la nostra povera casa

In queste distese d’azzurro e grumi di bianco,
nel cieli immensi di luce
mettiamo le attese che la stagione ci dona.
Ha un senso l’oro del grano allo sguardo,
il suo essere seme,
e poi verde
e fatica di crescere ritto,
ma ora balla nel vento
e racconta di Mesopotamia,
di laghi di terra e di canne
dove l’acqua bacia le sponde
e la sera I pesci balzano
all’aria che profuma di fresco
a cogliere petali dal vento.
E ha senso il cammino lento che rispetta la pietra,
leggendo l’antica sua scrittura
nell’abitudine nata dall’uso,
e la cura che resta e riceve
percorsa dal gelo e dall’erba,
pulita dalle piogge che versa al profondo.
Tutto ritrova il suo luogo,
nell’esatto comporre del silenzio, le cose,
dove il suono è ornamento
e l’appartenere un canto felice.
Essere parte che sente la cura,
del molto ch’è stato
e dell’immenso che attende.
Un mostrarsi alla luce,
donato a chi vuole capire
e non dice di sé, umiltà
ma la pratica
sorridendo nel dare,
grato per ciò che riceve.
Se, vi fosse un amore per ciò che ci segue,
coltiveremmo il nuovo e la memoria
nello stesso giardino
e la nostra povera casa di scarsa considerazione,
sarebbe rifugio che aggiunge e preserva.
Renderemmo l’apparente ripetersi alla sua storia,
compitato e accolto con rispetto
a vederne la bellezza nascosta.
Come dentro a un pennello c’è il colore e il disegno che verranno,
così in una penna
o nel vivere attento e lieve
c’è il pensiero che resta.
E tutto attende con pazienza d’essere riconosciuto
dai nostri infiniti mondi possibili.

2 pensieri su “la nostra povera casa

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