Iniziare a scrivere

A quest’ora tornavo sudato dai giochi, e avevo ancora voglia di correre. Mia nonna mi accompagnava. Mi teneva per mano. Le nostre mani erano piccole, le sue asciutte e con una tenerezza intrinseca. Mani da carezze e che parlavano. Non riuscivo a stare fermo, le giravo attorno finché parlavamo e prendevo l’altra mano. Contavo le pietre su cui camminavamo, stavo attento a non pestare le commessure. Ci fermavamo a guardare i negozi, cambiavamo i discorsi ed entrambi avevamo poca voglia di tornare a casa. I portici alternavano l’ultimo sole con le ombre e già qualche luce s’accendeva. A me sembrava d’essere felice e lo ero, immerso in domande piccole grandi. In attesa delle risposte già altre domande si formavano. Vedere la vita ora e avanti, scoprire il bisogno d’essere coscientemente amato, mettere assieme il presente e tirarlo perché diventasse infinito, privo di obbligo, contenitore di piaceri nuovi e antichi, fidando in ciò che sarebbe accaduto.

A casa c’erano i compiti da fare, la fantasia da tenere a bada, le lettere da far stare dentro le righe, gli svolazzi strani di quelle parole che si ripetevano e che sembravano non dire nulla perché non c’era nulla da dire, ma molto da vivere. Quando ho scoperto la scrittura, quando sono riuscito a connettere l’osservazione dei particolari, la loro scienza, con la fantasia nel correrle dietro e andare fuori tema? La risposta sta nella scoperta della lettura come amplificatore dell’immaginazione. Vicende e mondi si aprivano, mi seguivano a letto con una pila sotto le coperte, potevo raccontarli a mia nonna ed ero sicuro che Lei avrebbe risposto a tono. La lettura apriva una finestra e ciò che vedevo doveva essere fissato perché si perdeva facilmente. Così è nata la scrittura, come un tener traccia, l’essere specchio dei sensi che si esercitavano per loro conto. I compiti erano una cosa che intralciava la fantasia, forse per questo sono stato un pessimo scolaro, riottoso e ribelle. Arrampicato sull’orlo del vulcano, temevo di scivolare giù nella profondità dell’ignoranza e dei voti pessimi. E così accadeva, segno che ciò che si vuol fare accadere, accade. Contavo sulla fortuna e sui voti in italiano, ma non bastava, non sarebbe mai bastato se non a me.

Che uso faccio della sera, sapendo che la serenità incosciente d’allora non la posseggo più e che anche le parole spesso vanno a finire nella noia di ciò per cui vengo interrogato, prigioniere delle notizie e al servizio di una opinione. Di cosa parliamo? Se mostrassimo ciò che ci colpisce risalterebbe il fuori tema, la pazzia dolce di chi parla d’altro, ma ciò non è consentito allora si dovrebbe ripiegare nella libertà della scrittura e lasciare che il mondo domestico delle strade e dei pensieri entri dentro con la sua luce che eccita le ombre e forma pozze di freddo e di buio che si attraversano con la stessa altezzosità con cui il primo rompighiaccio annunciava la primavera e la libertà alle navi, tagliando i ghiacci fuori dalla baia di Leningrado. Già San Pietroburgo e ora nuovamente San Pietroburgo. Ci dev’essere qualcosa di talmente immane tra queste due parentesi che racchiudono un nome che ora dev’essere scordato anziché sondato, capito, svolto come una mappa in cui i luoghi del pensiero e dello spirito trovano nome, distanza, via per essere uniti.

Sotto, nel vicolo, arriva in moto, una Bmw, con trasmissione cardanica. Chi la guida ha il viso che esce dall’attesa e il sorriso che incontra chi vuole incontrare. Se ne vanno in un rumore denso di armoniche e di basso con quel frullo d’ingranaggi che è già una partitura solista di meccanico concerto, ma che nessuno scrive. Mi piace l’idea del cardano, c’è molto cervello in questa scelta, in chi la inventò ( già ne parla nel terzo secolo a.C. Filone di Bisanzio) e in chi la sceglie. E’ un giunto che permette ai moti di due alberi di trasmettersi pur essendo disallineati e tutto questo non è il simbolo potente che insegna come cose che hanno diverse necessità possano trovare il modo di connettersi e di andare avanti assieme sommandosi. Anche per le idee servirebbe un cardano che le renda rigide quanto basta ma non impermeabili al disallineamento e al movimento comune. Se avessi raccontato questi pensieri a mia Nonna, avrebbe capito e non avrebbe fatto osservazioni, ma già a scuola tutto sarebbe diventato più difficile.

La sera mi ha sempre regalato una luce che conteneva senza illuminare, è la stessa di allora, così penso, la stessa che usciva dalle finestre e si scambiava con la lampada a centro stanza, mentre già il profumo della cena riempiva la cucina e posavo la testa sul braccio, guardando di sguincio e tentando di scrivere i numeri e le lettere dentro quelle righe che dovevano contenere il pensiero e la scrittura ordinata dalle leggi altrui, ma la mente era altrove. Decisamente ero un pessimo scolaro a cui sarebbe piaciuto usare le parole e tenerle a mente per chissà quale occasione di comunicazione, ma non era tempo allora come non lo è stato dopo.

arrivammo

Arrivammo in tarda mattinata. Tirava un vento freddo che sollevava nuvole di polvere dalle stradine senza asfalto. Gli abitanti erano chiusi in casa e il fumo dai camini tentava il cielo ma poi piegava orizzontale e si spargeva tra case e vicoli. Mancavano persino le solite frotte di bambini in cerca di caramelle e monetine. Di certo non eravamo inosservati, il grosso pullman occupava l’intero parcheggio davanti a quello che doveva essere il nostro ristorante. Le rovine erano distanti qualche centinaio di metri oltre la fine delle case, mentre in centro, sotto la scritta museum e una tettoia, c’erano mosaici e resti di statue. Uno dei mosaici, di epoca romana, era molto particolare perché portava l’intero medio oriente con le città maggiori allora presenti, le strade e il mare con delfini e navi che viaggiavano tra Grecia e Syria.

In quel fazzoletto di terra, eravamo all’inizio della guerra civile in Syria, non erano ancora arrivate le battaglie, ma a qualche chilometro di distanza iniziavano le oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Dopo il pranzo, il villaggio si animò, arrivarono i venditori di reperti e cartoline. Oltre c’erano altre persone intente ai loro lavori, vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo. Mentre mi incamminavo verso le rovine della chiesa e altri mosaici, pensavo che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’uno o dell’altro stato, cambiando sistemi politici e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. In quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città d’occidente : amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, forse sapevano delle guerre mondiali, intanto guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva in quel momento, probabilmente lo facevano anche quando il clamore era ben maggiore, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare. Sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Solo le cose buone sembravano dare riposo e durare e loro attendevano quelle per lasciare la paura.

Però m’illudevo, il mio era il pensiero dell’occidentale che ha vissuto la pace per molti anni, loro, gli abitanti, avevano viste così tante invasioni che le avevano considerate parte delle vite e avevano resistito all’inimmaginabile. Si erano spostati solo un po’ oltre la collina, ma erano sempre rimasti, facendo largo a chi invadeva e voleva restare, restando fedeli ad una patria. Non so cosa sia la patria per un invasore, di sicuro non è un concetto praticato dalla geopolitica, però è qualcosa di radicato negli uomini che hanno bisogno di terra, di odori, di alberi e di punti di riferimento, di colori, di cibo cotto in un certo modo e di rumori diurni e notturni che sono suoni per chi ascolta. Questo sentire andrebbe rispettato perché è parte di quelle persone e senza esse sono molto meno. Il concetto di buono, di relazione, diventa labile quando manca la libertà di essere in un luogo. Il buono diventa impotenza e rabbia che cresce se porta via la terra, il lavoro, la sussistenza. Allora nasce la rivolta che vuole cessi la sopraffazione, la sottrazione di identità.

Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obiettivi comuni, che poi sono semplici: vivere con dignità senza essere oggetto d’ingiustizia. E uniscono questi obiettivi, rispettando i vivi e morti, ma soprattutto conservano la dignità di essere ciò che non può essere tolto: essere uomini.

Lo penso in questi giorni in cui il vento non è più quello del deserto, sono in una casa calda, se fuori piove la mia città riluce ed è più antica di quelle città e anche se è stata distrutta è poi risorta più bella. Lo penso perché venti di guerra si gonfiano e non vedo preoccupazione sufficiente per la pace, non sento umanità per chi è stato privato di tutto e ora è ostaggio della carità dell’occidente. Lo penso perché ci sono indifferenza e inanità mescolate, perché le elezioni si vincono indicando un nemico e allora la guerra diventa plausibile. Ma ora questa guerra si avvicina e fosse pure per egoismo, servirebbe la pace, per chi muore e per chi ha timore che tutto questo non abbia una ragione sufficiente a evitare una catastrofe planetaria. 

Ma anche questa è brutta retorica.

 

di dimensioni e d’importanza marginale, non sono solo cose

Le giornate allungano la luce verso l’estate, lo si vede dalle ombre sui muri che il sole dipinge. E’ fresco la sera ma il giorno eccede nel calore e non piove da tempo. Nella giornata dell’acqua l’umidità vola altrove come fa da mesi. In compenso i venti di guerra si fanno sentire. La filosofa De Monticelli ha scritto un non agevole articolo sulla differenza tra prendere posizione e schierarsi, dove prendere posizione è rispondere a una esigenza di giustezza, cioè in ultima analisi, di verità. Mentre schierarsi comporta consentire a un ” male minore”, che sempre male è e comporta che il sentire nella nostra anima, nella nostra cognizione dei valori, si atrofizzi. Questa mortificazione del discernimento è la perdita della sinderesi ovvero della capacità di districare il bene dal male. Questo è lo schierarsi che non è prendere posizione.

Qui inizia un altro mio raccontare, perché alla guerra do il mio prendere posizione e mi rendo conto che soli siamo nulla, mentre molti siamo tutto, purché vi sia la sinderesi ben attiva. Gli antichi mentre si ammazzavano con facilità erano in grado di discernere l’anima, il bene e il male, poi tutto sembra si sia mescolato e ha reso, noi, gli uomini, inani. Gli animali si comportano molto meglio e seguono idee consolidate e precise.

Il pensiero torna a come vivi questo inizio di primavera e lo confronto con il mio, chiedendomi come cogli ciò che ti sta attorno, La fretta ti permette di vedere dalle finestre di cui noti la polvere accumulata, le cose apparentemente povere che attendono nel retro dei cortili delle case. Senti che il vento bussa sui tetti e scuote gli alberi e annusi come contrastano i fiori di mandorlo con il loro leggero profumo amaro reso dolce dal colore squisito delle corolle. Li vedi mentre volano tra secchi di plastica, tra i giocattoli dimenticati nell’inverno, come posano su opere lasciate a mezzo e sulle tende da sole che attendono di svegliarsi. Si metteranno ovunque a disposizione dei tuoi sensi purché tu dedichi loro la tua attenzione. Sono loro la guida alle cose che non vediamo e che usiamo senza discernere ciò che è buono per noi e ciò che soffoca.

La mia mappa è un portolano, un sentire che mescola il ricordo, la strada da percorrere, la sublime confusione del caso che mescola le cose e mette insieme il dentro e il fuori. Sentire è eccessivo in questa stagione dove tutto muta e noi siamo parte del mutare? Credo sia l’una guida che ancora possediamo per tenerci assieme a ciò che ci sta attorno. Una rete di visto, vissuto, odorato, toccato che corre inusitato tra giganti e fa fiorire i mandorli come attiva in continuazione i piccoli amori. Che isola e fa trepidare mentre scorge l’innocenza della terra arata e vuole già la freschezza dell’ombra. Il divagare che consente di uscire dall’insicurezza, dal timore e si perde nella dolcezza del sentire che esiste una dimensione in cui l’amore è possibile, in tutte le sue gradazioni, che la leggerezza dei petali che volano è la stessa dell’ape e del cuore. Feconda e distratta perché presa dai sensi, tracciata con le dita che già hanno altro che seguirà senza motivo apparente.

Le cose abbandonate, il vento, l’aria già profumata scivolano tra gli uomini e le case e chi ha un inutile andare sente che anche nel cuore le primavere non sono mai uguali.

spirale

La spirale mi ha sempre affascinato, l’assimilo alla vita nella sua capacità di tornare a vedere ciò che era vero, senza ripetere.  Percorrendo la spirale non si torna sui propri passi, si vede il passato e la prospettiva di futuro e alla fine si esce. Nei rapporti amorosi, il passato è più o meno allegro e la tentazione della leggerezza torna spesso nella vita. La spirale rappresenta bene anche quelli che non permangono, ma sono accaduti. Accadono… Da adolescenti, la continua scoperta, la precarietà, la necessità di misurarsi con la propria autostima fanno della leggerezza una opzione quasi necessaria: grandi gioie, appartenenze, dolori che si esauriscono in tempo breve. Dopo la giovinezza e una fase di progetti solidi, si presenta il bivio tra il continuare riprogettando in continuazione le vite e l’abbandonarsi alla ripetitività, al non impegno. Tutto si muove nella circolarità che non si sovrappone, nelle libertà individuali che si intende cedere. Sono così frequenti le separazioni, ciascuna con il suo motivo e il suo strascico di difficoltà dolorose e poi, se si sanano, il riscoprire che si è ancora attraenti, la necessità di nuovi stimoli oltre l’abitudine. Rispetto al passato molto conduce verso rapporti senza vincolo. Sembra basti dirlo subito: le cose saranno chiare e non si soffrirà. Poi viene scoperto che non è così, che il rapporto diventa asimmetrico, che l’appartenenza è la condizione per avere di più. E c’è la richiesta/bisogno di aver di più. La leggerezza si trasforma in necessità di decisione. Allora c’è la spirale che curva e sceglie: chi si ritrae, chi rischia, chi scappa, ma comunque la leggerezza è finita e subentra la sofferenza della mancanza. Non c’è nulla di leggero quando l’adolescenza se n’è andata, le regole di leggerezza non funzioneranno, i pensieri e l’umore rispetteranno l’esperienza acquisita. La sensibilità al dolore dipende da ciascuno, ma non sarà più vera l’illusione della giovinezza ritrovata e immemore. Per il semplice motivo che la vita ci ha plasmati, strutturati di ricordi e bisogni finalizzati. La leggerezza è parente del vuoto quando non ha coscienza del proprio bisogno d’amore. Parlo delle pene amorose, non della necessità d’essere lievi. Quella è altra storia e quando si è lievi l’impronta che lasciamo è forte e netta, come solo la delicatezza riesce ad essere: indelebile.

cassetti segreti

Non credo che non ci si pensi più, che le cose siano finite. Non ci penso adesso perché non è una prospettiva che ritengo possibile, ma ogni cosa desiderata e negata poi si ripensa. Subentra a ciò che non è stato, ma a pelle, sai già in partenza che quella era cosa … speciale (nonostante la tua idiosincrasia per le cose “speciali” che poi passano).

Non so, da tempo m’interrogo sulla negazione e mi chiedo quanto ci sia di personale e quanto di indotto in ciò che non facciamo accadere.

Se di interi periodi della vita non resta memoria immediatamente disponibile e lasciamo diventi sostanza dei sogni, in essa ci deve essere qualcosa che dev’essere messo da parte per vivere. Di quello che resta per davvero di un allora irto di possibilità, intendo che ci pensi in quei rarissimi casi che sono … casi speciali del vivere.

Ciò che è importante non passa ma muta, evolve, si anestetizza se fa male, oppure si acuisce se fa bene, e nella negazione non è mai tutto personale o tutto indotto, è un mix che
dipende dall’importanza e credo anche che, almeno nel mio caso, non banalizzo mai ciò che mi accade e quindi ci penso. lo vivo ed elaboro
Sai come si dice da queste parti quando ci si accorge che una parte della vita si è davvero conclusa: el se a gha messa via.
Se l’è messa via, l’ha cancellata dal presente, ma mettersela via è un elaborare, un dirsi che non è stato possibile, quindi è una sorta di per sempre rovesciato.

Ciascuno di noi fa i conti con se stesso e trova una ragione,
e se non la trova è peggio,
ma capita a tutti e più c’è passato più è capitato.
Le vite sono possibilità, scelte, poi in bell’ordine si mettono le cose che non sono state in cassetti che conosciamo noi, che sono nostri per intero e come per i lini che si sono comprati e usati in altri tempi, profumano d’amido e di lavanda.
C’è chi riesce a trovare un buon motivo per aprirli con tenerezza, altri con rabbia, altri ancora con indifferenza. Meglio la tenerezza e il voler bene a ciò che si è stati.

miserere

Questa mattina il cielo era ricco di nubi ma senza pioggia, Attorno tutto si svolgeva come se fosse un normale inizio di primavera, solo che è marzo e non piove. I canali d’irrigazione sono secchi ai bordi dei campi e la terra, dopo l’aratura ha mutato il colore delle grosse lucide zolle passando dal marrone scuro a un nocciola che testimonia l’aridità. Da mesi non piove. Gli alberi hanno cominciato le loro fioriture e le piante ornamentali sono colme di boccioli. Traggono linfa dal profondo. Si arrangiano con quello che c’è, ma non potrà durare sempre così.

Questo è il tempo che viviamo, per ignavia anche nostra, per supponenza e protervia, tutte abitudini che si consolidano in un’idea di dominio che ora la realtà s’incarica di smentire. Tutto nasce nei sentimenti, nel rifiuto che essi siano i veri elementi di equilibrio e di guida per gli uomini. Le altre specie, non ne hanno bisogno, sanno dove andare, cosa fare, come comportarsi. Non noi. Non nobis.

Dietro ogni fallimento c’è un tradimento e dietro ad esso un sentimento mistificato. Se tradire è una forma di negazione del sentire, del patto stipulato con sé prima che con altri, esso non è scevro di effetti verso la vita: non si conclude e non la conclude tra un prima e un dopo. Ha in sé il germe rapido del fallimento, quello che rompe l’equilibrio e lo rovescia per un nonnulla. La vita nel suo scorrere temporale ha scelto e devia su una nuova strada che non è necessariamente un procedere, può essere un arrestarsi, un retrocedere, un capovolgere. Il cambiamento è aderenza e approssimazione a ciò che si è, non tradisce nulla e ci realizza, ma fallire è negare la propria natura, il daimon che è in noi e che pretende di essere cresciuto amorevolmente. E lo chiede non in forza di ragione o per pretesto, ma amorevolmente, con cura e misericordia.

Il daimon è comprensivo, ci vuole bene e include il fallire, l’inesperienza, la fatica e le avversità, ma non tollera il tradimento e chiede alla ragione di essere accogliente nel suo farsi consapevole dopo lo sbaglio. E’ strano ma non include la colpa se non come distruzione del sé. Non la chiama colpa, chiede solo venga preservata la possibilità della vita, della sua felicità, del coincidere tra l’essere e il fare.

A questo oggi richiamava la terra già sul punto d’essere arsa, priva di semina e concime, chiedeva ragione. E lontano c’è il terribile rumore dello scontro, le realtà del sangue e della violenza cieca. Il labirinto senza il filo di Arianna in cui si smarrisce il senso del limite, le vite disperse, si spengono nel dolore e generano minaccia. Il mondo è sull’orlo dell’inverosimile e lo è da molto, ma la capacità di trovare la strada nel labirinto delle passioni è affidata al senso dell’umano. Al fermarsi e sentire che natura e uomo sono parte di una stessa vita, che il potere è tradimento di molti e di sé e destinato per sua natura a fallire. Ma nulla di tutto questo basta quando le vite si spengono, quando la negazione o l’affermazione si appella a principi che dovrebbero essere più alti di chi li pronuncia e contiene e invece vengono usati per nascondere le verità effettuali, la realtà. Chi sacrifica il mondo crede di essere immune al sacrificio, ma non lo è e in questo tradisce il daimon profondo che cerca la comunicazione, il rapporto, il sentimento con l’altro e con il mondo stesso.

Quanta disperazione contiene il fallimento dell’essere uomini. Di quanta comprensione abbiamo bisogno per trovare un equilibrio con quello che calpestiamo e che dovrebbe essere fatto con leggerezza perché lì sotto un mondo vive ed è importante perché sopra vi sia vita. Quanta disperazione di uomini, di madri, di figli dovrà essere tradita perché ci si renda conto che non c’è via d’uscita se non abbassando le braccia, chiedendo a noi stessi di avere un’altra possibilità. Almeno un’altra per vivere, per pensare, per seminare e far fiorire, per cambiare ciò che non è istinto ma tradimento della vita. Quanta disperazione serve per evitare la fine?

l’amore e il tempo

…gli amori continuano. Sotto altre spoglie continuano. Sempre dissimulate o mentite, soggette al distacco o alla permanenza, continuano. I progetti mutano o finiscono e quelli nuovi sono soverchiati dall’abitudine. Non è finito l’amore, nel mutare esso attende ciò che non arriva secondo la sua memoria e si isola conservando ciò che è buono, mentre allora non lo era. E’ buono ciò che adesso aiuta a vivere: non si corre più, si guarda altrove e insieme. S’è affievolito o mutato ciò che voleva superare l’impossibile e resta il bene…

AA.VV. Variazioni sull’amore in analogia al tema delle variazioni Goldberg.

Edito in proprio. Copia n.16/32

L’amore è ciò che fornisce continuità alla specie. Esso è stato disciplinato per la sua carica eversiva, per gli effetti economici legati all’unione di soggetti che prima erano singolarità giuridiche, ma anche questo aspetto è più una deviazione occidentale nel pensiero comune, piuttosto che un uso comune alle varie culture. L’antropologia illustra bene la variabilità di ciò che le culture hanno immesso in un sentire sorgivo e non codificabile. Tutte le accezioni, comprese quelle di altre specie, mostrano l’evoluzione delle fasi dell’amore, come esse fossero una variazione sul tema principale. Il tempo è una variabile dagli effetti imprevisti, così naturalmente succede per il presente e il futuro che si inseriscono nelle vite, ma proprio per l’incidenza che l’amore ha nella vita degli uomini, il tema resta evidente o confinato in qualche parte della mente. E non si può dire che sia solamente stato, bensì è un termine di paragone su cui cresce la vita. Come ogni sentimento profondo, si misura con la struttura emozionale di chi lo prova e questo ne fa una forza oppure un sottofondo che è assenza e silenzio. Comunque sia l’abitudine che vorrebbe banalizzarlo, esso conserva risorse che devono essere esplorate. Non è detto che lo saranno, ma ci sono e la loro influenza potrà essere avvertita dall’ascoltatore attento di sé. Non è una funzione simmetrica e trascorso il periodo di innamoramento, ciascuno elaborerà l’amore con una libertà di interpretazione che nessuna regola può rendere biunivoca. Così l’aria resterà sospesa su un fondo di mutata solitudine.

rassicurami

Il mondo attorno a noi si agita, le volontà oscurano gli uomini e le persone diventano cose. Inutile la ricerca del giusto ammesso che vi sia una giustizia che prescinde dalla potenza. Tempeste si sommano a tempeste e come un tempo sotto le mura di Bisanzio, c’è chi discetta sulla teologia della pace. Come vi fosse una alternativa ad essa per non cadere nel baratro della guerra, delle uccisioni, sempre ingiuste. Sembrano pensieri da anime belle, da inani osservatori del mondo che guardano al prezzo della benzina e fanno incetta di pasta al supermercato, ma ciò che stiamo vivendo collettivamente supera di molto la condizione individuale, il tempo presente in cui collochiamo desideri e vite. Ci sarà un futuro che sia migliore del passato? La domanda è semplice e parte dalla realtà dove chi vuol vivere non si arrende ma vuole che i principi non siano un patrimonio personale bensì collettivo. Ognuna delle parole di cui ci siamo riempiti le bocche a partire dalla rivoluzione francese, devono avere un contenuto che contenga sia i diversi modi di vedere il mondo sia la possibilità che la volontà di potenza non sia l’elemento che unifica il mondo. E’ la diversità che coesiste e rende vera la libertà, concreta la solidarietà, certa la giustizia. Ora rassicurami se puoi perché questa ondata di rosso che non è cambiamento, investe e divora tutto.

Rassicurami se puoi perché gli amici servono anche a capire, ma noi siamo noi. La misura, il limite solido della nostra sofferenza siamo noi. Esattamente come nella gioia.

E’ facile prevedere cosa accadrà a chi ci fa del male, ma occorre troppo tempo e non toglie la sofferenza del qui e ora.

Rovesciando il Tolstoi di Anna Karenina, posso pensare che le infelicità s’assomigliano tutte, mentre le felicità sono singolari, non riconducibili ad altro che noi. E’ l’oscillare su questa consapevolezza che induce a muoversi e la certezza che il tempo sarà inesorabile.

Ma a che servirà il nostro sorriso stampato sulla decadenza altrui?

relatività generale

Viviamo in un’era di cambiamento mai conosciuta prima. Non sono solo i fatti del giorno, le atrocità che vengono raccontate, ma l’equilibrio del mondo muta e nessuno è in grado di agire senza conseguenze. Come il viaggiatore che si trova su un treno e vede scorrere il mondo dal finestrino, così accade a noi di essere immersi in un luogo di tempo che evolve e muta in preda a forze incoercibili.

Quanto accelera una guerra il surriscaldamento dell’atmosfera e quanto più veloce e imprevedibile sarà il mutamento del clima? E il permafrost che già si scioglie velocemente, quanto accelererà la sua corsa a liberare CO2, metano e virus e batteri congelati da millenni?

Come muta l’equilibrio tra potenze del mondo, quelle grandi e quelle minori e come sarà possibile considerare che ciò che avviene a mille kilometri non sia in realtà sotto casa? Possiamo essere ciechi e immemori, ma anche stupidi? Se ci affidiamo al caso e al giorno, se è solo il presente che conta tutto si muove secondo traiettorie di fortuna, però lo sentiamo che si insinua l’inquietudine, che il mondo e noi siamo in simbiosi, ma che le cose non vanno bene.

Non è solo un problema d’armi e di potenze, bisogna capire che siamo immersi in un tempo e che questo si orienta con noi che abbiamo solo la ragione a disposizione e la possibilità di capire. Capire non è giudicare ma vedere le relazioni tra i fatti e ciò che li determinano e capire è l’unica possibilità per incrementare la consapevolezza di altri, rallentare, mettere una priorità a ciò che conta davvero. Non è un mondo virtuale, ora è la nostra vita, le vite che saranno possibili a chiedere di capire dove e come siamo e perché siamo giunti a tanto.

non ricordo il nome

Era già adolescenza. Le giornate si ripetevano negli stessi luoghi, le stesse persone. I primi anni delle superiori, il sentirsi grandi e insieme inermi, con il mondo che correva e non bisognava perderlo. Era necessario scoprire molto e in fretta e poi ancora scoprire d’essere ignoranti, di non capire le emozioni forti e ciò che accade. A scuola insegnavano avere una dimensione delle cose, un approssimare la realtà che almeno aveva il pregio di essere simile al vero.

Di lui, ricordo il cognome, una scena che si ripeteva mentre gli insegnavano ad andare in bicicletta. Rideva, e puntava la bici contro al muro pedalando piano e senza frenare, lì si fermava in uno scontro che faceva ridere tutti. Anche lui rideva, era una bella risata, già da grandi. Ed era più grande di noi, bravo a scuola, ragioneria. Quasi ragioniere. Ricordo il colore della bicicletta, verde, e non ricordo il suo nome. Ricordo che quando gli avevano chiesto in un’interrogazione di Merceologia a cosa serviva il nylon, lui aveva esitato e poi, ridendo aveva risposto: a fare le mutande delle donne? E a sentirlo raccontare, ridevamo tutti. Però non ricordo il nome e questo deve pur significare qualcosa, perché so dove abitava, i suoi genitori conoscevano i miei e credo di ricordarne il lavoro.

Era già grande, con una bella risata e un corpo magro. Vestito come capitava a tutti noi prima dei jeans, con giacca, camicia e cappotto d’inverno. Quando guardo una foto in cui stiamo uscendo da scuola d’inverno, siamo tutti uguali, grigi o marroni, con le sciarpe e molto da dire tra noi, ma in un freddo che rende più veloci le parole. Ci assomigliamo rivendicando la diversità ad ogni passo. Lui era timido e rideva quando gli ricordavano, prendendolo in giro, la morosa presunta e gli chiedevano, i grandi sul serio, se la portava al cinema, se ci amoreggiava sul serio. Lui taceva e sorrideva. Mi ricordo anche il nome della presunta morosa ma non il suo. Non ne parlava mai, eppure lo stuzzicavano per cavargli fuori una qualche vanteria, lui arrossiva e sorrideva e smozzicava qualche parola così generica che nemmeno un enigmista avrebbe connesso il senso con un amore.

Era già primavera inoltrata, maggio mi pare, c’era aria di esami di maturità e l’apprensione che generavano quando a luglio si portava tutto, scritti e orali di ogni materia. Noi, più giovani, ascoltavamo i racconti dei grandi che già studiavano la sera, che ridevano a denti stretti e che non giocavano più volentieri a carte nel pomeriggio. La vita includeva anche questo muoversi di incertezze che risalivano dal fondo fangoso delle memorie. I racconti si intrecciavano tra scuola e lavoro, perché alcuni di quelli che avevano smesso di andare a scuola ancora venivano la sera, dopo il lavoro e avevano storie di difficoltà da mettere in comune. Facevano lavori precari, chi era garzone di bottega o apprendista d’officina, ma tutti con una serie infinita di angherie da narrare, Per noi studenti era un mondo in cui saremmo finiti se la vicenda della scuola si concludeva malamente, e pure nell’incoscienza che ha quell’età, si capiva che era meglio evitare di finirci dentro. Lui ascoltava poco, andava a casa per studiare, la maturità si avvicinava, e sapeva che avrebbe avuto un futuro diverso: i ragionieri andavano in banca o in una azienda. Portavano giacca e cravatta e si sposavano con belle ragazze, con l’appartamento da pagare col mutuo e una vita tranquilla davanti.

Maggio finiva e il caldo già faceva pensare alla piscina e alle sere infinite che scivolavano nella notte. Non sarebbe mai stata ora di andare a letto, i desideri si sarebbero acuiti e con essi l’inerme innocenza che conosce ogni adolescente. Sogni, parole, silenzi. Ma l’estate era una porta spalancata in cui tutto poteva realizzarsi perché la vita spingeva per farci crescere tra malinconie, risate e nuove consapevolezze.

Accadde un sabato e apparve sul giornale il giorno seguente, una colonna nelle pagine locali, con le notizie essenziali e una frase che usava parole usate e ipotesi consumate. Lo avevano trovato nel fiume che dal Bassanello va verso le chiuse. Non capimmo allora, anche parlandone a bassa voce, e forse non c’era niente da capire, perché la sua risata, i sorrisi, i silenzi ci davano risposte che erano le nostre, la mia, ma nessuna di queste era la verità. Quello che si agita dentro, dopo qualcosa che è accaduto o non è accaduto, è la storia di quella persona. Solo sua e da rispettare religiosamente, come religiosa è la vita che soffre e sceglie. Per lui erano vere le parole di Majakovskij e di Pavese, vent’anni dopo, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

Ci furono i funerali e la tristezza dei giorni seguenti. L’estate ancora non arrivava, le scuole stavano per finire e la luce permetteva di stare in compagnia più a lungo, ma tra noi c’era un cercare di non pensare apparente. Di quegli anni molto ho dimenticato, ma quel ricordo non è mai svanito, anche se non mi ricordo il nome. Solo il cognome e molto altro.