verranno ancora

Ho scritto parole, ovunque.
Sulle tovagliette dei bar,
appena oltre l’insalata
e tra le macchie d’olio.
Sul bordo dei letti delle camere d’albergo,
aspettando un campari che non arrivava.
Ho scritto poggiando il foglio 
sui tronchi rugosi,
sono uscite parole sghembe
e contente
dell’odore dei funghi nel bosco.

Dal sedile dell’auto
sul ciglio di strade di campagna, 
ho raccolto pensieri già dissolti
in lettere incerte,
contenti d’esistere prima di sparire.
Ho sopportato le risatine,
i commenti, le richieste,
e ho strappato ciò a cui tenevo,
per timidezza e l’orgoglio
di non sporcarlo di disattenzione.
Ho scritto versi dopo aver fatto l’amore,
oppure li ho messi al suo posto
per parlare col desiderio
e sono nate parole senza destino,
versi che dovevano parlare al cuore.

Ho usato caratteri che a me solo 
avevano significato, 
lasciandoli naufragare sui tavoli delle riunioni.

Cercando parole pubbliche e segrete, 
le ho spogliate con tenerezza,
e assaggiate con voluttà,
hanno scaldato le tempie
nella passione
che traboccava da quei segni neri, prima di tracciarli.

Ascoltando l’eco di vite fuggite, sono nati dialoghi per legami inesistenti,
e mi sono alimentato
dei miei versi senza valore,
felice solo d’esser vivo.

Ho tenuto a bada,
chi tirava la mia giacca
per togliermi la fantasia
e le parole sono diventate cani felici
innoqui agli uccelli di brughiera.
È per questo che ho scritto su ritagli di giornale,
su foto e carte fini,
con penne che si pavoneggiavano del tratto,
dell’inchiostro e del mistero d’un significare,
e il corsivo m’ha seguito
attento agli scarti dell’umore e dell’età.
Di tutto questo scrivere ho fatto grano da passare tra le dita.
Un rosario infinito
che nutre e non disseta,
che disegna e non conserva.
Un germoglio.
Una pianta, talora,
spesso l’attesa di un fiore
ch’era a me bello
e ancora non lo sapevo.

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