piccolo grattacielo

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Nell’angolo della grande stanza riconobbi la poltrona Proust. Mi rallegrò, come un’ancora nel mio mare agitato d’ignoranza. Ascoltavo l’assistente, una ragazza giovane, e credo bella, ma gli occhi andavano per loro conto nella stanza in cerca. Di cosa? Di appigli, di conosciuto. Vedevo gli oggetti Alessi, qualche foto, un’aria densa e spoglia di luogo di lavoro. Poi da una scala interna scesero i due fratelli. Uno portava un basco. Conobbi così Alessandro Mendini. Erano i progettisti di un edificio che l’ente che presiedevo,avrebbe voluto realizzare e l’incontro serviva per parlare del contesto, dell’uso ipotizzato, delle attese. E del futuro. Se un edificio non ha futuro non serve a nulla. Come gli uomini. Dopo il primo imbarazzo, la conversazione si svolse tra domande e asserzioni. Cercavo sicurezza dentro e consenso alle mie idee fuori. Sapevo cosa volevo,  ma volevo discuterlo ed erano i simboli che m’interessavano. Cosa avrebbe contenuto l’edificio per essere vivo, quante persone, come le vite si sarebbero dipanate in esso. Emergevano nella mia testa similitudini cariche di eros, come se l’amore per un’ idea diventasse corpo. Non lo sapevo, ma era un processo simile a quello che avviene nel virtuale prima di un incontro, il grattacielo tascabile, come mi ostinavo a chiamarlo, era un contenitore di attese. Sarebbe stato il più alto edificio della città, solo per un poco, naturalmente, e un luogo di ritrovo fuori dalla città storica, un vedere la città opulenta e sensuale e un esserne visto come simbolo di nuova idea di crescita. Nascita, crescita, erotismo di luoghi e destini. Pensavo più di quanto parlassi, i due fratelli mi raccontavano dell’atelier, dei lavori, del loro collaborare e poi nuovamente si tornava sul progetto. E ancora si parlava di Verona, di una bella casa in cui tornavano spesso e che da oltre Adige spaziava sulla città. E mentre m’informavo sul loro modo di creare, mi rendevo conto che quello che conoscevo mi veniva dai libri, dagli oggetti, mentre avvertivo che erano importanti le emozioni, il sentire. Di quella mattina, restò a lungo un entusiasmo. Il progetto quando arrivò, era pieno di geometrie, di luce, di colore, neppure si vedevano i suoi 60 metri, 85 al faro dell’antenna, si coglievano gli spazi interni, le relazioni. Un word trade in miniatura, un grattacielo tascabile pieno di trasparenza e cangiante di colore notturno. Era una decisione partecipata,  non solo mia, ci furono modifiche marginali, aggiunte di tecnologia, pignolerie per apparire intelligenti, tacevo, mi restava tutta la sensazione di quella mattina. Le cose dette c’erano, anche nella parte degli uffici temporanei si avvertiva un senso di intimità complice, un ritrovarsi nascosto, quasi da amanti. Gli affari sono questo, un colloquio intimo prima che una guerra che include la pace. Mi piaceva molto il nitore e il calore che veniva dalle relazioni di spazi comuni e privati. Un’innocenza per un futuro di crescita pulita.

Non se ne fece niente, la politica e qualche calcolo d’invidia, piccolo d’ingegno e grande di distruzione, si mise per traverso con la potenza sorda del limitare, non dire, occultare. Piccole concorrenze che danno l’idea del limite delle persone. La città ebbe un simbolo in meno, un punto di crescita mancato. A me resta la sensazione di un incontro e di un rapporto con l’anima che genera le cose. Ho avuto più io.

difficoltà di spiegare

Lettere in stampatello, un po’ ondivaghe e diseguali, come fanno i bambini che hanno imparato a scrivere, ma non si lasciano andare al mare del corsivo per timore d’annegare nel senso. Conoscere la semplicità e la forza adulta che sta dietro quelle lettere pitturate con cura, guardate a fine opera prima di ripulire il pennello, perché i pennelli costano e vanno ben tenuti, avvertire lo sguardo che sorride muto, perché è tutto corretto e si può mostrare, è una gioia. Il cartello parla di una cosa comune, del suo buon uso, e sapere chi l’ha scritto è un piacere d’umanità. In altri tempi ho visto quegli occhi commossi, le mani grandi attorcigliate d’emozione, per qualcosa che ci riguardava tutti, ed è un privilegio che mi ha fatto capire molto. Lui, e molti altri come lui, uomini e donne, hanno vissuto due vite, una fatta di difficoltà, di affetti, di molto lavoro e sudore da fatica fisica, e un’altra vita fatta di lotte, presenza, volontà di cambiare, non per sé, per tutti. C’è una grande differenza tra la crescita e il successo personale e quello di tutti. E’ una differenza dove una parola desueta , solidarietà, è addirittura coniugata alla francese, e quella fraternità sembra una cosa vecchia, da persone che mettono assieme i loro destini. Forse per questa desuetudine a pensarsi assieme, di certe cose non si parla più. E forse per questo è difficile spiegarla al segretario del pd che punta al nuovo e ha pochi ricordi di lotte, ma è la differenza che sta tra sinistra e centro destra: da una parte si pensa di crescere assieme, dall’altra crescono i singoli. Però chi ha scritto il cartello è dentro al pd e non ci pensa proprio ad andarsene, ha dato fiducia al segretario perché chi vince ha la responsabilità di portare avanti le idee comuni. I segretari non si costruiscono sulle idee, quelle sono il nostro patrimonio, ti spiegherebbe, ma sul modo per realizzarle. E così gli dà fiducia anche se farebbe in altro modo. Quando parla, dice poche cose, così gli guardo le mani grandi e sento che anche loro parlano e ciò che esce fa fatica perché è radicato dentro. Non cambia opinione sul fatto che il giusto debba emergere e debba essere di tutti. E lui sa cos’è giusto e cosa non lo è, chi è debole e chi è forte, dove dovrebbero andare a prendere i soldi e dove invece bisognerebbe portarne. Ha fiducia del segretario, perché di un compagno si ha fiducia. Per questo non saprei come spiegare al segretario del pd che queste persone non si possono deludere, o peggio tradire, che in queste persone sta l’essenza del cambiamento perché sono disposte a soffrire se è per tutti e non solo per pochi. Non hanno mai avuto problemi di identità, sanno chi sono, perché sanno da che parte stare. Penso a questa difficoltà di comunicazione, di ascolto di chi non ha salotti o potere, di fiducia concessa perché un compagno non tradisce. Lo penso finché guardo il cartello, le lettere in stampatello, le loro altezze e righe un po’ ondivaghe. Penso che domani saremo assieme, che ci sarà buon cibo preparato con fatica e allegria, perché a stare assieme in cucina ci si diverte pure, che ci saranno parole e sorrisi, e magari lui si commuoverà perché gli accade quando sente che siamo in tanti e dalla stessa parte.

Sorriderà anche al fatto che invece che mille euro ne basteranno 20 per pranzare e autofinanziare quella campagna elettorale già fatta e perduta, perché tra le tavole piene di gente e importante e queste c’è una bella differenza. Qui i debiti si onorano anche quando si perde, ma l’avversario resta avversario. Questa è la differenza che fa di un uomo un uomo, ma chi glielo spiega al segretario.

trovare il filo

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C’è eroismo nel perseguire l’inutile. Concedere alla vita imposta solo il necessario e poi tenere il resto per sé, per seguire un daimon troppo spesso conculcato e vilipeso e così ricondotto ad una dimensione conchiusa, domestica. Non è forse quella la dimensione in cui nascono i segreti, prima personali e poi condivisi dall’evidenza, prima che dalla necessità e dal ragionamento, e che escono a stento? Così sulla parete si allineano un numero imprecisato e impressionante di piccoli barattoli di vetro tappati (Bormioli?), tutti uguali, su stretti scaffali di legno volutamente non verniciato. L’odore che si sente nella stanza è quello del truciolo e della resina mescolato con le abitudini, i riti, e forse i cibi, che certo appartengono ad una sfera  privata. I vasetti hanno contenuti illustrati da etichette scritte a mano con inchiostro stilografico e costringono ad avvicinarsi per leggere. Peccato perché l’effetto d’insieme così sfuma e si perde, ma non si può avere particolare e insieme allo stesso momento, bisogna lasciarsi prendere e basta. Ed è grandiosa la sensazione nella sua indeterminatezza.

Ci sono terra e sabbia di vari colori e provenienze, caratteri di piombo di tipografia, pezzetti di legno con tracce di dipinto e una parte di un viso, insetti vari immersi in un liquido, un pezzo di cemento del muro di Berlino, altri pezzi di altri muri, frammenti azzurri di azulejos, campanellini di argento e bronzo, piccoli animali di vetro, plastica, metallo, molte rocce e minerali classificati per genere e provenienza, cristalli, stoffe colorate diverse, classificate per fibra, raso di seta e damasco, carta scritta e spezzettata a frammenti larghi in cui si leggono pezzi di frase, tabacco in foglia e conciato, vetri multicolori a tasselli, tessere di mosaico, liquidi colorati, conchiglie piccole, semi differenti con l’indicazione della pianta, infiorescenze secche di aromatiche, spighe di cereali vari, piccoli meccanismi, diversi carillon, movimenti di orologi meccanici, quadranti di orologi di varia foggia, componenti elettronici prima della miniaturizzazione divisi tra resistenze, condensatori, diodi, transistor, mine di matite colorate, trucioli di legni diversi divisi per essenza, soldatini di plastica e di piombo, astronavi trovate nelle merendine di fine anni ’50, limature di vari metalli classificate per resistenza e durezza, calamite recuperate da oggetti diversi, calamite a ferro di cavallo, coriandoli di fotografie che rivelano particolari staccati dal contesto, foto ritagliate, celluloide a pezzi, fotogrammi, pellicole arrotolate, lenti di vetro, ditali di varie fogge, materiale e colore, piccoli solidi geometrici di cristallo, pennini, inchiostri, gomme consumate, gessetti, pastelli di cera, numeri di legno della tombola, lego, manine di bambole e burattini, perline da infilare, ruote dentate, piccolissime viti d’ottone d’orologeria, fili colorati e lampadine da presepe, piccoli frutti essiccati rossi, neri, bruni, verdi, pepe in grani multicolori, modellini d’auto, navi, aerei, monete metalliche di vari stati ed epoche, carta moneta, dadi, nodi diversi fatti con funi bianche, scaglie di colore puro, pezzi di domino di avorio (?), petali di fiori essiccati e boccioli, bacche, radici, fili colorati di rame a pezzetti, vasetti vuoti con scritto aria di varie provenienze, foglie secche di alberi diversi classificate per famiglia, piccoli biglietti rettangolari di treno o di tram di cartone spesso, biglietti da visita, fornelli di pipa di terracotta, ceramica, pannocchia, carte da gioco di varie città (solo fanti e cavalli ?), fiammiferi colorati, scatole di fiammiferi, parole ritagliate, molti vasetti di parole e numeri scritti su striscioline di carta sottile arrotolata, caratteri di lingue sconosciute, biglie di vetro con l’interno colorato, tappi corona di birre e bibite strane, tappi di champagne, lampadine per pile, fiocchi di fibre tessili varie. E molto altro ancora.

Bisogna trovare un filo, se c’è un filo, che unisce tutto questo. O una passione, o un’inquietudine che si placa, o una mania. Qualcosa c’è, ed è la cifra di una vita, qualcosa di molto intimo che non ho avuto l’impudenza di chiedere, e così ho detto quello che pensavo: che meraviglia.

punta dogana

E’ bello andarci adesso, nel pomeriggio. Fare tutta la fondamenta, magari fermandosi allo squero di san Trovaso e nella piazzetta vicino alla chiesa per godersi il sole. E voltarsi verso il tramonto. Lo sfondo dei colli euganei ingentilisce anche Marghera, che non è brutta da questa distanza, anzi un arco di tubi, qualche torre troncoconica di raffreddamento, le guglie del craking con il pennacchio di fiamma possono pure essere suggestive. Nelle giornate limpide, da Venezia, si vede tutta la corona di colli e prealpi illuminata dal sole ed è uno spettacolo impagabile. Ma non da qui, dovremmo andare verso santa Marta, qui ci dobbiamo accontentare dello Stucky, dei colli e di Marghera e di una infilata di tutto rispetto, tra la Giudecca e le Zattere, fatta di case, marmi bianchi, mattoni, chiese, acqua. Mica poco. E poi ci si gira e si guarda verso San Giorgio. Ma non siamo ancora arrivati e perdiamo tempo. Qui si perdeva tempo. D’estate lo si perde ancora seduti ai tavolini dei bar sulla fondamenta. Quand’ero ragazzo, anche si nuotava in canale, c’erano dei camerini bianchi e azzurri, una piscina delimitata da pali e reti nel canale, le ragazze che prendevano il sole. Poteva essere Trieste e Barcola, ma io non lo sapevo e stavo al sole, chiacchierando con gli amici e cercando di crescere. Un padovano a Venezia, guardato con un po’ di sospetto, accolto per amicizia. Si perdevano gli ultimi giorni di scuola, era ebbrezza di vita, non la prima e, per fortuna non l’ultima, una delle tante iniziazioni al vivere. quelle che non finiscono mai. Ma sto divagando.

Da san Trovaso, dopo i Gesuati, la riva cambia, diventa più solitaria e man mano ci si avvicina ai magazzini del sale, le persone rarefanno. Vi consiglierei di andarci con una persona con cui siete legati, l’aria di novembre è fredda, ci si stringe, i baci e gli abbracci verso punta dogana sono un’esperienza bella. Comunque si arriva e qui le cose cambiano ancora una volta. per me almeno. Sulla sinistra c’è il bacino di san Marco, sulla destra san Giorgio, la punta è davvero punta e divide l’acqua, la luce, il calore, le sensazioni. Sono due bellezze differenti, alle spalle ci siamo lasciati il sole che tramonta, davanti le luci della città gloriosa. Guardando verso palazzo Ducale ci si aspetterebbe un doge alla balconata centrale che accolga le navi che portano l’oriente, le spezie, la luce. Perché i veneziani, l’oriente l’hanno sempre avuto nel cuore, come quell’Enrico Dandolo, che dopo aver comandato una crociata, aveva pensato bene di abbreviare la strada e trasferire Venezia a Costantinopoli ed ora è sepolto a Santa Sofia. E quel doge che non s’affaccia vede, navi con il pavese issato, l’orifiamma sull’albero maestro, i vessilli con il leone, gli alberi e le vele in manovra. Non quei palazzi di ferro che passano ora con migliaia di turisti vocianti, vede navi da mar e da laguna. Navi da ricchezza, panciute e pronte a percorrere il mondo, ma soprattutto il Mediterraneo e l’oriente. Forse questa visione di Venezia potrebbe essere ancora attuale, città che appartiene al mondo e città che cresce nel Mediterraneo, che è legame e punto di scambio e ricchezza comune. Cultura, intelligenza e fare, come un tempo. Ma divago ancora, guardate, invece, quanto è bella la riva degli Schiavoni, le luci, le barche e le rive piene di persone, e anche la dimensione malinconica che si porta ogni sera con il bisogno di caldo e di luce. Ma non ascoltatela più di tanto, restate in equilibrio sul limite, perché è bella quell’aria che invita a trattenersi ancora un poco. E’ come la speranza, che chiede di trattenersi ancora, di indugiare, di aspettare.

San Marco è un punto d’arrivo e di partenza, san Giorgio è la città che resta, che non va, che si trattiene e costruisce. E’ bello san Giorgio, bianco, mirabilmente proporzionato, intuibile nei suoi chiostri che aprono altri orizzonti. Guarda un altro santo, un altra piazza e pur senza essere piazza, è spazio e presidio, chiesa solida, struttura, trionfo organizzativo. Bello capire che qui c’è uno spartiacque tra poteri, da un lato quello temporale che aveva una basilica come cappella del doge, il commercio, la ricchezza, l’oro e la potenza, dall’altro l’ordine benedettino riformato e risorto a Padova, nerbo di un intendere la vita come apprendere e fare, una chiesa che ha terre, capacità, oro e potenza, altrimenti. Per capire ciò di cui parlo basti pensare che chi progettò chiesa e chiostri e sale era Andrea Palladio e che l’immensa parete del refettorio aveva tra le sue meraviglie una tela enorme commissionata al Veronese, le nozze di Cana, trafugate poi da Napoleone e portate al Louvre.  E così anche la pittura parlava di una munificenza senza limite, di una capacità di risolvere i problemi e mantenere la festa che solo i veneziani potevano avere. Vedere da punta dogana, San Giorgio maggiore illuminato dall’ultimo sole è bellissimo, poi la notte pian piano lo spegne, lo acquieta in una pace che sembra sonno, mentre la riva di fronte è piena di luce, di vita e di persone.

Siete arrivati in punta e sentite l’aria che si raffredda rapidamente, avete la sensazione che ciò che brulica tra acqua e terra sia un contenitore, una chambre marveilleuse, dove voi potete vedere ciò che avete dentro oltre la meraviglia che sta fuori. Uno spartiacque tra due mondi, un limes che qui si integra, la città da un lato, lo spirito dall’altro e il tutto percorso dalla vita, dai bisogni, dall’ordinario, dai desideri, dalla crescita, dalla necessità. Un luogo in cui tornare, e così doveva essere per chi aveva, come i veneziani, per pavimento il ponte di una nave e per soffitto il cielo. Godetevi la punta e la visione, almeno per un poco, stringete qualcuno a voi e poi ci sarà tempo. C’è sempre tempo. 

non c’è niente da capire, al più qualcosa da sentire

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Sapevo che le parole, il significato, il ritmo di quella sequenza che le teneva così bene assieme, non l’avrei tenuto a mente se non avessi copiato quel pensiero. E’ così che si sono riempiti quaderni e cassetti di appunti. Ma spesso non era possibile farlo e allora quel concetto, che mi pareva così bene espresso, si sarebbe perduto. Cercavo di mandare a memoria le parole, mi pareva di riuscirci, ma poi si scambiavano, qualcuna si perdeva finché quello che restava era una schifezza da dimenticare. Non sapevo da cosa venisse quell’equilibrio magico (a me pareva tale), non c’era sempre e spesso non produceva quell’effetto di movimento che sembrava un ritmo, un suono, ma quando c’era mi sembrava che in quella frase ci stessi dentro tutto. Cioè quello che potevo fare, essere, diventare, se solo avessi avuto calma e tempo. Poi ho imparato che non era possibile trattenere tutto, che il senso di perdita non era giustificato, in fondo ero sempre io e tutto era dentro di me, come fossi un cesto di giocattoli e bastava mettere dentro una mano e qualcosa da guardare con sorpresa ne sarebbe venuto fuori. Un ricordo è come un giocattolo vecchio, non serve più per giocarci e neppure è importante se funziona, è un pezzo di noi, di qualcosa che ci ha fatto essere, ed io avevo la fortuna di ricordare. E di mettere assieme ciò che c’era con quello che ancora non c’era. Vedete, è facile stupirsi per qualcosa di inusuale e bello, per un tramonto, una persona stupenda, un’intuizione che svela, ma per un insieme di parole è più difficile e capivo che la cosa riguardava me, non altri. Gli altri potevano ascoltare, vedere, se ero bravo, le cose che io vedevo, ma quel suono e quella bellezza di significato era una faccenda personale. Che poco rilevava, che non era utile e non produceva nulla di tangibile o economico. Ma ero io e se accettavo che quelle parole si fossero messe per chissà qual motivo in quell’ordine, acquisito quel significato, accettavo me. Un sognatore o un flaneur accetta la sua natura e mette in comune ciò che può, sa che quello che vien fuori dalla sua testa può annoiare, infastidire, non essere capito e questo spesso lo ammutolisce. Ma quando racconta ciò che sente non è per mostrare quanto è bravo, ma per dire: vedete, ci sono persone che esigono molta pazienza per essere capite, strane, particolari. Si può farne a meno, ma se vi interessa capire ciò che dicono dovrete fare un po’ di fatica. Come per un cruciverba o un rebus incrociano significati e se talvolta ne viene un motivo per riflettere, ecco, era tutto quello che volevano comunicare.

il pescetto di liquirizia

Un pescetto, una lira. Nero di gomma e liquirizia, perfino bello con le sue scagliette accennate. 10 lire, dieci pescetti, messi in un pezzetto di carta bianca, accartocciata con perizia. O in una bustina, ma più di rado: le bustine costano. Il vaso dei pescetti è di vetro, esagonale con una bocca larga da cui si attinge con una piccola sessola. E’ accanto ad altri vasi uguali con diverse leccornie colorate, ci sono anche delle more di liquirizia di varie misure e delle palline ricoperte di micropalline colorate e dure, ma costano di più. Quanti pescetti ci sono in un vaso? Una ricchezza. Ho imparato il valore della lira così: una lira un pescetto. Anche il valore del condividere ho imparato, pescetti e more di liquirizia, terra catù, o tabù erano beni comuni, chi le teneva per sé era un avaro. Cajia, si diceva in dialetto, attaccato alle cose, taccagno. Era un’ offesa importante.

Ci sono i nativi digitali, gli euro nativi, io sono un lira nativo, anche se la lira rarefaceva come moneta reale già quando ero bambino. Mi piaceva il pesce che c’era sulle 5 lire, mi sembrava evocativo di ciò che potevo comprare. E la spiga delle dieci lire era segno di opulenza, il pane che stranamente più o meno aveva lo stesso valore. 10 lire un panino croccante.  Capivo meno la cornucopia sulla liretta, non sapevo cos’era, e anche se andava meglio la bilancia sull’altro lato, l’equivalenza pescetto-lira era un processo astratto. E mi sembrava quasi una magia il fatto che con una moneta mi dessero 10 pezzi di piccolo piacere, magia assimilata nel concetto di valore. Ho fatto più aritmetica in latteria che a scuola, compresa la soluzione immediata di problemi di calcolo. A scuola c’erano spesso mele e patate da comprare, vasche da bagno che si riempivano in continuazione, tempi da calcolare, resti da pretendere, dalla lattaia tutto era immediato, rapporto uno a uno, resti non ce n’erano mai.

Spesso non so che fare dei centesimi di euro, me li chiede il supermercato, che ho scoperto essere taccagno, cajia, mentre il posteggiatore, per l’offerta sotto l’euro, mi guarda malamente. Bisogni e valori diversi. Però un centesimo è 20 lire. C’è il tracollo del valore in questa corrispondenza e con un centesimo di euro non mi danno neppure un pescetto. Ecco il difetto dei lira nativi, hanno la percezione di un’assenza, di un tracollo, di qualcosa che si è deteriorato e che poi ha mutato nome per nascondere la realtà che cambiava. Come se l’entropia venisse mutata in qualcosa di accattivante, chessò euforia ad esempio e l’universo non degradasse più. I leader politici fanno abitualmente questa permutazione di significati, tanto gli indici di de-crescita non li guarda nessuno. Che sia questa la decrescita felice?

Il lira nativo torna al pescetto che è la base di valore della soddisfazione originaria: piccola, ripetibile fino alla saturazione del gusto. Quanti euro mi servono per avere la stessa soddisfazione? Provate a rispondere, le implicazioni sono tali e tante che la cosa è solo apparentemente banale.

tra confine e città

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Il sommaco non lo sa che c’è un confine. sia pure di seconda categoria, dove si passa a piedi e nessuno ti controlla. Non lo sa e macchia di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente. Si distribuisce e radica con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. La commistione è facile, ma quella ci pensano gli uomini a renderla difficile. E per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, poi si verranno distinzioni, identità e sospetti che sono più paure. Ma l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono posti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. Come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli e i grovigli vengano nascosti chissà dove perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, non c’è nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. E così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, così anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado. anche gli uomini. E allora per chi è tutta questa bellezza? Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi si scende a Trieste. E la città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Ma negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge una bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un utile stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.

elogio della verza

Con i primi freddi, anzi con la prima brinata, le verze che erano ben presenti in ogni orto, diventavano più buone. Così si diceva, forse perché la fibra dura delle foglie esterne, ghiacciando, diventava morbida. Mio nonno allora cominciava una cura a base di zuppa di verze, il broeton (gran brodo, forse per la quantità di liquido che accompagnava le foglie), e di verze soffegae (soffocate dal coperchio, stufate). Sembrava fosse una dieta dimagrante e depurante in preparazione degli stravizi delle feste, ma soprattutto era un antidoto al freddo che entrava da ogni interstizio (e ce n’erano molti) nella casa. Di sicuro qualche effetto l’aveva perché qualche chilo lo perdeva. Lui sosteneva che la verza aveva proprietà sgrassanti visto che si accompagnava così bene con il maiale. Le spuntature, le costicine, i cotechini, insomma dove c’era grasso la verza assorbiva. Così diceva mio nonno che tutto era fuorché un nutrizionista. Di certo gli piacevano i sapori forti, quelli di pianura, da nebbia e da gelo. Tornando a casa col tabarro, sul birocio col cavallo o in bicicletta doveva avere un freddo terribile. Tutto era frammisto nelle diete di periferia che era già campagna. La verdura aveva dominato estate e primavera, l’autunno era stato un po’ più parco, ma col gelo c’era poco. Era tempo di carciofi, radicchi di campo, trevigiano da imbiancare per marcitura delle foglie esterne e poi le verze, i broccoli. Le patate erano scorta di carboidrati che non mancava, ma la verdura fresca serviva, eccome se serviva, visto che le vitamine della frutta erano precluse. Quand’ero bambino ricevevamo due casse che a me piacevano come contenitori per i giochi, erano fatte di vimini e scorza d’albero intrecciate, piene di arance, limoni e mandarini, mandate da amici di Latina ed sempre manomesse perché gli agrumi, come datteri e banane erano merce rara e costosa. Ma erano una festa a parte, che non era frequente né diffusa.

Per trasmissione culturale, credo, i nonni mi iniziarono alla cultura della verza, università essenziale del sapere padano. Non quello di Bossi e Salvini, ma quello che scorreva da migliaia d’anni nella valle più produttiva e a quel tempo povera, d’Europa, la pianura padana. La verza la si trova ovunque nelle ricette invernali delle regioni della valle, nella cassoela milanese, nelle ricette piemontesi ricche d’agli, fino farle parlar slavo e mescolarla con i fagioli nella jota delle valli friulane dove l’Italia non si distingue più dalle propaggini dell’est. A casa sarebbe stata, assieme al baccalà, ai radicchi con pancetta e gli gnocchi, una costante invernale. Come il freddo e la neve. Credo che poche piante siano generose e umili come la verza e che poche si prestino altrettanto all’estro: dall’essere bollite per stomaci deboli, sino al trionfo della stufatura e al sapore sapido che da chissà cosa viene estratto considerata la semplicità che l’accompagna nella preparazione. Quindi semplicità, umiltà, generosità, doti che accompagnavano i popoli della pianura, avvezzi a conoscere invasioni d’altri e forse per questo dotati di un relativismo salutare. Dalle mode culinarie straniere, dalle culture, traevano quello che poteva essere coltivato e incontrare il gusto. Credo che gli gnocchi conditi con zucchero e cannella di tradizione tedesca e triestina difficilmente avrebbero attecchito in alcune parti povere del veneto, nel polesine o nella bassa padovana ad esempio, se non fossero stati il succedaneo festoso ma compatibile dei blasonati agri dolce, dei saor raffinati, della repubblica del leon. E così per il cren che nelle ruvide basse accompagna ancora i bolliti, mentre nelle parti più raffinate e pedemontane il dolce e il pepe si mescolano nelle mostarde, nella pearà, nella pevarada e poi mutano sino agli gnocchi con le susine e nelle brovade di confine .

Una cucina povera e ricca di sapore, accogliente e discreta, era la più bella metafora delle persone che ho conosciuto da bambino. Metto due ricette semplicissime, che faccio abitualmente e non per nostalgia, ma perché mi piacciono proprio nella loro ruvida schiettezza:  

La verza, meglio grande, viene lavata e privata delle foglie esterne con la costola più dura, queste vengono sminuzzate in pezzi più piccoli o affettate a strisce corte. In una pentola capiente, si mette a soffriggere una cipolla tagliata sottile con uno spicchio d’aglio, appena il soffritto è biondo si mettono le foglie sminuzzate, poi si aggiungerà anche il torsolo tagliato a pezzi. Si lascia che le foglie si insaporiscano per bene e poi si aggiunge acqua in relazione alla consistenza della zuppa che si vorrà ottenere. Si mette il sale grosso e si copre e si fa bollire molto a lungo. In pentola a pressione almeno 40 minuti, oppure un’ora e 20 e più in pentola normale. E questo è il broeton che va servito caldissimo, con olio crudo, pepe e formaggio. Una volta si usava polenta fredda dentro il brodo, oppure pane biscotto.

Oggi l’ho fatto con il cous cous alla faccia del sindaco della lega della mia città che non riceve il console del Marocco e devo dire che era proprio buono.

Per fare invece le verze soffegae si taglia il resto di verza in quarti, con la parte delle foglie più tenere e centrali, mondate del torsolo, e poi a strisce sottili. In una padella si soffrigge cipolla e aglio e man mano si mette la verza, si condisce con pepe e sale e con un po’ di dado granulare. Si copre e si mescola ogni tanto. Alla fine, quando le verze sono color giallo carico (25-30 minuti) si spruzza d’aceto e si consuma a fuoco alto per un minuto. Vanno bene come contorno per carni o anche da sole se arricchite di salsiccia sbriciolata e cotta assieme.

A casa usavano strutto, ma si può benissimo farne a meno. Con le foglie più tenere si può cucinare la verza lessa e condirla con olio e sale, oppure con la parte più interna, i cuori, tagliatii sottili e soffritti farne un brodo per i risi e verze. Insomma ci si può sbizzarrire nella semplicità.

Questo al nonno scappato di casa perché amava i cavalli a 14 anni e ritrovato dopo sei mesi in un circo a Napoli, sarebbe piaciuto. 

abilità

Mi avevano insegnato a far la punta alle matite. Nel libro di disegno c’erano illustrazioni che mostravano il legno scolpito e punte esagonali bellissime. Non si poteva usare il temperino, e neppure il coltellino (forse temevano ci ammazzassimo a vicenda negli intervalli), bisognava adoperare un attrezzo strano, antenato del cutter, che conteneva una lametta da barba. E imparare a controllare la presa e la forza del braccio per avere un risultato era una disciplina zen che ci avrebbe insegnato anche a fare linee sottili oppure grosse con le stesse matite. Ma questo non lo sapevamo e nessuno lo spiegava. E anche se l’avessero spiegato sarebbe stato lo stesso. Così si consumavano le matite, nel profumo del legno di cedro e nel truciolo di grafite che c’ imbrattava le dita, i fogli bianchi A4, squadrati con attenzione, il banco e non di rado maglioni e camicie. Con successivo e insufficiente gran uso di gomme. Quelli bravi erano i puliti, gli ordinati, gli appuntiti. Ci voleva talento e io non ne avevo, eppure di quel fare ho nostalgia e se prendo una matita per farle la punta come un tempo, tralasciando i temperamatite evoluti che posseggo, lo faccio per mio conto, come fosse un piacere  segreto. Non c’è un fine particolare, né un’utilità, è solo la verifica di un ricordo d’abilità che nessuna macchina riesce a dare. E in un sorriso altrettanto segreto finisce tutto.

maresana

Dovete sforzarvi per immaginare un luogo in cui le erbe erano cresciute alte, gli arbusti quasi alberi, e gli alberi sembravano centenari, anche se non lo erano. In un fiume di verde l’ortica fioriva indisturbata e le sue foglie erano motivo di sfida nell’essere prese. Un luogo in città, vicino a un fiume che era almeno fangoso, ad un passo dalle fabbriche ancora in centro, continuazione di un giardino curato e famoso. Li, oltre un’arena romana, una cappella famosissima, un corso che si riversava nella stazione, era il regno della favola, dell’ignoto, dell’avventura, della pesca infruttuosa e delle sanguisughe. Un posto da gatti e non da bambini, da pedofili e non da adulti, un luogo in cui il pericolo aveva il sapore dolciastro del sangue succhiato e l’odore del ferro ed era per questo così affascinante ed esclusivo. Noi c’andavamo, incuranti degli avvertimenti e dei ceffoni, incuranti del pericolo di qualche bomba a farfalla dispersa e mai bonificata, incuranti di chi ne aveva subito violenza. Incuranti come solo può essere un bimbo, invincibile nella sua paura, coraggioso perché la vita non ha ancora significato e i piccoli dolori li conosce, sa che durano poco e poi passano. Anche con una carezza passano. E anche con un ceffone passano. Va da sé che preferivamo le prime. Non desistevamo, e non per riottosità o dispetto, ma per l’avventura che era solo lì. Avventura che selezionava e andarci era cosa da coraggiosi e da racconto. Lì ho imparato a sfidare la paura di arrampicarmi sui muri. Lì per la prima volta ho creduto che sarei potuto morire. Lì ho sperimentato la gioia di essere vivo, ammaccato, ma vivo. Insomma per me, e credo per tutti quelli che lo frequentarono, fu un luogo di emozioni, di crescita e di gioco assieme che non avremmo dimenticato. Eppoi quel posto aveva un nome così selvatico e familiare, così colmo d’altro che lo si ripeteva nell’invito, nel bisbiglio, nel segreto che si negava agli adulti. Maresana era la vasta riva che precedeva l’alto argine delle mura del ‘300, l’inizio del guasto della resistenza alla lega di Cambray, un luogo d’ombra, gatti selvatici e topi della stessa taglia. Visto dall’alto sembrava una boscaglia incolta, nel mezzo si passava per stretti sentieri tra erbe e cespugli, luogo da fionde e frecce fatte di stecche d’ombrello, luogo incanaglito e pericoloso. Insomma era altro dalla normalità. Talmente altro che nell’ignoranza felice dei luoghi tutto travasava in una vita di corse, di fughe e d’attacchi, in piccole gambe rigate di graffi e di sangue, in battaglie cruente di grida, in spaventi, batticuore e risate, in scoperte che sarebbero state solo ricordo, poi soverchiate da ben altro. Ma di tutto sarebbe rimasto un sentimento, d’essere stati, lì, in quel luogo, allora, e l’impressione non se ne sarebbe più andata. Quando ci passo e ne vedo lo spazio ordinato, pulito, ma ormai vuoto di bambini, penso a come abbiamo vissuto, a qual’è stata l’iniziazione al crescere. E non perché ci fosse chissà quale prova, eravamo comunque curati, vestiti e ben nutriti. Noi in città non potevamo avere gli spazi della campagna, gli alberi da scalare, i nidi da raccogliere. Però quello spazio ci educò come altrimenti non avrebbe potuto la strada, i giardini curati, i richiami di nonne e tate. Eh sì, perché eravamo in centro e c’erano pure le tate che si sgolavano quando si accorgevano della sparizione dei pargoli affidati. E siccome i militari erano stati la distrazione che aveva permesso le fughe, la ricerca si allargava al contributo dell’esercito, e diventava vociante di nomi e richiami, con accenti foresti (stranieri di dialetto), avanzate ed ispezioni ad ampio raggio. Non ci prendevano mai nei posti segreti, ma credo sia stato questo cercarci che qualche volta ci salvò dalle esperienze che nessuno voleva fare. E quando il ragazzino veniva trovato, essendo precluso l’uso del ceffone, a lui non a noi, le tate cercavano di capire dove si potesse essersi compiuto tanto disastro, e sbridello di calzoncini, camiciole, berretti. Noi avremmo potuto narrare delle epiche lotte che c’erano state, ma eravamo intenti a scappare, dai ceffoni delle tate, che su di noi si potevano sfogare, e da quelli delle nostre mamme e nonne, che erano più leggeri, ma pur sempre ceffoni erano. Il ritorno alla civiltà, quindi, era un correre ulteriore in una confusione di fughe e in qualche caduta che la sera sarebbe stata debitamente pulita dei sassolini sotto pelle e disinfettata con alcool. Ma si sarebbe tornati.