verso il congresso

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Tra un paio di settimane ci sarà il primo congresso nazionale della associazione Sinistra Futura, di cui sono segretario. Parlerò di come sento l’approssimarsi a questo momento di incontro e di analisi della realtà e del fare. Rischierò la vostra noia, ma questi sono spazi in cui c’è una libertà non da poco: quella di scegliere cosa leggere.
In ogni partecipazione sociale e politica c’è una dimensione collettiva e una personale. Sono inscindibili, anche se ben distinte e sono il nostro modo di vedere e di essere nel mondo. Credo che la dimensione personale abbia radici profonde in ciò che la nostra coscienza ritiene essenziale per la comunità in cui si vive.

La politica è un dialogo con sé stessi e una forma d’amore, l’appartenenza a una idea sociale organizzata è l’adesione a un progetto che è molto più grande di ciascuno. La giustizia sociale, l’eguaglianza sostanziale tra le persone, la solidarietà, sono sentire che si realizza nel fare, non sono principi astratti, ma un percorso di coerenza, di verità, di azioni.
Questo penso.
Nella mia storia politica personale ho già provato a descrivere un momento del mio sentire politico. Ne era nato un blog, essilio, presto sospeso per la difficoltà di avere tempo per capire e meditare ciò che provavo e nel trovare le parole per dirlo.
Vediamo come andrà questa volta, perché le decisioni comunque verranno a maturare. Importanti ma non eccessive, si uniranno alle emozioni e assorbiranno tempo, sentire ed energie.
Il tempo in cui viviamo esige comprensione, pietas e fedeltà all’umano.
Non sempre tutto è chiaro, ci mancherebbe, ma la confusione è uno stato che vuole da noi comprensione, e coagula o deposita, diventa solido,
un punto rappreso su cui poggiare,
o un liquido chiaro attraverso cui vedere.
Il capire è fatto di intensità diverse,
essere onesti è anche sentire la propria ignoranza,
darsi il tempo per agire,
sapere che si può far meglio e che ciò che si fa è il possibile.
Quando sono inquieto, sento che
passo da una cosa all’altra,
ricordo troppo
allora di sera, o di giorno, il calore mi spinge fuori,
la città è materna con me,
sussurra ricordi nelle vecchie strade,
mi tranquillizza e sembra che  camminare aiuti a mettere ordine. Come avere principi e ideali, aiuta a camminare nella vita e ad assumere responsabilità.
Resta sempre l’alito della confusione,
dei pensieri senza il riposo delle parole, ma i luoghi conosciuti e il nuovo che emerge finché mi guardo attorno,
portano l’attenzione altrove.
Subentra una pace sospesa
che radi lampi illuminano.
Ciò che sembra dovere
e spinge in una direzione, a volte è solo timore, considerazione del proprio lavoro come indispensabile. Non è così, anche se nel rispondere a sé stesso e agli altri è più facile trascurare le proprie necessità e quelle di chi ti è vicino. Partecipare e fare con passione ed equilibrio.

Sono convinto che sarà un buon congresso e che aiuterà a far nascere nuove energie. Come molti, ho paura di quanto accade nel mondo e nel nostro paese, e sono convinto che analizzando e discutendo sulla realtà, leggendola alla luce dei principi che mettono assieme le persone, le rispettano, assicurano dignità e giustizia, emerga il che fare.
Con fiducia, avanti. Al lavoro e alla lotta.

nell’ora buia

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Quando nella notte il sonno si ritrae,
il sogno è fatica,
l’oscurità prende la ragione,
è forte il desiderio della luce,
unica salvezza per discernere,
per capire se vi sia tempo alla vita.
Se le dita della bellezza
potranno scorrere
meditando ciò che avvicina gli uomini,
nell’unità che trabocca dal bisogno. Sappiamo troppo del mondo
e solo l’apparenza
per sentirne il dolore vero,
la tenebra che avvolge le coscienze.
Parole terribili vengono pronunciate: ricada su di noi il sangue.
Baratri d’odio vengono aperti,
male che s’accumula ovunque,
e d’umanita fa spazzatura buttata.
Odio che toglie luce ben oltre la tragedia,
odio che vorrebbe essere ragione,
odio che corrode,
che giustifica ogni crimine,
odio senza amore che redime.
Sappiamo per provare la pietà,
per capire che tutto questo ci riguarda
ed qualcosa che esige da noi un risveglio,
un accendere la luce dentro,
guardarsi attorno,
vedere gli affetti che respirano nei sogni, sentire che il giorno porta tempo e luce
ed energia da spendere,
per fermare l’abisso,
per conservare la capacità di ridere,
per amare e fare e disperdere,
ma vivere,
vivere e far vivere,
amare e insieme vivere.

poi lo celebrano il maggio

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Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano in una parte del Paese, così a molti sembrarono cose distanti, che non avrebbero cambiato le loro vite. E tanti neppure sapevano di che si parlava. Nei giornali si scriveva che erano state confermati trattati tra Stati, mentre intanto si stipulavano con altri, nuovi patti segreti. Questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto gira attorno. E così sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava.

Poi qualcuno decise.

Cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.

Questa era già la prima violenza.

Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.

Poi alla fronte, come allora si chiamava, le giornate senza pericolo si sarebbero mischiate con quelle con tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e tanta impotenza così ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.

Allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte, non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la speranza.

Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.

I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.

Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si sperava passasse presto, che le cose tornassero come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine.

Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare un simbolo, il sacrario delle speranze infrante.

Il luogo in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio che era l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.

la piuma e il volo

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Qualcosa l’avrò pur fatto
inutile a me e buono ad altri,
così metto tra righe di memoria
briciole per I passeri.
E ciò che resta dovrebbe essere pietra,
ma penso alla piuma,
al suo essere parte del volo,
e la pena è l’aria che non è più la stessa
l’azzurro e il verde differenti
Ora è ricordo e via di cielo.

Liberaci dall’essere immersi nel brodo della colpa
sbagliare non è stato facile
e viverlo neppure.
Se abbiamo gioito dell’amore
e ancora lo facciamo,
è perché non è mai abbastanza.

la forma delle cose

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La forma delle cose non è superficie,
colore o consistenza,
ma il succo che contengono,
veleno o nettare che sia. 
Occorre pazienza per una goccia,
coraggio e gusto
onesto a sé per l’assaporare,
con attenzione, silenzio
e tempo.

Il tempo comune è sempre poco,
così sembra, ma è una scelta,
il tuo non è così arrogante,
si stende lento,
si dipana secondo le tue mani.
Mani fatte di pensieri,
di gusto,
mani che accarezzano le cose,
le aprono,
ricordano gli occhi con sorpresa meraviglia.

Tutto rallenta nella carezza,
che percorre un oggetto,
c’è sapienza nel trattenere il tempo,
nel cogliere il pensiero a chi guarda.
Ho imparato per mio conto
le storie dei minuti
che s’allungano e s’accorciano,
ma è stato altrove,
e senza sentire dove fossero diretti.
Anche quello che ho imparato è poco,
quando mi piaceva distillare essenze,
e già c’era la pazienza
che è il gusto dell’attesa. 
Le cose restano in attesa,
allacciate al cuore che le ha colte
mormorano memorie
e leniscono con amarezze lievi.
Ma tu conosci la lingua delle cose?
Il loro parlare lieve
al tatto e al cuore,
mentre pazienti raccontano ciò che sanno.

esercizi di respiro

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Dopo la pioggia vince il sole,
l’aria è ricca di fresco calore,
flusso di semi e di pollini
che estrae da profumi e colori
aiuta i voli delle impollinatrici.
Tenere gocce scivolano dalle foglie,
sono etere che sgrana e discioglie
il grumo che scordato pesava
e ora è molecola
respiro che parla col sangue.
Vivo, origlia umori,
li sparge nel profondo
con l’amore che cura
e ha pazienza di raccolto.
Ascolta,
c’è una consapevolezza che annuncia
ed è misura d’un nuovo
che accade
e vuol essere compreso.

desideri

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Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
parla col cielo che muta ed è solo bellezza.
Essere la luce che muove le foglie
il suo calore che spinge l’aria
e tu pensi sia vento di nulla.
Riflesso d’un sogno che muta,
vorrei fossimo,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
pace d’essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera
dei racconti di noi.

adolescenza

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In questa stagione la scuola era un misto di troppo e di colpa.
Andavo a pescare
dove la città diradava le case
e cedeva ai campi l’aria e il colore.
Le anse di fiume erano splendide acque lucenti,
acidulo e forte l’odore di riva,
come i pensieri che cercavano il senso
e la tregua.
Tutto era possibile,
l’esser d’altri, fatica,
così si sommavano ore
e risucchiava I pensieri, la luce:
ero cosa tra cose,
in un fervore di voli, di gridi e di tuffi.
L’attimo stirava la tela del tempo, era piena di vita,
e il futuro era immoto,
nella solitudine acerba,
allora capivo l’allegria del pesce
che balzava a catturare le barbe di pioppo,
della sua vita felice d’essere cosa.

epifanie senza pretesa

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Dove ciò che si congiunge non è mai solo il nome,
né il momento,
e neppure il fatto.
Del piacere non resta memoria,
forse dell’aria, dell’ora, della luce,
e qualche dettaglio che emerge poi.
Il dispiacere si comporta male,
artiglia per sanare,
così dice, mentre toglie
ed è carne che non ricresce,
ferite che per loro conto evolvono.
Maestro è il sentire
di epifanie senza pretesa
e a lui ci si rivolge per un accordo,
dicendogli
giungi e racconta:
il giorno è specchio ed essenza
mostrami la vita che prometti.

fotografare non basta

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Fotografare con le parole,
annotare,
e il pensiero liquefa, diventa nuvola,
piove, bagna, si disperde,
resta una leggero pulviscolo,
oro nella luce,
è polvere che danza.
Fotografare con le lenti dell’anima,
che non ha di sé prova né misura.
Eppure un fremito,
la pelle lo percepisce e scatta fotogrammi di sentire,
sgrana DNA impalpabile, somma del vissuto,
crivello del prescelto, desiderato e poi perduto.
Le storie falsano i momenti,
ma il passato crea e non si strappa,
è il futuro che si lacera,
che nega ciò che gli dà vita.
Questo nostro tempo è sensore, 
somma ciò che è con ciò che non è stato,
nel vibrare quantico che oscilla
e genera energia.
Le probabilità, come in ogni scelta,
si coagulano:
nell’apparenza della necessità
e poi tornano ad essere energia. Materia per nuove stelle,
e trasalire del cuore,
che è quando precede l’accadere.