isola di Carturo, ma era un caratterino non da poco. E per fortuna è stato così, altrimenti mica ci sarebbe stata la rivoluzione che cambiò modo di intendere la rappresentazione del vero. Da altre parti erano ancora alle prese con i fondi oro, con le quantità di lapislazzuli da mettere in un affresco con manti e abiti da rendere munifici e salvifici. Lui, il riottoso allievo, ha molto altro da dire e si dovrebbe parlare dei suoi rapporti burrascosi con Squarcione, Vivarini, Niccolò Pizzolo, Bono da Ferrara, Ansuino da Forlì e con i Bellini per via di matrimonio, ma sono notizie che potrete trovare ovunque. Eppoi a 8 anni mica le sapevo quelle cose, e neppure di Mantegna sapevo. Giocavo in quella bellezza infranta, con una frotta di ragazzini, inseguito dalle imprecazioni degli operai che disturbavamo. Ogni tanto eravamo richiamati dal Parroco, che era troppo buono per non capire che in quelle corse non c’era nulla di male e credo pensasse, c’era meglio tenerci vicino al campanile, piuttosto che altrove. La chiesa man mano veniva ricostruita, noi correvamo e gridavamo e a volte se ne parlava in casa. Il giorno del bombardamento, molti padovani erano andati a vedere il disastro. De Poli, Zancanaro constatarono piangendo la rovina, sparsero la commozione, anche i miei ne parlavano. Poi, constatati i recuperi nelle casse di “ruinassi” (il dialetto in queste cose è impietoso ed icastico, rovine, ecco quel che erano), forse qualche pezzo di figura o testina di affresco finì altrove. Chissà che riemerga col tempo, le cose nell’arte se non vengono distrutte, ricompaiono. Comunque il danno era stato immane e irreparabile. C’è stato un tentativo eroico di rimettere assieme i pezzi, ciò che si vede sono lacerti ed è giusto sia così, il miracolo non ce lo meritavamo. Tutti, perché ciò che si è perduto definitivamente è emblema della stupidità e non c’è giustificazione. Chi mise un distretto militare tra cappella degli Scrovegni ed Eremitani era stupido e altrettanto stupido fu chi fece l’incursione e sapeva. Se non ci fosse stata la stupidità quel luogo magico in cui si erano scontrate due visioni dell’arte ci sarebbe ancora. E forse anche la storia di noi ragazzini sarebbe stata diversa. Qualche sera fa Edoardo Boncinelli, presentava il suo ultimo libro sulla fisica e su “le leggi di Dio” nella immensa sala del Palazzo della Ragione, e così ha iniziato: sono stato a tenere conferenze in molte parti del mondo, ma in un luogo così bello non mi è mai capitato di farlo. E tutti, assieme a lui, abbiamo guardato le pareti affrescate, il soffitto a carena di nave rovesciata, e magari abbiamo pensato che quel luogo era stato ancora più bello con gli affreschi di Giotto e il soffitto di fra Giovanni Eremitano perduti nel ‘500. Ma eravamo consci della bellezza concessaci e della fortuna di esserci.
Essere cresciuti in luoghi che oscuramente riportavano al bello, che parlavano di cose che non conoscevamo, mi piace pensare che sia servito per essere un po’ più attenti, che ci abbia spinto appena un poco sulla curiosità del conoscere. E se ora ho una diversa, e più pesante, ignoranza da allora, ho anche la consapevolezza di un Paese che, ben oltre quello che si dice negli slogan e nelle stupidità che riguardano la cultura e i monumenti, ha dentro di sé la possibilità di essere migliore. Di giocare e di essere felice, ma anche di fermarsi di fronte a quello che sente superiore a sé, goderne immeritatamente e poi restituirne il senso in rispetto, tutela, crescita e nuova felicità. La bellezza non fa PIL, ma dà una cosa che nessuna ricchezza è in grado di dare, ci rende migliori.
“For the great desire I had to see | fair Padua, nursery of arts, I am arrived… | and am to Padua come, as he that leaves | a shallow plash to plunge in the deep, and | with satiety seeks to quench his thirst. “
Per il grande desiderio che avevo di vedere | la bella Padova, culla delle arti sono arrivato… | ed a Padova sono venuto, come chi lascia | uno stagno per tuffarsi nel mare, ed | a sazietà cerca di placare la sua sete.
(William Shakespeare: la bisbetica domata . Atto 1, Scena 1)
gli uomini del fango
Se fossi in loro mi offenderei.
Per l’assenza di soluzione ai loro problemi e per la somma di luoghi comuni di cui sono oggetto. Per la fuga dei cervelli, per le bombe d’acqua, per la tragica fatalità e per il tutto era già previsto che gli raccontano. Mi offenderei per la presa in giro d’una realtà raccontata, così pelosa e inconsistente da essere sui giornali per tre giorni e poi archiviata. Come si potesse archiviare la realtà…
Angeli del fango. Chissà cosa significa?
Che non si sporcano a spalare merda e fango? Che sono buoni e che rappresentano una sorpresa positiva nell’indifferenza di chi è stato graziato dall’incuria o dalla sorte? I giovani che stanno dando una mano a Genova, sono quelli che abbiamo attorno tutti i giorni. Che troviamo per strada e sono allegri o tristi, che vediamo a piedi, in bicicletta, in motorino. Che vivono in una scuola indecisa su cosa dargli, tra datori di lavoro che invece sanno cosa dargli, cioè poco o nulla. Sono gli stessi giovani che vogliono divertirsi, ma anche avere un futuro. E se credono sempre meno nella politica è perché la politica gli ha detto che hanno meno speranze dei loro padri. Però sono giovani, non ancora consumati dall’indifferenza di chi comunque ce l’ha fatta, e allora si rimboccano le maniche in cerca di un posto di lavoro, studiano, s’impegnano sperando che davvero serva per avere un mestiere.
Nello spalare fango e liquame c’è il massimo della solidarietà e il minimo dell’efficienza. Per spalare con efficienza vanno bene le ruspe, ma se non ci sono o non hanno conducenti, che si fa? Si rispolvera la solidarietà e ci si mette a spalare. Solo che lo stato sono le ruspe assieme alle braccia dei cittadini e se mancano le prime allora è lo Stato che manca. Questi ragazzi non se ne rendono conto, ma ciò che buttano nei rivoli verso il mare è il prodotto di quello che ha reso difficile la loro vita. Uno Stato che interviene a posteriori, che non provvede all’evidenza, dove chi governa il territorio ha paura o peggio, altri interessi, dove la fragilità non è il fatto idrogeologico, ma la vista e la memoria. Uno Stato che sta per adottare un provvedimento che renderà ancora più facile il cemento e l’ha chiamato sblocca Italia, ma non ha ruspe, non ha giudici efficienti, non ha condotte fognarie, canali che portino a mare, non ha coscienza collettiva.
Quello che ci tiene assieme è il minimo dell’efficienza, lo sperare che vada bene. Questo fa parte della coscienza che nasce in famiglia e riguarda i beni comuni, ma a tutti, fuori, i principi che vengono insegnati riguardano il successo di sé, e sono la competitività, la velocità, l’efficienza, la brevità, la resilienza. Sì, anche la resilienza perché in un autoscontri vince chi reagisce meglio alle botte. Qualcuno parla anche di solidarietà, ma sottovoce perché non è di moda come fondamento della politica e così sembra riservata all’antica carità cristiana: la pietà per chi non ce la fa, non il mettersi assieme per cambiare le cose. Renzi non è ancora andato a Genova, luogo difficile in questo momento, Grillo ci va domani, aveva la kermesse 5 stelle a Roma. I due non sono la stessa cosa, preferisco chi proverà a fare, non chi distrugge ogni cosa che tocca. In questi giorni parlare di peste non è bene, abbiamo tutti una vaga inquietudine per Ebola, e abbiamo visto troppi film di fantascienza. Credo che mettere assieme sia la cosa più difficile, che urlare e additare nemici sia più facile. Chi amministra è marginale nel movimento di Grillo, vorrà pur dire qualcosa. Confesso che la mia generazione ha molte colpe, una è quella di non aver ascoltato, o visto, o provveduto. Nel ’66 a Firenze ci potevano pur stare gli angeli del fango, già nel ’70 a Genova (eh sì, accade spesso) era difficile, ma se i figli e i nipoti di quelli di allora sono ancora a spalare, qualcosa nella coscienza ce lo portiamo. I ragazzi di quasi 50 anni fa, una speranza l’avevano, ora questa non c’è, si deve creare. Può nascere una speranza dal fango? Sì, se una coscienza di un giorno, di una settimana, diventa una coscienza comune, se si crederà alla realtà e non alle parole, se quelli che ora sono angeli diventano uomini. Ben più terribili degli angeli, e sporchi di realtà, gli uomini. Un esercito di giovani determinati al cambiamento può cambiare la fatalità, i luoghi comuni, la protezione civile con l’aspirina, la metereologia che non c’è, l’Italia. Sono grandi gli uomini del fango.
illude la finta stagione
illude la finta stagione,
tra caldi improvvisi,
e storie di scirocco.
Ragazze in canottiere colorate
nei tavolini all’aperto,
e l’allegria di voci e sorrisi
cancella freddi che forse verranno.
Ci sarà un tempo per lane e pesanti cotoni,
ora tra piccole malizie,
l’inizio d’un seno baciato dal sole,
muove su tacchi troppo alti
per gli antichi acciottolati.
Ma la luce cala in fretta
e nella sera, i lampioni
e l’aria di fiume,
già si riprendono rivincite attese.
riccioli
i miei capelli han preso troppa pioggia,
al mattino s’arricciano:
vorrebbero compagnia di dita aperte e leggere
che percorrano i pensieri al risveglio.
C’è il grigio dell’afa d’autunno:
si mescola al caldo del sogno appena concluso.
Lo specchio, il viso, la finestra,
su un ballatoio, una piscinetta di plastica blu
sta ritta e vuota,
ricordando che l’estate è passata.
Torneranno altre stagioni,
non questa,
saranno grandi, i bambini, il prossimo anno,
e più non basterà l’allegria dei piccoli spazi
blu d’acqua e di plastica.
Dopo il primo gioco
ti metteranno da parte,
piccola blu piscinetta,
ma non noi che cresciamo altrimenti,
ed è solo mattina,
mentre i miei capelli s’arricciano ancora,
e grigi,
attendono carezze già state.
gufo di sera
Perdonate i riferimenti molto personali, avevo pensato di rispondere ai due commenti del precedente post, poi parlando con un’amico della situazione politica, mi ha detto che passerà, che occorre capacità di discernimento tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Questo mi ha fatto scoprire ancora una volta l’inadeguatezza delle mie percezioni: non sono allineato ad una realtà di cui partecipo. Quello che a me sembra importante per altri lo è di meno, o non lo è. Eppure dovrei avere gli strumenti giusti: non faccio più l’amministratore pubblico ormai da 10 anni, mi sono messo in disparte da solo e se ho incarichi di partito non li ho cercati, anzi. Non avere secondi fini e tantomeno personali dà una bella libertà. Allora da cosa deriva questa scontentezza e perché quello che vedo mi rattrista e preoccupa? Concludo sempre più spesso che c’è confusione sotto il cielo, nessuna pazienza e molta arroganza e protervia. Sembrano cose da vecchi, da panchina o da bar. E così penso che quelli come me si possono tirare in disparte e dedicare a ciò che hanno troppo a lungo trascurato, pensando che ci fosse un dovere nell’esserci. E so che nessuno verrà rimpianto anzi quelli che oggi sgomitano ovunque, da molto non accettano neppure il regalo di una disponibilità gratuita.
Come tutti quelli che hanno uno splendido avvenire dietro di sé, penso al peso delle idee e del vissuto come a un valore per guardare avanti. E non perché ami il reducismo, ma perché è impossibile non cercare analogie, non vedere singolarità che si ripetono e trarne qualche conclusione. Ecco, su questo vedere oltre il quotidiano sta la mia e altrui inutilità, e sul considerare che c’è un mondo che si agita e urge, sta un altra inutilità. Insomma ci si sente inadeguati al reale medio e urlato e un po’ per volta ci si rivolge ad altro, ma vivere senza passioni collettive e personali è amare un po’ meno. E quando passano gli anni l’amore manca di più.
mosaico: san canzian
Per entrare si scendevano due gradini consumati. Sulla sinistra c’era un vecchio bancone in legno scurito da pedate, consumo e tempo. Una lastra di zinco sotto le spine della birra, il resto era legno, spesso, consumato e appiccicoso. Ma chi si appoggiava non aveva problemi, non ci pensava. Erano gli ambulanti svegli dalle 4 del mattino, facchini, piccoli artigiani che avevano bottega attorno. Gli studenti, i balordi e i pensionati si sedevano nelle due stanzette, piccole, quasi un tinello. Sedie impagliate e sei tavoli in tutto, altrettanto vecchi del bancone e appiccicosi di generazioni di vino sparso, sudore e unto. Se qualcuno avesse cercato i dna sovrapposti in quegli strati, avrebbe avuto un campionario dello stanziale e del passaggio, del sangue giovane e di quello lento, delle menti ormai consunte e dell’avvenire fulgido sperato. Tutto assieme, perché quell’angolo di città teneva tutto assieme: università, popolo, politica cittadina, ebrei e cattolici. Tutto in una strada che collegava le piazze, ovvero la vita politica e il commercio con il ghetto. La chiesa di san Canzian era parrocchia, ma di quelle del centro, dove si mescolavano ricchi e poveri in modo così indistinguibile da rendere difficile il messaggio al prete. Chissà a chi parlava nelle prediche per tenere tutti assieme. Forse a tutti, oppure meditava ad alta voce. Forse. L’osteria nella stradina, guardava la chiesa e a fianco aveva la vecchia sinagoga di rito tedesco, incendiata dai fascisti nel 1943, ed era appena fuori da dove, fino a Napoleone, uno dei quattro cancelli avevano isolato per trecento anni, di notte, il ghetto dalla città. Quindi era una frontiera, un luogo di passaggio e tolleranza, basata sul vino e sullo scambio, sull’eguaglianza di fronte al litro, e sui discorsi senza troppi limiti. Lì dentro si meditava ad alta voce e quindi forse qualcosa da dire l’aveva anche lei. Ho conosciuto le due ragazze -‘e tose – che davano il nome al locale, solo che avevano più di 80 anni quando io ero ragazzo. Si favoleggiava di una loro avvenenza, ora svanita senza rimedio, di studenti e poi professori che le avevano corteggiate. Di tutto quel tempo, se era mai esistito, a loro restava una voce roca e bassa, che impartiva ordini a un cameriere poco più giovane di loro, el toso, (il ragazzo), con i piedi sformati dalla lunga vita eretta, che scambiava battute con i clienti e silenzi con le padrone. Felice di quel soprannome che sottovoce ricambiava dicendoci: ‘e vece comanda a bacheta e paga a baston’ (le vecchie comandano a bacchetta e pagano a bastone). E rideva. Perché allora, e non sono cent’anni fa, c’erano i padroni e i dipendenti non erano collaboratori, ma salariati e poco più che servi. Un campanello attaccato ad un ricciolo d’acciaio, come quelli che c’erano dentro le case, residuo degli antichi tiranti dei portoni soppiantati dall’elettricità, era vicino all’ingresso, e chi voleva bere, si alzava e gli dava un tiro, cosicché tutti sapevano che qualche mezzolitro sarebbe di lì a poco arrivato alle labbra dei clienti. C’era chi con un’ombra – un bicchiere – tirava avanti per ore e chi beveva d’un fiato perché tornava al lavoro. Forse la cerimonia che era costituita dallo scambio dei saluti, dalle battute e gli sfottò era importante quanto quell’alcool un po’ acido che scendeva di colpo e scaldava, cambiava l’umore in meglio o in peggio, non lasciava indifferenti. Comunque fosse, lì dentro, tra quei muri che non venivano mai imbiancati e su cui si esercitavano matite grasse, con scritte e disegni, lì dentro c’era una comunità che si dava appuntamento, si incontrava, partecipava agli eventi delle vite. Sapevano di tutti e nessuno leggeva il giornale. Rispettavano nascite, matrimoni e morti, scambiavano soprannomi, allungavano qualche piatto di minestra. Nascevano burle, congiure politiche da ridere, si batteva carta senza soldi, non si portavano gli amori, si mangiavano dolci antichi, si beveva più del necessario, per compagnia, per parlare o ascoltare, raramente entrambe le cose. Non c’era niente di bello o di brutto che facesse particolare quell’osteria oltre le persone che la frequentavano, era allora, ora c’è un negozio di telefonini.
la conferenza
Nel pomeriggio mi aveva preso una grande stanchezza. Non avevo voglia di nulla. Al più di ascoltare. Così andai ad una conferenza. C’era l’autore di un libro che conoscevo e apprezzavo. Una buona occasione, sono così rari i libri che ti sollecitano davvero… L’intervistatore invece l’apprezzavo molto meno. Nella grande sala, le prime file erano già tutte piene. Insegnanti di liceo, ragazzi, padri e molte madri. Mancavano i lavoratori, vista l’ora, quindi un buon campionario di borghesia cittadina. C’erano baci di saluto diffusi, abbracci e sorprese del vedersi che sembravano autentiche. Nella fila a fianco, due ragazzini si baciavano distratti sulla bocca, vedevo bene gli sguardi che cercavano oltre i visi.
Ero abbastanza avanti di posto, avevo potuto scegliere, e pensavo a come si dispongono le persone in una sala: secondo timidezza, protervia, noncuranza, necessità. Alcuni parlavano restando in piedi verso altri seduti. Posture inusuali, visi, profili. L’estate era appena dietro i finestroni, incurante dell’autunno, così non pochi erano in camicia o in polo. Io avevo una giacca e mi guardavo attorno, cercando di condizionare il cervello a non avvertire troppo caldo. Si riesce a farlo anche con il freddo. Fino a un certo punto. Cercavo di star bene e di imbevermi del suono delle voci. Era l’atmosfera che precede qualcosa di scelto. L’attesa consapevole. Distolsi il pensiero, adesso guardavo solo, senza interpretare e senza immaginare pensieri altrui.
Mi venne in mente la scrittura di Hemingway, assomigliava a quello che avevo attorno, il suo procedere spingendo l’azione riottosa, i particolari spezzettati, il suo generare senso di attesa per qualcosa che poi non accade. Pensavo ai suoi dialoghi, che aveva imparato così bene a Parigi e che, diceva, facevano la differenza tra uno scrittore e un grande scrittore. Non mi piacevano più come un tempo, quei dialoghi così serrati. Adesso, ricordandoli, mi sembravano poco sinceri, anche quando erano verosimili, come se i personaggi, in continuazione, dovessero essere altro da sé. Dimostrare qualcosa. Però c’era così tanta vitalità, così tanto senso immanente dell’accadere assieme alla consuetudine… Chissà se lo leggevano ancora Hemingway. I ragazzi intendo.
La sala era ormai quasi piena, con un flusso costante di persone che entravano. Qualcuno mi salutava, altri mi sembrava lo facessero. In una città media, per strati spesso ci si conosce o si è conosciuti. Il rumore delle voci era un tappeto sonoro che mi toglieva la stanchezza. Osservai che decisamente c’erano molte donne. Insegnanti credo. I ragazzi scherzavano, chattavano, telefonavano. Spesso si baciavano, anche i due ragazzini continuavano a baciarsi tra un fiotto di parole e un guardarsi attorno, salutando. Qualche bottiglietta d’acqua usciva dalle borse e s’avvicinava alle labbra. Con grazia ed educazione. Bisogna bere molta acqua. Pensai. E gli uomini sono spesso sguaiati anche nel berla. ma sono così ridicole le borse delle donne. Pensai. Enormi, piene di cose, cosparse di fibbie, lacci, cinghiette. Un pozzo d’identità da portarsi appresso.
La ragazza seduta davanti, aveva tre orecchini molto piccoli sull’orecchio destro. Si voltava spesso e attendeva qualcuno. Si vedeva. Era minuta con lunghi capelli e un grande orologio al polso. Quando arrivò il ragazzo, piccolo anche lui, con un ciuffo da cantante di rock anni ’50, sorrise molto e divenne accudente, poi lo cosparse di bacetti. C’erano le madri davanti, si voltarono al saluto e sorrisero con un lievissimo imbarazzo davanti a tutti quei baci. O almeno così a me parve. Adesso ero riposato e senza attesa, divertito da tutto quel salutarsi e baciarsi. Sembrava fosse il contesto comunicativo della sala, un riconoscersi e un appartenere contento e superficiale. Poi apparve il conferenziere e le voci si spensero lentamente. Come per abbrivio.
l’ideologia e i diritti
Ho l’80%, adeguatevi. Così Renzi dopo la direzione del PD. Però se si pensa che qualcosa sia sbagliato, non ci si adegua e si lavora perché emerga l’evidenza dell’errore. Con l’articolo 18 si è steso un velo di nebbia sulla sostanza di alcune proposte non dappoco nel campo dei diritti nel lavoro e contenute nel jobs act: il demansionamento, ad esempio, che diventa possibile per ragioni di riorganizzazione, oppure l’uso di videocamere sul posto di lavoro ai fini della sorveglianza. O ancora, l’indeterminatezza del combinato tra tutele e diritti progressivi con le dinamiche del mercato del lavoro. In sostanza se una persona passerà la vita a cambiare lavori perché non viene assunto, i diritti non li avrà mai. Dovrebbe essere chiara la distinzione tra privilegi e diritti, il privilegio è qualcosa di indebito e ingiusto che differenzia stabilmente, il diritto è qualcosa che appartiene alla persona e che rende eguali. E’ vero che ci sono molti milioni di lavoratori che non hanno gli stessi diritti, ma per egualitarismo dobbiamo toglierli oppure estenderli? Il dato vero è la crisi economica, i conti che non tornano e i problemi legati a risorse che non ci sono. Bisogna abbassare le tasse e mettere più soldi in busta paga, colpire l’evasione fiscale, perseguire la corruzione, sburocratizzare le procedure. Insomma fare i duri con chi è forte e non accetta facilmente di veder ridotto il profitto o il potere. Invece se si agisce sui lavoratori a reddito fisso dov’è la novità o la bravura?
Così l’ingegneria della penuria non sa che pesci pigliare e al più architetta di spalmare il TFR, ossia una retribuzione differita e quindi soldi del lavoratore, in busta paga.
Caro lavoratore, meglio un uovo oggi che la gallina chissà quando. Così ti aumento lo stipendio con i soldi tuoi, e visto che ci sono, per egualitarismo, te li tasso un po’ di più, perché la liquidazione ha un tasso inferiore alle retribuzioni ordinarie. Ma tutto questo non riguarda me, Stato, che bloccando i contratti e differendo la corresponsione delle liquidazioni di due anni dopo il pensionamento, dimostro di non averne più di soldi. Neppure quelli tuoi che avrei dovuto mettere da parte.
Da troppo tempo, anche a sinistra, non si guarda la realtà, che non è solo economica, ma sociale. Si è lasciato che il Paese si deteriorasse senza il contributo dell’analisi e delle soluzioni. Capire e cambiare, estendendo i diritti e togliendo i privilegi, questa è sinistra e riformismo. Provate a pensare quali sono i privilegi veri, quelli che differenziano chi lavora, i cittadini di serie A da quelli di serie B. Pensateci bene e se viene fuori l’articolo 18 o lo statuto dei lavoratori tra le priorità discutiamone davvero, guardando la realtà, non le ideologie.
notturno blues rap
Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.
Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza,
ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.
E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,
nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa,
tace il cane, chi sarà ?
E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,
da chissà chi si scapperà?
Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,
ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.
servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,
finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.
D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,
bello, nuovo e colorato,
tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,
la mattina verrà presto, ma molto non si combinerà,
Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità,
oggi piaccion gli animali che leccano a comando
ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.
Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,
ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome
e riposar non si potrà .
Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,
c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà.
Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,
noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.
E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità
abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,
ma forse non verrà.

