curriculum aggiornato

Gentile Signora o Signore, le allego il mio curriculum aggiornato pensando a un suo possibile mutare d’ opinione nei miei confronti. Non penso ad una collaborazione lavorativa perché non vedo come potrei esserle utile, resto ancora un sognatore che pratica sport senza speranza d’olimpiade. Devo anche aggiungerle che pur mutando nel mio vivere modalità, credenze e abitudini, anche in conseguenza dell’ investigazione nei miei luoghi comuni, mi sono rimasti degli ideali fissi che mi rendono poco malleabile nei confronti di chi pratica l’ opposto.
Ho qualche passione, che magari le spiegherò meglio, ma purtroppo per lei, non potrebbero essere utilizzate per fini con qualche valore d’economia. Insomma se potessi sinteticamente definirmi, le parlerei di un uomo che pratica inutilità e che non pensa di trarne vantaggio. Però non costo poco e sono pure difficile. Quindi se non è interesse reciproco avere un rapporto di lavoro, ovvero una subordinazione, cosa può essere conveniente a entrambi?
Mah, può sembrare una bella domanda, ma se pensa che perseguire l’ arte della conoscenza possa essere in sé piacevole e sufficiente, una convenienza reciproca ci sarebbe. E non perché io pensi di poterla conoscere più di quanto lei voglia e quindi darle informazioni su di sé e neppure perché sia interessante in assoluto avere maggiore conoscenza della mia maniera di ragionare sul mondo o su come lo vedo, ma piuttosto perché si dovrebbero avere degli interessi che non rientrino negli schemi codificati del presunto buon vivere, e che questi, uscendo dalle cerchie e dalle abitudini, diventano importanti per rinnovare quell’ immateriale DNA dei pensieri che alla fine si fossilizza e ci impoverisce. Quindi non è semplice verificare un interesse, ma può essere conveniente e allora la cosa non si ferma perché l’ altro, nell’ ascoltare, diventa lo specchio di noi e ci mostra le nostre resistenze, le povertà accanto agli eroismi raccontati, i lati pieni di buio che accuratamente occultiamo sotto pennellate di luce. Pensi che potrei, raccontandole qualche mia bizzarria, far intuire alle dita dei suoi pensieri, lo strato di felicità sorgiva che lei occulta sotto innumeri doveri, oppure l’ infelicità che si annida nel non essere come si era sognato, o ancora la leggerezza che accompagna un colore se questo esprime un’ emozione. Potrei continuare parlandole dell’ amore che quando s’acqueta diventa tiepido e sicuro per stanchezza, oppure dire dei rifiuti che mascherano le convenienze sotto il dispiacere, ma non ho né capacità né meriti particolari che potrebbero farle prevedere un risultato. Sarebbe un caso se accadesse per calcolo, anzi dovremmo entrambi diffidarne come cosa poco vera e posso solo dirle che essendo lei una persona che suscita in me interesse, l’ ascolterei volentieri anche quando mi raccontasse qualche transitoria scarsa verità. Del resto ascoltare lo si fa sia ascoltando l’ interlocutore ma anche quando si parla e si giudicano come confacenti o meno le proprie parole. Le preciso che non ho soluzioni e neppure consigli, non sono un esempio e, come le dicevo, non ho neppure grandi qualità che possano servirle. Coltivando un sorridente dubbio anche l’ autostima non è un granché, però non ho molti confini e mi sono costruito la casa nella terra di nessuno dove si cerca di non appartenere, questo ha comportato che essa sia un luogo di passaggio, di riflessione, di consultazione e costruzione di mappe.
Dovrei parlarle di questo mio interesse per le mappe che non ha nulla di scientifico, tanto che non di rado mi esercito nel tracciare congiungimenti tra luoghi inesistenti, che magari un po’ esistono visto che sono nei miei pensieri, però inverificabili perché non hanno distanza, se non per prossimità o lontananza, insomma tracciano più una mappa dei desideri, dei sogni, delle pulsioni, piuttosto che un insieme definito, che sarebbe quello che di solito si chiama un progetto, ma non è così perché questo si svolge nel suo farsi e non si conclude. Quindi niente priorità, tempi, successi e fallimenti, tutte cose che lei conosce bene e che anch’io ho praticato e pratico, e che a un certo punto purtroppo mi sono sembrate insufficienti per descrivere davvero ciò che sono.
Mi sono chiesto a suo tempo, se esistevo per davvero nella soddisfazione di un consenso ricevuto considerato che solo io conoscevo sia la fatica che i limiti di ciò che era stato realizzato. E mi chiedevo se i fallimenti potevo attribuirli solo alla congiuntura, al convergere delle volontà negative che avevano altri interessi rispetto ai miei oppure se ero io che non essendo all’altezza non avevo vinto? Mi chiedevo questo eppure sentivo che non era davvero così determinante rispetto ai pensieri più profondi che si riassumevano nel domandarmi: era proprio quella la vita che volevo. In realtà penso che quando il mondo si è rivelato non adattabile ai miei sogni e alle cose che ritenevo davvero importanti in quella fase della vita, ho rallentato la passione e fatto subentrare il dovere.
Ora le pongo una domanda che sarà utile se vuole proseguire la lettura e manifestare interesse: si chieda se è più vitale e importante la passione rispetto al dovere. E cos’è per lei il dovere? Non occorre mi risponda, se è arrivato sin qui, adesso è davanti a un bivio, o continuare a leggere e vedere dove vuole andare a parare questo noioso interlocutore oppure smettere e pensare ad altro.
Vede, se non è disposto a “perdere” tempo con me non credo ci possa essere interesse reciproco, perché come le dicevo innanzi, nell’interesse ci si specchia reciprocamente e lo specchio ci mostra l’ altro che conteniamo con i segni che la vita (non il tempo) ha scritto sul corpo.

Ma questa è una digressione, voglio tornare al tema del dovere e delle passioni, perché è essenziale per il mio curriculum: io ho seguito di più le passioni senza scordare il dovere, cercando un equilibrio tra loro. Questo a cose fatte mi ha fatto considerare che lì è la causa dei fallimenti perché le passioni dovrebbero prevalere in modo lampante, essere comunicate e mutare società e doveri. Ha fatto caso all’eclisse delle passioni nella nostra società? Non solo è palpabile ma ha portato con sé una denigrazione delle passioni collettive. Credo che questo giovi al predominio del mercato che propone passioni acquistabili e con una durata definita come il latte e le medicine, in modo da poterle sostituire con altre, egualmente acquistabili. Questo perseguire passioni senza scadenza mi ha collocato fuori dal moderno perché esse sono quella forma di inutile che non ha valore economico, che non è facilmente surrogabile e che è dialogo con se stessi, forma di compensazione, enfatizzazione delle domande e senso del tempo. Come capirà, queste sono passioni che non escono da una testa o da una casa, casomai cercano interlocutori particolari, ma ormai senz’ansia perché molto si consuma in solitudine.
Ora dovrei descriverle i miei tratti fisici. Sono entrato nell’età anagrafica degli anziani, anche se mi chiedo spesso cosa significhi questa parola. Forse la signora Fornero lo sa meglio di altri ma lei parla di numeri, mentre la mia età parla di un dialogo maggiore con il mio corpo, dice che avendo molto visto e provato ho una quantità non banale di ricordi. Se in questa anzianità c’è il senso di un rivedere, verificare e la curiosità che si accompagna alla necessità di meglio capire, allora è vero, sono anziano anagraficamente e mentalmente.
In compenso sono ancora alto 190 cm. Non c’entra ma è buona cosa, mi piace e credo mi sia sempre piaciuto anche se non mi ha mai dato particolari vantaggi, casomai qualche mal di testa accidentale, però mi ha regalato la consapevolezza positiva che gli altri non dipendevano dall’altezza, o dalla forza, ma da ciò che mostravano di essere un po’ oltre l’apparenza.
Mi piace trovare un equilibrio tra il mio stare con me e la necessità degli altri, non mi taglio del tutto la barba da quando questa ha cominciato a essere interessante, mi curo con qualche preferenza e piccola abitudine, ma credo che il fine sia lo star bene. E di questo vorrei parlarle per concludere l’ aggiornamento di questo curriculum. Star bene col proprio corpo, con ciò che si vede attorno, con tutti i propri sensi, con i pensieri che si fanno e non si dicono, non è cosa semplice perché c’è un grande ingarbugliare di stimoli, di priorità, addirittura di necessità, oltre ai desideri, che anziché puntare sullo stesso obbiettivo, divergono, affascinano cosicché alla fine si deve ricomporre la sensazione di benessere in piccole tappe. C’è insomma un accontentarsi. Lei si accontenta? Io no, perché ho scoperto che accontentarsi include una piccola infelicità e quindi il pensiero che questa sia la condizione del vivere. Certo, anche il non accontentarsi ha dentro l’ insuccesso e l’ infelicità, ma aspira alla pienezza e quindi, in fondo, persegue la felicità. Guardi che le parlo di un non accontentarsi che ha ben poco di materiale e che è riferito a sé; non ha relazione con i successi che vengono solitamente apprezzati. E neppure se ne cura, anche se oscuramente, in qualche modo li propizia. Insomma ciò che ci sta dietro è una diversità di sentire e di vivere che non si conforma. In questo vorrei davvero concludere il curriculum e lo faccio con due domande. Quanto di ciò che le viene proposto mescola la differenza con la rassicurazione della conformità a un modello, insomma quanto le lisciano il pelo. E la seconda domanda è su quanto nel tracciare vite e aspirazioni di altri ci sono le sue difficoltà. Provi a pensarci e mi sappia dire cosa e chi cerca, io non l’ avrò però la posso ascoltare e forse magari la capirò meglio, e questa sarebbe una comunicazione nuova.

che per noi il tempo sia buono

Non so bene chi sei, e chi può dire davvero di sapere qualcuno? Hai i nomi che mi hai dato, ognuno geloso dì sé oltre l’ apparenza, ma  questo era nel conto perché il nostro nome segreto lo doniamo solo a che ci prende davvero in fondo al cuore. Quindi non so chi sei eppure ti scrivo perché c’è del noi quando ci pensiamo. Accade per caso, oppure per intenzione, di pensarti, ma non posso sapere se sei pronto a ricevere il pensiero. Pensarci ci appartiene e se mi chiedo cosa starai facendo, magari immagino e sorrido al pensiero ma so che spesso non ci prendo. Però che accada di pensarci ( magari via distrattamente, direbbe Guccini) ne sono sicuro. Sei la persona con cui vorrei parlare e se lo faccio con la penna, non prendermi per matto.
Volevo parlarti di oggi perché a fine anno mi avevano insegnato a fare bilanci e a trarre insegnamenti, tradurre il tutto in propositi e magari scriverli per poi sentirsi in colpa se non si erano attuati. Da molti anni non lo faccio più e i propositi emergono tutto l’ anno quando mi accorgo che proprio non va. Quando riprendo quella frase che mai mi lascia indifferente: era questa la vita che volevi? In fondo forse sì, anche se le vite immaginate  sono sempre differenti e se mi sono approssimato, è stato per strade mai immaginate. E ogni volta ciò che pensavo probabile non accadeva come lo volevo, mentre altro prendeva il suo posto e mi sorprendeva. Quella frase ci chiede del risultato è di dove siamo arrivati ma non dice nulla del presente e del futuro, per questo bisognerebbe mutarla in: è questa la vita che vuoi? È quale vita farai? Per questo penso più agli spropositi che al raddrizzare le cose che ho fatto. Insomma mi perdono e se uso una parola che da queste parti significa qualcosa di negativo e fuori d’ogni ordine non è così che la intendo, sproposito ora è il contrario del programmare, del pensare che dipenda dal mio fare ciò che accade, mentre al più posso approssimarsi,  fare ciò che mi pare giusto, ciò che asseconda un desiderio. Insomma liscio il pelo al gatto e il gatto siamo, io e il tempo.
Così mi curo poco degli anni, del loro numero. Credo servano più al calendario che a me. Mi pare ieri che cambiavamo millennio, pensa che ho pure conservato una bottiglia di champagne dello scorso secolo da aprire quando il tempo sarebbe cambiato per davvero. Era una data mitica il 2000, la pensavamo come il realizzarsi di un futuro pieno di meraviglie e totalmente differente da quello in  cui eravamo immersi.  E invece era solo una continuità, le cose sono cambiate per strada e noi con loro, cosicché la mattina ci si svegliava uguali eppure un po’ differenti. Quello che non cambiava erano i sentimenti, ci siamo sempre innamorati allo stesso modo, abbiamo sempre pensato che non avrebbe avuto fine e se è finito il dolore è stato iimnane, come sempre. Quindi ho smesso di pensare agli anni e li ho lasciati all’ anagrafe. Anche quelli dei calendari sono più una sfida all’ intelligenza che  la misura di qualcosa che ci separa da un evento. Quanto di quell’ evento non è stato mutato per strada, reso simile al momento, insomma manipolato per cui ora è più un numero che un inizio. Gli anni hanno questo difetto, ci assomigliano, mentre il tempo è il continuo fluire in cui siamo.
Stamattina sentivo il ghiaccio che si rompeva sotto la neve camminando, e c’era il sole che tracciava ombre lunghe, mi pareva logico che fossero le stagioni a parlare con le vite, che esse contenessero le attese. Le stagioni non deludono, anche con il cambiamento del clima, anche quando fuggiamo altrove perché pare bello essere differenti, esse parlano al nostro corpo. E in fondo è proprio a lui che dovremmo rivolgerci per sentire se è questa la vita che vogliamo, a lui dovremmo sussurrare i desideri, parlare dei limiti e di ciò che non abbiamo esplorato. A lui dovremmo chiedere il possibile e lasciarci stupire, dovremmo fidarci perché ci conosce come nessuno.
Così questo è il mio sproposito che auguro a te che leggi, ovvero di saper ascoltare e parlare con te, di sostituire i giudizi con la fiducia in te, di perseguire i desideri che ti approssimano e di non lesinare su ciò che ti pare giusto.
Non facciamolo domani, ma ogni volta che ci viene.

Arrivi a te i mio desiderio che il tempo per noi sia buono.

approssimazioni 3.

Mi sono svegliato con un braccio gelato e una lama di freddo sul viso. Il braccio era fuori dal piumone, sotto è caldo ma sopra c’è un freddo inusuale. La notte mi agito nel sonno, mi sveglio e mi riaddormento con sogni faticosi in cui faccio cose, così la mattina sosto un po’ sotto il piumone, aspetto la lucidità della coscienza con una gradualità che un tempo non c’era. Cioè, non ne avevo bisogno, saltavo in piedi, ma ora che fretta c’è? Comunque stamattina fa freddo e non capisco perché, spero non sia il riscaldamento in blocco. Le cose che si guastano nei giorni vicini alla festa rendono tutto difficile, fanno capire quanto precari e dipendenti dalla normalità delle abitudini siamo diventati. Anche un mal di denti diventa difficile da gestire in questi giorni in cui tutto sembra essere inghiottito da una generale allegria e ottimismo in cui nulla si guasta, nulla fa male. È solo rimozione perché altrove le cose continuano come nulla fosse. Bisognerebbe informare il caso e il futuro delle feste, non scriverle sui calendari e basta.  Ho riflettuto a ogni fine anno sulla vacuità dei calendari, sul loro rappresentare visioni del mondo e dello spirito, segni sulle pareti come per i carcerati o gli euforici. Segnano date importanti, fissano un inizio e cominciano a contare: numeri, settimane, convenzioni, non stagioni astronomiche, cicli fisiologici. Numeri e simboli poco legati all’uomo, ma poi la paleontologia, le analisi dei paleo DNA ci bisbigliano verità scomode: eravamo in tanti ominidi, ci siamo accoppiati tra noi, per piacere e necessità, poi alcuni sono scomparsi ma non si sa perché e una sola specie ha continuato, e magari non sarà l’ultima, vista l’esiguità di anni in cui si è esercitata a far danni con successo crescente. Un dubbio per un gesuita potrebbe essere: ma per il Neanderthal c’era stato un salvatore? Mica tanto vista la fine che aveva fatto. E in cosa credeva, visto che aveva un’intelligenza, faceva delle cose complesse, procreava e si mescolava con altre specie, tra cui la nostra, ma non leggeva e scriveva e così niente testi rivelati? Si accontentava di una paura per l’esistenza senza trascendenze? Pensieri ricorrenti per i cambi d’anno, bisognerà metterci una pezza, nel senso di non rimuginarci su ma di trasferirli nell’agnosticismo. Quello che è oltre il sensibile non lo possiamo sapere con certezza, anche se indagare restringe il campo e toglie false soluzioni. Però fa freddo e questo è sensibile, meglio capire perché. Mi alzo e la stanza è decisamente fredda, gira aria e sono 14 gradi. Viene dalla porta finestra socchiusa. Basta uno spiraglio di questa stagione e raffreddi una casa. Fuori la stella cometa è illuminata, così adesso ricordo la fretta di ieri notte: me la sono scordata accesa. Beh, dovrebbe illuminare la notte, è o non è una cometa? Ma non ci sono prese nel terrazzino, così se si vuole illuminarla, il filo tiene un po’ aperta la porta. È un filo sottile che un tempo sarebbe passato tra gli infissi, ma oggi abbiamo porte così ermetiche, che non siamo più abituati all’aria che un tempo circolava per le case. Adesso ci respiriamo in continuazione nelle nostre ermetiche case. Aria viziata che produce pensieri viziati. Se le case con i camini e le stufe fossero state ermetiche si sarebbe estinta la specie nei paesi freddi, chi ha la mia età ha avvelenato dolcemente il sangue di anidride carbonica fino ad ogni successiva primavera. Ma poco, in modo compatibile, ed erano gli spifferi che portavano ossigeno. Mia mamma ogni mattina, in pieno inverno, spalancava tutto, cambiava aria alle stanze. Non era solo delicata, sapeva. Spengo la stella e inizia un nuovo giorno che approssima. Servirà tempo per riscaldare, adesso un caffèlatte che rimetta in ordine i pensieri e le cose. Sono soddisfatto della mia cometa.

Ogni mattina c’era un caffelatte con i biscotti secchi. Anche la settimana delle attese che finiva nella vigilia, aveva la stessa colazione, eppure prima della festa c’era un cibo particolare e i preparativi, che definivano già speciale quel giorno. Era il preannuncio di qualcosa con un sapore buono, il semi festivo degli autobus, una quasi festa che ancora non potevo definire, ma che si capiva che era un giorno differente. Forse per quello si mangiava pesce in una giornata sospesa, fatta di cose inusuali, di negozi di giocattoli da vedere, col gioco meno sguaiato del solito, con già vacanza. Era un pregustare le cose che sarebbero accadute, la mattina di Natale, con mia mamma che preparava la cioccolata, la guarniva con biscotti Lazzaroni e ce la portava a letto. L’alzarsi e il cercare i doni che ancora non si capiva bene dove fossero, ma che poi sarebbero comparsi sotto l’albero al ritorno dalla messa. Nell’aria, il profumo del bollito si sovrapponeva a quello del caffè, i tortellini erano sulla tavola in attesa, e con tempi lenti veniva l’imbaccuccarsi con i vestiti della festa che avevano qualcosa di nuovo che sostituiva il liso, poi l’uscire indolente nel freddo e se c’era la neve una piccola battaglia prima della chiesa. Era tutto speciale e così non importava il giorno in cui cadeva il Natale, ma sembrava una domenica assoluta e unica. La rivincita del Natale sulla Pasqua, del solstizio d’inverno sul primo plenilunio di primavera fatto coincidere con la domenica: il Natale poteva capitare quando voleva ed era comunque una grande festa mentre la Pasqua era obbligata. Erano tutte cose che non sapevo ma mi piaceva più il Natale d’ogni altra festa. Mio padre non lavorava la vigilia, sostava a letto e poi usciva con me a salutare amici. Per chi andava a scuola, le vacanze iniziavano il 24 e spesso arrivavano al 3 gennaio, ma non era certo. Non c’era una vacanza statuita che coprisse le due settimane sino all’Epifania, ma il capriccio di qualche deità scolastica che faceva tornare prima, a volte addirittura il 2. Poi la befana naturalmente, festiva, ultimo baluardo di qualcosa che era stato.

La settimana scorsa, ho confrontato i miei ricordi con quelli degli altri, attorno al tavolo della cena, e faticosamente sono emerse anche le loro vacanze. Avevamo pensieri e ricordi differenti, eppure abbiamo vissuto negli stessi luoghi e negli stessi anni. Mi è parso che i tempi non fossero sovrapponibili e invece lo sono ben più di quanto si pensi. Voglio dire che, a parte la durata delle vacanze che variavano da scuola a scuola, la letterina non la scrivevo solo io, la scrivevamo anche gli altri. I risultati erano diversi ma a tutti avevano insegnato che quella era la prova che sapevamo scrivere. La carta infiorettata la procurava la maestra e si pagava anticipatamente, il testo non era un miracolo di esposizione che già limitare gli errori di ortografia, le cancellature, le macchie d’inchiostro, era un’evenienza fortunata. Era la nascita di un conforme pensiero collettivo con tratti contenuti di originalità (gli errori e la grafia) ma mica lo sapevo. Da qualche parte ci sono ancora alcune di quelle letterine (mia madre le aveva conservate), che messe sotto un piatto di tortellini fumanti, trovate con una sorpresa che mi ostinavo a credere vera, avevo poi lette, all’inizio, in piedi sulla sedia. Poi solo in piedi. Quanto mi piaceva stare in piedi sulla sedia, ma il piacere era in quella e poche altre occasioni. Leggevo, incespicavo sul testo, arrivavo sudato in fondo a quelle tre righe in cui riconoscevo i disastri della vita precedente e promettevo le virtù future. Era l’antenato del tweet dei buoni propositi con più o meno dello stesso numero di caratteri, e già aveva l’avventatezza del futuro determinato dalla volontà. Poi s’ imparava a non promettere troppo e usare il per sempre con parsimonia. Ma anche allora, con il torrone, l’impegno finiva e per un anno non se ne sarebbe più parlato.

Per chi non conosce la Cologna veneta, il torrone duro e friabile, zeppo di mandorle, lucido e bianchissimo, non c’è possibilità di appartenenza culturale a questa regione. In Veneto, penso, ci sia una predilezione per le cose dure: il pane biscotto, i bussolai, il torrone di Cologna, i pevarini, ecc. Come fossimo persone dai denti forti e perenni. In realtà non è così ma nessuno s’è mai lamentato e il duro nel cibo ha aiutato a percepire le qualità del morbido, così il dolce quasi orientale ha fatto cercare l’amaro e il salato. Anche la stella illuminata da una candela veniva portata di casa in casa, cantando e ricevendo in cambio dolci e qualche spicciolo. Era un’uscita permessa serale permessa ai più intraprendenti che costruivano la stella con legno leggero, colla di farina e carta velina, come gli aquiloni. Una stella esibita, segno e non direzione, speranza senza parole particolari se non quelle del canto. La ciara stela. Portava bene, perché erano bambini ad annunciarla. C’erano più in campagna queste cose, ma anche in città qualcuno suonava al campanello e cantavano nell’entrata con i visi arrossati dal freddo, i nasi gocciolanti, le sciarpe rosse fatte in casa ben avvolte attorno al collo. Gli occhi luccicavano di luci e vin brulè, ridevano forte e ringraziavano, qualcuno non parlava e sorrideva solo, erano i più timidi a far numero, ma gli sfrontati facevano per tutti. 

Come faccio a mettere tutte queste cose in una stella cometa che può anche lampeggiare e che è fatta in una città cinese, che non ha il Natale ma in cui si fabbricano il 50% degli addobbi natalizi del mondo. Non si può. Come non si possono raccontare le attese, i motivi veri per cui ci sono tempi che dilatano e che si riempiono d’indefinito. Credo che l’amore abbia a che fare con l’attesa, che ne costituisca una parte non banale. Facendo le cose del mattino, penso, e mi viene in mente che l’amore si cerca, si aspetta, si riceve, tutte azioni che sono collegate a un sentire che preannuncia una soddisfazione successiva che non si esaurirà. Si pensa che questo non esaurirsi includa il per sempre, che sia questo un motivare le attese, un renderle sempre piccole rispetto all’accadere. Se il desiderio si avvera, l’attesa diviene annuncio, profezia avverata. E finché non si verifica, l’attesa prolunga la speranza. Allora la stella indica una direzione, è più di un segno legato a qualcosa di definito, è la via indicata e il percorrerla è il senso del viaggio. Solo che bisognerebbe capire quale sia questa direzione interiore. Mah. La casa s’è scaldata, guardo la stella e mi piace anche se non è illuminata.

continua, forse…

 

 

 

il tango del silenzio

Per scoppi, come se nel ventre oscuro s’accumulasse un’infinita bolla. Così lo specchio nero del mondo da lì sale, per vie oscure, sublima in rocce polite, in creste taglienti, e il mondo ci attraversa e guarda sé, neutrino che segue un pensiero senza limite. E non si cura, non ascolta se non per sue vie che radicano infinite, che non fanno domande, non si voltano e procedono mentre attendono un passo.

Mai è il suo nome mentre interroghiamo il caso, seguiamo la possibilità e la chiamiamo speranza. Mentre parliamo al suo posto, mettiamo in bocca le battute al monde e aspettiamo parli mentre il silenzio diventa insopportabile e allora di nuovo la parola, la nostra, riempie un luogo, risuona nelle nostre orecchie. Miracolosa la parola fino a un nuovo silenzio, fino ad un’ abitudine interrogante che tace e rapprende il poco che resta nell’aria e in noi.
Così il silenzio accompagna a lungo e poi quando trasuda non finisce a tempo debito. Il tempo non ha debiti, casomai crediti e chiede conto mentre in disparte s’accumula il non fatto o ciò che dev’essere ripensato e ripreso in un interminabile gioco dove ciò che si scarta è sempre maggiore di ciò che si sceglie e però non scompare, ma sta quieto, in attesa. Di grandi coni d’infiniti grani è fatto ciò che resta in disparte. Ne vidi di enormi nei porti, si stagliavano contro il cielo, limitati solo dalla gravità e dall’attrito tra particelle. Poteva essere grano o zolfo, e allora il colore giallo riempiva l’aria d’indebita allegria, oppure era carbone lucente e grasso che assommava all’aria polvere e piccoli mulinelli e tingeva cupo il cuore, o minerali di ferro, rame e manganese che beffardi riflettevano la luce in caleidoscopi rivolti al cielo,  o ancora coni di rottami tagliati da trance impietose, ridotti a parvenza di ciò che erano stati funzionanti, ma vivi nelle tracce dei colori che li avevano vestiti erano arlecchini di passato, e mentori e presaghi, indicavano. E quei coni enormi nati da benne indifferenti, erano acquattati in attesa d’un nuovo essere. Così è il tempo che non si compie, che non ha un fine e una linea: granuli e gravità che rotolano in nuovi equilibri e levigano le forme. Capsule d’attesa in un porto e possibilità scartate prima che divengano rimpianti.

Così il cuore è un cono che si staglia verso il cielo e ha innumeri grani che danzano nel silenzio d’una musica d’attesa.

 

il tango del silenzio

Perché ora ti fidi, hai detto che non finiresti più.

Forse era la sfrontatezza sicura di chi attende,

o la luce che sorride dell’ignota possibilità

e del segreto d’una scaramanzia in attesa d’avverare.

Allora, nel suo fidarsi, il corpo s’è disteso: 

dismessa l’arroganza il seno 

il viso interrogava in attesa d’espressione,

e intanto, in un silenzio sorridente, hai porto la guancia,

perché era ora d’andare.

E di scoprire almeno il poco e l’importante

di ciò che s’era trascurato nel mettere da parte.

 

 

l’ amore ci segue e avvolge

Grandi sono i piccoli amori che si muovono con dolce rispetto,
non fanno rumore, né alzano la voce,
però con mano ferma correggono traiettorie infelici,
insegnano senza sapere, vivono con la leggerezza degli uccelli,
si posano, ripartono, tornano
e intanto lasciano l’ acuminato veleno dell’ assenza,
ma prima d’ogni addio c’è una promessa in dono,
così il sorriso non s’è mai spento
e nuove parole d’ amore sono sbocciate.

altrove

Non sappiamo cosa pensino e prevedano gli gnomi che orchestrano le nostre vite. Per approssimazione, con suasione instancabile e gentilezza biforcuta, spingono in una direzione determinata. Fino a quando decideranno ciò sia utile. A cosa e chi non sarà mai chiaro. Come la vacca placida a cui ciascuno s’abbevera di latte, ci illudiamo di chiacchierare con l’amico, ci muoviamo nelle piazze, ci pare di scegliere dove andare nel mondo o vicino a casa. E intanto prepariamo cioccolate che dovrebbero scaldare l’anima, ritmiamo le parole intingendo pennini nell’inchiostro e nei pensieri. Ci pare d’essere liberi senza misura mentre altrove qualcuno, che neppure è uno, ci considera un acquirente potenziale, un numero da mettere nel mucchio, un pezzo di carne da usare secondo fini che ci sembrerebbero orripilanti se davvero nominati. Qualcuno ci pensa con moderazione, senza passione alcuna che davvero ci riguardi,; utili ad altri scopi che non sono precisamente il crescere, l’essere consapevoli e liberi e a volte felici. Ciò che ciascuno prova in una fase del vivere, ovvero l’usare l’altro, diventa professione senza oggetto, come se il fine fosse quello di un distopico futuro che contiene sì l’umanità, ma neanche tutta e per strati utili. E la consapevolezza che ciò accada può essere sommersa da mille piccole apparenti libertà, da decisioni che faranno bene o male, ma i conti prima o poi si faranno con quell’inquietudine che si prova ogni volta che qualcuno spinge con apparente dolcezza le nostre spalle e, voltati si dilegua un’ombra e coglie il freddo vuoto.

 

Altrove, qualcuno pensa a me,

ma non proprio alla mia persona.

Non come fai tu che chiedi, e vorresti ascoltare di me,

di noi il racconto del farsi e il fare. 

È un pensiero dell’altrove che ci ri guarda,

che lega i destini in lasche trame,

così mi pare siano povere le tue, le mie attese.

E se la libertà è il graffiare d’un pennino,

la cioccolata mescolata con cura d’ospite,

se è sentire i colori scivolarci addosso nel tramonto,

tutto questo, penso, lasci momenti di piccola pace,

una breccia in quel pensiero che ci ri guarda

e che apre la porta a finite quietudini da diluire in noi,

come possiamo.

Ma solo questo mai m’è sembrato giusto per davvero.

 

 

 

la luce galleggia sui tetti, mia cara

La luce galleggia sulle case e tra non molto inizia la sera. Così si tiene stretta la luce il giorno, ma cede, mia cara, all’incedere della notte. La regolarità delle cose fuori di noi, ha margini di stagionalità e incertezza che meriterebbero almeno comprensione, e invece no, vogliamo perfezioni e ordini inutili. Vorrei dirti di fare attenzione a ciò che accade attorno, ma l’occuparsi di cose futili fa trarre conclusioni generali a ciò che forse è solo un accadere. Abbiamo bisogno di abitudini per distinguere l’eccezionale? E di disastri per far emergere l’umano? Vorrei pensare che non è così, e magari non lo è, ma lo temo, quindi dobbiamo accontentarci del nostro piccolo buono, della bontà esercitata in ambiti compatibili che non interpelli troppo sulle sue conseguenze. Qualche giorno fa ascoltavo un dialogo bislacco sulla necessità di interpretare la cattiveria, sulla sua esistenza e sull’altra faccia del male che non ammette gradazioni. Non è così per ogni offesa che ci riguardi? Ascoltavo e ai nostri piccoli mali, alle manchevolezze, sostituivo i molti assoluti che arrivano dalla cronaca e così penso che ci siano punti di non ritorno, che ad un certo punto si gonfi una bolla di cattiveria che coinvolge la parte nera che sta dentro, non la controlla e vuole la notte. La luce non galleggia più e ciascuno accende una sua artificiale luce che illumina ambiti ristretti, si chiudono le imposte al buio e ci si isola. Come se il buio parlasse e facesse rumore. È il timore che la cattiveria altrui si riversi su di noi, che strazi corpi e menti, che tolga senso alle cose sostituendolo con la brutalità. Ogni notte dell’anima è così, amica mia, e sul mondo si addensano nubi feroci. Il nostro architrave ha inciso un noli me tangere, ma può bastare se quel nero che fuoriesce e dilaga non viene sciolto dal ragionamento. Se l’essere migliori non è conveniente cosa ci può aiutare nel dimostrare che c’è un senso al bene collettivo, alla legalità, alla solidarietà? Basterebbe un ragionamento egoistico, un tenere per efficace la convinzione che in molti si può crescere assieme, stare meglio e invece ciò che ci viene additato è il scinderci in monadi di paura e di cattiveria. La competizione oltre le regole, anzi l’abolizione delle regole, per vincere ciò che dovrebbe essere un diritto. Tu ne sai qualcosa quando ti hann0 accompagnato alla porta, prima il tuo compagno (ma era davvero un compagno?) , quando quell’amore era diventato troppo impegnativo perché richiedeva una scelta di vita. Non tutta, era un per sempre limitato, lo sapevate entrambi, ma già questo faceva paura e così meglio riflettere su cosa vogliamo per davvero, ti ha detto. Distanti per un po’, che era invece un per sempre vero.  Poi il lavoro, quando hanno trasformato il tuo contratto in quello che sembrava un modo più facile di guadagnare e invece aveva dentro di sé una competitività infinita. Il budget del primo anno l’hai raggiunto, quello incrementato del 20% del secondo, hai fatto fatica ma ce l’hai fatta, il terzo anno eri già a rischio e il quarto fuori. Intanto ti eri stremata nel tentativo di riuscire, stremata e sola perché nel frattempo tutti i tuoi contati erano passati ad altri. Mi hai scritto che da allora hai cominciato ad avere dubbi, a non credere nei sorrisi e in chi ti chiedeva fiducia ma non la restituiva. E intanto attorno sparivano alcuni amici; insistere troppo sulla necessità di avere un lavoro, chiedere aiuto, imbarazza.  È un buon crivello il bisogno e ti sei accontentata; adesso aspetti arrivi qualcosa di meglio. Anche nell’amore attendi arrivi qualcosa di meglio di chi ti dice che a volte volerti bene è fatica. Per chi ha chiuso le finestre anzitempo persino la luce che galleggia sui tetti assomiglia al buio. E invece dobbiamo aggrapparci a quella luce per non essere peggiori di ciò che siamo, per non perdere speranza. Mi dirai che è facile per me che non ho i tuoi problemi, e tu che ne sai dei miei? I silenzi cominciano così, con un rapporto con i problemi che ciascuno sente, col raccontarli e far capire la loro importanza, e poi gradualmente constatare che non sono capiti a sufficienza, forse neppure ascoltati perché non si può fare la somma dei problemi propri con quelli altrui. O almeno così si pensa, eppure tu non chiedevi, e neppure io, che qualcun altro risolvesse i problemi per noi, volevi solo condividere, capire meglio come andare avanti, avere una direzione e un modo. Poi ciascuno trova la propria strada ma già saperne più d’una, aiuta. È  quando capisci che non arriva più nulla, che ti chiudi e pensi che esisti solo tu, e così il capolavoro della solitudine soggetta e dipendente si è compiuto. Abbiamo fatto quello che quelli che dispongono delle nostre vite, volevano, perché hanno bisogno delle nostre solitudini per impedire che i problemi trovino il tratto comune che renderebbe necessario un cambiamento nei rapporti. Ci vogliono assieme solo nella paura che è l’infinito insieme delle solitudini, del nero che portiamo dentro e che dobbiamo arginare. Per questo ti chiedo di guardare la luce che galleggia sulle case e di tenere le finestre aperte un po’ più a lungo, di non tagliare troppi fili. Ti chiedo di dire un ti voglio bene in più per chi lo senti. E trova il tempo di dire e ascoltare. Serve a te, a me, a tutti. Serve a farci sentire meno soli, per trovarci davvero quando occorre. Anche per ridere, scherzare, per camminare assieme in silenzio sapendo che ci siamo. Non so che altro dirti, amica mia, ma vorrei che le nostre paure davvero si sciogliessero raccontandole. Forse non funziona così, ma è meglio di quello che ci dicono e ci insegnano. Camminare nella sera senza fretta e senza guardarci indietro mette un po’ di fiducia in noi. E forse questa fiducia si spalma come la luce che galleggia, investe il lavoro, i rapporti, rende le cose più vere. Non basterà ma è diverso dalla paura e dal vuoto e questo già è molto, adesso. Speriamo ci sia tempo di parlare e di ascoltare, tra noi è importante. Lo è sempre ed è un sempre che dura.

la commedia dell’innocenza, scena quarta

Scena quarta:

Il palcoscenico si è ora trasformato in una carrozza di un treno veloce. I passeggeri sono seduti a coppie e rivolti verso la sala. Il protagonista è seduto in prima fila e sta leggendo, ha uno smartphone sotto il libro, a volte lo guarda e scrive brevemente. Gli occhi si spostano fuori dal finestrino. Masse di verde si alternano a gruppi di case, campi, colline, capannoni, guarda e cerca di riconoscere, poi torna al libro. Al suo fianco, una donna, anch’essa intenta a leggere. Non sappiamo se siano una coppia o li abbia messi insieme il caso. Dietro e a fianco, c’è rumore di conversazioni e telefonini. Alcune persone si alzano e prendono cose dagli zaini e dalle valigie. Verso il fondo si vedono persone che mangiano e un paio attendono che si liberi la toilette. Una voce sintetica annuncia stazioni d’arrivo, pubblicità della compagnia che gestisce il treno e la velocità raggiunta.

Il protagonista dice tra sé che bisogna essere responsabili, ma non di tutto e non per sempre. La memoria senza il perdono diventa un peso progressivo, ma se fuori di noi c’è al più l’indifferenza, la rimozione, è con noi che dobbiamo sistemare i conti. Togliere il giudizio è tornare all’innocenza. O forse questa non esiste perché la memoria la impedisce. Solo lo smemorato ha a disposizione un’altra vita e così ricomincia. Chi è leggero e immemore si limita a dissipare, l’iperattivo trasfonde nell’esperienza l’ansia del suo fallire, del non essere abbastanza e così facendo aggiunge memoria e vacuità. Ma chiunque si sia, cosa sanno gli altri di ciò che accade davvero? Nulla o quasi, vedono fatti, interpretano, li riconducono a categorie che conoscono, devono trovare il loro posto in ciò che accade e questo lo fanno per differenza. Vorremmo tornare all’assenza di memoria, al punto zero, ma non è possibile. Eppure ci sono vite che ricominciano, ma per questo serve la purezza della passione e dell’amore.

Attorno al protagonista il mondo si muove, in fondo è lui che sta fermo. Scambia qualche parola con la donna a fianco, riprende a leggere, guarda il telefono e fuori dal finestrino. Medita sul non dire, sul tacere come privazione e punizione per chi non lo ascolta. Andarsene non è mettere un silenzio tra chi si vorrebbe e non si ha, tra il desiderio e la sua attuazione? Però avere ancora qualcosa da dire significa essere conseguenza e novità di se stessi, pensa, servirebbe la mossa del cavallo che scarta e guarda di sguincio, cioè il vedersi prima e non essere prevedibile poi, neppure a se stessi. E procedere andando a lato. 

È diventato irrequieto e vorrebbe abbandonarsi, prendere sonno e arrivare, perché sa che è a una svolta della convinzione. Dopo non sarà uguale a prima, qualche abitudine acquisita con fatica, dovrà cessare. Pian piano invece, la consapevolezza prende forma. In fondo è partito per questo e sa che ciò che pensa lo costringerà a mutare rapporti, a decidere almeno per un tempo che sembrerà sempre infinito, ma avrà bisogno perenne di riconferme. E il pensiero è ormai questo:

Bisognerebbe procedere con l’ indifferenza del volare sopra, perché questa non tiene conto, cioè non calcola e s’imbeve di vita vecchia e nuova reimpastata assieme. È questo che reinterpreta la memoria, che la sottrae al giudizio della conformità e dell’ immagine.

E comunque non è possibile l’ innocenza fuori dell’ amore e della passione, oppure bisogna finire nella follia. Non si può fuggire e neppure restare. E solo nella forza primeva dell’ appartenere riconoscendoci nell’altro, unico per noi, che ci si libera da ciò che sembrava importante e non lo era. Per questo bisogna avere passioni per parlare, bisogna amare per fare il nuovo. Solo in questo ci può essere innocenza e cancellazione d’ ogni fallimento, d’ogni errore e quindi della colpa.

La vita è una sinfonia scritta con le note sbagliate, che si assomiglia e approssima nell’essere suonata. Bisogna cercare l’armonia nella dissonanza, liberare il suono dalla prigionia dell’esecutore maldestro, sottrarsi al critico che non suona, che non scrive, che ha solo studiato, oppure ha fretta o mestiere. E solo l’amore e la passione ricompongono un disegno in cui sembra di aver visto oltre, ma in realtà è ancora tutto da scoprire, leggere, vedere. 

È nervoso e sereno assieme, vorrebbe mettere tutto in parole, ma l’altoparlante annuncia che la sua stazione è prossima. Chiude il libro, si alza, prende i bagagli e si appresta a scendere.

 

la commedia dell’innocenza

Scena prima:

il palcoscenico simula una strada con un caffè che vi si affaccia. Dietro i vetri del caffè si vedono sagome di persone che parlano, ridono, a piccoli crocchi. C’è chi è seduto e chi in piedi, conversazioni diverse che sembrano far stare bene. Nel marciapiede davanti alle vetrine, tavolini e altre persone che parlano e sorridono. La strada è attraversata a volte, da piccoli flussi che si disperdono. Il protagonista principale sta conversando con una donna, piacevole sia per ciò che dice che per l’aspetto curato, con lineamenti fini e belli. Le guarda il viso e osserva i movimenti dolci, sembra attento e ascolta più che dire.

Ci avviciniamo per ascoltare: gran parte dei discorsi parlano di fatti che accadono, di attese e di persone di comune conoscenza. L’atmosfera è a tratti leggera e più raramente riflessiva. Non mancano commenti salaci e gossip che riguardano comuni conoscenze. Il protagonista, che non sa di essere tale e non è neppure il protagonista principale, sembra cerchi di sbrogliare qualcosa di non proprio semplice, cerca le parole. L’atteggiamento di ascolto esprime attenzione e difficoltà. È in atto una riflessione interiore, e si chiede come essere coinvolto nei progetti che la donna gli sta spiegando.

Di tanto in tanto, tra chi passa e chi è seduto ci sono riconoscimenti e saluti, l’atmosfera è piacevole, il pomeriggio è tiepido e i vestiti non pesanti. Tutto fa pensare a una tranquilla giornata d’autunno che punta verso la sera con altri appuntamenti e attività che saranno comunque altrove.

La conversazione tra il protagonista presunto e la donna prosegue, gli echi delle conversazioni vicine e gli scoppi d’allegria arrivano e a volte li distraggono. Ad un certo punto tra le parole della donna, scivolano dei riferimenti a impressioni e a giudizi accennati da altri, sul protagonista e il suo passato. Sono solo accenni che però contengono una negatività non espressa, il protagonista non chiede di più. Come sapesse o fosse indifferente. Poi la conversazione prosegue su altro fino al momento in cui i due si alzano e dopo un breve tragitto sulla strada si lasciano verso impegni diversi.

Il protagonista ora è solo, cammina lentamente per la strada e sta pensando a quei riferimenti che lo riguardano, li mette assieme ad altri pensieri fatti su di sé nei giorni e nei mesi precedenti. È confuso, vorrebbe una soluzione perché vive male nell’apparenza di una tranquillità interiore che non c’è. Pensa, come ha ripetutamente fatto ultimamente, a cambiare ambienti e interessi con un brusco uscire di scena che gli permetta di puntare verso una vita nuova. Sparire a chi lo conosce come inizio per scrivere una nuova pagina, come in una commedia di Pirandello. I pensieri degli ultimi mesi lo hanno portato a esaminare ripetutamente, situazioni e fatti che lo riguardano. Ha esaminato il vissuto degli ultimi anni, ne ha ricavato impressioni contrastanti. Vorrebbe sistemare ciò che è accaduto in un insieme coeso, fatto di scelte e necessità e che arrivi a un presente senza pesi e senza un continuo riandare a situazioni e decisioni precedenti. Sa che l’interpretazione propria e altrui, è intrisa sempre di un vissuto non reale, di un pregiudizio, e che le vite si conformano raramente ai fatti e molto più spesso al pregiudizio e al consenso altrui. Riflette ad alta voce sul concetto di colpa e di innocenza. Si chiede se esse esistano e se vi sia uno stato nativo, lentamente esce di scena.

Scena seconda:

ora il palcoscenico ha ristretto la strada, ci sono meno persone che passeggiano e il caffè ha occupato gli spazi che si sono liberati. Ci sono più tavolini all’esterno e più animazione all’interno. Le persone sembrano dividersi tra chi ha fretta e chi invece ha tempo. Ci sono delle coppie che si sono ricavate degli spazi di intimità e si parlano in un fluire parallelo, che non si mescola a quello dei crocchi di persone attorno ai tavolini o in piedi. I discorsi in questi gruppetti, continuano ad essere leggeri, parlano di persone assenti, di fatti locali, il tono è spesso sardonico e non mancano gli sfottò tra tavoli. Sembrano conoscersi tutti e c’è un tenersi leggeri che non incide sui rapporti. Le battute più pesanti vengono dette sottovoce e subito alleggerite con un riferirsi ad altro o a sé. Nessuno parla in profondità di se stesso, ma trapelano i desideri come possibilità senz’ansia, si capisce che esiste un mondo differente desiderato e per larga parte coincidente, ma nessuno ha voglia di far fatica e in fondo quello che hanno è sufficiente per la vita attuale. Giudizi e apprezzamenti non implicano nessun coinvolgimento e parlare di una festa o di un fatto politico ha in fondo lo stesso tono. È chiaro che le vite realizzate e i problemi veri, come i desideri, sono altrove, questo è il luogo dello scambio in cui si condivide un consenso leggero, si parla di tutto e di tutti ma senza essere realmente coinvolti. Seguendo le conversazioni si vede una graduatoria di temi dove primeggiano i desideri economici, il lavoro e gli amori e poi la vita fatta di tempo libero, di appuntamenti, viaggi. Il caffè è un appuntamento quotidiano o quasi, il luogo dell’accadere esterno alle case. Qualche domanda distratta riguarda il protagonista assente, si chiede ragione della sua scomparsa, si chiede senza intenzione e si passa ad altro.

Scena terza:

C’è uno sfondo indefinito di paesaggio, con davanti un gruppo di case. Una di queste ha una grande porta aperta aperta e mostra il protagonista alle prese con qualcosa che sta su un tavolo. Il contorno di oggetti e di mobili è modesto, dietro al protagonista c’è una presenza che si muove, appare e scompare. Lui è seduto, sta leggendo o annotando a mano. Forse una lettera, perché alza la carta e cerca meglio la luce per leggere, è silenzioso e intento. Posa il foglio. Ha fatto delle scelte che non hanno dissolto i pensieri e in questi mesi di assenza si è misurato con la possibilità che per davvero si possa iniziare qualcosa di totalmente discontinuo dalla storia precedente. Non sembra soddisfatto e lo dice, ma non come rimpianto bensì come considerazione generale sulla vita che si è generata. Fa paralleli e considera se sin dall’infanzia sia tutto determinato. Alterna pensieri ad alta voce e sommessamente, come volesse fare delle chiose al pensiero. Si è chiesto se l’innocenza sia lo stato in cui le relazioni non hanno uno svolgersi obbligato e un giudizio morale e quindi sono ancora prive del concetto di colpa. Ha capito che il procedere della memoria ha aggiunto vita e giudizi e quello che lui ha emesso nei confronti di altri gli è ritornato. Sono pensieri semplici ma irrisolvibili e volendo sfuggire a un ordine dato capisce che bisogna diventare autosufficienti in tutti i sensi e demiurghi di se stessi. Questo lo dice con voce ferma, come fosse un programma. E più sommessamente commenta che questo si può fare in quel luogo in riva al mare, distante da processi sociali complicati, dove la sua presenza è sorretta dall’ autonomia economica.  Lì la vita costa poco e sembra che nessuno si preoccupi particolarmente di lui. Adesso si vede che c’è una donna dietro, quindi ha scelto una vita nuova anche affettiva. Non ci sono affettuosità particolari, si capisce che si sente solo e dubbioso. Chiede alla donna di fermarsi nelle faccende e di sedersi. Parlano delle incombenze di casa, poi di alcuni fatti accaduti in paese. Lui le chiede se sia felice e lei risponde di sì. Si abbracciano mentre arriva la consegna della posta. C’è una lettera. Lei è curiosa e gli chiede notizie, legge il mittente, ride e diventa seria. Forse è della donna con cui il presunto protagonista parlava al caffè mesi prima. Quindi ha lasciato un collegamento e non è sparito del tutto. Quel filo seppure esile, riporta quel mondo dal quale voleva e vorrebbe affrancarsi. Apre la lettera e legge. La donna si allontana. 

Scena quarta

 

 

 

 

 

 

 

 

vicolo dell’anima

Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo. Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari. Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e il vicolo non si può più percorrere. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato i pomeriggi vicino. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, aprono un garage con un altro telecomando e salgono nelle case: prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il volto di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di lamiera banale e gli alberi che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, e le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo, talmente stretto da rendere inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Stamattina camminavo con intenzione curiosa e mi accorgevo che la città che avevo in testa non era la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, scambiano, confrontano e quella che vedevo era una città che fuggiva da sé. Non la città dei futuristi, neppure quella della storia, così presente in queste strade, ma una città che si chiudeva, che girava il capo e non ascoltava.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere.