risvegli

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gli occhi sono feriti dalla luce,
come l’uscire dalla terra
dopo un sonno senza sogni,
sparso di vita
frammentato di respiri.
Il sole sorge troppo presto,
è una lama sguaiata,
invade l’aria vittorioso:
dopo Il buio primordiale della notte,
non ha rivali.
La coscienza imperfetta si riconosce
e mai nulla è compiuto,
come un nascere è doloroso e dolce,
ovattato nel capire,
la vista si sofferma sulle cose,
che senza distanza non rammentano,
sono mute.
Fuori è un dove che riposa dentro,
un brusio che mescola la violenta luce
e rende tiepido l’enumerare.
Lo sguardo si perde in ciò ch’era importante,
e per un tempo lo è stato,
ora solo ferisce la quiete
il tempo dissipato.

mai

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In questi giorni che dovrebbero essere di riflessione sul dolore degli uomini, sul male del mondo che subisce violenza, il pensiero della necessità della pace è più forte. Non so cosa accadrà in Iran nelle prossime ore, nessuno di noi lo sa, ma con maggiore chiarezza emerge la furia sanguinaria e atroce del potere, della forza, della distruzione. Chi pensa che l’uomo sia sacro, come ogni bene comune non sarà mai complice di tutto questo, ma ne subirà, già ne sopporta, le conseguenze. Partecipiamo a ogni manifestazione per la pace, manifestiamo il nostro totale dissenso verso ogni connivenza con l’orrore. Non in nostro nome, non in nome dell’uomo, si distruggono civiltà, si uccidono civili, donne, bambini. Nulla di tutto questo ci appartiene e anche nell’angoscia di essere nelle mani di pazzie di onnipotenza manteniamo la nostra determinazione a difendere chi è debole, chi non ha diritti, chi vuole vivere. Tra bene e male, tra giusto e ingiusto facciamo ciò che possiamo per un mondo diverso e di pace. Mai assieme a chi giustifica la morte, a chi la considera una necessità per il potere e il profitto. Mai.

attesa

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Tiri su il cappuccio della felpa,
attendi un auto,
saltellano i tuoi occhi sulle luci,
ma è attesa senza desiderio.
L’accadere segue code di lucertola,
si staccano per capriccio,
si riformano mai eguali.
Il sole già scalda
odora di onda e di meriggio
quando le creme non servono più
ed è così il vissuto.
Attende il corpo nella felpa calda
e il pensiero di un sorriso
è cosa tua, ferita ormai solo segno,
come la prima acqua di stagione sulla pelle,
e il sogno che hai già fatto.
Tu puoi dare a tutto un senso,
ancora 5 minuti,
il tempo di due rossi di semaforo
poi la vita prenderà un altro verso
dietro l’angolo.

pomeriggio di festa

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Le strade sono vuote,
il sole illumina l’assenza,
dilaga tra prati ordinati,
case allineate, finestre chiuse.
La vigilia di Pasqua
le donne stendevano tovaglie ricamate,
Il profumo di farina lievitata usciva
invadeva le strade strette,
bussava ad altre porte.
Dire era solo un prima di dare,
e la parola diveniva lenta e lieve,
come il pensiero della primavera
che era
e serviva al cuore.
Dicono che le città siano colme,
I treni pieni,
qui non c’è nessuno
e il pensiero di te è
l’ago che toglie la spina.

ricercare

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La morte e resurrezione colpiscono anche chi non è religioso e ne nega la possibilità. E’ la lotta del buio contro la luce vitale e viceversa. Una lotta che riassume le vite e lascia aperta una possibilità ulteriore oppure la chiude. È la lotta per definizione, che comprende le altre lotte interiori che ciascuno combatte vivendo.  È facile nascondere il buio che conteniamo coprendolo di rumore e negandolo, anche se inconsciamente sentiamo che le vite sono luce, gioia sperata e vissuta, mentre il buio è la negazione della possibilità di espandere la vita.
Più o meno a questo punto ero giunto anni fa, cercando di temperare la condizione dell’agnostico col desiderio che le vite non siano solo pensiero e che nel rappresentare la luce, in essa si trovi la prefigurazione della vita. Poi, ho capito, almeno in parte, che il dolore nel mondo, faceva parte del racconto della passione del Cristo e che esso era profondamente legato a ciò che Esso aveva predicato in termini di amore, condivisione, rispetto, giustizia. Ho pensato che l’altro è anche il suo dolore, che capirlo modifica le vite, e non può vincere definitivamente il male. La lotta tra il buio e la luce, tra la definitività della morte e la vita, è la storia dell’uomo, del mondo possibile e giusto contro quello reale e ingiusto.
Nei riti della settimana santa si coglie questa lotta in un profondo simbolismo e umanità. La vicenda del Cristo, per chi non crede, rappresenta il mondo come dovrebbe essere, il percorso di ciò che è giusto depositato dell’uomo che il potere giudica eversivo è vuole cancellare. Cristo si confronta con il dolore, con la negazione della sua identità, con la solitudine assoluta e il dubbio conseguente. Resta poi a noi, ed è una decisione personale, dire se esiste una speranza, o meno, di uscire da questo buio della solitudine che nega l’essere.
La lotta del bene contro il male, inizia con le lamentazioni di Geremia del mercoledì santo.
Da questa riflessione in musica, nel buio e nella luce del ‘600 (e qui ci sarà chi la pensa diversamente) sono nate le leçons de ténèbres. Ne metto un piccolo esempio, se si ascoltano per intero al buio, è un’ora e un quarto ben spesa. Questa musica si alimenta dal pensiero che riflette sulla propria condizione e nella liturgia del buio progressivo. A partire dal mercoledì, ogni giorno una candela accesa veniva capovolta e spenta, fino al buio assoluto della notte di Pasqua, quando la luce veniva tolta anche dalle candele residue, oscurate immagini e finestre. Questo buio era la condizione dell’uomo nella solitudine e nell’incomprensione, e restava tale sino all’esplodere della vita nel trionfo del Gloria e nell’accensione contemporanea di ogni luce.
Vedere l’ansia e la speranza dell’uomo in questo simbolismo, anche senza credere in un soprannaturale; cogliere motivi profondi di riflessione personale, non è difficile. Sempre che lo si voglia.L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.
Il buio e l’oscurità sono simbolo della discesa nel sé, là dove esiste la ragione del proprio mal essere, e quindi dell’infelicità come condizione. Nel profondo senza luce, dove apparentemente c’è la negazione dell’esistere, è possibile trovare la ragione per emergere diversi da come si era, ma bisogna fare l’esperienza del buio, della solitudine profonda e dell’assenza di essere compresi per trovarne le ragioni. Quindi superare la condizione facile della superficie e navigare nella propria insicurezza, questa è condizione per capire che ciò che c’è sotto non fa paura, ma è parte di noi. E ciò significa anche andare oltre il rabberciare continuo, la superficialità, per cercare il tessuto di cui siamo fatti e cosa lo ingiuria, ferisce, strappa.
L’assenza di luce implica il creare la luce: questa è la comprensione di sé, ciò che porta verso le scelte radicali del cambiarsi. Non tutti i mutamenti sono buoni, solo quelli che portano a noi, alla nostra libertà, all’amore, lo sono. Quando nella ricerca ci si riconosce come persona,
ha un senso il dolore attraversato. Chi sta cercando è in grado di capire chi cerca; chi ha trovato o possiede la certezza d’una fede, fa più difficoltà a capirlo. Questi giorni possono valere per i laici come per chi crede, ciò che importa è che la riflessione ci riguardi e sia consapevole che non siamo soli a cercare.


https://youtu.be/XVx84Es_YGo?si=OezUNyLz5QviCgAM

abitudini

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Nella veglia,
ma forse anche nel sonno,
non pochi gesti si ripetono.
Sono echi di significato,
cercano tranquillità nel ripetersi e nel conosciuto,
come accade ai modi di dire,
aggregati di parole
di cui si è smarrito il senso
o forse non s’è mai posseduto.
Eppure emettono giudizi,
guidano le vite;
senza la discrezione del dubbio
scelgono
e pesano sul sentire.
Così carico un orologio meccanico
metto inchiostro nella penna,
guardo la pagina bianca,
e a fatica comprendo che è l’assenza che mi parla,
i miei segni sono passi sulla sabbia
prima della marea,
allora penso a cosa prova la gemma che indomita si apre
e non teme d’esser fiore.

lo straniero

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Lo straniero prende tra le mani le nostre estraneità,
le mostra agli occhi, alla notte, alla carezza dell’aria d’un pensiero che rapprende.
Il brivido che non aveva nome si svela,
al sorriso acceso che non cede.
Si sparpagliano i dubbi su gocce lucenti,
mercurio che corre sulla pelle,
l’eco è la parola non detta,
l’attesa che l’ombra indaga
e s’ode in un canto zingaro che addomestica la notte.
Dolce è sentirlo,
mentre percorre l’aria,
si sospende,
è curioso e discreto,
gentile chiede
sospirando sonno e riposo.

pioggia nel tramonto

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Splende il tramonto
luce di rossori lontani,
e la pioggia inizia a cadere,
fitta, calda, come lacrime senza oggetto di pena.
È solo vedersi inermi e nuovi per l’assoluto,
così temerari e innocenti nel contraddire il cielo,
sorpresi dalla gioiosa libertà dell’acqua
che accarezza margherite e alberi,
e pulisce con materna carezza
foglie bambine e fragili steli.
È l’acqua senza timori che alza I cappucci
genera sorrisi e sguardi scambiati
nei fugaci ripari.
Dice d’essere dolcezza d’amore
mostrata al tramonto stupito,
e ai cuori confusi dall’inutile fretta
chiede una sosta:
finalmente un vedersi
in tanta donata bellezza.

https://youtu.be/KcuRr47AGvQ?is=WrMA1Tt6em_z6xey

domenica a San Telmo

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La domenica a San Telmo ,
i tangueros troppo vestiti nell’estate di gennaio,
danzavano assorte figure da milonga,
passi nel sole a disegnare l’aria,
ma la mattina nella caffetteria Dorrego
si vedevano solo teste sedute,
e giornali spiegati interi
a coprire il lampo dei colori nella piazza.
Luccicavano i vetri,
nello scuro liberty del ferro
e i camerieri erano vecchi come i loro abiti neri,
ma profumato il caffè e buono.
Era un vagone di tavoli
allineati contro la vetrina,
un corridoio tra i bisbigli,
a dividere il bancone lungo, alto e scuro.
Dietro liquori e lustre caffettiere.
Dicono che il tavolino di Borges stesse quasi a mezzo,
non distante da quel cortile che sembrava un chiostro,
tavolo tra tavoli,
stesso legno dei ripiani,
e interrotte scacchiere tra le tazze.
Alle regine e gli alfieri già perduti
resistevano le torri e i cavalli,
Jorge Luis l’ avrebbe preferito.
Tra i giornali abbandonati,
col dorso stretto dai listelli scuri,
avvenne l’incontro con Ernesto Sabato,
un pomeriggio o forse era già sera,
e l’aria era vapore e fumi di bevande calde,
animale soffice che mutava ad ogni aprir di porta.
Non s’amavano,
accade tra i custodi di due grandi mondi
dove si muovevano figure
e fatti di realtà nascent.
Bisbigliarono a lungo
mentre attorno si stupiva il silenzio
tra i bicchieri
e poi si salutarono, forse,
per non vedersi ancora.
Amori che non combaciano
s’osservano sin nel profondo
e con dolore scelgono.
Borges tornava spesso,
già semicieco vedeva I rumori della piazza,
i ballerini e i venditori
d’abusive vecchie memorie,
con fasci di bastoni animati dalle lunghe lame
e oggetti che estraevano furtivi
raccontando storie.
Di certo li aveva conosciuti,
ora erano solo macchie di gessati
color bruno
tra sbuffi d’organza, volani e brillantina.
Arlt quei bastoni di certo aveva usato,
fuori dalle case dei cretonne sdruciti
e nel tango praticato in vita,
ma non lui, né Bioy Casares,
ad altri salotti abituati
con diverso accostare le labbra
al cristallo o ad altre labbra.
E neppure lo scrivere era eguale
una pagina e poi l’altra
in stanze calde d’inverno
e mai per strada,
senza il timore d’un passo
o d’una lama.
Nella caffetteria l’aria era smossa dalle grandi pagine voltate,
il sole ancora prigioniero delle case,
solo a tratti entrava il bandoneon con un saluto.
ma nel vagone tutti erano ospiti
e il viaggio senza fine,
persino il tempo era indeciso
dove andare o su chi scorrere
e intanto compitava le pagine perplesso
tra un mai passato
e il futuro indeciso d’esser stato.

https://youtu.be/-FzoJVzrO2o?is=QBGmkD5C9t1Tu3ID

bastare a sé

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Rendere colmo il giorno, l’ora, il gesto,
con quel tremore che scalpita
ed è già di nuovo sete.
Rendere colmo il giorno
per trovarsi a notte intrisi di fatica,
stanchi d’aver sentito oltre il necessario.
E allora bastarsi
gettando il molto che non serve,
perché sempre ci sarà
un nuovo limite che verrà donato,
ai tuoi, già così alti.
Quel misurare di te che hai chiamato bastioni,
sorridendo,
e sono una città cinta,
da dove lietamente s’esce ed entra,
e c’è festa, lavoro,
scambio d’anime,
e vita in cui liberamente vivere.
A che giova allora l’imposto utile
s’esso diviene limite
di te e del tuo sentire?
S’allunga in questi giorni la luce
come gatto al risveglio,
e s’inarca in nuvole nuove finalmente,
così salire al colmo di te è dolce
e dall’alto guardare la primavera
di libera vita ti riempie.

https://youtu.be/PmcI5IJR8S4?is=fLQ02hQqWAb9zegJ